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sentazione del progetto di legge era bastato a promuovere l’agitazione. E il 13 marzo Pio IX nel creare sette nuovi cardinali, pronunziò una Enciclica così violenta, come non ne aveva più pronunziate dopo il 1870. Il Papa chiamava il mondo intero a testimone, non solo delle sue sofferenze ma anche di quelle della Chiesa, che dipingeva schiava del Governo italiano, senza che il Pontefice potesse proteggerla contro le usurpazioni. Condannava di nuovo la legge sulla soppressione delle Corporazioni religiose, la libertà dell’insegnamento, il divieto delle processioni, ma più di tutto la legge contro gli abusi dei ministri del Clero, dimostrando che causa d’ogni male era la riunione di Roma all’Italia e reclamando la restaurazione del potere temporale, come condizione unica del libero esercizio del suo ministero.

Il ministro Guardasigilli non fece sequestrare i giornali che la pubblicarono e per ispiegare il suo operato e il concetto che in questo eragli servito di guida, inviò una circolare ai procuratori generali. Ma l’allocuzione comunicata dal cardinal Simeoni ai Nunzi fuori d’Italia specialmente, produsse un grande fermento. Vi furono dimostrazioni papiste a Londra, a Parigi, in Irlanda e in Boemia. Alcuni senatori e deputati francesi richiamarono l’attenzione del duca Décazes, ministro nel gabinetto presieduto da Jules Simon, sulla situazione intollerabile fatta al Papa. L’agitazione clericale era così grave in Francia che il Leblond, interpellò il presidente del consiglio sulle mène dei clericali. Jules Simon rispose che professava sincero rispetto per la religione, ma era fermamente risoluto a non tollerare che il clero uscisse dalle sue attribuzioni spirituali e che soprattutto avrebbe impedito gli attacchi contro un vicino paese. Egli aggiunse che la legge italiana delle Guarentigie proteggeva efficacemente la persona e la libertà del Papa e che era un inganno quello di far credere che egli fosse prigioniero al Vaticano. Jules Simon disse che le petizioni contro la legge Mancini, che si discuteva al Parlamento italiano, erano una intervenzione biasimevole negli affari interni di un’altra nazione e ricordò di avere ordinato ai prefetti d’impedire che fossero propagati scritti oltraggianti un paese limitrofo e d’opporsi a ogni manifestazione che poteva compromettere l’accordo internazionale. Concluse poi assicurando che le agitazioni erano opera di una infima minoranza, ripudiata dalla maggioranza, e che la legge doveva esser rispettata.

La Camera di Versailles, dopo le dichiarazioni del ministro, approvò il seguente ordine del giorno:

«La Camera considerando che la recrudescenza delle dimostrazioni degli ultramontani è un pericolo per la pace interna, invita il Governo a usare dei mezzi legali di cui dispone e passa all’ordine del giorno».

Il general Cialdini, nostro ambasciatore a Parigi, ringraziò Jules Simon per aver così validamente prese le parti dell’Italia nella discussione e la sera dopo un gran numero di notabilità politiche intervennero al ricevimento dato dal marchese de Noailles al palazzo Farnese e non mancarono le congratulazioni per le dichiarazioni esplicite di Jules Simon.

Si dice che il Papa fosse stato indotto a pronunziare la violentissima Enciclica per impedire in avvenire nuove proposte di conciliazione con l’Italia, che gli eran fatte continuamente da personaggi eminenti. Prima di pronunziarla peraltro volle il parere di tre diplomatici accreditati presso la Santa Sede e questi lo incoraggiarono a protestare contro la legge, assicurandolo che la sua protesta avrebbe trovato appoggio presso i Governi stranieri.

La nomina dei sette nuovi cardinali che erano Nina, Serafini, Sbarretti, da Canossa, Apuzzo, Benavides, Garcia Gil, Caverot, Paya y Rico, de Falloux e Howard, dette luogo a feste al palazzo Ruspoli, ove abitava il penultimo, e alla villa Negroni, residenza del cardinale inglese, eletto per