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Chiose Chiose - Le donne che lavoreranno

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Noi, e la vita


In un giornale che va per la maggiore, ho letto di questi giorni un articolo di Luciano Zuccoli che voleva mettere in guardia i letterati contemporanei contro la invadenza del campo letterario da parte delle donne. Questa invadenza veniva designata dall’A. con un eufemismo galante, così: Il pericolo roseo. L’A. osservava che la prosa di romanzo, nel nostro tempo, sta diventando, in Italia, monopolio quasi esclusivo della donna. Scomparsi in pochi anni i migliori: Anton Giulio Barrili e De Amicis, Gerolamo Rovetta, Luigi Arnaldo Vassallo, sorgono a sostituirli nomi che sono quasi tutti femminili. E l’A. che questa prospettiva sgomentava, dopo aver gridato: all’erta! cercava, contraddicendo se stesso, di diminuire la [p. 10 modifica]portata del pericolo negando alla donna in genere le attitudini a diventare scrittrice con un seguito di affermazioni non più consistenti di una bolla di sapone.

La donna — egli diceva — scrive quasi sempre scorrettamente per mancanza di coltura classica. Donde risulta che ogni licenziato del liceo e ogni laureato di Università dovrebbe scrivere meglio di Matilde Serao e di Grazia Deledda che non hanno fatto l’Università. E che i seminaristi, i quali vivono in un ambiente classico per eccellenza rispetto agli studi, dovrebbero rappresentare le magnifiche speranze della letteratura di domani.

Diceva ancora, quell’articolista, che la donna non potrà mai competere coll’uomo nel riprodurre la vita per la sua impossibilità a penetrare in tutti gli ambienti, a provare le passioni, a studiare tutti gli aspetti dell’esistenza. Affermazione discutibile anche questa, ma che io non mi soffermerò a discutere non essendomi già proposta di fare la difesa della donna scrittrice.

Piuttosto, amo rilevare l’ultimo appunto dell’articolista in questione.

Le donne — dice quell’appunto — scrivono quasi sempre di maniera. [p. 11 modifica]

Purtroppo è vero. Raramente esse scendono a interrogare la propria anima, a scrutare con sincerità il proprio cuore, a notomizzare il proprio io. Più raramente ancora osano staccarsi dal tipo femminile creato e imposto dalla letteratura maschile attraverso i secoli per descrivere una donna vera. L’Eva che solo una donna può conoscere, ornata di tutte le sue forze, triste di tutti i suoi disagi, accesa da tutte le sue aspirazioni, questa donna che certo rappresenterebbe una novità e costituirebbe anche una sorpresa per l’uomo — una sorpresa non sempre piacevole, forse — sarebbe una rivelazione per l’arte.

Quale importante contributo potrebbe dare la letteratura femminile alla psicologia se le donne che scrivono si proponessero per ideale la realtà e la verità! Non lo fanno. La menzogna, che è la maschera di tutta la nostra vita, penetra anche nell’opera nostra. Noi ci mostriamo, — nella vita — come l’uomo ci vuole, come egli si illude che davvero siamo fatte e continuiamo a descriverci nei libri celate dalla maschera che portiamo nella vita. La colpa, o signori uomini, è vostra. La ragione del nostro continuo mentire sta nella necessità di lusingare le vostre compiacenze. Sta nello sgomento [p. 12 modifica]che voi avete per la realtà. Sta nella paura che voi avete della verità.

Ma per tornare alla letteratura femminile, a parte il contributo importante che essa potrebbe dare alla esatta valutazione etica e psicologica della donna, c’è tutto un campo che dovrebbe esserle riservato. È quello che riflette i problemi più urgenti e dolorosi, anzi, il solo vero e triste problema femminile — il disagio nostro di fronte alla vita.



Comincio con una constatazione triste: la donna moderna non è felice. La vita ne ha fatto un essere ambiguo cui più non basta oppure è conteso il compito antico — cui non sorride nessuna positiva visione nuova che equivalga all’antica in sorriso e in dolcezza.

Il compito antico era dolce: amare e serbar fede all’amore; procreare e custodire la casa; accendere pel marito una fiamma di tenerezza e il focolare; fare bella, per la dolcezza dei suoi occhi, la persona e la casa; godere serenamente il frutto del lavoro di lui e confortare la sua fatica con un bacio autorizzato e benedetto. [p. 13 modifica]

Dolce, questo compito, nell’ideale. Ma oggi la vita lo contende e la colpa non è della donna: la colpa è della vita che è diventata lotta aspra, accanita, incessante e concorrenza febbrile e un crescendo vertiginoso di esigenze che sono lungi dal trovare riscontro nelle risorse del lavoro maschile, che non permettono sempre all’uomo di crearsi un focolare, una casa, una famiglia.

Migliaia di donne, milioni di donne vengono dalla fatalità costrette a rinunciare a quello che sino a ieri pareva dovesse essere il solo scopo della vita femminile: l’amore, la maternità, la famiglia, la casa e vengono lanciate sulla breccia per assumervi una parte attiva di combattimento. Queste migliaia, questi milioni di donne hanno formato una falange che è diventata strumento di ribellione, lievito di rivolta e tutta la femminilità ne è stata sconvolta come per un cataclisma psichico sociale.

Le donne tutte si sono trovate travolte da queste spostate — intendo dare al vocabolo il suo significato preciso — che avendo dovuto assumere nella vita doveri nuovi, contrastanti con le sue aspirazioni, coi sogni, colle illusioni, coi bisogni ereditati attraverso secoli di protezione e di dolcezza, si facevano [p. 14 modifica]legittimamente forti di diritti nuovi traducentisi tutti in un atteggiamento di rivolta alla soggezione secolare.

La falange delle diseredate aveva ragione. Ha ragione. La soggezione femminile era un dovere derivante dal diritto alla protezione maschile. Venendo a mancare il diritto cadeva naturalmente il dovere. Ma il fenomeno, nella realtà, non potè venir contenuto nei limiti di una corrispondenza precisa: esorbitò la rivendicazione dei diritti; la resistenza maschile alla concessione si mutò in ostilità e in tirannia; ne nacque il conflitto che dal problema che rifletteva si chiamò femminismo con un vocabolo brutto, impreciso, inefficace; che ebbe applicazioni elastiche e spiegazioni confusionarie e commenti ironici, ostili, assurdi, ingiusti.

Bisogna risalire alla genesi del fenomeno per vederne limpidamente le deduzioni.

Il femminismo, altro non è che un aspetto del problema economico: forse l’aggrava, ma a sua volta ne deriva.

Si può simpatizzare o meno con tutto il movimento di idee che ne sgorga, ma sarebbe puerile negare l’esistenza di una questione femminile o femminista che dir si voglia quando esistono centinaia e migliaia di fanciulle e di [p. 15 modifica]donne che non avendo trovato nella vita un mantenitore legale, e sdegnando di abbracciare la sola carriera che la società non contesti alla donna — la prostituzione — affrontano solitarie, coraggiose e austere la lotta per la vita in condizioni che l’ostilità maschile, i pregiudizi sociali, gli ostacoli legali e l’inferiorità fisiologica rendono infinitamente più amara ed aspra, e si urtano ad ogni passo contro paradossi legislativi, contro anacronismi sociali, contro incoerenze ed ingiustizie che sono in antagonismo stridente, non solo col nuovo stato di cose, ma anche con qualsiasi criterio di modernità e che necessariamente debbono cadere, che fatalmente cadranno per quella legge di evoluzione che trasformando la donna — unità sociale, deve logicamente trasformare intorno a lei l’ambiente.

La questione femminile esiste, e la sua genesi è questa: l’insufficienza del guadagno maschile che crea le madri lavoratrici o le zitelle che cammineranno solitarie attraverso la via più ingombra di rovi che non fiorita di rose. Sono queste zitelle e codeste madri che formano l’avanguardia del femminismo: sono tutte le compagne dell’uomo diventate forzatamente [p. 16 modifica]sue collaboratrici, sono le vergini forti salite sulla breccia per prendere parte attiva alla vita e alla lotta e che nell’urto colla realtà hanno sentito quanto amara fosse la condizione femminile al compito austero e grave.

Esse hanno visto che le sole virtù femminili apprezzate sino a ieri, se avevano un immenso pregio domestico e l’aureola d’una cara poesia, avevano però uno scarsissimo valore sociale — che l’esaltazione dell’ignoranza, della sommessione, della docilità, si risolvevano per la donna nuova in una disposizione di debolezza che diventava condizione di inferiorità — che il concetto femminile dell’onestà, limitato alla integrità fisiologica, diventava insufficiente di fronte al concetto etico dell’onore abbracciante un significato di lealtà, di integrità morale, di correttezza, di schiettezza, di fede alla propria parola, di senso della responsabilità, di rispetto del proprio io che nessuno aveva mai richiesto alla donna, perchè nessuno si era sognato mai di ritenerla una creatura responsabile. Di tutte queste virtù la donna nuova ha sentito il bisogno e tutte le ha reclamate per sè, invocando una riforma dell’educazione femminile, nel senso che questa diventasse preparazione al compito nuovo, [p. 17 modifica] gente di energie, sviluppo di personalità, difesa contro le insidie del sentimento, luce, volontà, forza, che facesse della donna chiamata a diventare una individualità sociale, una creatura dignitosa e responsabile, intelligente e forte, sana e audace, capace di affrontare la vita, la lotta, il dolore, la fatica a fianco dell’uomo come nobilissima compagna sua, uguale nei doveri, uguale nei diritti — oppure austeramente sola, serena, indipendente, padrona del proprio cuore e padrona della propria vita.

Mutata così la condizione di fatto della donna, era naturale si sentisse l’anomalia e il disagio della sua condizione giuridica e della sua condizione morale: certe leggi e certe tradizioni che fin qui l’avevano vincolata e sommessa alla tutela paterna, prima, maritale poi, sociale sempre, sono sembrate illogiche ed assurde e persino tiranniche.

I nuovi doveri esigevano il riscontro di diritti nuovi legittimi. La donna doveva poter disporre liberamente del frutto del proprio lavoro, e doveva liberamente poter esercitare una professione un mestiere anche indipendentemente dall'autorizzazione maritale. E se il Codice Penale la considerava responsabile alla stessa stregua dell'uomo rispetto alla passibilità delle pene, [p. 18 modifica] ugualmente responsabile doveva dichiararla il Codice Civile nella valutazione della tutoria potestà e se il romper fede all’amore legalmente consacrato veniva a costituire per lei un delitto contemplato dal Codice Civile e Penale, ugualmente suscettibile di riprovazione morale e di pena legale doveva essere considerata la infedeltà dell’uomo.

Tutte queste riforme si imponevano, tutte queste riforme si impongono. Soltanto, come le le hanno chieste, come le chiedono le donne?

Alcune, le più avanzate, cominciano il movimento dal vertice anziché dalla radice; reclamano per la donna il voto politico per giungere, attraverso quello, alla conquista dei diritti civili legittimamente richiesti, credono necessario conquistare il diritto a fare le leggi per modificare ciò che permane di assurdo nelle leggi attuali. E dimenticano una cosa semplicissima: l’impreparazione desolante e disperante della donna a esercitare il diritto politico, il quale diritto io, personalmente, ritengo tanto teoricamente e astrattamente legittimo, quanto praticamente superfluo e forse dannoso.

Io confesso che il problema riflettente la condizione politica della donna mi sembra almeno un problema di lusso di fronte all’unico [p. 19 modifica] grande ed esclusivo su cui si impernia tutta la questione femminile e femminista: il problema economico.

Problema di lusso, predicato da un femminismo di lusso chiuso come tra due poli che potrebbero essere snobismo e sport, femminismo che non è l’autentico, non quello che si merita il rispetto di tutti gli uomini che pensano, di tutte le donne che ragionano; non quello che avrà per sè l’avvenire, volenti o nolenti gli uomini; non quello che ci darà la donna nuova austera e forte, dolce e serena, amante e compagna, madre e davvero consorte all’uomo nella vita.



Contro il femminismo di lusso, come contro quell’altro autentico, si scagliano in genere gli uomini con argomenti e ragionamenti di solito così bislacchi da fare veramente torto alla superiorità dialettica degli amabili nostri avversari.

Una volta, l’argomento massimo, unico, decisivo degli oppositori del femminismo era questo: la donna è inferiore all’uomo. E l’affermazione si avvalorava di una dichiarazione [p. 20 modifica] che voleva assumere l’importanza di uu assioma dimostrativo. Il cervello della donna ha peso e volume minore di quello dell’uomo.

L’argomento ha fatto il suo tempo e l'aggettivo inferiore è stato oggi sostituito da un altro assai più logico; diversa.

La donna non è più — per detta di quanti sanno e pensano — inferiore all'uomo, ma soltanto diversa da lui.

Bella scoperta, dirà taluno. Sì, veramente ritengo anch'io che se ne fosse accorto già anche Adamo; soltanto. Adamo non andava più in là delle differenze anatomiche che si guardava bene dall’estendere a campi meno tangibili, tanto vero che in fatto di responsabilità morale non esitava a prendere per sé il secondo posto denunciando a Jehova la donna come tentatrice della sua virtù e incitatrice al male.

Vero è che nel campo della responsabilità morale, gli uomini sono ancora oggidì altrettanti Adamo, con questa aggravante: che mentre non hanno esitato ad equipararsi la donna di fronte al Codice Penale, si sono guardati bene dal fare altrettanto di fronte al Codice Civile che è anche sanzione di diritto.

Gli argomenti coi quali l’Adamo del 20° secolo contesta alla sua compagna i diritti che [p. 21 modifica] egli si attribuisce, si possono riassumere in due affermazioni, l’una alquanto sofìstica, l’altra paradossale.

La prima è questa: La donna è nata per essere madre, e tutta la sua vita, tutto lo sviluppo delle sue energie e delle sue facoltà deve tendere unicamente a questo compito assegnatole dal destino. L’altra vorrebbe solleticare la vanità femminile, affermando che la donna, creatura di bellezza e di grazia, nata per la gioia estetica dell’uomo, non può pretendere a compito più sublime di questo: d’essere l’incantatrice.


Tutte madri? Bisognerebbe cominciare coi rivolgere il monito alla natura, che ha creato le donne sterili; alla religione, che esalta e glorifica la verginità come stato di perfezione; alla società, che ammette e tollera e tutela colla legge la cortigiana — negazione della maternità; alla morale corrente, che condanna e disonora la maternità illegittima come una vergogna.

Se la maternità fosse davvero l’unico destino della donna, ogni donna avrebbe insieme [p. 22 modifica] al dovere fatale il diritto di esercitarlo comunque, anche prescindendo da qualsiasi stato sociale. In realtà, di fronte ai costumi e alla legalità, soltanto la moglie può rivendicare il diritto a essere madre senza che codesto diritto si muti in stigma di disonore grave di conseguenze per tutta la vita. Intendiamoci; la legge e la morale corrente sono quello che sono e io non intendo di discuterle.

La mia modesta opinione intorno alla maternità non subordinata al matrimonio è formata da un pezzo: creare una vita mi pare una cosa tanto grande, tanto sublime, tanto divina, da non potere assolutamente venire menomata o diminuita dalle circostanze in cui si compie; le circostanze possono essere dolorosissime, irregolari, amare; — disonorevoli non mai. Tengo però a dichiarare che questo mio concetto altissimo della santità costante e assoluta della maternità non implica affatto la propugnazione della libertà del gesto da cui la maternità dipende. Finche le leggi ed i costumi e la coscienza dell’uomo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni saranno quello che sono è anche, forse, un bene che a tutela dell’inesperienza, della debolezza e dell’inconsapevolezza della fanciulla vigili, sotto forma di scrupolo [p. 23 modifica] di onore, il senso di diffidenza e di paura che almeno si traduce in salvaguardia contro le conseguenze socialmente gravissime della dedizione.

Ma per ritornare all’argomento, perchè l’asserto apparentemente nobilissimo dei novelli matriarchi apparisse qualcosa di meglio di una deliziosa ipocrisia, bisognerebbe che almeno la maternità fosse consacrata davvero cosa sublime e dalle leggi e dagli uomini e dai costumi in qualunque circostanza si verifichi — bisognerebbe che la sola differenza di fatto fra le madre-moglie e la madre-fanciulla, fosse un maggior diritto, per questa, alla tutela della legge e all’assistenza della società — bisognerebbe ancora che il significato della parola bastardo scomparisse non solo dalla vita, ma ancora dalla memoria degli uomini.

Per ora, nelle condizioni di fatto della nostra società, contro la maternità, la donna che non è moglie deve stare in guardia come contro la peggiore sventura che possa toccarle.

Questi sono fatti, non chiacchiere.

A parte queste constatazioni, io voglio anche ammettere per un istante che tutte le donne siano mogli, che tutte le mogli siano madri. [p. 24 modifica]Ha detto un uomo di grandissimo e bizzarro ingegno — Alfredo Oriani — e troppi ripetono con lui, che la maternità è incompatibile con qualsiasi esercizio di vita sociale, e a dimostrazione dell’asserto portava con molte ragioni estetiche sostenute da immagini di grande bellezza poetica una sola ragione di fatto: l’anormalità di condizioni portate dalla gestazione. In realtà, codesta anormalità che non esce dal campo fisiologico non rende affatto incompatibile l’esercizio dell’attività femminile nel campo sociale.

Sarebbe enorme che la donna dovesse sacrificare tutta la sua vita individuale e la sua possibilità di divenire per i tre o quattro o cinque anni che complessivamente può prendere nella sua esistenza, il dovere materno.

Senza contare che l’esercizio di questo dovere non porta niente affatto con sè uno stato fisico patologico.

Una donna gestante non è affatto una donna malata, tanto vero che la gestazione non impedisce alle eleganti signore avide di mondanità le fatiche non piccole imposte dalla vita sociale. Perchè dovrebbe impedire alla donna che lavora l’esercizio di un’attività regolata, destinata a mutarsi in maggior benessere materiale? [p. 25 modifica] Gli uomini ci danno bene in questo campo l'esempio quasi eroico: esclusi dall'incerto di stati fisiologici anormali, pochi fra essi possono vantarsi di non esser tributari della patologia per qualche incerto o costituzionale o accidentale cronico. Eppure lavorano, studiano, scrivono, votano, legiferano, giudicano.

Giudicano, legiferano, votano, scrivono, studiano, lavorano malgrado la dispepsia, il reumatismo, le cefalie, il diabete, l’avaria, il cancro, il mal di fegato, la nevrastenia, la gotta, il gastrico, la tubercolosi.

Via, tutto questo val bene almeno nove mesi di gestazione!


Non più confortante è il ragionamento degli uomini che il movimento femminista si spiegano soltanto definendolo una invenzione delle donne brutte. Mai asserzione fu più balorda; io ricordo le frondeuses di Parigi fra le più belle donne di cui serbi memoria: {{W|Marguerite Durand|Marguerite Durand]], bionda e giunonica; Nelly Harlor bruna ed elegantissima; Andrée Téry bionda e bianca come una bimba di Reynolds; Mary Leopold Lacour, pallida e infinitamente suggestiva coi [p. 26 modifica] grandi occhi di viola fra lunghe ciglia dorate. Tutte costoro sapevano la vita e sapevano l'amore. Spuntava sui loro passi il desiderio.

Ma fosse anche vero che la falange delle irrequiete sia formata unicamente dalle cenerentole dell'amore, dalle diseredate del sentimento, la constatazione non sarebbe ancora argomento di confutazione e tanto meno ragione di ostilità.

Chi non sa che qualunque ribellione suppone un malcontento?

Le donne che si agitano per ottenere nuovi diritti rispondenti a doveri dolorosissimi sono delle malcontente, sì. Certo, se tutte le fanciulle potessero, stendendo la mano, scegliersi con il consenso dell’intelletto e del cuore il compagno per la vita e trovassero in lui anche il sostegno materiale, la questione femminista non esisterebbe più. Chi vorrebbe abbandonare la dolce via inghirlandata di rose per tagliarsi la strada solitaria, solitarie, fra i rovi?

Esisterebbe forse ancora una questione femminile affidata alla evoluzione e risolta, o risolvibile con una riforma educativa, ma il problema non saprebbe di spasimo e non gronderebbe lagrime.