Roma italiana, 1870-1895/Il 1877

Il 1877

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Il 1877.



Il Parlamento — Il processo contro la Gazzetta d’Italia — Interpellanze alla Camera — Il prudente allontanamento dell’on. Nicotera — Deputati-prefetti e indiscrezioni del ministro dell’Interno — Il Cantelli si difende al Senato — La sottomissione del partito di Governo — L’istruzione obbligatoria — La legge sugli abusi del Clero e le sue conseguenze — L’allocuzione papale infiamma i clericali — I nuovi cardinali — La morte di monsignor Nardi — Il canonico Audisio — Doni dei pellegrini al Papa — Il duca d’Aosta e Pio IX — Il trentesimo anniversario della promulgazione dello Statuto — Indirizzi e dimostrazioni al Re — Le proibizioni del Nicotera — Vittorio Emanuele e i pellegrini Savoiardi — Lavori e case operaie - Il tram per Ponte Molle — L’Imperatore del Brasile a Roma — Ricevimenti e balli — Le elezioni amministrative — Fra l’on. Pierantoni e Albanese — L’Associazione della Stampa — Il medico del Papa — Come Pio IX celebrava la messa — La commemorazione repubblicana del 20 settembre — Le convenzioni ferroviarie e il ritiro dell’on. Zanardelli — Francesco Crispi al ministero — L’ultimo Concistoro del Papa e l’ultimo viaggio del Re.


Dopo specialmente che la capitale si fu stabilita nella sua ultima sede, in Roma, il parlamentarismo assorbi tutta la vita della nazione. Inefficace fecesi l’iniziativa privata, quasi nulla quella del Comune, soggetta in ogni questione economica, edilizia e scolastica alle deliberazioni delle due Camere. Il Re stesso, che se della iniziativa non si era mai prevalso, aveva peraltro aiutata quella del potere esecutivo con la sua autorità ogni volta che eragli apparsa utile alla nazione, dava a conoscere di non desiderare più l’intervento proprio in nessuna quistione e di rimettersi in tutto e per tutto ai ministri, che governavano col Parlamento. Con la sua solita lealtà aveva chinato la testa ai voti dei rappresentanti della nazione, quando quei voti gli additarono di dover comporre un ministero di Sinistra, e dal 18 marzo 1876 fino al 9 gennaio 1878, con nessun atto il Sovrano cercò di far sentire che l’Italia aveva un Re. Vittorio Emanuele non fece nė disse nulla in quel principio del 1877. Il solo atto notevole che compisse fu il conferimento di un titolo nobiliare al general Medici: lo chiamò Marchese del Vascello, in memoria dell’eroica difesa di quel luogo.

Fino al 15 gennaio, chiuso il Parlamento, la vita pubblica tacque. Ma nelle vacanze erano avvenuti fatti tali che spinsero subito l’on. Corte a muovere interpellanza al Ministro dell’interno, prima sulla nomina del Minervini a Consigliere di Stato e poi sulla proibizione fatta agli impiegati di leggere la Gazzetta d’Italia, che continuava le accuse contro il Nicotera e ogni giorno commentava le discussioni del processo di San Firenze. Il Pancrazi, direttore di quel giornale, combatteva una fiera battaglia, con mezzi sproporzionati. Il suo ufficio di via del Castellaccio era sempre [p. 157 modifica]circondato di carabinieri e guardie, ogni momento il giornale era minacciato di non potersi pubblicare per la fuga dei gerenti, che non aveva modo li per li di sostituire; la tipografia stessa era in continua ribellione, perché i repubblicani di Firenze, che avevano amici fra gli operai, li incitavano a fare sciopero. Le carte della Prefettura, con le quali volevasi provare che la Gazzetta d’Italia era sussidiata dal precedente Ministro dell’interno, erano portate al tribunale per coinvolgere il Cantelli nel processo. Il Nicotera lo accusò di menzogna, lui assente, in piena Camera, e il general Ricotti, come collega del conte Cantelli, sorse a difenderlo, e disse che si sarebbe potuto domandare anche al Ministro attuale come impiegava i fondi segreti. La discussione si appassionò, il Minghetti vi prese parte, e il Nicotera facendo l’apologia di se stesso, dicendosi superiore a qualsiasi eccezione, continuò nelle accuse asseverando che il Cantelli dava denari alla Gazzetta d’Italia. Il Corte ritirò la sua mozione, con la quale voleva che la Camera invitasse il Ministro ad esser più guardingo nel fare atti di autorità, ma l’incidente non fini qui e non poteva finire, perché il paese si appassionava a quel duello a oltranza fra un ministro potente e autoritario e un giornalista. Per pochi giorni il Nicotera si ritirò dalla scena politica e andò in Calabria, dicendosi ammalato; l’interim del ministero dell’interno fu preso dal Depretis, e si disse che il presidente del Consiglio, accorgendosi che il Nicotera era un motivo di debolezza per il ministero, lo avesse allontanato temporaneamente per indurlo poi a dimettersi. Invece il viaggio e l’interim non avevano altra mira che quella di contentare Cairoli, che insieme con Garibaldi e Miceli, voleva presentare uno schema di legge per pareggiare ai Mille i superstiti della spedizione di Sapri. Presente alla Camera il Nicotera, sarebbe stato indelicato sollevare quella questione. Il Sella prese subito la parola per dimostrare che il servizio reso al paese dalla spedizione dei Mille era grandissimo, ma che gli atti della Camera non dovevano essere determinati da tentativi parziali, che la storia dell’Italia moderna era ricca di tentativi gloriosissimi, e dando un posto d’onore così spiccato alla spedizione di Sapri, bisognava darlo anche agli altri, tanto più che la spedizione di Pisacane, del Nicotera e compagni, non era fatta sotto la bandiera della monarchia di Savoia, e non parevagli opportuno nè conveniente di prendere in considerazione il progetto di legge presentato da alcuni deputati.

Il Depretis, al quale poteva mancare il coraggio per le grandi iniziative, ma che era dotato di fino accorgimento politico, dichiarò che il Guerno, come egli diceva, doveva rimanere estraneo alla discussione, ma tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, e non scontentare il gruppo Cairoli, aggiunse che non poteva concordare con l’on. Sella quando accettava una ricompensa per i Mille, che compirono una spedizione coronata da esito portentoso, e la negava ai superstiti della spedizione di Sapri, che caddero al grido di: «Viva l’Italia».

L’on. Cairoli tacciò di scortesia nuova negli annali parlamentari, il rifiuto del Sella, il quale a sua volta replicò che mentre pendeva il processo di Firenze, processo che metteva in dubbio appunto l’eroismo del Nicotera, non doveva impegnarsi la Camera. Nonostante questa opposizione, il progetto di legge fu votato, e subito dopo, perfettamente guarito, il Nicotera tornava a Roma. Ma quel processo di Firenze doveva occupare anche il Senato alla ripresa dei lavori.

Il ministro dell’interno, in febbraio, interrogato dal Corte, mentre si discuteva la legge sulle incompatibilità parlamentari, se aveva intenzione di diminuire la scelta dei prefetti fra i deputati creando così un numero minore di noie, ed eliminando i danni che derivavano alla carriera delle prefetture, risponde che può assicurare che se tre deputati furono nominati prefetti, fu a loro richiesta e se faceva una nomina di cui la stampa si era occupata, avveniva per desiderio stesso del deputato. Ora la nomina in petto era quella del Correnti a Segretario dell’Ordine Mauriziano, e i [p. 158 modifica]prefetti erano Gravina e Paternostro, senatori; Sormanni-Moretti, Murgia e Tonarelli, deputati. Le dichiarazioni del ministro dispiacquero alla Camera, e i due senatori non mancarono di fargli rimostranze. Anche i ministeriali si accorsero che il Nicotera non aveva saputo esser temperante, e il La Porta cercò di rimediare il malfatto, assicurando che il ministro non aveva voluto offendere la suscettibilità dei deputati prefetti, nè menomare la dignità del Governo. Ma l’irruento ministro invece di pronunziare poche parole e ringraziare l’amico, ecco che fa uno sfogo lagnandosi che ogni suo atto, ogni sua parola facesse malignare sul conto suo, e per provare che si era anche in passato ricorso a deputati per coprire cariche di fiducia, cita il fatto del Minghetti, mandato a Vienna nell’estate 1870.

La differenza fra quella missione temporanea e quella stabile dei deputati prefetti era grande. Il Minghetti nel recarsi a Vienna durante la guerra, in un momento difficile, aveva assunto una missione che altri non avrebbe forse potuto disimpegnare, e ne era stato richiesto dal ministro degli esteri. Qui, secondo il Nicotera, erano i deputati che avevano chiesto le prefetture, e il Minghetti volle far notare la differenza.

Il Nicotera, al termine della discussione della legge sulle incompatibilità parlamentari, volle un voto di fiducia e l’ottenne, ma intanto l’on. Cantelli, ex-ministro dell’interno, aveva presentato al Senato una interpellanza contro di lui, alla quale dovette rispondere, benchè se ne schermisse chiedendo che si nominasse una commissione di cinque senatori. Il Cantelli fece una auto-difesa in regola, smentendo le accuse del Nicotera. Non negò di aver pagato certe somme al direttore della Gazzetta d’Italia, ma per altre ragioni che per sussidi al giornale, e dichiarò anzi di sapere che esistevano alla prefettura di Firenze le ricevute di quei pagamenti prodotte nel processo dal ministro dell’interno. Terminò con chiedere su tutta la sua vita, svoltasi alla luce del sole, il giudizio della storia. Il Nicotera, urtato forse dalle approvazioni che il discorso del Cantelli aveva suscitato nel Senato, protestò di non dividere le opinioni dell’avversario ed esclamò: «Io non sussidio nessuno». E il Bersagliere? gli fu gridato da più parti. Il ministro rivolse allora ai senatori la sfida di provargli che il Bersagliere fosse sussidiato, e gli fu risposto con sussurri e risate. Ma v’è di più: il Senato aderì di passare all’ordine del giorno.

Il Nicotera non era soltanto fatto bersaglio dai moderati, ma anche dalla frazione più spinta del suo stesso partito, la quale lo faceva attaccare dal Bertani, accusandolo di non voler presentare il progetto di riforma elettorale.

Nonostante questa opposizione latente contro il ministro dell’interno, che si manifestava dentro e fuori della Camera, la maggioranza non mancava mai ai suoi progetti di legge, nè a quelli dei suoi colleghi. La Camera approvava tutto e un giorno sui banchi dei deputati fu trovato questa satira carina, che si disse scritta da un giovane deputato toscano, che sedeva al centro.


A una pecora.


O mite bestiolina,
Che muovi a testa china
E una dolce occhiata
Volgi al guardiano iroso
Se nel groppon lanoso
T’appioppa una pedata,

E se ti nuda dorso
O al pascolo ti mena
Sei del paro serena
E non conosci il morso
O il rimproccio, poichè
Sai dir soltanto: Bèe;

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Io t’ammiro, o gentile
Animaletto vile,
Che gli altrui passi pronti
Seguiti lemme lemme
Dai monti alle Maremme,
Dalle Maremme ai monti.
T’è vanto, amore e legge
La stalla ove t’han messo;
Purché ti sia concesso
Di rimaner nel gregge,
Non chiedi mai perchè,
Pronto a risponder: Bee.

Quel tuo belo contento
Mi sa di Parlamento;
Io nella tua sembianza
M’affido e mi sorreggo,
Pecorino, e ci veggo
Un che di maggioranza
Che il cane esecutivo
Coi denti suoi consola;
Perchè della parola
Il buon Iddio t’ha privo?
Forse, venuto qui,
Avresti detto: Sii.


Fra tanta smania di rifar tutto, che sgomentava alcuni, il Governo fece la proposta di un disegno di legge, vivamente desiderato da quanti si vergognavano del gran numero di analfabeti che vi era fra noi: intendo parlare del progetto di legge per l’istruzione obbligatoria. A quella grande riforma va associato il nome del Coppino, ministro dell’istruzione pubblica di quel tempo, il quale per essere appunto nato in umile condizione capiva meglio di molti altri la necessità di quella riforma a benefizio del popolo.

I retrivi accusano la legge sulla istruzione obbligatoria di avere aiutato la diffusione delle idee sovversive fra le masse non più analfabete; ma essi con questo non accennano altro che agli svantaggi che ha fruttato quella legge, e non guardano ai vantaggi, che ha procurato, e che procurerà sempre più. Dove l’istruzione è penetrata si vede il popolo rinnegare la superstizione tradizionale ed acquistare maggior dignità personale. Che fosse un bisogno che l’ignoranza venisse considerata come una inferiorità, lo provano due fatti: come sono umiliati i vecchi che debbono confessare di non saper leggere nè scrivere, come sono frequentate le scuole. Nessun padre ormai nega al proprio figlio l’istruzione elementare quando non può dargliene altra, ma nelle città specialmente anche i figli degli artieri non si limitano a questa e continuano a studiare sia nelle tecniche, sia nelle scuole professionali e serali.

Prima della legge i benemeriti dell’istruzione furono la Lega popolare promossa da Biagio Placidi e i notabili di Trastevere. Essi distribuivano libretti di cassa di Risparmio ai migliori alunni e libri e medaglie. Ai primi del 1877 questa distribuzione si fece dai notabili Trasteverini con molta solennità nel Politeama Romano e il numero dei premiati dimostrò come la necessità della istruzione avesse fatto strada nella coscienza del popolo. La Lega distribui in primavera 80 libretti agli alunni di 40, di 25 e di 15 lire, e 12 premi di cento lire l’uno ai maestri. In quell’anno crebbe molto il numero degli alunni alle scuole comunali e anche la Scuola Superiore Femminile fu più frequentata, benchè la signora Fusinato fosse morta. Al posto di lei venne nominata la signora De Gubernatis, che ha dato a quella scuola tutte le sue cure, fino al momento della morte, avvenuta or fanno due anni.

La legge contro gli abusi del Clero, intempestivamente presentata alla Camera mise in agitazione i papisti stranieri e fece correre il Vaticano alle armi. L’ho tacciata d’intempestiva perché nel codice penale di quel tempo, vi erano disposizioni, che avevano efficacia di reprimere e punire ogni abuso del Clero, soltanto erano cosi andate in disuso, che nessuno sapeva sussistessero. Il Mancini volle armi nuove, la Camera gliele concesse, il Senato gliele negò, ma l’annunzio solo della [p. 160 modifica]presentazione del progetto di legge era bastato a promuovere l’agitazione. E il 13 marzo Pio IX nel creare sette nuovi cardinali, pronunziò una Enciclica così violenta, come non ne aveva più pronunziate dopo il 1870. Il Papa chiamava il mondo intero a testimone, non solo delle sue sofferenze ma anche di quelle della Chiesa, che dipingeva schiava del Governo italiano, senza che il Pontefice potesse proteggerla contro le usurpazioni. Condannava di nuovo la legge sulla soppressione delle Corporazioni religiose, la libertà dell’insegnamento, il divieto delle processioni, ma più di tutto la legge contro gli abusi dei ministri del Clero, dimostrando che causa d’ogni male era la riunione di Roma all’Italia e reclamando la restaurazione del potere temporale, come condizione unica del libero esercizio del suo ministero.

Il ministro Guardasigilli non fece sequestrare i giornali che la pubblicarono e per ispiegare il suo operato e il concetto che in questo eragli servito di guida, inviò una circolare ai procuratori generali. Ma l’allocuzione comunicata dal cardinal Simeoni ai Nunzi fuori d’Italia specialmente, produsse un grande fermento. Vi furono dimostrazioni papiste a Londra, a Parigi, in Irlanda e in Boemia. Alcuni senatori e deputati francesi richiamarono l’attenzione del duca Décazes, ministro nel gabinetto presieduto da Jules Simon, sulla situazione intollerabile fatta al Papa. L’agitazione clericale era così grave in Francia che il Leblond, interpellò il presidente del consiglio sulle mène dei clericali. Jules Simon rispose che professava sincero rispetto per la religione, ma era fermamente risoluto a non tollerare che il clero uscisse dalle sue attribuzioni spirituali e che soprattutto avrebbe impedito gli attacchi contro un vicino paese. Egli aggiunse che la legge italiana delle Guarentigie proteggeva efficacemente la persona e la libertà del Papa e che era un inganno quello di far credere che egli fosse prigioniero al Vaticano. Jules Simon disse che le petizioni contro la legge Mancini, che si discuteva al Parlamento italiano, erano una intervenzione biasimevole negli affari interni di un’altra nazione e ricordò di avere ordinato ai prefetti d’impedire che fossero propagati scritti oltraggianti un paese limitrofo e d’opporsi a ogni manifestazione che poteva compromettere l’accordo internazionale. Concluse poi assicurando che le agitazioni erano opera di una infima minoranza, ripudiata dalla maggioranza, e che la legge doveva esser rispettata.

La Camera di Versailles, dopo le dichiarazioni del ministro, approvò il seguente ordine del giorno:

«La Camera considerando che la recrudescenza delle dimostrazioni degli ultramontani è un pericolo per la pace interna, invita il Governo a usare dei mezzi legali di cui dispone e passa all’ordine del giorno».

Il general Cialdini, nostro ambasciatore a Parigi, ringraziò Jules Simon per aver così validamente prese le parti dell’Italia nella discussione e la sera dopo un gran numero di notabilità politiche intervennero al ricevimento dato dal marchese de Noailles al palazzo Farnese e non mancarono le congratulazioni per le dichiarazioni esplicite di Jules Simon.

Si dice che il Papa fosse stato indotto a pronunziare la violentissima Enciclica per impedire in avvenire nuove proposte di conciliazione con l’Italia, che gli eran fatte continuamente da personaggi eminenti. Prima di pronunziarla peraltro volle il parere di tre diplomatici accreditati presso la Santa Sede e questi lo incoraggiarono a protestare contro la legge, assicurandolo che la sua protesta avrebbe trovato appoggio presso i Governi stranieri.

La nomina dei sette nuovi cardinali che erano Nina, Serafini, Sbarretti, da Canossa, Apuzzo, Benavides, Garcia Gil, Caverot, Paya y Rico, de Falloux e Howard, dette luogo a feste al palazzo Ruspoli, ove abitava il penultimo, e alla villa Negroni, residenza del cardinale inglese, eletto per [p. 161 modifica]

Da una fotografia dei fratelli Alinari
IL MONUMENTO A GIORDANO BRUNO
Opera dello scultore ETTORE FERRARI


[p. 163 modifica]premiare i papisti inglesi della loro fedeltà. Il de Falloux, reggente della Cancelleria Apostolica, era un cardinale sui generis, elegantissimo e galante.

Il cardinale di Canossa e l’Apuzzo, arcivescovo di Capua, che non avevano a Roma residenza stabile, andarono dal de Falloux al palazzo Ruspoli, ove monsignor Cataldi, maestro di cerimonie del Papa, recò loro la lieta novella della elezione. Intorno ai nuovi cardinali erano riuniti il general Kanzler, il conte Vespignani e molti invitati, fra i quali l’ambasciatore di Francia, signor Baude e il ministro del Belgio. De Falloux non era un cardinale dotto, ma aveva maniere insinuanti e sapeva rappresentar bene.

Monsignor Cataldi si recò pure alla villa Negroni e qui trovò l’Howard circondato da tutti i cattolici inglesi di Roma, e anche dal colonnello del reggimento delle guardie delle Regina, nel quale aveva servito il nuovo porporato prima di entrare negli ordini religiosi.

Circa quel tempo la Santa Sede perdè il suo più valido campione della penna, il direttore della belligera Voce della verità, monsignor Nardi.

Era di Vazzola, presso Udine, e coprì per molto tempo il posto di Uditore di Rota; pochi giorni prima della sua morte era stato nominato segretario della Congregazione dei vescovi. Egli abitava al palazzo Cavalletti a Campitelli e gli furono fatti in S. Maria di quel Rione solenni funerali. Dal suo testamento si deduce come fosse colto, amante del bello e anche caritatevole. Al cardinal Vicario lasciò 10,000 lire per i poveri e per le scuole cattoliche; alla chiesa in cui fu battezzato un calice di vermeil; un altro bellissimo, tutto d’argento, al Papa; al marchese Cavalletti una bibbia del Mame; un magnifico messale stesso alla chiesa di Campitelli, e mille lire ai poveri della parrocchia di Vazzola, e mille a quella dove morì.

Ho parlato in altro capitolo del libro dell’Audisio, canonico di S. Pietro, libro che aveva fatto tanta pena al Papa. Il canonico dovette ritrattare e rinnegare l’idea fondamentale del libro, idea che era quella che la Chiesa e lo Stato fossero due società parallele, criticata dallo Zigliara dell’Ordine dei Predicatori. Come l’Audisio era stato costretto a dare le dimissioni da professore dell’Università, così ora dovette soccombere nella guerra, che gli era mossa. La Chiesa non voleva che un prete riconoscesse che lo Stato doveva avere in altro campo potere eguale al suo, e non poteva permetterlo.

I primi pellegrini che furono ricevuti in quell’anno al principio delle feste per il Giubileo episcopale di Pio IX, non potevano essere altro che i francesi, in ricompensa dello zelo dimostrato. Essi portarono molti doni, fra cui un portafoglio con 50,000 lire in biglietti nuovi della Banca di Francia, ma i doni non eran ricchi come quelli degl’inglesi. Il solo pellegrinaggio, composto del duca di Norfolk, del conte di Gainsborough e di lord Denbigh, offri al Papa per l’obolo 400,000 lire in oro.

Il Pontefice ebbe pure 18 rotoli di monete d’oro dai belgi, 12 chili di monete pure d’oro, e una cambiale pagabile a vista, in bianco. I militari pontificii gli offrirono una spada con la impugnatura d’oro, eguale a quella donata al Re dai Romani nel 1860.

I doni, non solo di danaro, ma di oggetti d’arte, di mobili, di arredi sacri, erano così numerosi, che il Papa ordinò fossero esposti nelle gallerie delle Carte Geografiche, e nelle sale attigue.

Fece non poca meraviglia di veder fra i donativi una pelle di leone, che dette alla contessa di Salm-Salm, e una pelle d’orso, che regalò al marchese Serlupi, e due catene d’oro massiccio, che il Papa poi regalò a San Pietro in Vincoli; un gobelin, dono del maresciallo Mac-Mahon, e soprattutto un calice d’oro, inviato da Amedeo d’Aosta. Il Papa, gradì moltissimo il calice, e mandò [p. 164 modifica]al Duca d’Aosta la sua benedizione e un ricco anello. Si diceva che il figlio secondogenito di Vittorio Emanuele, scosso da tanti dolori, volesse entrare in un convento. Sarebbe stata quella una grande vittoria per il Vaticano, ma non potè riportarla. L’indole mistica di Carlo Alberto si riaffacciò nel nipote per breve momento; ma ben presto il figlio di Vittorio Emanuele pensò ai doveri verso il paese e verso il padre, e abbandonò l’idea di cercar rifugio alle sue pene nella religione.

Pochi giorni dopo che il Papa avevagli mandata la benedizione, il duca d’Aosta ribaltò di carrozza e si ferì gravemente. Questo fatto e la morte di una signora e di due vescovi venuti in pellegrinaggio, avvalorò sempre più la fama di jettatore che aveva Pio IX.

La solennità con cui si celebrava il giubileo episcopale con grande affluenza di pellegrini, la fondazione della Banca Cattolica internazionale, che si voleva disponesse di un miliardo di capitale, i preparativi che facevano i clericali per trionfare nelle elezioni amministrative, tutto questo unito insieme fece nascere nell’animo dei liberali il desiderio di affermare con una dimostrazione al Re in occasione della ricorrenza dello Statuto, e del 30° anniversario del patto giurato da Carlo Alberto, il sentimento patriottico degli italiani. L’on. Farini propose alla Camera d’inviare una deputazione al Quirinale; il marchese Alfieri fece eguale proposta in Senato.

La deputazione della Camera era composta degli on. Farini, Sella e Correnti, ai quali naturalmente si uni la presidenza; quella del Senato del marchese Alfieri e dell’ufficio di presidenza, che aveva redatto l’indirizzo. A queste due deputazioni si uni quella del Comune. Il Re nelle prime ore della mattina aveva passato in rassegna le truppe e una folla compatta lo aveva acclamato entusiasticamente. Quindi tornò al Quirinale per ricevere le deputazioni.

L’indirizzo della Camera, letto dall’on. Crispi, diceva:

«Sire!

«In questo giorno solenne, perchè destinato a ricordare lo Statuto, largito dal grande vostro genitore, e da Voi, in mezzo a fortunose vicende, mantenuto con patriottica lealtà, Noi, rappresentanti del popolo italiano, sentiamo l’obbligo di attestare alla Maestà Vostra la devozione. Imperocchè, sino da quando, nei giorni della servitù, il popolo italiano intui, nei giuramenti da Voi solo mantenuti e nel Vostro ossequio alla libertà, la grande forza, che avrebbe fatto leva alle male signorie, lo Statuto costituzionale diventasse simbolo e cemento dell’unità della patria e nel nome Vostro e nelle acclamazioni di questo fatto fossero vinte le lotte nazionali.

«Sui campi di battaglia, nei consigli dell’Europa, forte del diritto del popolo italiano, Voi non esitaste, o Sire, a porre a cimento la Corona e la vita a prò della grande missione animosamente assunta, valorosamente proseguita, pertinacemente compiuta. Ed il popolo italiano a tempo osando, attendendo a tempo, eletto Voi, prima che a Re, a moderatore e guida dei propri destini, attinse dal Vostro nome e dal Vostro esempio la concordia che procaccia il successo, la magnanimità e longanimità che lo avvalora, la impavida energia che lo difende.

«E Re e popolo gareggiarono per cittadina virtù!

«Sire!

«Da questa comunanza di sentimenti, di affetti e di propositi; da questo indissolubile fascio di volontà e di forze, durante il grande spazio di tempo decorso dal 4 maggio 1848 ad oggi, e nel quale Voi aveste tanta parte, noi ripetiamo la conquista del presente; a questo affidiamo la sicurezza dell’avvenire.

«Il perchè, o Sire, festeggiandosi oggi per la trentesima volta lo Statuto del regno, noi, qui adunati nella capitale della ricostituita nazione, abbiamo voluto confermarvi la immutabile fede degli Italiani nel loro Re e nei destini della patria.»

[p. 165 modifica]S. M. il Re rispose all’indirizzo della Camera con le seguenti parole:

«Ringrazio i rappresentanti della Nazione dei sentimenti che li guidarono a farmi il presente patriottico indirizzo in questo giorno solenne.

«Trent’anni sono passati, e questi trent’anni furono anni di eroici sacrifici, d’inconcussa fede e di gloria imperitura per l’Italia.

«E con ciò fu assicurata l’unità della cara patria nostra, e Roma divenne Capitale degli Italiani.

«Il passato mi è arra dell’avvenire, fidente nell’appoggio dei rappreseаtanti della Nazione e nella Nazione tutta».


Ai rappresentanti del Senato disse:


«Sono veramente grato, signori Senatori, alle vostre generose e franche parole in questo giorno in cui possiamo con sereno sguardo risalire il periodo di questi trent’anni, che videro si fortunati eventi e ci condussero alla unità della patria.

«Rendo omaggio all’opera indefessa del vostro sapiente Consesso, che fu sempre colla maturità del consiglio e col fervente patriottismo il vigile custode delle istituzioni, che condussero l’Italia a’ suoi alti destini; ed io sono sicuro che esso risponderà sempre alla sua nobile missione».


Dopo che Sua Maestà ebbe finito di leggere queste sue magnanime parole, ne aggiunse altre per ringraziare le deputazioni. L’on. Crispi, presidente della Camera, preso da subita e sincera commozione, si fece innanzi al Re e con ferma voce gli disse:

«Maestà, il Popolo Italiano sarà sempre con Voi, e Voi sarete sempre col Popolo Italiano»,

«Si sempre, sempre;» rispose Vittorio Emanuele.

Al Sindaco di Roma il Re disse:

«Ringrazio la Rappresentanza di Roma degli omaggi e degli augurii che ha voluto presentarmi in questo giorno. Sono 30 anni, lo ricordo questo giorno, che cominciò quel movimento seguendo il quale, con costanza di proposito, giungemmo all’apice dei nostri desiderii, che era l’unione di Roma all’Italia. Noi speriamo che le cose continueranno sulla via che abbiamo felicemente percorsa.

«Io amo molto Roma, e nel ringraziare Voi, ringrazio tutta la cittadinanza, per la quale ho molta affezione».


Nello stesso momento in cui Vittorio Emanuele riceveva queste deputazioni che gli esprimevano l’ammirazione, la gratitudine e l’amore del suo popolo, il Papa in Vaticano ammetteva alla sua presenza pellegrini italiani e stranieri, che lo riverivano capo dei fedeli. Chi si trovava a Roma in quel giorno non poteva negare che non vi fosse posto per i due poteri e per i due sovrani, e che non si lasciassero liberamente manifestare i sentimenti patriottici e religiosi.

Il 3 giugno, fu scoperta la statua equestre del Re al Pincio, e la sera il popolo volle andare al Quirinale a fare una dimostrazione a Vittorio Emanuele, ma trovò le vie sbarrate. Il Nicotera aveva dato ordini severi perchè sotto nessun pretesto vi fossero radunanze. Agli evviva al Re si potevano mescolare gridi ostili al Vaticano, e per il Ministro era una questione di amor proprio quella di dimostrare che sotto il governo di Sinistra il Papa potesse esercitare il suo ministero, e i cattolici fossero liberi di dimostrargli la loro devozione.

La dimostrazione che andava dal Re attese lungamente, sulla salita di Monte Cavallo, il permesso del Ministro di poter salire fin sotto le finestre della Reggia. Erano migliaia e migliaia di cittadini, trattenuti con le buone dai carabinieri, dalle guardie e dai soldati, che sfogavano la noia [p. 166 modifica]dell’attesa acclamando da lungi il Re. Il Nicotera mantenne il divieto e i dimostranti si sciolsero indignati. Bastava un nonnulla per far nascere una carneficina.

Il giorno dopo, gli on. Amadei e Bertani interrogarono il Ministro dell’interno sul divieto, e assicurarono che la dimostrazione era quieta e dignitosa, e che era stata cosa improvvida non averle permesso di giungere al Quirinale. Il Nicotera si difese debolmente.

Appena il Senato rigettò il progetto di legge sugli abusi del Clero, il Nicotera proibì pure un meeting di protesta, che volevasi tenere il 3 giugno, giorno della festa vaticana per il Giubileo episcopale del Papa, permise peraltro che fosse tenuto tre giorni prima. L’adunanza promossa dal Comitato Centrale Repubblicano, e propugnata dal Dovere, fu tale quale lo diceva il suo programma. Parlarono Zuccari, Lizzani, Narratone e Fratti. Quest’ultimo additò il Vaticano come nemico comune agli italiani, ma aggiunse che l’Italia aveva ben altri nemici. Il Colacito, più veemente ancora, si scagliò contro il Governo, che dava al popolo «tasse e manette», e faceva bassezze col Papa concedendogli «lista civile e guarentigie». L’on. Bovio tessè la storia della caduta del Papato dichiaro: «Non è odio che ci anima contro questo vecchio, contro questo prigioniero volontario, pescatore di zecchini, egli equivoco del medio evo, noi esordio della terza Roma».

Queste declamazioni fecero un grande effetto. Garibaldi con una lettera dello stesso tenore, aveva affermato di essere coi promotori del meeting «coll’anima e sempre». L’ordine del giorno che fu votato terminava: «Convinto che il principio religioso ha la sua garanzia nel privilegio politico, confida nell’avvenimento del popolo. . . . .»

Questi meetings erano permessi, le dimostrazioni pacifiche al Quirinale, no. Eppure il Nicotera in una riunione tenuta dalla maggioranza, aveva raccomandato che non si facessero dimostrazioni per il Giubileo episcopale del 3 giugno, e il meeting fu tenuto all’Apollo il 30 maggio. Vien fatto di domandare se questa non fu una dimostrazione. Fu l’unica peraltro. I pellegrini avevano dai loro vescovi ricevuto ordine di mostrarsi prudenti, e con quella ubbidienza, che è propria dei clericali, essi non provocarono nessun disordine. Del resto non tutti eran venuti qua animati da sentimenti ostili. Vi erano i Savoiardi, devoti al loro Principe di un tempo, vi erano gli Austriaci, che non hanno mai dato prova d’intolleranza, vi erano i Tedeschi, sempre rispettosi verso il paese che li ospita. Guidava questi il vescovo Martin di Padeborn, grande avversario di Bismarck.

Un giorno il Re era al Pincio. Da un gruppo di pellegrini francesi si staccò un vecchio prete per accostarsi alla carrozza reale; il Re fece fermare e prese una supplica, che il vecchio prete gli presentava umilmente, cercando di baciargli le mani. Molti pellegrini e preti assistettero da lungi a quella scena a capo scoperto, visibilmente commossi. Il prete era savoiardo e chiedeva al suo antico Sovrano una grazia, che Vittorio Emanuele fecegli subito accordare.

Nel marzo di quell’anno si pose mano ai lavori del Tevere, tanto attesi e tanto desiderati.

La sola espropriazione di un pezzo del giardino della Farnesina, costò 750,000 lire. Verso la Regola fu trovato un banco di sabbia che fece sospendere i lavori. Nel giugno si cominciò anche ad allargare il Ponte Sisto, con gran benefizio degli abitanti del Trastevere.

Fu anche nel 1877 che s’incominciò la costruzione delle case operaie nella seconda e terza zona dell’Esquilino. Il senatore Rossi aveva fatto un contratto col Comune, mediante il quale questo cedevagli 25,000 metri quadrati di terreno e su quell’aree sorsero piccole case con giardini, che si vedono ancora verso San Giovanni, e che rimasero per molto tempo come sentinelle avanzate delle nuove costruzioni.

Nello stesso tempo che si facevano questi lavori, si terminava la via Nazionale fino al Corso, [p. 167 modifica]questo si allargava fino al vicolo del Piombo, si metteva mano a costruire il ponte di Ripetta e s’incominciavano le fortificazioni di Roma, si abbattevano i torrioni di Porta del Popolo, praticando le due uscite laterali, si terminava il palazzo delle Finanze e si lavorava alla basilica Ostiense.

Quel tratto della via Nazionale dalla Consulta a Magnanapoli, richiese lunghi e penosi lavori. Si trattava di fare i due muraglioni per sostenere i giardini Pallavicini e Rospigliosi, opera difficile e costosa, come per fare la via del Quirinale si dovette rimuovere una grande quantità di terra e far nuove fondamenta alle case Sereni e alla chiesa di San Silvestro. In quel tempo si circondò anche il Pantheon dalla cancellata, che vi è attualmente.

Tutti questi lavori abbellivano sempre più Roma, e siccome non si demoliva ancora la parte vecchia, la città conservava ancora il suo aspetto pittoresco, che la rendeva così cara agli artisti, mentre nuove case sorgevano nei quartieri alti, più adattate ai bisogni della vita moderna. A collegare i nuovi con i vecchi quartieri si era già provveduto alla meglio, con alcune linee d’omnibus, ma le comunicazioni erano sempre difficili e parvero una grande novità e un grande benefizio l’inaugurazione del tram dalla piazza del Popolo a Ponte Molle. Alla inaugurazione assisteva anche il ministro Zanardelli, al quale fu offerto un rinfresco nella villa Oblieght, sulla via Flaminia, la villa dove si facevano tutti i duelli in quel tempo, e dove spesso andava a passeggiare la Principessa Margherita.

I carrozzoni del tram erano tirati da un solo cavallo, ma erano molti, e i romani fecero buona accoglienza alla novità e a centinaia andavano ogni giorno fino a Ponte Milvio. Il tram suggerì al sindaco Venturi l’idea di studiare i Parioli per farvi una passeggiata, che somigliasse a quella del Viale dei Colli a Firenze. Gli studi furono terminati in seguito, si fece il viale, si piantarono gli alberi; Villegas, il celebre pittore spagnuolo, vi fabbricò una villa moresca, ma Roma non ebbe e non avrà forse per molto tempo una passeggiata.

Nell’inverno del 1877 fu a Roma don Pedro Imperatore del Brasile, insieme con la moglie, che era della casa dei Borboni di Napoli e mancava dall’Italia fino dal tempo del suo matrimonio. Il dotto sovrano assiste alle sedute dei Lincei, alle lezioni dell’Università e fece una rapida rivista di tutto il movimento intellettuale di Roma. L’Imperatrice non aveva la cultura del marito, aveva dimenticato l’italiano e parlava un dialetto misto di napoletano e di portoghese, che era la cosa più buffa che si potesse udire. Tanti cambiamenti erano avvenuti dopo il suo matrimonio, che ella ne era come sbalordita. A Napoli e a Roma, invece della sua famiglia e del Papa, regnava quegli che ella non poteva scordarsi di chiamare il Re di Sardegna. L’Imperatrice peraltro aveva molto tatto e seppe far buon viso ai nuovi tempi e agli uomini nuovi.

I sovrani abitavano all’albergo Bristol e accettarono diversi inviti, fra i quali uno della marchesa Capranica del Grillo. Essi avevano ammirato a Rio Janeiro Adelaide Ristori e passarono una serata in casa di lei. In quella occasione una bella giovinetta, la Clelia Bertini, nota ora nel mondo delle lettere, improvvisò alcune poesie, e la Mariani-Masi e il Desantis cantarono il duetto del Guarany del maestro brasiliano Gomez.

I ricevimenti in quell’anno furono molti e numerosi. Ambasciatore d’Austria era stato nominato il barone di Haymerle, uomo simpatico e ospitale, come tutti i viennesi. Prima abitava al palazzo Odescalchi, poi passò in quello Chigi e riceveva, ma più che balli offriva pranzi elegantissimi. 11 barone di Keudell al palazzo Caffarelli, e il marchese de Noailles al palazzo Farnese facevano a gara a ricevere la società romana. Le serate dell’ambasciatore di Germania erano a preferenza musicali; più brillanti riuscivano i ricevimenti della elegantissima marchesa de Noailles. La marchesa era una vera parigina per la vivacità e non aveva peli sulla lingua. Sotto una apparenza di giocondità, era [p. 168 modifica]per la Francia un eccellente agente segreto. Sapeva tutto, conosceva tutti e riusciva a far parlare chi voleva.

Una volta la marchesa riceve una lettera anonima scritta malamente e piena d’insolenze, perchè se aveva molti amici aveva anche nemici e nemiche in quantità. La marchesa prende la lettera e corre dal questore Bolis, e gliela consegna confessandogli che i suoi sospetti cadevano sulla moglie di un diplomatico, che aveva con lei un’antica ruggine. Dopo poco va in questura a lagnarsi di essere stata cacciata via sui due piedi la cameriera della signora sospettata autrice della lettera alla marchesa di Noailles. Il Bolis la interroga subito e riesce a scoprire che il giorno prima, mentre pettinava la sua padrona, avevala veduta leggere sorridendo, e poi nascondere una lettera. La signora si era allontanata un momento, la cameriera curiosa, aveva potuto gettar gli occhi sulla lettera, che conteneva appunto tante insolenze per l’ambasciatrice. Il Bolis scoprì chi aveva distesa la lettera, e quando andò a riferire il risultato delle sue indagini all’ambasciatrice, non si stanco di complimentarla per il suo fiuto da vero agente di polizia.

Nel carnevale vi furono pure balli bellissimi all’ambasciata di Russia e alla legazione di Spagna. Dei primi faceva gli onori la bella baronessa d’Uxkull, maritata da poco all’ambasciatore, che gli Italiani avevano conosciuta a Firenze quando portava un altro nome. L’ambasciatrice rimase pochi anni a Roma; ella andò a vivere lontano dal marito e si dette a scrivere. Nella Revue des Deux Mondes ha pubblicato diverse novelle originalissime. Soltanto negli ultimi anni della vita del marito si riuni con lui. La baronessa d’Uxkull era una vera slava, più impressionabile che sensibile, elegante e charmeuse. La Contessa di Coello, ministressa di Spagna, era tutto l’opposto. Alta, forte, con una grande capigliatura rossastra, non aveva nessuna tendenza elegante. Bellissima era lady Paget, ambasciatrice d’Inghilterra, e aveva, venendo a Roma, accresciuto il numero già grande degli amici devoti, che si era procurati a Firenze. Ella faceva lunghe villeggiature in Toscana, e non menava la vita mondana. La sua casa era un centro di studi e di vita intellettuale, che ella preferiva alla società elegante. Quando risiedeva in Toscana passava l’estate nel castello d’Artimino, sontuosa dimora medicea, costruita dal Buontalenti; quando fu a Roma andava a villeggiare nel senese, dove ospitava molti amici e faceva la vita della castellana inglese.

Nel 1877 anche i neri incominciarono a cessare il lutto per la prigionia del Papa; non osavano ancora aprire le loro case, ma si riunivano nelle sale di Spillmann a via Condotti, ove ballavano fra di loro. Un altro segno che il lutto cessava si vide nel fatto che il principe Massimo per il miracolo di san Filippo Neri, che si commemora il 16 marzo, riaprì per la prima volta dopo il 1870 il suo palazzo ai fedeli.

Dalle ferie di Natale fino alle vacanze estive, la Camera compì un lavoro molto grave. Come si è visto, fu discussa la legge sulle incompatibilità parlamentari, che destò tanto fermento, votò la legge sull’aumento di stipendio ai professori delle scuole secondarie e classiche, quella sull’acquisto delle armi portatili e sull’aumento della lista civile. Ne fu relatore il Pianciani, e il Bertani presentò un ordine del giorno, firmato anche da Crispi, per invitare il Governo a presentare un progetto di legge, mediante il quale si stabilisse che l’amministrazione della lista civile fosse regolata dal Parlamento. Il Depretis e il Sella, che si era dimesso da capo della opposizione, ma ne conservava l’autorità, si opposero. L’aumento fu votato con 251 si e 31 no soltanto.

La Camera approvò pure la revisione della legge sul macinato e sulla ricchezza mobile, la tassa sugli zuccheri e le convenzioni marittime. Le convenzioni ferroviarie, che avevano motivato la caduta della Destra, non vennero in discussione avanti le ferie estive. Si parlava di un conflitto sorto [p. 169 modifica]su quella questione fra il presidente del Consiglio e il ministro dei lavori pubblici, conflitto che andò sempre più acuendosi a Camera chiusa, e impedì forse che il progetto di legge si discutesse. Vedremo in seguito quali conseguenze avesse.

La minaccia che i clericali andassero alle urne per le elezioni amministrative, fece, come altra volta, votare compatti i liberali, meno la frazione repubblicana. E i liberali ebbero il trionfo. Nella sala di S. Crisogono, ov’era un seggio, Pietro Cossa, il già celebre autore del Nerone, fece scrivere:

in questa sala
i clericali come pifferi di montagna
vennero per sonare e furon sowati
10 giugno 1877


I presidenti liberali dei seggi, dietro proposta del signor Teofilo De Dominicis, inviarono al primo aiutante di campo del Re, general Medici, il seguente telegramma:

«Alle benevole e generose parole dirette da S. M. il Re al popolo romano il giorno dello Statuto, i cittadini risposero con una splendida votazione, nuovamente affermando la loro fede nell’Italia e nella Casa di Savoia».

Se mi contentassi di fare soltanto la cronaca degli avvenimenti romani, senza ricercarne le origini, dovrei dire che nell’estate del 1877 si costitui l’Associazione della Stampa. Mi piace di narrare come sorse l’idea di costituire questo sodalizio di giornalisti.

Un giorno, nel maggio, l’on. Augusto Pierantoni chiamò a sè dentro il palazzo di Montecitorio Fedele Albanese, e dopo essersi lagnato con lui, che era redattore del Fanfulla, per certi attacchi del giornale, lo percosse. Tutti i giornalisti protestarono con l’on. Di Blasio, questore della Camera, contro questa aggressione. Il presidente della Camera, on. Francesco Crispi, appena informato, rispose a Vico Mantegazza, che era il primo firmatario della protesta, dicendo che deplorava il fatto avvenuto nel palazzo del Parlamento, che dovrebbe essere l’asilo inviolabile della libertà. Dopo qualche giorno nuova lettera del Crispi al Mantegazza con la quale dichiarava che l’on. Pierantoni non aveva voluto porre in dubbio la libertà della stampa.

A tante cortesie del Presidente della Camera risposero ringraziando il D’Arcais per l’Opinione, il Cesano per il Diritto, il Fazzari per il Bersagliere, l’Arduin per l’Italie, l’Avanzini per il Fanfulla, l’Arbib per la Libertà, lo Chauvet per il Popolo Romano, il Dobelli per la Capitale e il Pantano per il Dovere. Ma dopo quel fatto, e vedendo quanto valeva la collettività delle proteste a far rispettare la libertà di stampa, sorse l’idea dell’associazione, e Luigi Ferro l’approfondi e l’elaborò. Furono tenute sedute nella sala della Società Geografica, si discusse lo statuto, e il 15 dicembre l’Associazione della Stampa si costituiva eleggendo a suo presidente Guglielmo De Sanctis, gloria del giornalismo e della letteratura italiana.

Durante tutto il Giubileo episcopale e anche dopo, nei giornali di parte liberale comparivano continue notizie abbastanza allarmanti sulla salute di Pio IX. Pareva da quelle che il male alle gambe facesse continui progressi, che ogni momento gli accessi al petto ponessero in allarme il Vaticano. Quelle notizie erano esattissime, e al di fuori della volontaria prigione si era informati a puntino di quello che avveniva intorno al Pontefice. Questo dispiacque al cardinale Simeoni, segretario di Stato, il quale voleva che il mistero avvolgesse, come densa nube, la persona di Pio IX. I sospetti del cardinale caddero sul dottor Pelagallo, medico curante del Papa, (il chirurgo e consulente era [p. 170 modifica]il Ceccarelli). Pio IX voleva molto bene al suo medico, ma il Cardinale o altri seppero tanto accortamente convincerlo della indiscretezza di lui, che una mattina, invece di accoglierlo con la solita benignità, incominciò a rimproverarlo aspramente e lo cacciò con una esplosione d’ira, mentre una settimana prima aveva diviso fra il Pelagallo e il Ceccarelli una pezza di finissima tela d’Olanda, ricevuta in dono dai cattolici olandesi.

Tutti ignoravano la scena avvenuta, cosicchè il giorno dopo il Ceccarelli si recò al Vaticano, e non incontrando il suo collega, ne avverti monsignor Ricci, il quale avvertì il Papa, che rispose: «Lo sapevo che non doveva più venire».

Si mascherò il licenziamento con una lettera del dottor Pelagallo, con la quale dava le dimissioni per motivi di salute. Al suo posto era nominato il dottor Camillo Antonini, medico di molti cardinali.

La salute del Papa era tutt’altro che buona da un pezzo, e quelli che lo circondavano volevano far venire dal Belgio, per un consulto, il dottor Lefévre; ma Pio IX si oppose: «Diranno che sono bell’e spacciato, se viene un medico di fuori», osservò. I ricevimenti continui lo stancavano, ma egli non voleva rinunziarvi, perchè quegli atti di devozione, quelle parole ardenti che sentiva pronunziare dai pellegrini, gli facevano moltissimo piacere. A quei ricevimenti si opponeva il dottor Pelagallo, e forse ciò contribui a farlo uscire dalle buone grazie del Papa.

Pio IX, negli ultimi tempi della sua vita, malato com’era, celebrava ancora la messa. Ogni mattina si faceva condurre in sedia gestatoria nella cappella, che era situata dopo l’anticamera degli Svizzeri. Deposta la sedia dinanzi all’altare, se ne toglievano le stanghe, e il Papa, senza alzarsi, si faceva vestire. La sedia era munita di ruote, cosicchè il Papa poteva celebrare, seduto, fino al Sanctus; dopo si alzava e rimaneva ritto fino alla comunione. Sua Santità non si volgeva mai al popolo, neppure alla benedizione. Assisteva alla messa papale soltanto monsignor Ricci, e l’esente delle Guardie Nobili di servizio.

Se in Vaticano non si voleva che trapelassero al difuori notizie allarmanti sulla salute del Papa, si prevedeva peraltro vicina la sua fine, e si cercava di prevenirne le conseguenze. Un forte partito voleva che la nuova elezione si facesse presente cadavere, secondo la bolla di Pio VI. Il cardinale Giovacchino Pecci, interrogato se voleva accettare la carica di Camarlengo di Santa Chiesa, rifiutò una prima volta, appunto perchè se l’elezione si faceva secondo quella bolla, sarebbero stati esclusi dal conclave i cardinali esteri. Esclusa l’idea della elezione presente cadavere, il cardinale Pecci fu nominato Camarlengo.

Il cardinale Monaco La Valletta era meno intollerante del suo predecessore Patrizi, ma il cardinale segretario di Stato Simeoni era più aggressivo dell’Antonelli; così si videro in quel tempo atti che accennavano a maggior tolleranza, e atti che rivelavano intolleranza maggiore. Il vicario di Roma, cardinale Monaco, andò, per esempio, a cresimare gli alunni del podere modello di villa Corsini, mentre veniva negata la benedizione religiosa alla signora Virginia Silvestri e al signor Cleto Masotti, perché quest’ultimo era segretario generale della Giunta liquidatrice dell’asse ecclesiastico. Vi è di più. L’on. Depretis, dopo che si era ammogliato, abitava un quartiere mobiliato nel palazzo Negroni in via Condotti, palazzo di proprietà della contessa Carafa, che lo aveva affittato a Felice Ferri. La contessa Carafa, nel rinnovare l’affitto, volle porre sul contratto che il Ferri non dovesse subaffittare ad italiani. Così il Presidente del Consiglio si trovò fuori di casa, e in quel tempo di penuria di alloggi era difficile trovarne un’altra.

Erano da poco terminati i lavori al palazzo Valentini, quando un incendio vi scoppiò, e per [p. 171 modifica]poco non distrusse la sede della prefettura. Il corpo dei vigili accorse, ma l’acqua mancava, e si dovette prenderla dal palazzo Torlonia. Il principe si adoprò efficacemente per sedare l’incendio, ma i vigili avevano scarse e cattive macchine, e senza l’aiuto dei soldati non avrebbero potuto circoscrivere il fuoco. Nonostante i danni furono ingenti e moltissime carte importanti andarono distrutte.

Il Governo non voleva dimostrazioni, il Municipio non ne prendeva più l’iniziativa, cosicchè quell’anno la commemorazione di Porta Pia fu sfruttata dai repubblicani per manifestare le loro idee.

La sera il popolo voleva l’inno e la marcia reale a piazza Colonna, ma la musica del 40° fanteria, che suonava, aveva ordine di non contentarlo. Il popolo gridava reclamando quei due pezzi, e la banda rispondeva con un pot-pourri della Contessa d’Amalfi. Allora li per li si formò una dimostrazione e si diresse verso piazza Navona, sperando di trovarvi un capo-banda meno sordo alle grida. Ma anche là non ottenne nè inno nè marcia. La folla allora andò sotto il vicino palazzo Braschi a gridare: «Abbasso Nicotera! Abbasso Rabagas!».

Il ministro dell’interno fu non certo lusingato dai quei gridi e per evitare che si ripetessero ordinò al Municipio che facesse sempre incominciare il programma dei concerti comunali con la marcia e l’inno, e ottenne l’effetto voluto. Il popolo si stancò di quella musica quotidiana e non andò più a palazzo Braschi.

Con insolita affluenza di visitatori si commemorò quell’anno l’eccidio della casa Aiani. Sfilarono per la Lungaretta più di 30,000 persone per vedere le lapidi che erano state apposte sulla facciata a memoria dei morti, ma l’ordine non fu punto turbato. Quando il Nicotera voleva, sapeva farlo rispettare.

Verso la fine di ottobre si dimise il sindaco Venturi per una questione a proposito del bilancio. Da più tempo egli capiva di non aver più dalla sua la maggioranza del Consiglio, e un mese dopo prese a funzionare da sindaco don Emanuele Ruspoli, il quale dovette applicare subito la legge sulla istruzione obbligatoria nel comune di Roma.

Intanto si erano fatte le elezioni per la Giunta Provinciale, sciolta improvvidamente dal prefetto, e dalle urne uscirono eletti otto clericali, cioè, i principi Borghese, Bandini e Aldobrandini, il conte di Campello, il marchese Merighi, il Fontana, il Marucchi e il de Rossi. La divisione fra i liberali aveva dato questo risultato.

Alla vigilia della riapertura del Parlamento, lo Zanardelli, ministro dei lavori pubblici, si era dimesso per gravi dissensi col Presidente del Consiglio rispetto alle convenzioni d’appalto con le nuove società Mediterranea e Adriatica, che assumevano l’esercizio delle ferrovie.

Il Pasquino pubblicò allora una parodia del Canto dantesco del Conte Ugolino, che diceva:

«La penna sollevò dal rio contratto
Sua Eccellenza scior Peppe Zanardelli
E disse: Io non lo firmo a nessun patto».


L’uscita dello Zanardelli dal Gabinetto, fu la rovina del Ministero. Il Cairoli col suo gruppo si staccò alla prima battaglia, dal Ministero. Questa fu impegnata contro il Nicotera per sequestro di telegrammi.

Il ministro dell’interno volle un voto di fiducia e a stento raccolse una maggioranza di 20 voti. Con una maggioranza anche minore di quella, il Depretis negli anni successivi è rimasto di [p. 172 modifica]governo; allora volle disfarsi del Nicotera, che capiva era una debolezza per il ministero, e rassegnò le dimissioni. Il Re peraltro lo incaricò della formazione del Gabinetto, nel quale entrò il Magliani come ministro delle Finanze, il Perez come ministro dei Lavori Pubblici, il Bargoni come ministro del Tesoro, istituito allora in luogo del soppresso ministero di Agricoltura, e Crispi all’Interno.

Francesco Crispi era designato da lungo tempo come successore del Nicotera. Nelle vacanze parlamentari era stato a Berlino, a Vienna e in Ungheria, a Parigi e a Londra, e ovunque era stato accolto non come presidente della Camera, ma come uomo politico influentissimo. Sulla missione compiuta allora dal Crispi è sempre stato il velo del mistero, ma è certo che egli ne ebbe una di fiducia dal Governo, per trattare gli affari d’Oriente, d’accordo col Depretis, che nel nuovo Gabinetto si serbò la presidenza e il Ministero degli esteri.

Il Re era partito da Roma l’ultima volta il 20 dicembre quando il Gabinetto non si era anche costituito, e il Depretis andò a Torino a trattare con S. Maestà.

Il nuovo ministero non era più di Sinistra pura e per governare doveva appoggiarsi alla Destra, che non aveva per il momento nessuna velleità di salire al potere, né di osteggiare il Governo, come il Sella avevalo dichiarato in un colloquio col Re.

Caduto lo Zanardelli, le convenzioni ferroviarie erano state firmate e presentate al Parlamento insieme con la nuova legge elettorale, che stabiliva che l’elettore avesse 21 anni e pagasse 20 lire d’imposte.

Il 28 dicembre il Papa tenne l’ultimo Concistoro, il 29 il Re tornò a Roma per l’ultima volta. Il primo era vecchio cadente; il secondo nella pienezza della virilità, ma su Pio IX e su Vittorio Emanuele la morte aveva già stesa la sua ala funerea.