Verginia/Atto secondo

Atto secondo

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Atto primo Atto terzo
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ATTO SECONDO.


El Principe

 
DUra profana abhorrita fortuna,
Mai contenta star ferma in uno stato:
     Tu sempre giri con rota importuna
     E ’l basso elevi & l’alto hai ruinato,
     Et l’huom ch’è giusto senza causa alcuna
     Persegui, & quel ch’è ingiusto, fai beato:
     Ne morte, o prego in te pietate arreca
     Però chiamata sei fallace & cieca:

Tu non riguardi a gli altissimi regni,
     Non riguardi a thesori, o nobiltà,
     Et sempre cerchi offendere e più degni
     Ch’el mal piu duole in piu felicità.
     Come hai rotto, o crudele i miei disegni.
     Con questa donna, che con falsità
     M’ha costretto a sposarla, & per più doglia
     Ha vinto col suo inganno la mia voglia?

Quante donne di illustre & regal sangue
     Accorte, ricche, belle a meraviglia
     Ho recusato, hora el cor mio che langue
     Consente haver d’un medico la figlia?
     Sposo non li sarò ma mortale angue:
     S’amor lei salva, & me isdegno consiglia:
     Io vo mostrare a questa donna oscura,
     Che cosa violente poco dura:

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Io voglio andare al Re per tor licentia
     Et dir che per Salerno io vo partire
     Per preparar con gran magnificentia
     Le nozze, & far poi Virginia venire:
     Ma altrimenti fia la mia sententia
     Che el Monsenese intendo preterire.
     Et consumare in Francia, e miei verdi anni
     Così giusto è l’ingannatrice inganni:

Tra tanti mali ho pur qualche conforto
     Ch’al signor Re mia scusa è stata accetta,
     Licentia ho havuta, & punir voglio el torto,
     Che m’ha fatto e sta donna maladetta:
     Hormai el legno mio navica in porto
     Che veggio andar pe suo piè la vendetta,
     O sposa aspetta me, l’aspettar fia
     Quel de giudei ch’aspettano el messia.

Inteso ho come el Duca di Milano
     Ha gran guerra col nobil Re di Francia
     Li voglio andar: & qual buon Capitano
     Fama acquistar con spada, & con la lancia
     Così farò de sta Virginia vano
     El desio, el fervore & l’arrogancia
     Ne mai tornare a Salerno piu spero
     Se lei non muore o entra in monistero.

Vir.Misera lassa & in mal punto nata
     Virginia sfortunata che farai?

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     Già certa son che la crudel andata
     Del mio signor è per non tornar mai,
     Morte fa ch’io ti sia raccomandata,
     Me uccidendo a duo satis farai.
     Perche in una hora me trarrai di stento,
     El Principe farai lieto & contento.

Tu se partito o mio charo signore
     Abbandonando me tua fedel serva?
     Ma non m’hai gia renduto el tolto core.
     Che in se la faccia tua scolpita osserva:
     Se di sposarmi havevi un tal dolore
     Che non mi uccider pria con man proterva?
     Che volontier per farti beneficio
     T’havrei fatto del corpo sacrificio.

Torna signor tu non tornera in vano
     Se non per altro almen per darmi morte.
     Ucciderami tu con la tua mano,
     Ch’a morir di tua man fie’l duol men forte.
     Sol di te un bascio sforzato inhumano
     Ha gustato la tua trista consorte,
     Che charo costa mia pallida fronte
     Gia convertita di lagrime fonte:

Crudo amor tu se quel che ti dai vanto
     Di dileggiar tutte l’humane cose
     Tu vuoi de tuoi soggietti hor risi, hor pianto
     Hor dolce pace hor guerre sanguinose

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     Tu converti in un’hora in strido el canto
     Fai le luci ridenti, lagrimose,
     Con ferro, con venen, sospetti e invidie
     Ch’al fin son tutti li tuo doni insidie:

Vir.Hor al Re trappassar di dentro voglio.
     Per tor licentia d’andare a Salerno
     Qual pien di stupri, furti, ire, & cordoglio
     Per non starvi el signor esser discerno.
     Forse s’el stato suo d’infamia toglio,
     Et de le terre rassetto el governo.
     Del signor mio ch’a torto mi distratia.
     Racquisterò la gia perduta gratia

Io ho dal Re la licentia impetrato
     D’andar, ma non vò gia com’i vorrei.
     Che non vuol mia crudel fortuna & fato
     Troppo contraria, a giusti pensieri miei:
     Andianne amici al camin disegnato,
     Et col favor de li huomini & di dei,
     Piglian verso Salerno el nostro corso
     Che forse al dolor mio darà soccorso.

Cal.Magnanima & illustre principessa
     Son de Salernitani imbasciatore,
     A darti vengo obedientia espressa,
     Per parte l’oro, & l’huomaggio & l’honore
     Et mantenerti la fede impromessa
     Si come sposa del nostro signore.

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     Et obbediendo a tuo precetti soli,
     Porren per te robba, sangue & figliuoli:

Vir.Orator saggio & d’ogni virtu pieno.
     Te & color che ti mandon ringratio:
     Et humilmente prego el ciel sereno
     Che togliate & lor d’affanno & stratio:
     Giusto abondante, pacifico, ameno.
     Tener quel popol mai mio cor fia satio.
     Et sforzerommi se Dio lo concede.
     Rimeritar, tanto amor, tanta fede:

Ruf.Signor da poco in qua par tu ti sfaccia.
     Si come neve posta al sole ardente.
     Hor che vuol dir la tua pallida faccia?
     El tuo silentio & solitaria mente?
     El dimostrar ch’ogni piacer ti spiaccia
     El mangiar poco el tuo dormire niente,
     E pensieri, i sospir mi fà gran segno
     Ch’amor t’habbi legato nel suo regno.

Prin.Tua presuntione a punirti m’invita.
     Che vuoi saper s’el cor mio è lieto, o more
     Ruf.Sforzami fede una pieta infinita,
     Et fo l’uffitio di buon servitore:
     Se tu non scopri la mortal ferita,
     Chi potrà mai curare el tuo dolore?
     Lasso non vedi che te stesso uccidi
     Se de la tua salute li diffidi?

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Forse ti darò io qualche consiglio
     Che lenirà questo tuo duolo amaro:
     Se ben mi se signor; per anni figlio.
     Esser tu mi potresti; o patron charo:
     Prin.Hor su servo fedel partito piglio,
     Sol per dar al mio mal qualche riparo
     Chi so’ ch’è vera, la vulgar sententia,
     Che lunga etate ha lunga esperientia.

Ruffo l’amare è de giovani usanza.
     Se tu mi adiuti in cio liber ti faccio,
     Conosci della vedova Gostanza,
     Camilla bella? per lei mi disfaccio,
     Ruf.Conosco quella ch’ogni bella avanza,
     Così l’havessi io questa notte in braccio
     Prin. ●Ruf.Che ditu traditor? ●non per errore,
     Ma per portarla a te charo signore.

Lascia signor el duol, la pallidezza,
     Che alfin ben condurai questo lavoro.
     In te è gioventu, in te bellezza,
     In te copia di gemme, agento, & oro.
     In te prudentia, in te piacevolezza:
     Tu secreto, sollecito, & decoro:
     Ardito, & fermo, qual salda colonna,
     Da espugnare el ciel, non ch’una donna:

Prin.Questo non basta: che consiglio dai?
     Ruf.Che ti vesta da donna e vada à lei

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     Prin.La mi conosceria, nol farem mai
     Ruf. ●Prin.Tola per forza? ●pria m’ucciderei
     Ruf.Qualche incanto, o malia tu le farai
     Prin.Non voglio; & s’io volessi io non saprei
     Ruf.Vanne ivisibil per negromantia,
     Prin.Io andero el mal che Dio ti dia:

Ruf.Non far signore io ho altro rimedio
     Prin. ●Ruf.Qual’è? ●vogl’ire a la madre a parlare.
     Con le promesse li porrò l’assedio
     Lasciami pure a mio modo frappare.
     Prin.Se tu mi levi d’amoroso tedio
     Io non ti lascierò gia mai mancare.
     Ruf.●Prin.●Ruf.Che? el malanno? ●che detto hai? ●che dentro
     Vadi, che hora in casa a Gostanza entro:

Ruf.O Ruffo sventurato, & poco accorto.
     Pur se venuto di donne a le mani
     Qual sempre odiasti, meglio era esser morto.
     Meglio esser in galea de catelani,
     Non guardan donne mai ragion ne torto
     Et han quella pieta c’han proprio i cani
     Quando nacquero il Dio andava a spasso
     Et credo la facessi sathanasso.

Di questo mal n’è causa el frappar mio,
     Che m’ha posto alle spalle questo peso:
     S’i vo a Gostantìa che gli dirò io?
     Io potrei esser bastonato & preso,

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     Pur ch’el patrone sfoghi el suo disio
     Poco si cureria s’io fussi appeso:
     Et s’io non vo al mio signor fo fallo,
     Che tratto el veda a coda di cavallo:

Io voglio andar & usar preci, pie,
     Et se non vale, usar volto di Marte:
     Per non pagar el nol di mie pazzie
     A me bisogna usar ingegno & arte;
     Di là di qua dirò molte bugie,
     E ingannar voglio l’una, & l’altra parte,
     Et forse anchor, chi sa? meglio è provarsi,
     Potria di me la madre innamorarsi?

Gos. ●Ruf.Chi è. ●amico tuo Gostantia pura.
     Et se ascolterai quel che ti dico.
     Ascolterai tuo bene, et tua ventura,
     In sempiterno restarai felice.
     Vieni a la porta & non haver paura,
     Ch’io porto d’ogni ben tuo la radice.
     Gos. Poi ch’el parlar con meco ti diletta.
     Volontier udirotti, io scendo, aspetta.

Ruf.Madonna di prudentia el primo segno,
     E pigliar la ventura quando viene,
     De Salerno el gran Principe alto & degno
     De Re Alphonso, più entrata tiene,
     Lui donerà non che thesoro, un regno
     Et sprezza come fango, oro, & cathene,

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     Tu savia se, egli ama la tua figlia
     Di contentarlo meco ti consiglia.

Gos.Fuggi di qui scelerato importuno,
     Paio ti donna di tal qualitate?
     Voglia mi viene hor senza indugio alcuno
     Con l’unghie haverti le guance squarciate:
     Non a Re, non a Principe nessuno
     Vender voglia mia fama, o castitate,
     Se mai piu dirmi tal cosa t’avezzi,
     Io ti faro tagliare in mille pezzi.

Ruf.Hier frappai tanto al mio Principe degno.
     A cui promessi di farlo beato.
     Ma poi che non riesce il mio disegno
     Che faro io? ohime chi son spacciato;
     Se caricasse me d’un verde legno
     Non si direbbe, o quanto ben gliè stato?
     Perch’io pazzo, bugiardo, sciocco, & grosso
     Promesso ho quello che osservar non posso:

Io veggo il signor mio di casa uscire,
     O lingua adiutami hor, se non, ti taglio.
     Dubito forte di suoi sdegni & ire,
     Et che con meco non giuochi a sonaglio:
     Non ce miglior ripar che bugie dire,
     Prin. ●Ruf.Ruffo che fai? ●signore hor ti raguaglio
     Prin.Hai parlato a Gostanza o molto, o poco?
     Ruf.Sì, che la fussi abbrucciata intro ’l foco:

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Mai vidi donna con tanta arroganza,
     Questa mia guancia ha havuto aporre in terra,
     Ma per questo non perder la speranza,
     Che l’arbor per un colpo non s’atterra,
     Non sai signor delle donne l’usanza?
     Che voglian pace quando chieggan guerra,
     Chi minaccia, & par brusca alle parole,
     Quanto piu niega allhor tanto più vuole.

Mostron le donne haver semplice ingegno,
     Poi volpe è quella che colomba pare,
     Fingan nel volto di malitia pregno
     Non veder, ma di la veggon dal mare,
     Di Gostanza, & Camilla ogni disegno
     Apertamente ti vo dichiarare
     La figlia a te, la madre el tuo thesoro
     Vogliono, el diavol non sa quanto loro.

Prin.Ruffo alla madre ritornar bisogna,
     Questa lettera mia presentarai.
     Ruf.Se me ne torna poi danno, & vergogna?
     Prin.Per mio amore in pace el porterai.
     Ruf.Me amo piu che te qui el tuo cor sogna:
     Prin. ●Ruf.Che di poltron? ●ch’ubbidito sarai.
     Andrò, ma non dirò quel che vuoi tù
     Perche la mamma mia non ne fà piu:

Purche lui goda non cura el padrone
     Ch’io del mio sangue tingessi el terreno,

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     Io vo pensare alla mia salvatione,
     Crepi pur lui se sà, & venga meno;
     La lettera m’ha dato porterone,
     Ma chi sà se la serpe io porto in seno?
     Prima ch’io la presenti non mi lice
     Aprirla, & veder ben quel ch’ella dice?


Epistola del Principe a Camilla.


Prin.S’Io potessi salvar mia vita afflitta
Senza el soccorso de tuo dolci lumi,
     Non saria questa a te piangendo scritta:
Ma perche giorno & notte mi consumi
     Con virtù rara, & bellezza suprema
     Da fare e monti gire, & stare e fiumi;
Prima ch’io giunga amando a l’hora estrema
     Forza è ti scriva, & scrivendo el tuo nome
     Piangon gliocchi, arde l’alma, & la man trema:
Et prego te per le tue aurate chiome,
     Pe potenti occhi, & pel candido petto,
     Ch’amor m’ha nel cor scritto, & non sò come,
Che legga questa con piatoso aspetto,
     Che vita dia: se di quella son degno:
     A me tuo fido, & devoto suggetto:
Che lasci ogni superbia, ogni ira, & sdegno;
     Non presontion, ma tormento infinito
     Mosso han la penna, e ’l lagrimoso ingegno:
Et se troppo animoso amar t’invito
     Incolpa donna tua bellezza altera

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     Sia tu men bella, io saro manco ardito:
Tu puoi co’l volto addolcire ogni fera.
     Tu ritener le saette adirate,
     Et a tua posta far ch’i viva, o pera:
Ma se qual cera al foco, ogni beltate
     Manca, o qual fior che in un di nasce, o more,
     Godi hor che puo, tua fuggitiva etate:
Che veder poi ti fia doppio dolore
     Vecchiezza sequestrar tutte tue voglie.
     Però spendi in piacer le tue brevi hore:
Quel ch’e frutti, & le rose al tempo coglie,
     È saggio, & chi le lascia, o cura poco.
     Quando vuol poi. sol trova spine & foglie:
Io ardo, io mi consumo, in ogni loco,
     Et viver nelle fiamme el mio cor brama.
     Pur che di te sia reciproco el foco:
Non cercar d’esser cruda al mondo fama,
     L’haver ucciso; o che gloria ti fia,
     Un tuo servo fedel che tanto t’ama?
Sospende in me la fiamma atroce & ria,
     Se da mortal sospir, sostiene alquanto,
     A me la vita che piu tua che mia.
Fammi dolce mio ben felice tanto,
     Che in qualche loco a tuo pie genuflesso
     Dir ti possa mie pene, e ’l crudo pianto,
Perche nel scriver è gran dubbio spesso:
     Et prima che vedere offeso, o tolto
     El tuo honore, ucciderei me stesso;
Benche temer non de tuo dolce volto,

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     Tu se prudente, & io secreto esperto.
     Et ogni nostro affar sarà sepolto.
Se forse del mio amor tuo core è incerto
     Fanne ogni paragon, fanne ogni pruova
     Et segua el premio poi secondo el merto:
Ne lasciar ti poss’io per donna nuova,
     Che tra quante son nate, & nasceranno
     Par bellezza alla tua non si ritruova
Ne temer dei poi che da te saranno
     Contentate mie voglie, ch’io ti lassi,
     Che in nobil cor mai non alberga inganno.
Ma non sol tu hormai gliarbori & sassi
     Han fatto del mio amor esperientia,
     Della mia fede, & solleciti passi:
Quante volte m’ha visto in tua presentia
     Hora agghiacciare, hora arrossire in faccia,
     Hor non haver di parlarti potentia?
Hor qual neve mancar che si disfaccia:
     Temendo in detti, e’n fatti sempre mai
     Cosa non operar che ti dispaccia?
Et quando gliocchi tuoi mi togli, & dai
     Tomi, & dami la vita, & di tal cose
     Te chiamo in testimon, tu sola el sai:
Però rimira con luci pietose
     Miei preghi, poi che da miei teneri anni
     La vita, & morte el cielo in tuo man pose
Mitiga alquanto i miei crudeli affanni:
     Hor che farai al tuo nimico crudo
     Se me che t’amo alla morte condanni?

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Non volger piu al servo el ferro ignudo,
     Che nel mio cor mille stral fitti sono,
     Ne trovo a gliocchi tuoi riparo o scudo,
Et se offeso t’ho, chiamo perdono,
     O mia terrestre dea assai più volte
     Che scritte in questa lettera non sono
Soccorri alle mie fiamme insane & stolte,
     Dammi loco a parlarti, & fa beata
     Quest’alma pria sien sue membra sepolte.
Et s’io nol merto se cosa t’è grata,
     Per lei ti prego a far risposta breve
     Affadighi a destra delicata:
Se non, qual cera al foco, o al sol neve
     Manchera el spirto mio che plora & langue
     Che per amarti gia morir non deve:
Scritta ho piangendo la lettera essangue
     Qual se tu sprezzi per mia mala sorte
     Mischiarò presto alle lagrime il sangue
Così causa sarai della mia morte:


Ruffo.


O Padron matto, non scriver, ma sciogli.
Se vuoi ch’el pensier tuo non torni vano
     Frappa se sai, se scrivessi piu fogli
     Che venuti non son da Fabriano,
     Senza oro non farai cosa che vogli:
     Che voglio denar, non carta in mano,
     Ma per non investire in qualche scoglio
     Risuggelarla, & presentar la voglio.

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L’altra volta a non radermi hebbi errato,
     Hor pur mi voglio i capel rasettare,
     El labbro ho grosso haverlo ritirato,
     Stringermi in mezzo, & del galante fare:
     Et per mostrar d’haver ben lagrimato
     Con la sciliva vo gliocchi bagnare,
     Et veder con sospiri, & mente calda
     Far di me innamorar questa ribalda:

Gos.Anchor profumi stolto & scelerato
     A venire appicchiar la porta mia?
     Ruf.Beata te se tu m’havrà ascoltato
     Se da te letta tal lettera fia.
     Gos.Va via traditor vil, che sia squartato
     Ruf.Apri per gentilezza anima mia
     Gos.S’al dipartir non hai la gamba presta
     Io ti daro con questa in su la testa.

Ruf.Vecchia ribalda d’antichristo madre,
     Aspettami sta notte, & ti conforta
     Che qui verrò con gente armata a squadre
     Et brucerotti la casa & la porta:
     Et strascinar farò tue membra ladre
     In fiume, poi ch’a stenti io t’havrò morta,
     Ne ti torrà dal mio furore insano
     Giove se ben ti tenessi per mano:

Ruf.Principe in fine io non ci trovo verso
     Questa vecchia ribalda, è ostinata

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     Se tu le promettessi l’universo
     Non si saria del suo voler mutata,
     Ma sappi ch’ogni ritto ha suo riverso
     Co’l tempo ben sarà humiliata
     Se non l’astringi con tanta tempesta
     Dirà poi sì, senza esserne richiesta.

Prin.È possibil costei sia tanto dura?
     Ne per questo ancho lasciero l’impresa,
     Perche questa Camilla el cor mi fura
     Et sento in me troppa gran fiamma accesa,
     Tu per salvarmi ad ogni via procura,
     Benche la mente resti un po sospesa
     Ch’io dubito tua lingua non sia piena
     D’ogni bugia, hor su andiamo a cena.

Cal.Chi crederia o mio nobil Domitio
     Che questa nostra illustre principessa
     Havessi in un momento a l’ire, al vitio
     Ad ogni mal posto una briglia espressa?
     Dato ci ha el cielo estremo beneficio
     Che ci ha tal donna in signoria concessa
     Governando costei fatto è Salerno
     Un paradiso, ch’era pria l’inferno.

Do.O Callimaco mio ben dici el vero
     Di laudar lei mai fia mia lingua satia
     Duolmi ch’el nostro Principe sì altero
     Tanta madonna a gran torto distratia

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     Andiamo a quello ambasciador, ch’io spero
     Farle acquistar la sua perduta gratia,
     Cal.Ben dici andiamo, che so un pregar pio
     Potrà muovere un huomo movendo Iddio:

Do.La lettera habbiam noi de la credentia,
     Et de la Principessa orator siamo
     Ho su mostriamo nostra sufficientia.
     Cal.Sollecitan di giugnere a Milano
     Ch’al Principe farem mutar sententia,
     Et renderemo el suo cor duro humano
     Facendoli saper qual virtu mostra,
     La Principessa regal donna nostra.

Prin.Ruffo tu pur mi pasci di parole
     Io mi consumo el tuo soccorso è tardo:
                ●Ruf.Sai tu el duol mio? ●non so ch’a me non duole
     Prin. ●Ruf.Sai tu el mio foco? ●non perch’io non ardo:
     Prin. ●Ruf.Nol sai? ●si so, tuo cor come amor vuole.
     Tolto ha Camilla con pietoso sguardo:
     Prin.S’io non l’ho t’amazzo con pena & stride
     Ruf.Va pure amazza lei, se lei t’uccide.

Ma chi son questi qua ch’a briglia sciolta
     Vengano in verso noi con presto a passo?
     Principe mio verso l’oro ti volta
     Sotto un certo color d’andare a spasso
     Prin.Parmi d’haver la loro effigie accolta
     Benche porti ciascuno el volto basso.

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     Ruf.Questi paion a me s’el ver discerno
     Callimaco & Domitio da Salerno.

Cal.Orator siamo illustre signor nostro
     Et perche tutte le gratie divine
     Ti conceda el signor del sommo chiostro
     Questa legger ti degna infino al fine
     Perche scritta è, di lagrime & d’inchiostro,
     Non ci son fiamme, o ver pungenti spine
     Ma fede amore, & prece lagrimosa
     De l’infelice tua misera sposa.

Prin.Mai faro quel che havete domandato
     Pigliar non vo la lettera infelice,
     Do.Ah? signor ruinato era el tuo stato.
     Resuscitato l’ha questa phenice.
     A un che fusse a morte condennato
     Non è negato l’udir cioche dice
     Legge de la tua sposa miseranda
     La lettera, che prega & non domanda.
Prin.Su leggi Cancellier, vedian che vuole
     Ma la si perde el tempo & le parole:

Vir.PEnsando ogn’hor con tribulato ingegno
Io tua serva fedel mio fallo insano
     E tua ira immortal tuo giusto sdegno.
Due volte a scriver mi son posta in vano.
     Perche due volte la timida penna
     Caduta m’è de la tremante mano:

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Pur poi che in fonte & in fornace d’Enna
     Converso è ’l cor c’hor arde, hor plora, hor langue
     Tanto che morte già rapirlo accenna.
Sforzata dal disio, con destra essangue
     Temendo, ardendo, scrivo el mio tormento
     Non con inchiostro, ma lagrime & sangue:
Con man giunte pregando che contento
     Sia tu di legger questa infino al fine,
     Poi come vuoi la dona a fiamma, o vento.
Che miei son prieghi, & non pungenti spine,
     Scritti da quella che piu che se t’ama,
     Pregando vinte son l’ire divine:
Et se pure el tuo cor stratiarmi brama,
     Et ne miei danni ti costringe & tira,
     Ira, odio, & sdegno che vendetta chiama.
Fin che la leggi almen sospendi l’ira,
     Per ch’ogni prego & parole s’osserva
     Di quei che son dannati a morte dira.
Non ne scacciar come fera proterva
     Chi tanto t’ama, & con pietà m’accetta
     Se per sposa non vuoi, almen per serva.
Che dove offender puoi è gran vendetta,
     El perdonare, ch’a ogni humano eccesso
     Non lascia sempre Giove ir sua saetta:
A piedi tuoi mi stendo, & io confesso
     Essere in colpa, riguarda al Leone
     Che non è crudo a l’huom ch’è genuflesso:
Habbi di me qualche compassione,
     Pietà mi impetri l’infinito amore

[p. 20v modifica]

     Che merta gratia & non desperatione,
Che s’io errai, ha purgato ogni errore
     La stanca faccia di lagrime piena,
     Et ogni pena è vinta dal dolore.
Ne sol tu hormai, ogni fera terrena
     Sarebbe satia, & però el mio peccato
     Si atroce non è che merti pena?
La vita tua, el tuo sangue, el tuo stato
     Non ho cercato torti, el mio fallire
     E ’ stato solo in troppo haverti amato.
Et se quella che t’ama fai perire,
     Che farai dunque a tuo nimici rei?
     O che gloria ti dan tue non giuste ire?
Che se constretti furon gliocchi miei
     Dal volto tuo, non da tuo stato, o fama,
     Non me, ma tua bellezza incolpar dei.
Ciascun tenuto è cercar quel che brama.
     Et se ben non guardai a tua altezza,
     Cieco è amore, & cieca è quella ch’ama.
Poi, in gran nobiltà sperai dolcezza.
     Piu alta vela al vento, e piu piegata
     Et nave in alto mar, manco si spezza.
Ne la luce del sole è dinegata
     A verme humil ne la luna si sdegna
     Esser da stelle minor circondata.
Se ben per sangue di te sono indegna,
     Per fede, & per amor estremo, parmi
     Esser signor di possederti degna:
Sol per questo dovresti perdonarmi.

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     Che più ti stimai el tuo volto decoro
     Che mezzo el regno, ch’el Re volse darmi
Tu fusti el regno mio, tu el mio thesoro,
     Et hor a un premio a tanto amore ardente
     Abbandonata crudelmente moro:
Et poi che a la tua dolce faccia absente
     Basci non posso por, lagrime apporto.
     A gliocchi miei, che t’hà sempre presente;
Hor con ferro, hor veneno el viver corto
     Far penso hor viva gettarmi nel mare,
     Accioche porti a te mio corpo morto.
Se tu se pur disposto a non tornare,
     Et vuoi chi mora, almeno a l’ultima hora
     E gelidi occhi miei vieni a serrare.
Dhe non fraudar chi piu ch’el ciel t’adora,
     Che viver voglio, se mia vita vuoi.
     Così morir, se pur vorrai ich’io mora:
Et se donna nel regno, o termin suoi
     Con equal nobiltà, con volto bello
     Satisfa più di me a gliocchi tuoi.
Non temer signor mio sposarti a quello,
     Perche rinunciar parata sono
     Al nodo, maritale, al dato anello.
Et quando in te non ritrovin perdono
     Lagrime, preghi, amor, el mio naviglio
     Porrò a vento a fortuna in abbandono.
Pur che tu muti el tuo duro consiglio,
     Infin ch’io vivo in questo mondo mesto
     Vagando andrò per levarti d’essilio.

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Hor perche el scriver mio non sia molesto,
     Farò fine a le preci mie devote,
     Da fedel nuntij puoi sapere el resto.
Che gliocchi pioggia di pianto percuote,
     Et la man vinta dal dolore amaro
     La stanca penne piu tener non puote:
Non dimen priego el cielo, o signor charo
     Ch’adempi ciò chel tuo pensier disia,
     Ne ti sia di fortuna, o danni avaro,
Ben ch’a torto da te stratiata sia,
     Non cerco el morir tuo, habbi più tosto
     Tu el giusto titol de la morte mia;
Se tu ritorni vivere ho proposto,
     Et se non torni che’n poco terreno
     Sia l’infelice corpo mio nascosto:
Presto verra tua ira, & mio duol meno,
     Mentre scrive la destra di ben priva
     Tien la sinistra mia ferro, & veneno.
Rispondi hormai se mi vuoi morta, o viva:


El Principe.

 
Se ben fu figlia di Hippocrate degno,
     Non convien medicina a principato,
     Non dovea far d’un Principe disegno,
     Et me per forza occupare e’l mio stato,
     Di tanto inganno al core ho troppo sdegno
     Ne mai da me gli sara perdonato.
     Cal.Anzi perdonar dei charo signore,
     Poi cha’ngannarti la costrinse amore.

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Prin.Fin che lei vive in questo mondo insano
     Al tornar mio non sarà mai riparo,
     Partite hormai ch’el pregar vostro è vano,
     Mai gli perdonerò suo fallo amaro,
     Se non mi mostra in la sua destra mano
     Questo anello a me piu ch’el core charo,
     Et se non ha un figliuolo acquistato,
     Elqual da me sia stato generato.

Cal.Hai tu sentita la crudel risposta,
     Et la dura impossibil conditione,
     Do.Referir ci bisogna sua preposta,
     De la madonna ho gran compassione,
     Vir.Ancille fide hoggi el termin s’accosta,
     D’havere o buona, o rea responsione,
     Che novelli Oratori, io aspetto & temo
     Cal.Madonna assai miglior portar vorremo.

Non torre, annosa querce, o duro scoglio,
     Così resiste a folgore, onda, o vento
     Come el Principe crudo, et pien d’orgoglio
     Resiste a prieghi, & cerca el tuo tormento,
     Do.Madonna el darti tal nuove mi doglio.
     Tonare allhora el Principe è contento
     Quando el suo caro anel possederai,
     Et d’esso un figlio generato haurai.

Vir.Hor che t’ha fatto Virginia innocente.
     Che di lei non si chiede altro che sangue?

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     Son io ruina de la mortal gente?
     O getto tosco qual mortifero angue?
     O sempre a me crudel fortuna ardente
     Satiati hor mai de le membra mie essangue.
     Morte i ti chiamo ogn’hor, ma non mi struggi
     Che persegui i felici, e i miser fuggi.

Se ’l sangue mio die dar pace a l’etate,
     Ecco a le spade ignude offerto el petto,
     Se ’l Principe con tanta crudeltate
     Vuol pur ch’io mora, et io la morte accetto:
     Ma meritava pur qualche pietate,
     El fallo mio da troppo amor constretto.
     Perseguami, ciel, terra, acqua, aria, & foco,
     Ch’a tanti stratij questo corpo e poco.

An.Presto portate acqua di rose & mirto,
     Perfetto aceto, & malvagia raspante.
     Per convocare el fuggitivo spirto,
     In queste membra tribolate & frante:
     Principe dur piu che morte, impio & tristo
     Hoggi è contenta la tua voglia errante
     Hora senza piu indugio, o piu rispetto.
     Portianla dentro & posianla su ’l letto:


Fine del secondo Atto.