Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo XII/Le carte nautiche

Le carte nautiche

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Capitolo XII - Carte ellittiche Appendice

[p. 235 modifica]75. Le carte nautiche. — A lato dei planisferi, o carte generali del mondo conosciuto, che ci furono tramandati dai secoli XIV e XV, da Marino Sanudo a Fra Mauro, ci si pre[p. 236 modifica]senta un’altra categoria di carte di carattere affatto diverso, quella cioè delle carte marine o nautiche.

Nulla ci dice che i Romani, ed i Greci prima di essi, i quali composero tante eccellenti descrizioni costiere del Mediterraneo, cioè i cosidetti Peripli, avessero eziandio costrutte delle carte generali o particolari di questo mare tanto conosciuto. Gli autori che distinguono due sorta di guide per i viaggiatori e per i militari, cioè gli itinerari scritti, itinera adnotata, e le carte stradali itinera picta, avrebbero sicuramente aggiunto a questa seconda classe gli itinera maritima, se realmente fossero esistite, in quei tempi, delle carte speciali per la navigazione costiera.

L’immenso sviluppo nelle relazioni commerciali dei paesi circostanti al Mediterraneo durante e dopo le Crociate, non poteva a meno di creare nuovi bisogni alla navigazione. A questi provvide particolarmente l’introduzione dell’ago calamitato (acus nautictus), la quale non sappiamo, nè quando, nè come, nè per opera di chi sia avvenuta, ma che certamente alla metà del secolo XII era un fatto compiuto e notissimo. Gli scrittori più autorevoli ammettono generalmente che la bussola, ben nota ai Cinesi, passasse in Occidente per mezzo degli Arabi, e si adoperasse in principio facendola galleggiare sull’acqua, e anche sino da tempi assai antichi si montasse sopra un pernio: così infatti la descrive Alessandro Neckam, professore all’Università di Parigi, tra il 1180 e il 1187, cogli altri strumenti necessari all’armamento di una nave. Pietro di Maricourt, nel trattato sulla calamita da lui terminato nell’agosto dell’anno 1268, descrive due bussole, una delle quali sospesa sull’acqua e l’altra sopra un pernio; e, poco dopo, Raimondo Lullo (1268-1295) indica con precisione lo strumento Stella maris, che, secondo molti, è una bussola composta di una rosa dei venti attaccata all’ago magnetico1. Altri invece vogliono che questa unione, e [p. 237 modifica]più specialmente la riduzione della bussola ad essere uno strumento pratico dei naviganti, sia dovuta all’amalfitano Flavio Gioia che fioriva verso il 1300, e che fu celebrato nel XV secolo quale inventore della bussola, come anche si reputa in generale2.

E la cartografia marittima deve pure aver fatto, in quei tempi, rapidi progressi. Mancano tuttavia documenti che valgano a stabilire con sicurezza le date del suo risveglio e del suo susseguente perfezionamento. È pero probabile che poco dopo il mille i navigatori latini, e specialmente gli italiani, imparando dai Greci di Bisanzio l’arte di comporre e di usare le carte fondate sulle direzioni e sulle distanze, le abbiano a poco a poco migliorate. Ciò che sappiamo di certo è che nel secolo XIII erano in uso le carte navigatorie3. Guglielmo di Nangis, lo storico dell’ultima crociata di Luigi il Santo di Francia, racconta che, partita la squadra reale dal porto di Aiguesmortes il 1° luglio dell’anno 1270 per la rada di Cagliari, dove era il convegno generale della spedizione, venne colta nel golfo del Leone da una fiera tempesta; che nella sera del sesta giorno, tutti i marinai, stupiti di non aver raggiunto il luogo di convegno, domandarono ai piloti la sua situazione precisa, e che questi portarono al Re le loro carte per dimostrare che si trovavano nelle vicinanze del porto4. Già si è avvertito più sopra che Raimondo Lullo annoverava i quattro strumenti principali di cui si servivano i piloti, dicendo nella sua opera

[p. 238 modifica]Arbor scientiae: «Marinari habent chartam, compasam, acnm et stellam maris», e in altra sua opera, Fenix de las meravillas de l’orbe, parla delle cartas da marear, delle quali i marinai della Catalogna e di Maiorca facevano uso prima del 1286. Una carta, nota sotto il nome di Carta pisana, e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, è generalmente attribuita agli ultimi anni del secolo XIII, e ciò è dimostrato, come dice il Desimoni, dalle sue rozze fatture generali, dall’abbozzo delle Isole Britanniche, e specialmente dalla costruzione della Rosa dei Venti, differente da quella seguita da quel tempo in poi 5. E del principio del secolo XIV pare essere l’atlante di otto carte, di autore anonimo (forse veneziano), conosciuto col nome di Atlante Luxoro dal proprietario cav. Tamar Luxoro, e illustrato dal Desimoni e dal Belgrano6.

Prescindendo dalle carte nautiche più antiche, e prendendo le mosse dal sistema inaugurato nel 1311 dal genovese Pietro Vesconti, si vede che esso consiste essenzialmente in una serie di raggi, a un tempo convergenti e divergenti, di uno o di parecchi sistemi di Rose simmetricamente coniugate, ì quali coprono il piano di proiezione con una rete di direzioni multiple, formante, ad ogni centro di convergenza, una Bosa totale o parziale suddivisa angolarmente in venti (tramontana, greco, levante, scirocco, mezzogiorno, libeccio o garbino, ponente, maestro), mezzi venti (greco-tramontana, greco-levante, levante-scirocco, scirocco-mezzogiorno, ecc.), quarte di vento (quarta di tramontana verso greco, quarta di greco verso tramontana, quarta di greco verso levante, quarta di levante verso greco, ecc.). Gli otto venti sono distinti con color nero; i mezzi venti col color [p. 239 modifica]verde; le quarte di vento col color rosso; precauzione utilissima, perchè aiutava l’occhio a ritrovare ed a proseguire la via a tenersi in mezzo all’intrecciamento delle direzioni. L’insieme dei 32 venti o rombi forma come una stretta rete, sulle cui maglie si scrivono i nomi dei luoghi, dei porti, delle isole, delle secche, e simili, in modo che corrispondano alla loro naturale posizione e direzione, secondo che insegnano la bussola e l’esperienza nautica.

Diversi dalle carte nautiche sono i portolani, cioè i manoscritti libri che non hanno disegni, ma contengono soltanto una descrizione graduata di coste e le distanze da porti a porti, da capi a capi, i migliori luoghi di ancoraggio, gli scogli e le secche, le profondità marine, il flusso e riflusso, e in generale tutte quelle cose che si possono meglio rappresentare collo scritto che non col disegno. Dei portolani italiani, i più antichi sono quelli di Marin Sanudo (almeno per una parte), dell’Uzzano (1440), del Benincasa, del Loredano, del Verzi: è noto, tra i portolani a stampa, quello, così detto, del Cadamosto7.

Mi limiterò, in queste ultime pagine, ad alcuni pochi cenni intorno alle principali carte nautiche, nella costruzione delle quali primeggiano gli Italiani, specialmente Veneziani e Genovesi.

La più antica delle carte colla data scritta è quella composta nell’anno 1311 dal genovese Pietro Vesconti. Alquanto più antiche paiono essere quelle che accompagnano il Codice Vaticano dei Secreta fidelium crucis di Marino Sanudo: la loro data oscilla tra il 1306 e il 1321. Tra queste carte è specialmente importante quella del Mediterraneo in nove fogli e carte speciali, le quali rappresentano rispettivamente il Mar Nero; — l’Arcipelago settentrionale; — il Peloponneso, e la parte meridionale dell’Arcipelago sino alle coste africane della Marmarica e di Barqah, dal golfo degli Arabi a quello della Grande Sirte; — la parte orientale del Mediterraneo (carte 5ª e 6ª); — e quella settentrionale del Mediterraneo centrale ed occidentale; — la parte meridionale del Mediterraneo dal golfo della Grande [p. 240 modifica]Sirte ad Algeri (Zizera); — le coste oceaniche della Francia, e quelle della Bassa Germania sino alla Danimarca ed alle isole Britanniche; — le coste della penisola Iberica e dell’Africa nord-ovest, sino a Safi ed a Mogador.

La carta del Vesconti, colla data del 1311, si conserva nell’Archivio fiorentino di Stato. Essa era solamente destinata alla navigazione nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero, giacchè il limite occidentale è segnato approssimativamente dal meridiano del Capo delle Mele (Liguria occidentale) e del Ras Hadid (nell’Algeria). Le regioni interne sono quasi vuote di nomi e di particolarità geografiche. Tra queste si veggono indicate le bocche del Nilo, del fiume El Asy (Oronte), del Kion, del Cuban, del Don, del Dnjestr, del Tevere e dell’Arno. Sono chiaramente disegnati il delta ed il corso inferiore del Danubio, la Save, colla Bosna suo affluente di destra, la Narenta (mare Adriatico).

Vi è già accennata la posizione della Tana a mezzogiorno del delta del Don, e nel sito occupato dalla odierna città di Azov.

Di grande rinomanza è l’atlante di 10 tavole composto dallo stesso Vesconti nell’anno 1318, il quale appartiene alla Biblioteca imperiale di Vienna. La prima carta è un calendario astronomico: delle altre nove, sette sono dedicate al Mediterraneo, e due alle coste atlantiche della Spagna, della Francia, dei Paesi Bassi ed a parte delle Isole Britanniche. Questo atlante è, secondo il Fischer, una edizione, alquanto aumentata, di un altro atlante di sette tavole, composto dal Vesconti nello stesso anno 13188.

Notiamo ancora, dello stesso cartografo, una tavola nautica del 1327, la quale rappresenta tutto il bacino del Mediterraneo (compreso il Mar Nero), e la costa atlantica da Mogador alla Scozia9.

Nell’Archivio fiorentino di Stato si conserva una carta composta — molto probabilmente tra il 1306 e il 1320 — dal sacerdote Giovanni da Carignano, rettore della chiesa genovese [p. 241 modifica]di San Marco. Essa comprende il bacino del Mediterraneo e l’Europa, meno il nord della Scandinavia e della Russia, l’Asia sino alla Persia, e l’Afirica sino al Sahara. La costa occidentale africana termina al Caput finis Gozole (Capo Non) così detto dalla tribù berbera dei Guezulah stabilita, in quei tempi, a mezzogiorno dell’Atlante occidentale. È specialmente importante la nota che si legge nella parte S. 0. del Sahara — qualificato come un deserto sabbioso (desertum arenosum) — e dalla quale siamo informati che, assai prima di quel tempo, i Genovesi mantenevano attive relazioni di commercio colle regioni interne del continente africano, e specialmente colla famosa città di Sigelmessa.

Monumento insigne della cartografia medioevale è l’Atlante Nautico Mediceo (anno 1351), il quale si compone di otto tavole in pergamena, di cui la prima è un calendario perpetuo delle fasi lunari, con numerosi esempi che tutti si riferiscono all’anno 1351; prova evidente che l’atlante venne terminato in quell’anno10.

Delle altre carte, la più interessante è il planisfero delle terre allora conosciute, dalla costiera occidentale del Dekhan sino alle coste dell’Atlantico poco prima scoperte. L’Africa vi è già rappresentata colla sua forma piramidale verso mezzodì, e con un grado di esattezza assai maggiore di quello che si riscontra nella Mappa di Marino Snudo, specialmente per i contorni occidentali del continente, lungo i quali si riconosce chiaramente il grande Golfo di Guinea. Che tale giusta rappresentazione non si fondi sopra ricognizioni dirette, è provato dal contenuto stesso della carta, dal quale si vede che le nozioni del cartografo non si estendevano, nella direzione del mezzodì, al di là delle frontiere settentrionali della regione sudanica. Ma, per altro lato, non si può ammettere che, nel delineare la forma generale del continente africano, l’autore siasi lasciato guidare dalla sola fantasia. Basta ricordare che Marco [p. 242 modifica]Polo aveva già recato in Europa notizie di Madagascar e della deviazione, verso S. O., delle coste orientali d’Africa; che Ibn Batuta sì era avanzato, lungo la medesima distesa di coste, sino a Quiloa, e quivi aveva radunate non poche informazioni sui paesi più meridionali, tra cui quello dì Sofala; che, in fine, nei primi anni del secolo XIV, navigatori italiani erano pure giunti colà, come già sì è accennato a proposito della navigazione dei fratelli Vivaldi11.

Per la prima volta appaiono, nella medesima carta dell’Atlante Medìceo, gli arcipelaghi delle Azore, di Madeira e delle Canarie. È veramente mirabile la rappresentazione di queste ultime, tanto nella posizione loro quanto nella grandezza12. Nelle Azore, invece, sono errate sia l’orientazione — da settentrione a mezzodì — sia la distanza dalla costa portoghese, la quale uguaglia l’estensione della penisola iberica da oriente ad occidente, ed equivale pertanto ai due terzi della distanza vera13.

All’Atlante Mediceo segue, in ordine cronologico, la famosa carta dei fratelli Francesco e Marco Pizigani dì Venezia, la quale sì conserva nella Biblioteca Nazionale di Parma, e porta la data del 1367.

L’Africa non sì estende, lungo l’Atlantico, che sino al capo Bojador, designato col nome dì Caput finis Africae et terrene occidentalis. Numerose indicazioni si succedono dal Caput finis Gozole (Capo Nun) allo stretto dì Gibilterra. Ad occidente, si innalzano, bellamente disposte, le Canarie tra cui Lanrenza (Lanzarote), Loncio marin, Forteventura, l’Y, del Ninferno (Tenerifa), ecc. Al nord è la leggenda: Hic sunt fogo purgatario. Tre isole occupano il sito del gruppo di Madeira, cioè Capirizia, Canaria e quella designata col nome di Insule dicte Fortunate, sey isole ponentur (?) Sancti Brandani, e [p. 243 modifica]presso la quale sì delinea la figura di San Brandano in atto di muovere verso di essa colle braccia distese.

Ad occidente del Capo San Vincenzo si vede l’insula de Brazie, e, nelle vicinanze di questa, è scritto Occeanus magnio. Poco più al nord, in linea del capo Finisterre, si legge: Mare finis terrae occidentalis. In due altri luoghi si ripete il nome di Brazie o Brazil, cioè a S. O. dell’Irlanda e a N. O. dell’Inghilterra.

Un vasto lago di forma ellittica si estende, nell’Africa, al nord dei Monti della Luna, e vicino ad esso sta scritto: «Iste lacus exit de mons lune et transit per deserta arenosa». Quattro rami fluviali, tra cui sono le parole fons Nilidis, sorgono dalle montagne della Luna e si versano nell’anzidetto lago, il quale dà origine, verso oriente, al Nilo, e, verso occidente, al fiume Palolus, affluente dell’Atlantico, e rinchiudente, a metà del suo corso un’isola, della quale è detto: «Insula Paiola hic coligitur auro». Secondo lo Zurla 14 il nome Palolus deriva dalla voce Pajola, colla quale, in quei tempi, si soleva denotare l’oro. È pure accennato, nella carta, il Nilo orientale (Fiume Azzurro) il quale esce da un lago detto Lacus abaxie (Lago Tana nell’Abissinìa). Molti nomi di luoghi, alcuni dei quali si riconoscono nei nomi moderni, si succedono lungo le rive, tanto del ramo occidentale, quanto del ramo orientale del gran fiume d’Egitto.

Di altre carte dei Pizigani si hanno indizi, tra cui un piccolo atlante di cinque carte, appartenente alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella prima delle quali, che rappresenta il Mar Nero, si legge: «MCCCLXXIII a die VIIII di zugno, Francesco pizigany veniziano in veniexia me fecit».

Già si è detto che, secondo quanto è affermato da Raimondo Lullo, i Catalani si servivano, prima del finire del duecento, di vari strumenti nautici e di carte navigatorie15. Per gli uni e per le altre le denominazioni erano italiane, ed italiani [p. 244 modifica]erano pure i nomi dei venti. Un’ordinanza reale dell’anno 1359 stabiliva eziandio che ciascuna galera fosse provvista di due carte marittime. Tutto ciò induce a credere che i Catalani ed i Maiorchini, come gli Italiani, dovessero essere valenti costruttori di carte nautiche16.

Di questa valentìa cartografica è prezioso monumento un atlante comunemente conosciuto col nome di Carta catalana primieramente illustrato dai francesi Buache e Tastu, i quali ne fissano la data all’anno 1375.

Questo atlante, scritto in lingua romana catalana, si compone di sei tavole, due delle quali sono dedicate ad argomenti di cosmografia, e le altre quattro rappresentano l’abitabile. Queste ultime hanno di particolare che, poste l’una vicina all’altra, vengono a formare, senza ripetizioni e sovrapposizioni, una carta generale che è un vero mappamondo, a differenza degli altri atlanti nautici, in cui nell’attacco di una tavola all’altra le parti rappresentate sul finire dell’una lo sono pure sul principio dell’altra, e il più delle volte in diversa scala17.

La prima delle quattro carte rappresenta l’Oceano Atlantico (Mare Ochceanum) e le parti occidentali dell’Europa, del Mediterraneo (Mare Miteretainae) e dell’Africa. Nella sezione settentrionale dell’Oceano si innalzano l’isola Chatanes (Thule della geografia classica?), l’isola Archania (le Orcadi) colla leggenda: «In quest’isola vi sono sei mesi di giorno, durante i quali la notte è chiara, e sei mesi di notte, durante i quali il giorno è oscuro»18; l’isola Scillanda (Shetland?); la Gran Bretagna coi nomi di Ingilterra e Scheda; l’Irlanda. Queste due ultime isole sono delineate molto fedelmente, avuto riguardo ai [p. 245 modifica]tempi. Della Scandinavia è segnata la parte meridionale, la quale porta, ad occidente il nome di Norvega, ad oriente quello di Suessia (Svezia): a mezzodì del primo di questi nomi si legge: «Questa regione di Norvega è molto aspra, fredda, montagnosa, selvaggia e coperta di boschi. Gli abitanti, più che di pane, vivono di pesci. L’avena vi matura, ma in piccola misura, per causa del grande freddo. Vi si trovano molte bestie selvatiche, come cervi, orsi bianchi e girifalchi». La penisola danese, detta nella carta Dasia, si avanza dal sud al nord, dirimpetto ad un grande golfo che separa la Norvega dalla Suessia. Nel suo centro è la città di Viber (Viborg?).

A non molta distanza dalla penisola spagnuola (Chastela) sono segnate le isole Azore, cioè l’Ins. de’ Corvi marini, Li Conigi, S. Zorzo e l’I. de Brazil, allineate da settentrione a mezzodì. Ad occidente dell’Africa figurano l’isola Porto Santo e l’I. de Legname (Madeira), e più al sud le isole Canarie o Fortunate colla inscrizione: «Le isole Fortunate si innalzano nel Gran Mare, dal lato della mano sinistra, e sul limite dell’occidente: esse non sono lungi in mare. Vi si trovano miele e latte, soprattutto nell’isola di Capria, così detta dalla moltitudine delle capre». A mezzogiorno delle Canarie è disegnata una nave colla bandiera di Aragona, e colla leggenda già menzionata a proposito della navigazione di Jayme Ferrer19.

Il grande sistema dell’Atlante incomincia al Capo de No (C. Non) e si sviluppa, prima al nord-est, quindi ad oriente terminando con diverse ramificazioni al deserto d’Egitto: la metà orientale del sistema appartiene alla seconda carta dell’Atlante. Delle città al nord dell’Atlante si veggono segnate Maroch (Marocco), Fes, Oran, Casartina (Costantina), Algeri, Bougie, Bona. A mezzodì dell’Atlante si estendono i paesi di Gozola (Getulia), di Ashara (Sahara) e di Ginya. La città di Tenbuch (Timboctu) è situata al nord di un lago, presso il quale si legge: Ormuss, sive lacu Nili. Dalla parte orientale di questo bacino lacustre esce uno dei rami del gran fiume [p. 246 modifica]africano, il quale scorre ad oriente, passa per la città di Syene (Cinta Sioene) e si unisce nella Nybia (Nubia) col ramo orientale passante per Doncola, dopo di che il Nilo scorre direttamente al nord verso il Mediterraneo.

Il bacino del Nilo appartiene alla seconda carta dell’atlante, la quale comprende inoltre tutto il resto dell’Africa del Mediterraneo e dell’Europa, come pure la parte occidentale dell’Arabia, la Siria, il bacino dell’Eufrate e l’Asia Minore.

In mezzo al Mar Baltico che, in questa carta, è detto Mare di Alemagna, si legge, presso l’Insula de Visbi (Gothland): «Questo mare è detto mare di Alemagna e mare di Gozia e di Svezia. Esso è gelato per sei mesi dell’anno, cioè dalla metà di ottobre alla metà di marzo, per cui, durante questa stagione, lo si può attraversare con carri tirati da buoi».

Ad oriente del Baltico un lago di notabile ampiezza tributa le sue acque, per un lato al Baltico per mezzo di un fiume che sbocca al nord di Riga, per l’altro al mare di Azov mediante il Tanay (Don) diretto prima da occidente ad oriente, quindi dal nord-est al sud-ovest, e, infine, al Mar Caspio per mezzo di un fiume che si sviluppa ad oriente, e si unisce coll’Edil (Volga) che scorre in senso opposto.

Fedelmente rappresentati sono il mare di Azov, la penisola di Crimea, il Mar Nero e la penisola dell’Anatolia. Il Mar Rosso, notabilmente più largo di quanto è realmente, è accompagnato dalla seguente leggenda: «Questo mare è detto Mar Rosso; per esso passarono le dodici tribù d’Israele. Sappiate che l’acqua non è rossa, ma sibbene è il fondo che ha questo colore. La maggior parte delle spezie che dalle Indie sono portate ad Alessandria passa per questo mare».

La terza carta comprende i paesi adiacenti al golfo Persico ed al mare delle Indie, e la metà occidentale dell’Asia. In essa sono specialmente a notare la forma peninsulare dell’India anteriore (Dekhan) e il bacino del Caspio. Sopra la forma del Dekhan, così malamente intesa da Tolomeo e dai geografi arabi anteriori a Biruni, il cartografo catalano era stato probabilmente informato dalle relazioni dei missionari dei secoli XIII [p. 247 modifica]e XIV. In una lettera di Monte Corvino scritta dalla costa del Coromandel nell’anno 1292, è chiaramente descritta la natura peninsulare dell’India, e, nel medesimo tempo, combattuto l’antico errore, che il continente africano si estendesse dirimpetto all’India facendo dell’Oceano Indiano un mare pressoché chiuso da ogni parte.

Il Mar Caspio, detto dal cartografo Mar del Sarra e de Bacu, si estende dal nord-ovest al sud-est, e si avanza talmente nella direzione di oriente, che il suo asse equatoriale appare maggiore dell’asse meridiano. «Io non dubito, dice a questo proposito Alessandro di Humboldt, che nel secolo XIV esistessero a mezzogiorno del golfo di Balkhan e dell’altipiano di Ust-Ust parecchi addentramenti, e che il Caspio si avvicinasse di molto ad Urghendi e anche all’Aral; tuttavia mi pare che la forma del Mar Caspio, quale si presenta nella Carta catalana, denoti una completa ignoranza della esistenza del lago di Arai quale bacino indipendente e separato dal Caspio mediante un istmo solido»20.

Oltre al Volga che passa per la Ciutat de Sarra, sono accennati, come affluenti del Caspio, il Laych (Jaik, Ural), ed il fiume Organci (dalla città di Urghendj), cioè l’Oxos, il quale sbocca al sud del Mertvoi Kultuk o Golfo morto, detto nella carta Golf de monumentis.

Sulla quarta carta, che comprende il resto dell’Asia, trovasi per la prima volta indicato il lago Yssicol (Issikul), con una località del medesimo nome, presso la quale si legge: «In questo luogo è un monastero di Frati Armeni, nel quale, a quanto si dice, trovasi il corpo di San Matteo, apostolo ed evangelista». L’identità del lago Yssicol della carta catalana col lago che porta il nome pressoché uguale di Issikul (Lago Caldo, Je-hai delle geografie cinesi e giapponesi) è resa manifesta dalla circostanza, che appunto ad Hi e così poco lungi da quel bacino lacustre, il governo dell’usurpatore Ali Soldan ordinava nell’anno 1342 una sanguinosa persecuzione di cri[p. 248 modifica]stiani che erano giunti colà al seguito di alcuni monaci francescani21 . Ricordiamo eziandio che la grande strada al Catay, della quale ci informa Balducci Pegolotti, passava per Armalecco (Kulgia sull’lli), distante appena 350 chilometri dall’Issikul, e che pertanto il nome di questo lago doveva essere ben conosciuto dai mercatanti italiani e catalani del sec. XIV22.

Nessuna traccia vi ha, nella carta, dell’India posteriore: la parte sud-est, i cui contorni esterni ricordano assai bene quelli della Cina propria, è tutta occupata dal Chataio. Una catena di montagne forma il limite settentrionale di questo paese, e dai suoi fianchi meridionali sorge un poderoso fiume che si divide poi in parecchi rami, diretti gli uni verso sud-est, gli altri a mezzogiorno, e nei quali sono malamente rappresentati il Pei-ho, il Fiume Giallo e lo Jang tze-kiang. Delle città del Chataio sono indicate Chanbalech (Pe-king), Zaiton e Cansay: queste due ultime si trovano sulla costa meridionale, cioè sull’Oceano Indiano.

Ad oriente della penisola del Dekhan, e nella direzione generale da settentrione a mezzodì, si estende una grande isola, detta illa Iana, la quale, per la sua posizione, pare corrispondere a Ceylon.

Ad oriente dell’isola Iana, e sul limite del Mare delle Indie e del Mare Orientale, una grande isola designata col nome di Trapobana corrisponde, per la sua posizione, a Sumatra: la sua direzione generale è da occidente ad oriente.

In fine nell’angolo nord-est della carta, a settentrione delle montagne che formano il limite nord del Chataio, è accennato, come in molte altre carte medioevali, il paese di Gog e Magog.

Agli ultimi anni del secolo XIV appartengono ancora la Carta Nautica dei fratelli Zeno, della quale abbiamo già avuto occasione di trattare brevemente23; la Carta Nautica del maiorchino Guglielmo Solerio (anno 1385), la quale si estende [p. 249 modifica]dal capo Bojador e dalle isole Azore e Canarie alle coste della Siria e della Palestina, e contiene pure il Periplo del Mar Rosso; ed una Carta Nautica di anonimo autore, la quale è conservata nella Badia di Cava de’ Tirreni, e rappresenta il bacino del Mediterraneo. Notiamo, per ultimo, la Carta Nautica di Nicola de Combitis, appartenente alla Marciana di Venezia, e composta di quattro fogli, nei quali sono rappresentati il Mediterraneo e la parte orientale dell’Atlantico. Secondo alcuni, questa carta venne composta nella prima metà del secolo XIV, e perciò contemporaneamente ai lavori cartografici di Pietro Vesconti. Ma a questa opinione i oppone il foglio quarto, il quale dimostra, nella indicazione della costa africana e delle isole atlantiche, cognizioni più vaste di quelle del cartografo genovese. Ed anzi pare potersi affermare che la carta del Combitis sia alquanto più giovane della Carta catalana, di cui ci siamo occupati poc’anzi. Osserva difatti il Fischer24 che il nome Bojador, il quale nella Carta catalana appare due volte colle diverse forme di Cavo de buyetder e di buyetder, porta pure nella Carta del Combitis le forme, più corrotte, di Cavo de inbucder e di inbubder. Così pure il nome vetenille, particolare alla carta del 1375, ha, nella carta del Combitis, la forma vetenile, ed il Wed Nul o fiume Draa della geografia moderna, che il cartografo catalano chiama alluet null, compare nella carta del Combitis sotto la forma auenul. Lo stesso Fischer propende a ritenere che la carta di cui si tratta sia dell’ultimo ventennio del secolo XIV, se pure non la si debba porre nei primi anni del secolo seguente.

Nel quale continuano a primeggiare i cartografi italiani, non solo nella parte che riguarda i planisferi o le carte mondiali, ma eziandio nella costruzione delle carie nautiche e dei portolani25. [p. 250 modifica]

Primo, in ordine cronologico, si presenta Giacomo Giraldi, veneziano, uno dei più attivi e valenti cartografi della prima metà del secolo XV. Di lui rimangono quattro atlanti (dal 1426 al 1446), ciascuno dei quali si compone di sei carie rappresentanti il Mediterraneo, le coste oceaniche dalla Scozia al Marocco meridionale e, sopra una scala maggiore, il Mare Adriatico.

Già nel più antico (1426), che appartiene alla Marciana di Venezia, si vedo chiaramente delineata la navigazione, distinta per rombi, alle isole Madeira, Canarie ed Azzorre. Queste ultime portano i nomi di Is. dei Corvi marini, Is. dei Conigli, Is. de Ventura, Is. dei Colombi, Is. de Braxil, ecc. E che il cartografo tenesse dietro premurosamente alle scoperte dei Portoghesi della prima metà del secolo, è dimostrato chiaramente da che, per la prima volta, appare nell’atlante del 1426 il nome di Madeira colla forma alquanto corrotta dì Madiera, invece dell’antico nome italiano Isola do legname.

Del genovese Giovan Battista Bechario è specialmente importante la carta nautica del 1435, appartenente alla Biblioteca Nazionale di Parma, e rappresentante l’Irlanda, la Scozia, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, le sponde occidentali dell’Africa, l’Italia, la Dalmazia, l’Albania e parte della Grecia. L’Irlanda, recante il motto: Irlanda quae Ibernia dicitur, è tutta circondata da numerosissime isoletta varie di forme e dì colore: ad occidente campeggia la grande isola de Brazil, di forma ipotetica circolare, quale vedesi nel Portolano dei Pizigani.

Le Azore sì succedono da settentrione a mezzodì nel seguente ordine: Corno maximo, li conigi, San Zorzo, insula de ventura, Collonbi, insula de Brazil, Caprara, Lovo. Al sud di quest’ultima è la nota: Insule fortunate sancti Brandany. Sono delineate quindi Porto Sancto e l’insulla de legname, e, a mezzodì di esse, le Canarie, allineate da occidente ad oriente, cioè Ferro, Palma, Gomera, l’insulla del Ninferno, Canaria, Forleventura, Vegi marin, Lanzerotto Maloxello, Alegranza. Tra il gruppo di Madeira e le Canarie sono rappresentate le insulle deserte e le insulle salvagge, queste ultime come altrettanti cerchietti rossi, così disposti da formare nel loro insieme un triangolo equilatero. [p. 251 modifica]

Nell’alto Atlantico, a nord-ovest e ad occidente delle Azore, si innalzano le due grandi isole Satanagio26 e Antilia, sotto la forma di due rettangoli col loro lato maggiore da settentrione a mezzodì. L’isola Antilia, che vediamo più tardi menzionata nella famosa lettera di Paolo Toscanelli a Ferdinando Martins, famigliare del re di Portogallo, si presenta però, prima che nella carta del Bechario, in una carta della Biblioteca di Weimar, portante la data del 1424, e diffusamente descritta da Alessandro di Humboldt27, che la ritiene di autore italiano. Secondo il Fischer, questo autore sarebbe anzi lo stesso Bechario28: ma l’opinione dell’egregio critico non potrebbe tuttavia conciliarsi colle parole Contest..... compa..... ancon MCCCCXXIV, dalle quali apparirebbe come autore della carta un cartografo anconitano. Prima del 147429 l’isola Antilia è anche disegnata nella carta 5ª dell’atlante del veneziano Andrea Bianco (anno 1436), e nella carta del genovese Bartolomeo Pareto. Tra i documenti cartografici, posteriori al Toscanelli nei quali è ancora accennata la detta isola, voglionsi notare specialmente il globo di Martino Behaim (anno 1492) e quello della città di Laon (anno 1493). A lato di Antilia leggesi nel globo del Behaim: «Nell’anno 734 di Cr., allorquando la Spagna fu invasa dai miscredenti d’Africa, l’isola Antilia, chiamata Septe Citade (le Sette Città), fu popolata da un arcivescovo di Porto, da sei altri vescovi, e da altri cristiani, i quali essendo fuggiti dalla Spagna, vi giunsero coi loro bestiami e coi loro averi. E solo per caso una nave spagnuola giunse ne’ suoi dintorni nell’anno 1414». L’autore del globo della città di Laon pone le isole Antela e Salirosa in un luogo che corrisponderebbe approssimativamente a quello occupato dalle Azore30. [p. 252 modifica]Di grandissimo pregio è l’Atlante nautico di Andrea Bianco del 1436, composto di dieci carte, e conservato nella Biblioteca di San Marco in Venezia. La prima carta porta la inscrizione: «Andreas Bianche de veneciis me fecit MCCCCXXXYI»; e nell’angolo superiore di sinistra una lunga leggenda, nella quale è esposto il metodo per applicare alla navigazione il cosidetto marteloio o martelogio, o, altrimenti una operazione abbastanza complicata, alla quale si dava il nome di rason, toleta e Suma del martelogio. L’etimologia di questo nome marteloio è tuttora incerta. Per il Toaldo31 la parola martelogio è corruzione di marilogio, e vale regola del mare; il Morelli32 lo fa derivare da homartologium, cioè trattato o discorso d’accompagnamento; il Breusing la deduce dalla parola francese matelot (marinaio)33; il Desimoni suppone che debbasi intendere colla [p. 253 modifica]parola marteloio la tela o rete del mare, come pare potersi anche dedurre dalla espressione toleta del marteloioDesimoni, Le carte nautiche italiane del Medio Evo, pag. 15.; il Govi, infine, fa provenire la parola martilogium da martyrologium cioè quasi registro, elenco, calendario.

Il citato Desimoni spiega molto chiaramente l’uffizio che ha la tavola di cifre che i nostri navigatori dei secoli XIV e XV chiamavano col singolare nome di marteloio. «Il pilota, dovendo dirigere la nave alla sua meta, ha bisogno di conoscere ad ogni istante la posizione della stessa nave in mare; e se e come si avvicini o si allontani dalla via diretta. Il sole, la luna o la calamita colla rosa dei venti gli mostrano questa direzione secondo i 32 rombi o venti, che dividono l’area circolare in cui egli si trova; l’orologio di sabbia, la maggiore o minore gonfiezza della vela e la lunga esperienza lo istruiscono della velocità della nave misurata in miglia. Con questi due elementi per base (la direzione e la velocità) egli ricorre al marteloio, che gli presta un calcolo ingegnoso, e gli insegna di quanto la forza dei venti contrari lo ha allontanato lateralmente dalla sua meta (questo dicesi allargare) e di quanto ad ogni modo ha potuto progredire più o meno verso la meta stessa (avanzare). Che se il vento contrario cessi per dar luogo al favorevole, il marteloio gli insegna quanta via dee fare per rimettersi sulla diretta (ritornare) e quante miglia dovrà ancora impiegare per raggiungere la meta (avanzare di ritorno). Tutto questo è esposto in quattro colonne di cifre, fondate sulla ipotesi di una navigazione di cento miglia; egli non avrà che a sostituire nella scala uno degli elementi guadagnati colla sua osservazione particolare, per ottenere gli altri colla semplice regola aritmetica, detta del tre»34.

Andrea Bianco non è però il primo a dare notizia del marteloio. In Genova, tra i registri notarili dell’archivio conservasi [p. 254 modifica]un atto del 1390, nel quale, descrivendosi un inventario di varii oggetti, si trova un martiloio, con una carta da navigare: «Inventarium in quo inter alia..... Martilogium..... Carta una pro navigando». Questa data del 1390 è finora la più antica tra tutte quelle dei documenti in cui sì abbia notizia di tale strumento35.

Delle altre nove carte dell’Atlante del Bianco, la prima rappresenta il Mar Nero; — la seconda l’Arcipelago, e la parte meridionale del Mediterraneo, e nella sezione, corrispondente, dell’Africa è scritto, entro un circolo colorato in giallo, Civitas Siene fons Nilus36); — la terza contiene il periplo d’Italia, le coste francesi, e la parte corrispondente dell’Africa, tagliata, da occidente ad oriente, dal Nilo, con un lago azzurro situato sotto il meridiano dell’isola di Sicilia, e colla leggenda: Hic est principalibus fluminis Nilli in partibus occidentalis; — la quinta offre, oltre all’Antilia in forma di grande isola rettangolare, molte altre terre insulari, tra cui, al nord, quella detta de la man Satanaxio, l’arcipelago delle Azore (isole corbo marinos, coriios de san Zorzi, de bentufla, di colombi, de Brasil, ecc.), Porto Santo, Madeira e le Canarie; — la quinta rappresenta le coste settentrionali della Spagna, le occidentali della Francia e della Fiandra, l’Inghilterra e l’Irlanda; — la sesta comprende la Dacia, il Mare Germanico, la Svezia, la costa S. O. della Norvegia coll’isola ttiles, e le isole più settentrionali di Stilanda, di Stokafixa37 e di Novercha; — la [p. 255 modifica]settima ripete, in iscala minore, tutto il Mediterraneo colle regioni adiacenti, il Mar Nero, e parte dell’Oceano sino alle regioni più boreali; — l’ottava è il Planisfero del quale abbiamo precedentemente trattato; — la nona, infine, è il Mappamondo, secondo Tolomeo, dipinto a varii colori, colla indicazione dei paralleli e dei meridiani.

Di Andrea Bianco si conserva nella Biblioteca Ambrosiana di Milano una grande carta composta a Londra nell’anno 1448. Essa è specialmente importante per il disegno delle coste occidentali d’Africa, le quali si estendono, al di là del Capo Bojador, sino al Capo Verde ed al Capo Rosso. Molto esattamente il Capo Bianco (Cabo Biancho) occupa l’estremità di una penisola diretta a sud-ovest, a partire dalla quale si notano sino al Cabo de S. Jacobo (odierno Capo Timris) numerose e piccole isole fiancheggiate ad occidente da estesi banchi di sabbia. Si ha adunque in questa carta una rappresentazione grafica delle scoperte dei Portoghesi lungo la costa occidentale d’Africa durante il periodo, più sopra esaminato, che corre dal 1436 al 1447.

Di un anno anteriore alla carta del Bianco è il planisfero dell’anno 1447, il quale si conserva nella Biblioteca Palatina di Firenze, ed è sicuramente di autore genovese. La sua forma è quella di una ellisse col grande asse lungo m. 0,75 e il piccolo asse lungo m. 0,37. L’autore si dimostra seguace, in molti punti, della Geografia di Tolomeo: così, ad esempio, nelle parti che si rapportano all’India citra et ultra Gangem, nella rappresentazione del Nilo e nei contorni esterni dell’Africa e dell’Asia meridionale. Affatto indeterminati sono i contorni dell’Africa a mezzogiorno del Capo Bojador: il continente termina all’incirca verso l’equatore con una linea arcuata. Due golfi vi penetrano da oriente e da occidente: nell’occidentale si trova [p. 256 modifica]una grande isola colla leggenda: «preter ptolemei traditìonem est hic guffus sed pomponius eum tradit cum eius insula». Nella parte meridionale della stessa parte del mondo si innalza sotto il nome di Montes lune, una grande catena di montagne, dalla quale sorge uno dei rami superiori del Nilo, e nelle vicinanze si legge: «hic sunt montes lune qui lingua egiptiaca dicuntur gebeltan a quibus nilus fluvius oritur atque estatis tempore dissolutis in ipso amnibus major effluit». La parte S.O. dell’Africa porta nella carta il nome di Etiopia; ad essa appartiene il paese del Prete Gianni. Le regioni del nord-ovest sono designate col nome di Mauretania; le centrali con quelli di Libia; le orientali col nome di Nubia. Sono pure attinte alla geografia di Tolomeo le rappresentazioni del Nilo, delll’isola Meroe e del ramo orientale del Nilo, che sorge da un lago (Coloe, Tana o Tzana). In questo lago è un’isola sormontata da un tempio, colla leggenda: «in hoc lacu insula est tenis nomine que lucos silvasque grande apostolis templum sustinet, natat et quocumque venti agunt appellitur», la quale leggenda è tolta quasi letteralmente da Pomponio Mela, il quale, a proposito di una terra dell’Egitto, dice: «In quodam lacu Chemnis insula lucos silvasque et Apollinis grande sustinet templum, natat, et quocumque venti agunt, pellitur»38. Già nel secolo XV il lago Coloe di Tolomeo portava il nome Tenis poco diverso dall’attuale, e l’isola galleggiante e mobile a seconda del vento che nella carta del 1447 è raffigurata come boscosa e portante un tempio, si spiega osservando, che, ancora in oggi, sulle rive del lago Tana, e specialmente nelle sue isole, si trovano i più venerati chiostri e templi dell’Abissinia. Osserviamo ancora, col Fischer, che l’anonimo autore della carta poteva essere abbastanza minutamente informato di quel paese alpestre dell’Africa orientale, perchè precisamente parecchi anni prima, cioè nel 1439, il Papa Eugenio IV aveva incaricato un Commissario apostolico di una lettera al Prete Gianni signore di quel paese, e nell’anno 1441 un’ambasceria abissina sì era re[p. 257 modifica]cata a Firenze nella occasione del Concilio Ecumenico tenuto in quella città39.

Il ramo occidentale del Nilo esce da un lago vicino al golfo che si addentra nella costa occidentale del continente, ed alimentato da fiumi che discendono dalla parte più occidentale delle Montagne della Luna. Il fiume attraversa quindi, al nord dì queste montagne, una grande palude, popolata da coccodrilli. A mezzogiorno del capo Bojador sbocca in mare, per mezzo di due rami molto lontani l’uno dall’altro, un grande fiume formato da due corsi d’acqua, il primo dei quali esce da un lago situato nell’interno del Sahara, il secondo da una montagna che si innalza nel sud-est.

Nel disegno dell’Asia meridionale predomina l’influenza della Geografia Tolemaica. L’India anteriore non apparisce ancora nella sua forma peninsulare: l’India posteriore si avanza verso mezzogiorno come una penisola, corrispondente all’Aurea Chersoneso del geografo Alessandrino. Ma nell’Asia Centrale e Orientale il cartografo si appoggia specialmente alle informazioni di Marco Polo. Nell’estremo Oriente è disegnata una città, colla leggenda: «hinc regio quae catayum vel eorum lingua canbalec dicitur, dominatur magnus canis». Trovasi pure accennato il nome di Sine; in allora, come in tempi più moderni, si distinguevano adunque, nell’Asia Orientale, la Cina, alla quale si giungeva per la via di mare, e il Cathay, alla cui ccizione avevano specialmente contribuito i viaggi terrestri. Ad oriente di Sine si innalza un gruppo di isole colla leggenda: «Hae insule Jave dicte sunt, ultra has insulas nulla est amplius hominibus nota habitatio neque facilis nautarum transitus quoniam arcentur ab aere navigantes».

Il Mar Caspio è falsamente indicato col suo grande asse diretto da occidente ad oriente. Ad oriente di esso una zona montagnosa, conosciuta col nome di Ymaus mons, si sviluppa, con due catene principali, verso oriente e verso nord-est. Quest’ultima si estende sino al Mare Boreale, e termina ad un pro[p. 258 modifica]fondo golfo, ne’ cui dintorni si trovano le dimore delle perdute tribù d’Israele. Nel luogo in cui la zona montagnosa si scompone nelle due catene principali è rappresentata una grande muraglia con una fortissima torre e colla leggenda: «porte ferri obi alexander tartaros vincit». Tutta la catena orientale è accompagnata da torri, nelle quali probabilmente il cartografo intende della Grande Muraglia della Cina, dì cui non è menzione nelle relazioni di Marco Polo. E quasi nel mezzo della catena medesima è il nome Gog, colla leggenda: «Iste sunt ex gog nationes que cubitus altitudinem non excedunt, annum etiam nonum non attingunt, et continue a gruibus infertantur», reminiscenza singolare del combattimento delle gru coi pigmei, di cui è parola in Omero. In un altro luogo della catena si innalza una torre, colle parole: «istas turres construxit presbyter Johannes ne inclusis hominibus ad eum peteat accessus».

Nell’Europa orientale un importante fiume, sul quale siede una grande città, si getta, dall’un lato nel Baltico per mezzo di grandi paludi, dall’altro nel Mar Nero.

Forse il più laborioso cartografo del secolo XV fu Grazioso Benincasa di Ancona, i cui lavori, numerosissimi e sommamente pregevoli per l’accuratezza e l’eleganza del disegno, comprendono per lo meno un periodo di 22 anni (dal 1460 al 1482). Tutte le carte del Benincasa furono composte in Venezia, a meno di quelle del 1460 e del 1461, le quali, secondo il Desimoni, lo furono in Genova. Moltissime se ne conservano nelle Biblioteche e negli Archivi d’Italia: altre se ne trovano nelle principali collezioni cartografiche di Parigi, Vienna, Londra, Ginevra, ecc. Singolare pregio di alcune di queste carte è, che esse ci permettono di seguitare, passo a passo, i progressi delle grandi scoperte portoghesi lungo la costa occidentale d’Africa. Cosi nell’Atlante del 1463 (Museo Britannico di Londra) il disegno di queste coste si arresta al capo de Bucedor: in quello del 1465 (Museo Civico di Vicenza) si avanza sino al Capo Verde; nell’Atlante del 1467 (Museo Britannico di Londra) l’ultimo luogo accennato lungo la costa è il Capo Rosso; nel[p. 259 modifica]l’Atlante del 1468 le cognizioni del cartografo si spingono sino al Capo di Monte ed al Capo Mesurado; in un altro Atlante del 1468 (Palermo) la settima ed ultima carta offre il disegno della linea costiera dal Capo Rosso al Capo Santa Maria, la foce del Rio Grande, le isole di Bravas (?) e le coste della Guinea; in fine, nell’Atlante del 1471 l’ultimo luogo dell’Africa occidentale è il Rio das Paimeiras, al di là del Capo di Monte.

Nè meno importanti sono le carte di Andrea Benincasa, figlio di Grazioso, l’ultima delle quali porta la data dell’anno 1508. Di molti altri cartografi, specialmente veneziani, ci informa il cardinale Zurla, nella sua opera più volte citata, a proposito di un codice marcato al di fuori col titolo: Carte di nautica in pecora mss. e miniate, il quale comprende ben 35 carte contenenti tutto quanto si conosceva, in fatto di idrologia marittima, prima dell’anno 1489. Tra questi cartografi sono a ricordarsi Piero Rosali, Zuan da Napoli, Francesco Becaro, Nicolò Fiorin, Francesco Cexano, Domenego de Zane, Nicolò de Pasqualin, Benedetto Pesina, Ponente Boscaino, Cristofalo Soligo. Due delle carte sono in particolar modo interessanti, giacchè dimostrano con quale zelo si cercasse di radunare in Venezia il nuovo materiale cartografico creato, per così esprimermi, dalle scoperte dei Portoghesi, e con quale ansiosa attività i Veneziani tenessero dietro a questi progressi della geografia nell’Africa occidentale, del che abbiamo già recato prove a proposito di Andrea Bianco e di Grazioso Benincasa. Una di queste carte è la 30ª della collezione, la quale, ripigliando la costa del Capo Roxo, continua al golfo di Besegue, incurvandosi con mirabile precisione ad oriente col Capo de Verga, C. de Sangres, C. di Monte, C. Mexurado, C. de Palmas, Capo de tre pontas; seguono il rio da volta, il rio da lago, il rio das forendo e il rio corams, alla cui foce sono alcune isole di mediocre grandezza colla vicina indicazione hic non apar polus, quantunque la latitudine di questo luogo sia di 6°30’ nord. La costa si sviluppa quindi a mezzodì, e presenta C. de Fremoxo, Angra verde, rio da illas, rio Dangra, C. de San Joam, Capo de Lapo Gonzalvem e Capo de Caterina, [p. 260 modifica](2° lat. sud). Verso Angra verde sono segnate tre vaste isole: la più vicina alla costa è detta Fremexa (Fernando Po?); la mediana porta il nome di I. Princepe, e la più lontana quella di I. de Santomao sotto l’equatore.

La seconda carta è la 31ª: ripigliando l’andamento della costa dal luogo in cui nella carta precedente sta scritto hic non apar polus, si spinge sino alla latitudine meridionale di 15°40’, cioè al Capo Negro. Altro pregio grandissimo di questa tavola 31ª giustamente rilevato dal cardinale Zurla, sta in ciò, che il Mar Caspio, ivi detto Mar dabacu, sia per la sua direzione da settentrione a mezzodì, sia per la sua generale configurazione è disegnato con un’esattezza che invano si cercherebbe nelle carte posteriori, sino alla prima metà del secolo XVIII. Si aggiungono il numero grande di nomi lungo la linea delle spiaggie le minute sinuosità di questa, le foci dei fiumi, i segni di bassi fondi, di isole ed altro: il tutto indicante una piena cognizione di esso mare acquistata per mezzo di pratica e lunga navigazione.




Note

  1. Ristoro d’Arezzo (secolo XIII) conosceva l’ago calamitato detto da lui «l’angola che guida li marinari, e per la virtù del cielo è tratta e rivolta alla stella, la quale è chiamata tramontana». V. Della composizione del mondo, Milano, Daelli 1864, pag. 205. I nomi arabi Zohron e Aphron (il Nord e il Sud) che Vincenzo di Beauvais (secolo XIII) dà nel suo Speculum naturale, alle due estremità dell’ago calamitato, dimostrano, insieme con molti altri nomi tolti alla medesima lingua, e sotto i quali noi designiamo ancora le stelle, da quale lato e per quale strada quelle prime notizie giunsero ai paesi occidentali. V. Humboldt, Cosmos, vol. II, pag. 222.
  2. Uizielli, in Studi bibliografici e biografici sulla Storia della geografia in Italia, 1875, pagg. 290-291.
  3. Fiorini, Op. cit., pag. 647.
  4. D’Avezac, Aperçu historique sur la Rose des Vents, in Bollettino della Società geografica italiana, 1874, pag. 408.
  5. Le carte nautiche italiane del Medio Evo, pag. 12. «Nè forse, dice il Malfatti (Discorso cit., pag. 24), saremo discosti dal vero conghiettarando che, oltre alle Baleari, le nuove Carte di mare avessero avuto per patria Pisa; la quale, succeduta ad Amalfi nella signoria del Tirreno, era in condizione di mettere a partito, prima e meglio d’altri, l’uso della bussola; sul quale appunto si fonda la costruzione di quelle Carte».
  6. In questo atlante sono rappresentati il bacino del Mediterraneo e le coste orientali dell’Atlantico dalle Isole Britanniche sino a Salle.
  7. De Simoni, Op. cit., pag. 14.
  8. Fischer, Op. cit., pag. 111.
  9. Firenze, Biblioteca Laurenziana.
  10. Questo atlante, di anonimo autore (probabilmente genovese), si conserva nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze
  11. V. pag. 172.
  12. Per i nomi di queste isole, veggasi pag. 175, nella nota.
  13. V. pag. 175.
  14. Zurla, Dissertazioni,. Vol. 2, pag. 321.
  15. V. pag. 237.
  16. Fiorini, Op. cit., pag. 674.
  17. Fiorini, Op. cit., pag. 675.
  18. Onorio di Augsburg (comunemente di Autun), scrittore della prima metà del secolo XII, dice la stessa cosa di Chile (Thule?), nel suo libro De imagine mundi: «Orcades triginta tres, Schotia, Chile cuius arbores numquam folia deponunt, et in qua sex mensibus, videlicet aestivis, est continua dies: sex hybemis continua nox».
  19. V. pararg. 57.
  20. Humboldt, Central-Asien, I, pag. 484.
  21. Humboldt, Op. cit., pag. 485.
  22. V., più sopra, [[pag. 138.
  23. V. pag. 165 e seg.
  24. Fischer, Op. cit., pag. 151 e 152.
  25. Sul primato degli Italiani nel campo cartografico, dal XIII al XVI secolo, veggasi la memoria, più volte citata, del Marinelli, Venezia nella storia della geografia cartografica ed esploratrice, pag. 23 e 24.
  26. Probabilmente Sant’Atanagio.
  27. Kritische Untersuchungen, I, pag. 415 e seg. nella nota.
  28. Fischer, Op. cit., pag. 19.
  29. La lettera di Paolo Toscanelli al canonico Martins porta la data del 25 giugno 1474.
  30. Medina Peter (Pietro di Medina), letterato spagnuolo del secolo XVI, afferma che in una geografia di Tolomeo donata al Pontefice Urbano VI (1378-1389) era rappresentata un’isola Antilia colla leggenda: «Ista insula Antilia, aliquando a Lusitanis est inventa sed modo, quando quaeritur, non invenitur». Ma è probabile, come dice il D’Avezac (Iles de l’Afrique, pag. 27), che l’Antilia e la relativa leggenda figurassero, nel Tolomeo di cui si tratta, sopra una di quelle carte supplementari che i cartografi dei secoli XV e XVI aggiungevano di mano in mano agli esemplari manoscritti ed alle edizioni stampate del geografo alessandrino. Si è creduto eziandio di trovare l’isola Antilia sulla carta dei Pizigani (anno 1367), la quale difatti presenta ad occidente dell’Europa due statue accompagnate dalle seguenti parole: «Hae sunt statuae quae stant ante ripas Antilliae, quarum quae in fundo ad securandos homines navigantes, quare est fusum ad ista maria quousque possint navigare, et foras porrecta statua et mare sorde quo non possint intrare nautae». Per mala sorte tutta questa leggenda è rosa dal tempo, e non si può decifrare che assai difficilmente, cosicchè alcuni, in luogo di ante ripas Antiliae leggono ante ripas Attullio, ed altri ad ripas istius insulae. V. Gelgigh nel Giornale della Società geografica di Berlino, 1890, pag. 107.
  31. Toaldo, Saggi di Studi Veneti, 1782.
  32. Morelli, Lettera rarissima di Cristoforo Colombo, pag. 42, Bassano, 1810.
  33. Breusing, La toleta de Martelojo und die loxodromischen Karten, nella Zeitschrift für wissenschaftliche Geographie, II, pag. 130.
  34. Desimoni, Mem. cit., pag. 15. La memoria, citata, del prof, Breusing si estende diffusamente sul modo di adoperare la toleta del marteloio applicandola anche ad alcuni esempi particolari.
  35. Canale, Op. cit., pag. 447.
  36. Il colore giallo dato alla città di Siene sembra alludere al famoso pozzo, nel cui fondo si rifletteva, una volta all’anno (cioè al solstizio d’estate), il disco del Sole, secondo quanto riferiscono Eratostene ed altri antichi scrittori.
  37. Si vuole che questo vocabolo sia usato invece di stockfish (stoccofisso) siccome chiamasi il baccalà nelle lingue settentrionali, e che qui si applichi a Terra Nuova dove se ne fa una grandissima pesca. È tuttavia da osservarsi che l’Islanda era in quei tempi notevole per le sue grandi pesche; e Niccolò Zeno osserva che le pescherie di quella contrada erano sufficienti a provvedere le Fiandre, l’Inghilterra, la Danimarca e molti altri paesi. È pertanto probabile che la parola stokafixa, nella carta del Bianco, non sia posta per indicare alcun’isola particolare ma, secondo il costume del Medio Evo, tenda solamente ad incorporare le meraviglie di quella parte del mondo. Vedi Desborough Cooley, Op. cit., I, pag. 303.
  38. De situ Orbis, 1, 9.
  39. Fischer, Op. cit., pag. 167; Hugues, L’Abissinia, pag. 58, nota 25.