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Parte seconda - I Parte seconda - III

[p. 153 modifica]Adriana infilò una lunga giacca scura, posò di sghimbescio sui capelli biondi un nero cappellone piumato, e poi rimase un momento esitante a riflettere in che modo potesse completare l'im provvisato abbigliamento di Flora.

Non era facile vestire quella bestiolina! Ella aveva l'aria di una bertuccia mal destra, che si lasci scivolar dai fianchi il guarnellino e che mandi di traverso il piccolo feltro infiocchet tato.

Comunque, Adriana scelse un cappello di vel luto rosso, a cui ella aveva definitivamente ri nunciato, essendosi convinta che il rosso le an dava male, e nascose le spalle della figliuola in una mantellina di pelliccia, scendente fin oltre la cintura.

Flora si guardò nello specchio e stentò a ri conoscersi. Dov'era dunque fuggita la graziosa giovanetta dai capelli svolazzanti, le vesti suc cinte, gli occhi azzurri e limpidi, simili a due [p. 154 modifica]piccoli laghi aperti fra la neve? Dov'era fuggita la vezzosa giovanetta, di cui la bocca tremava per la giocòndità del riso, mentre la cupa fos setta del mento s'increspava negli orli per trat tenere gli scoppi dell'ilarità contenuta?

Flora vedeva innanzi a sè un essere strano e grottesco, con la parte inferiore del corpo gof famente impigliata nelle pieghe della gonna e la parte superiore ricoperta di un pelo irsuto, che le si gonfiava intorno alle spalle, deturpando ogni linea.

L'onorevole Montefalco apparve. Un cappelletto moscio, che egli aveva adottato per la circostanza, sostituendolo al cilindro, da lui portato abitualmente, dava al suo viso l'espressione fra timida e spa valda, di un bravo ragazzo che si cimenti per la prima volta in vita sua a fare una scappata senza il permesso dei superiori.

— Queste signore mi permettono di tenere il cappello in testa?... Sono un poco raffreddato...

— Diamiue! Faccia conto di trovarsi in casa sua — rispose faceta Adriana; e. accomodando gli il nodo della cravatta, soggiunse: ·-- Guarda dunque, la mia piccola bestiolina. 'Mi è arrivata di laggiù vestita come una selvaggia, e ho dovuto insaccarla in uno de'miei abiti smessi!... Biso gnerà pensare a farle un po' di corredo.

— Certo, certo — rispose l'onorevole in modo evasivo, seccato molto che Adriana gli desse del tu in presenza della figliuola. — D'altronde, la signorina è graziosissima anche cosi! Quanti anni ha questa bella bambina?

— Sedici — si affrettò a rispondere Adriana. — No, mamma — interruppe Flora: - ne ho compiti diciotto. [p. 155 modifica]

Ma si pentì subito della inopportuna confessione, tanto il volto di Adriana si mostrò scontento nel rispondere con allegria forzata:

— Ecco la solita manìa delle bambine. Vogliono aumentarsi gli anni, non pensando che sentiranno anche troppo presto il desiderio di calarseli.

Un lampo arguto brillò nei tondi occhietti dell’onorevole; ma, rimanendo impassibile, egli disse con aria conciliativa:

— È verissimo! La mamma ha ragione. Del resto sembrate due sorelline, due vere e bellissime sorelline e, vedendo che Adriana era alquanto nervosa, si rivolse a lei direttamente:

— Sarà opportuno pensare domani stesso a provvedere del necessario questa cara signorina — e si avviarono per uscire.

Penelope stava alle vedette entro la sua guardiola e, mentre Giovanni si toglieva il berretto e si poneva rigido, in atteggiamento militare al passaggio dell’onorevole, Penelope avanzò il volto rubicondo e tossì a più riprese, ostentatamente, per richiamare l’attenzione della signora contessa, la quale, nel passarle vicino, mormorò a fior di labbra:

— Non seccarmi! Credo che domani ti darò trecento lire!

L’onorevole propose di cercare una vettura per farsi accompagnare a piazza Navona: ma il cavaliere Gualterio, che già si trovava in attesa nell’atrio, si oppose pacatamente, strisciando sulle parole, lasciando lunghi intervalli fra ciascuna di esse e adoperando sempre la forma interrogativa, per esprimere il proprio pensiero, in genere molto assoluto. [p. 156 modifica]Non era forse una bella serata? Un pochino di moto, dopo cena, non riesce forse giovevole alla salute? Non era dunque meglio percorrere la strada adagino adagino e trovarsi a piazza Navona nel momento più bello della festa? Giorgio Gualterio accompagnava le parole con gesti lunghi e lenti, volgendosi ora all'.uno ora all'altro degli interlocutori, quasi a chiamarli te stimoni sulla giustezza delle sue ragioni. — Sta bene, sta bene — interruppe 1' onore vole, che odiava i discorsi verbosi - facciamo pure come lei vuole. Dia il braccio alla signorina e stia attento di non lasciarsela rubare. Giorgio aspettò che l'onorevole e la contessa precedessero di un buon tratto, poi, abbassando la voce, disse a Flora con aria confidenziale: — Perchè suppone lei che io non abbia vo luto andare in vettura? Perchè, logicamente, avrebbe voluto pagare l'onorevole e a me non piace accettare niente da nessuno. Quello che è mio è mio, quello che è tuo è tuo. Sono fatto così. Vede? Io fumo dalla mattina alla sera, ma se, per combinazione, mi trovo senza cerini in tasca, tengo in bocca il sigaro spento anziché domandare un cerino a qualche amico. Natural mente, se gli altri ne domandano a me, rispondo subito di non averne — e rise con discrezione, trovando molto arguto il suo modo di ragio nare. A piazza Barberini furono travolti per un istante da una turba di monellacci che, vociando, urlando, battendo con pezzi di latta su casse vuote di petrolio, dando fiato alle trombe sgangheratamente, scese come turbine da via Quattro Fon[p. 157 modifica]tane e scomparve per via del Tritone con alto schiamazzo.

— Dio mio! — esclamò Flora, tutta tre mante — perchè urlano così?

— Niente, niente, si divertono per la festa della Befana — rispose il Gualterio e, ripren dendo il filo del discorso, proseguì:

— Vede? Ho preso moglie a trentanni e ora ne avrei quindici di matrimonio sulla coscienza, se la mia povera moglie non fosse morta da un pezzo. Era una santa donna, più attempata di me, che non mi aveva portato nemmeno un cen tesimo di dote e che, viceversa, morendo, mi ha lasciato l'eredità di un figlio e di una manìa. Il figlio lei lo conosce; la manìa è quella di colle zionare i francobolli rari. Ho una magnifica col lezione, che vale qualche migliaio di lire e che non cederei per tutto l'oro del mondo.

Erano giunti a piazza Colonna, davanti ai ma gazzini di Bocconi, e dovettero fare una sosta per congiungersi all'altra coppia, che avevano perduto di vista.

Flora ebbe l'impressione che la notte si fosse cambiata in pieno giorno. Torrenti di luce bianca e viva uscivano dalle smaglianti vetrine e inon davano i marciapiedi, su cui una folla agitata formicolava. La giovanetta, abituata al silenzio austero dei campi, sentiva nelle orecchie un cupo rombo e chiuse gli occhi per non rimanere ab bagliata.

Da piazza Venezia giungeva affievolito un ru more discorde fatto di mille suoni e di mille voci; presso Aragno, gruppi ostinati, immobili nella contemplazione delle vetrine, stazionavano, impedendo il transito ed aumentando la confusione. [p. 158 modifica]— Che imbecilli! — osservò il Gualterio. — Non so perchè restare cosi, a bocca spalancata, a guardare ciò che non possono procurarsi. Avete quattrini in tasca? Allora entrate e comperate. Avete le tasche vuote? Allora non ingombrate la strada, che è di tutti.

Adriana arrivò, gaia e disinvolta, avendo già fatto fare una sosta all'onorevole per obbligarlo a comperarle sei paia di guanti.

Si rimisero in marcia, e quando sbucarono a piazza Navona, da piazza Pasquino, il baccano era al colmo.

Entro la doppia fila di panche e di baracche, la folla si ammassava, urtandosi e rumoreggiando come le onde di un mare in tempesta. A Flora pareva infatti di trovarsi in barca e che le onde stessero per inghiottirla.

Il cappello di feltro le infuocava il cervello, la mantellina di pelliccia la soffocava. Si aggrappò disperatamente al braccio di Giorgio, supplican dolo che, per carità, non la lasciasse.

— Ma non ci pensi; stia tranquilla. La ricon durremo a casa sana e salva — rispondeva Giorgio, ansando un pochino anche lui, perchè l'alta persona obesa gli rendeva faticoso il lavorar di gomiti.

Flora immaginava di essere capitata in una città fantastica, dove gli abitanti fossero dannati a qualche strano supplizio. Certo non poteva es sere per divertimento che la gente si scalmanava a tormentarsi cosi, ad agitare le braccia, a cac ciar dalla strozza quegli ululati senza suono, ad avventarsi gli uni sugli altri armati di trombe e di strani ordigni assordanti. Una comitiva nume rosa passò compatta, aprendosi a forza un solco [p. 159 modifica]obbligando la folla a ripiegarsi sopra di sè. Flora guardò inebetita un vecchione alto, dalla bianca barba fluente, dall'aspetto grave e rispet tabile, che precedeva la comitiva, soffiando in stancabilmente entro una lunga tromba a vivaci colori e traendo suoni laceranti, simili in tutto ai gridi di una bestia sgozzata. Uomini attempati, signore vestite di seta, giovinette dal viso timido e dolce, sembravano invasi da follia.

Un tipo curiosissimo, dai baffi spioventi e le gote scarne, batteva tardo, con una bacchetta, sopra un pezzo di latta, e si sarebbe detto che egli accompagnasse un funerale, tanto il suo volto era lugubre e tanto affranta la sua andatura.

Passata appena la strana comitiva, un gruppo di giovinastri avvolse Flora, facendole ronda in torno e travolgendola nei vortici di una ridda infernale.

A Gualterio cadde in terra il cappello e, men tre egli si chinava rapido per raccoglierlo, Flora gli venne strappata dal braccio e trascinata lon tano dalla furia impulsiva di quei forsennati. La fanciulla, presa da stordimento, chiuse gli occhi e si sentì trasportare come una piuma. Due squilli acutissimi, che le risuonarono proprio den tro le orecchie, le infusero energia di svincolarsi e di gridare. La turba scomposta ebbe un altro giro ancora, poi si raggruppò e si disperse, in ghiottita dall'ampio ondeggiare delle teste.

Il Gualterio le era accanto di nuovo e l'aveva afferrata già per il braccio.

— Non mi scappi cosi — disse egli arrab biato. — Credevo di non trovarla più.

— Voglio andar via, mi conduca via — bal bettava Flora, vinta dal panico. [p. 160 modifica]— Andar via è presto detto — rispose il Gualterio, addossandosi a un lampione per resi stere all'impeto della irrequieta fiumana.

— Io voglio andar via; mi conduca via di qui — implorava la fanciulla con accento sempre più spaventato e sempre più supplice.

Giorgio scorse Adriana, con 1' onorevole, a qualche passo di distanza, e fece loro gesti ripe tuti di richiamo.

La coppia si mosse per avvicinarsi, ma una die cina di giovanotti elegantissimi, che dovevano aver riconosciuta Adriana, fecero cerchio intorno a lei, suonando le loro trombette, che stringevano nelle mani inguantate.

Adriana si schermiva, ridendo forte e dando anch'ella fiato alla tromba, comperata testé in una baracca.

l'onorevole, evidentemente poco soddisfatto, aspettava immobile che il giuoco avesse fine, con la faccia rotonda atteggiata a passiva rassegna zione.

Dopo uno scoppio finale ed unanime di suoni bizzarri, Adriana rimase libera e potè ricongiun gersi alla figliuola.

— La signorina vuole andarsene — disse il Gualterio con un certo malumore, molto più che anche a lui tutta quella sregolata baldoria urtava i nervi.

Flora, vedendo sua madre, ebbe una esclama zione di sollievo.

— Sì, mamma, conducimi via; andiamo a casa. Ma, Adriana, eccitata dal chiasso, accesa in volto, e coi capelli in disordine per la fiera bat taglia testé sostenuta, rispose con una risata alla preghiera della figliuola. [p. 161 modifica]— Perchè vuoi andartene a casa, bestiolina? 11 bello comincia adesso — e, poiché un signore, passando, l'assordò con uno squillo, essa lo colpì sul viso col manicotto profumato.

— Mamma, non ci posso stare più; mi sento male — insistette Flora con voce di pianto — E poi sono stanca; ho viaggiato.

L'onorevole intervenne. — A me pare che la signorina abbia ragione: senza contare che è quasi mezzanotte. Adriana cedette subito. Se la bestiolina si sen tiva male, era giusto tornarsene a casa! Ripresero la via percorsa; ma, davanti ad Aragno, ci fu un'altra sosta, e questa volta assai burrascosa. — Io sento freddo e voglio prendere un punch — disse Adriana, fermandosi con determinazione e ben decisa a vincere l'ostilità ch'ella prevedeva da parte dell'onorevole, il quale non si dette af fatto la pena di nascondere la sua vivissima con trarietà. Egli aveva scorto, a pochi passi, un gruppo di deputati conoscenti e ciò aumentava il suo cattivo umore. — Se permettete sarò io che verrò a prendere un pimeli a casa vostra, mia cara amica. Avete del cognac eccellente, e con la vostra macchinetta a spirito, un punch è presto fatto. — No, voglio bere un punch da Aragno — rispose Adriana, aggrottando la fronte e battendo il piede in terra nervosamente. L'onorevole Montefalco non voleva cedere. A cinquantasei anni non si è più ragazzi e, quando si ha un nome da tutelare e un posizione sociale da difendere, non è piacevole chiamare il pub[p. 162 modifica]blicc a testimonio delle proprie debolezze. Egli non ci teneva affatto ad ostentare la parte di vec chio don Giovanni.

Il Gualterio, che guardando vagamente a de stra e a sinistra, aveva fatto le viste di non porre mente al diverbio, trasse di tasca l'orologio d'oro ed esclamò:

— Non farei forse meglio di andare a casa, lasciando liberi questi signori? — e l'alta, po derosa persona, precocemente pingue e dalle spalle arrotondate, disparve senz'altro verso San Silvestro.

L'onorevole rimase alquanto sconcertato dalla diserzione del cavaliere Gualterio, comprendendo che oramai Adriana non avrebbe pili avuto nes · sun ritegno.

Infatti ella disse: — Ci sarebbe da supporre che tu abbia sog gezione di mostrarti in pubblico con me. Se è per la tua medaglietta, rassicurati. Io ne ho portate in giro anche di più autorevoli. — Olii la mia medaglietta non c'entra — escla mò irritato il Montefalco — Ma non vedo perchè si debba fare in piazza quello che si può fare comodamente in casa propria. Tu dovresti essere più seria e renderti conto di certe esigenze — cd egli stesso, nella concitazione, cominciò a dare del tu all'amante, dimenticando il contegno ri servatissimo, mantenuto durante l'intiera giornata al cospetto di Flora. La povera fanciulla tremava e, sotf:> la man tellina, stringeva forte le mani intrecciate, quasi a implorare pietà. Per una immediata rievo cazione, ella si rivide in quel memorando po meriggio di autunno, allorché Germano, nella [p. 163 modifica]sala a pianterreno della casa bianca, le sorreg geva il passo vacillante per la recente malattia. E dalla finestra spalancata saliva 1' odore della campagna, e il lembo estremo dell'orizzonte era cosparso di natanti nuvolette rosee, che facevano somigliare il cielo all'aiuola di un giardino in fiore. Perchè non era morta allora? L'avrebbero sepolta nel verde cimitero campestre ed ella ri poserebbe adesso in pace, fra suo padre e suo nonno, cullata dallo stormire degli alberi, che, nel silenzio profondo della notte, bisbigliano fra loro arcane storie e si curvano pietosamente so pra le umili tombe.

— questione di dignità — diceva con alte rezza Adriana --- non posso tollerare che si ar rossisca di me — e si avviò con passo energico verso l'ingresso del negozio.

L'onorevole le si pose a fianco, camminando impettito, accigliato, col cappello tirato sugli occhi, maledicendo in cuor suo i capricci delle femmine.

Flora teneva lor dietro a testa curva, docil mente, simile a povero cagnolino randagio che in un paese pieno d'insidie sia obbligato a se guire le traccie di qualche sconosciuto per non rimanere abbandonato in mezzo alla via.

Appena seduti nella vasta sala luminosa, dove per l'aria vagava un fumo denso di tabacco, e dove le voci, gaie e discrete, formavano un suono confuso e ininterrotto, quale di api ronzanti a sciami entro le celle di un alveare, Adriana di venne dolce più dello zucchero. Era la sua tat tica. Quando aveva vinto, non voleva mai stra vincere, e, dopo la vittoria, si mostrava umile, quasiché avesse ricevuto una sconfitta.

— Ri — era questo il nome che ella dava a [p. 164 modifica]Riccardo nell'intimità — Ri, non ti pare che si stia molto bene qui dentro?

Ri, senza rispondere e agitando le mandibole, si rivolse al cameriere, che si avvicinava con aspetto affaccendato, «Tre punch» egli ordinò.

— No, no — disse dolcemente Adriana — giacché pare che il mio povero punch ti dia tanto sui nervi, prenderò invece una tazza di latte.

--- E lei, signorina? — domandò il Montefalco, indirizzandosi a Flora, che rimaneva con fusa, senza rispondere.

--- Una tazza di latte anche per Flora — disse Adriana con soave condiscendenza, quasiché il sostituire il latte al punch fosse, da parte sua, una delicata attenzione ai gusti di Ri.

— Allora sta bene — disse Ri con sarcasmo amaro — giacché siamo entrati per prendere il punch, è naturale che si prenda tutt'altra cosa. Altrimenti la logica dove sarebbe?... Tre tazze di latte — ordinò poi al cameriere.

Adriana fissò l'onorevole con occhi inteneriti: — Ecco che anche Ri prende il latte per tener compagnia alle signore! Sai, Ri, che questo è molto gentile? Riccardo si strinse nelle spalle e cominciò a sorseggiare lentamente il latte, ostinandosi a fis sare gli occhi in aria verso il soffitto. — Ma guarda com'è buffa la mia piccola bestiolina! — esclamò Adriana, all'improvviso, ro vesciando il busto all'indietro per ridere di un riso sonoro con la sua bella voce di contralto. — In vita mia non mi è mai capitato di vedere una bestiolina cosi buffa! L'onorevole guardò Flora con la coda del[p. 165 modifica]l'occhio, e nemmeno lui potè trattenersi dal sor ridere.

Flora, col cappello rosso che le era andato di traverso per le burrascose vicende di piazza Navona; con la mantellina di pelliccia che le si ri gonfiava intorno e di cui l'alto bavero le solleti cava il mento, facendola a ogni poco guizzar sulla seggiola, come per le punzecchiature di un insetto, col visetto spaurito e la punta delle dita uscenti appena dai merletti delle maniche troppo lunghe, somigliava a una gattina che, mascherata da signora per il tripudio d'infantile brigata, ten tasse arruffare il pelo, a sgomento dei persecu tori, e battesse in pari tempo le palpebre con moto rapido e spesso, quasi meravigliandosi essa medesima di trovarsi in quelle bizzarre circo stanze.

Un personaggio di età avanzata, aitante della persona, dai modi signorili e l'andatura disin volta, si avvicinò al gruppo e, dopo essersi tolto e rimesso il cappello con atto sollecito, battè lie vemente sopra una spalla del Montefalco, il quale si alzò di scatto premurosissimo e lasciò sole un momento le signore per appartarsi, poco discosto, con colui che lo aveva chiamato.

Adriana appuntò i gomiti sull'orlo del tavolo e, curvandosi verso la figliuola seduta di fronte, disse a bassa voce:

— Quello è un sottosegretario di Stato: il che non gl'impedisce di essere ' anche un imbe cille. Io non gli avrei mangiato la sua rispetta bilità se fosse rimasto vicino a noi. E il mio caro onorevole hai visto in che bel modo mi tratta? Mi pianta qui, senza cerimonie, come se io fossi la sua governante. [p. 166 modifica] Flora — che, quantunque igna.ia delle costu manze mondane, sentiva per istinto quanto infatti il contegno dell'onorevole Montefalco fosse poco rispettoso verso sua madre- — disse:

— Ma dal momento che tu dài tante lezioni di musica e guadagni in modo da viver bene col tuo lavoro, perchè cerchi di sposare quel l'uomo?

Adriana rimase di stucco e spalancò gli occhi, smisuratamente, per meraviglia; ina poi si ri cordò che in parecchie sue lettere, rispondendo alle affettuose domande di Flora, la quale voleva sapere che genere di vita sua madre conducesse a Roma, ella aveva asserito, a più riprese, di trascorrere le giornate a impartire lezioni di canto e di pianoforte a signorine di ragguarde voli famiglie. Anzi si ricordava adesso di aver precisato perfino la cifra de' suoi guadagni, fa cendoli ammontare a trecento lire mensili. Quanto alla peregrina idea che ella aspirasse ad unirsi in matrimonio coll'onorevole, si trattava evidente mente di una ingenua supposizione di Flora: supposizione che bisognava dissipare subito per evitare che la bestiolina si lasciasse sfuggire, in proposito, qualche stupida frase in presenza del Montefalco e urtasse la prudente suscettibilità di lui, sempre vigile e ombrosa.

Adriana dunque disse lentamente, tenendo fisso lo sguardo sul volto della ragazza, perchè questa potesse afferrare intiero il senso recondito di ogni sua parola:

— Anche supposto che sia vero ch'io guadagni molto, come ti scrissi, dando lezioni di canto e pianoforte, ciò non vuol dire. Una donna ha sempre bisogno di chi la protegga, e l'onorevole Montefalco [p. 167 modifica]è un amico prezioso, che mi protegge in mille modi. Egli è un uomo serio, autorevole, rispettabile, e che non pensa menomamente a sposarmi, per la semplice ragione che ha moglie e due belle fi gliuole al suo paese.

Il volto di Flora diventò bianco, poi rosso, e la bocca ebbe una involontaria, spasmodica con trazione di dolore, di cui Adriana non volle ac corgersi.

— Evita dunque di parlare di cose che non sai. Guardati intorno, cerca di capire, e impara a dire solo ciò che può riuscire vantaggioso ad essere detto. Le parole inutili c'è sempre tempo a metterle fuori.

L'onorevole tornò in fretta, col viso raggiante e la bocca aperta, in tutta la sua larghezza, da un riso di soddisfazione invincibile.

Il sottosegretario di Stato gli aveva parlato confidenzialmente di un viaggio che il ministro dell'istruzione avrebbe fatto ben presto nella provincia dove i Montefalco possedevano i loro beni, e l'onorevole pregustava già il piacere di fare gli onori di casa a Sua Eccellenza. Oltre ciò, l'uomo politico, salutando il Montefalco e stringendogli la mano con benevolenza protet trice, aveva avuto un gesto discreto di ammira zione all'indirizzo di Adriana e un tacito, fine sorriso di approvazione per il buon gusto del l'amico; la qual cosa aveva solleticato in maniera assai gradita la vanità del Montefalco, il quale, prima di uscire dal negozio, volle a ogni costo regalare a Flora una scatola di canditi.

Presso il portone di via delle Fiamme l'ono revole rimaneva incerto; ma Adriana lo trasse d'impaccio pregandolo di salire un momento. [p. 168 modifica]Devo chiederti un piacere e sarebbe noioso chiacchierare a quest'ora in mezzo alla strada.

Riccardo accettò la proposta con viva solleci tudine e, senza altre cerimonie, aprì egli stesso il portone con la chiave che teneva in tasca.

Camilla, già rincasata da un pezzo, si presentò mezza discinta e cogli occhi gonfi di sonno. I capelli le ricadevano ai lati della fronte in * rade ciocche scarmigliate e il viso, adesso senza cipria, appariva giallo, disfatto, reso anche più sgrade vole dalla punta di astuzia maligna, non del tutto dissimulata sotto la dolcezza obbligatoria del suo sorriso servile.

Entrarono nel salotto e Adriana si liberò su bito del cappello e della giacca, invitando l'ono revole a fare altrettanto; ma egli rifiutò, osser vando con ostentazione che non valeva la pena di togliersi il pastrano, visto che avrebbe dovuto andarsene via fra pochi minuti.

Camilla fu sollecita a portarsi la mano alla bocca, fingendo di tossire, ma volendo celare in vece il riso beffardo che le parole dell'onorevole avevano provocato in lei.

--- Questa bella bambina casca di sonno. Sa rebbe opportuno, io credo, di mandarla a letto — disse l'onorevole, seguitando a rimanere in piedi, col bastone in una mano e il cappello nel l'altra, come persona che sia sul punto dì pren der congedo.

Adriana, la quale si era distesa sopra una pol trona e teneva le mani intrecciate dietro la testa, soffocò un piccolo sbadiglio, poi disse a Ca milla:

— Accompagna la signorina in camera sua e, dopo, vai pure a coricarti — e si volse con atto [p. 169 modifica]languido, dalla parte della figliuola per accettare distrattamente il bacio che questa le deponeva sopra la gota.

— Vuole che io l'aiuti a spogliarsi, signorina? — domandò la cameriera, desiderosa di attaccare discorso con la giovanetta per conoscere fino a qual punto ella fosse edotta della situazione di sua madre.

— No, no, grazie — rispose Flora vivamente, e appena Camilla fu uscita, chiuse la porta a dop pia mandata e respirò a lungo, simile a chi ri conosca il sapore dell'aria pura, dopo essere ri masto per molte ore imprigionato entro un am biente infetto.

Gettò con impeto lungi da sè il cappello e la mantellina, si tolse affannosa il vestito color nocciuola e le parve di avere riacquistato una parte di sè stessa quando si vide con l'umile sot toveste e il povero copribusto indossati la mat tina precedente nella casa bianca.

Rimaneva in piedi, nel mezzo della stanza, con l'esile persona protesa in avanti, con le braccia strette sul petto, i piedi frementi, l'occhio aperto e fisso, nell'atteggiamento di una cerbiatta, che abbia superati boschi e valicati torrenti per Sfug gire alla muta inseguitrice e che, facendo final mente sosta fra densi cespugli, si tenga pronta a ripigliare la corsa al menomo stormir delle fronde.

Tra i sentimenti confusi che le gonfiavano il cuore, predominante era quello della paura; una paura strana per qualchecosa d'ignoto e di ter ribile che avveniva intorno a lei e di cui ella provava il terrore nel brivido delle sue carni, senza pervenire a rintracciarne la causa. [p. 170 modifica]Il vetturino, il portiere, Renato, Camilla, sua madre, l'onorevole, il cavaliere Gualterio, la folla di piazza Navona, si confondevano nella sua mente e assumevano, tutti insieme, 1' aspetto di una tartaruga gigantesca, che muovesse adagio adagio verso di lei per inghiottirla entro il gu scio di quella sua crosta variopinta. Dal guscio deforme facevano capolino ora la testa bionda di sua madre, ora la tonda faccia dell'onorevole, ora il viso scialbo del cavaliere Gualterio che sem brava fissarla con pertinacia e chiamarla a sè col fascino degli occhi sonnolenti.

Il legno del cassettone ebbe uno scricchiolìo acuto, simile allo zirbo di un grillo chiuso entro una gabbietta di vimini, e Flora si destò di so prassalto dalle sue strambe fantasticherie.

No, non era una tartaruga, era semplicemente un grosso ragno che al lume incerto della can dela ondeggiava sulla parete, avanzando, indie treggiando, ora allungandosi in alto verso il sof fitto, ora dilatandosi in basso, vicino al pavi mento! E quel ragno era 1' ombra di sè stessa nei varii movimenti cl]e ella faceva con le braccia per finire di spogliarsi.

Nel togliersi il busto Flora scorse una medagliuzza di argento che teneva appesa al collo, e rimase immobile a contemplarla, quasiché si trat tasse di uno strano oggetto veduto allora per la prima volla.

La medaglia portava da un lato 1' immagine della madonna di Loreto, rigida nella sagoma bizantina, stretto il corpo in una specie di fa sciatura ed eretto il capo faticosamente a sostenere il peso del diadema. Il pargoletto, fasciato anche lui, si teneva come arrampicato sopra il seno materno. [p. 171 modifica]Dall'altro lato della medaglia era circolarmente incisa la scritta: «Virgo purissima, ora prò nobis /»

Flora non si ricordava da chi quella medaglia le fosse venuta. L'aveva portata sempre, appesa per anni a una sottile catenina di argento, e poi, dopo che la catenina si era rotta o perduta, ap pesa a un cordoncino di seta.

Suo padre, che non era eccessivamente reli gioso, ma che era superstiziosissimo, al pari di tutte le persojne infelici e deboli, attribuiva a quella medaglia la secreta virtù di un talismano.

Un avvenimento dell'infanzia tornò alla niente di Flora.

Ella era'piccina, molto piccina, e in un fosco mattino autunnale si trovava sola a giuocare con alcuni gusci di noce nello spiazzo davanti alla casa bianca. Le piogge recenti avevano lasciato tante piccole pozzanghere, e la bambina, stesa in terra bocconi, con le gambette e le vesticciuole fin so pra il ginocchio, si divertiva a far galleggiare i gusci a guisa di minuscoli vascelli, entro cui aveva collocato trasversalmente due lunghe pa gliuzze a foggia di remi. A un tratto ella vide venirsi addosso, con le ali aperte, il collo pro teso, spalancato in atto di minaccia il becco giallo e piatto, un grosso anitrone, un maschio terribile, d'istinti bellicosi e feroci. La piccolina si alzò, ur lando, e si dette a fuggire disperatamente; ma la bestia, con rauchi gridi, acquattandosi sempre di più e strisciando rapida il suolo, la raggiunse, l'atterrò, le fu sopra con il poderoso starnazzar delle ali. La bimba, agitando convulsamente le braccia e le gambe, era sul punto di morire sof focata, quando un contadino, attratto dagli urli, [p. 172 modifica]accorse a precipizio, afferrò per le zampe Fani" male e, dopa una breve lotta accanita, pervenne a tirargli il collo e lo gittò lontano a dibattersi nelle ultime convulsioni dell'agonia. Pochi minuti ancora e la bimba sarebbe inevitabilmente rima sta uccisa. Suo padre attribuiva il miracoloso in tervento del contadino alla virtù protettrice della medaglia.

Flora, sola adesso nell'angusta cameretta, ebbe la precisa sensazione di rivivere quel momento spaventoso.

Rivide il cielo chiuso e tetro sopra la campa gna accidiosa; rivide anche una nube nera che, carica di pioggia, volava via dalla parte del mare.

Tutta la sua infanzia, trista e solitaria, ma pu rissima e austera, le si ridestò nella memoria, ed ella sentì di essere oggi più infelice, più desolata, più tapina della sera in cui le avevano riportato il cadavere di suo padre ripescato nel vascone.

Si coricò, spense il lume e chiuse gli occhi per obbligarsi al sonno; ma una visione, anche più atroce delle altre, la fece sobbalzare sotto le col tri. Balbina camminava baldanzosamente per le vie di una città meravigliosa, descritta a Flora come una città di sogno, lucente di marmi e in coronata di verzura; Balbina camminava con le mani colme di fiori, la chioma accesa, scintillante al sole, e Germano le stava al fianco, guardan dola amorosamente e sospirandole all'orecchio pa role fervide.

L'aspide della gelosia, che Flora era giunta a sopire in questi ultimi tempi, le si snodò più rabbioso dal cuore, le avvolse il petto entro le spire gelide, la punse forte, intossicandole tutte le vene. [p. 173 modifica]La giovanetta si sollevò sui guanciali, protese le braccia nell'oscurità, quasi a implorare miseri cordia, e pianse interminabilmente sottovoce, come un povero bimbo febbricitante che pianga per esalar la sua pena e che non abbia nessuno vicino a sè, da cui trarre lenimento a' suoi mali.