La Lettera

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Dedica Il libro d'Enrico. - Parte prima

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LA LETTERA

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A
lla meridïana ôra di maggio

Sotto limpido ciel movonsi i pioppi
Tremoli e le distese praterie.
Chi sino a’ campi che l’aratro inverte
5Non crede unito il mar della verzura?
Pure tra i fiori e l’erbe occulti rivi
Parton l’ime radici. In fondo a’ prati
D’ingenti olmi difesa il tergo e l’ali
Siede una casa candida. Chi mai
10Dall’arsa polve della via maestra
Ove sue cure il premono ed il tempo,
Beati non dirà gli abitatori
Di quella casa candida?

Nell’alta
Sala di vecchie storie e di bizzarri
15Stucchi adorna correano il vento e il sole

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Dalle finestre e da capace porta
A mezzogiorno verso i prati aperte.
In un angol sedeva la signora
Maria trattando i ferri della calza;
20Il dottor del villaggio a lei dappresso
Alternava il bicchiere e la gazzetta,
Or inarcando, or aguzzando il ciglio;
Ed una giovinetta lenta lenta,
Pensosa in volto, al cembalo venia,
25Correva e ricorreva da un capo all’altro
I fragorosi tasti.
Allor Maria
Il lavoro posò, posò il dottore
La gazzetta e tra lor parver mutarsi
Sommessi detti. Si levò ad un tratto
30La suonatrice de’ suoi fogli in cerca
E quei sospesi tacquero; le note
Ricominciâro furïosamente.
Forte batteva alla fanciulla il core,
Le si oscurava il libro, a lor talento
35Vagavano le man’ per un pensiero
Che subito la prese. Oltre l’usato
Frequente il vecchio medico venia
Ed era studio della cauta madre,

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Soverchio studio, rivelar non chiesta
40De’ colloquii le cause. Or le fu aperto
Che di lei favellavano. Allorquando
Il vecchio escito fu, quando lo sguardo
Si sentì sopra della madre sua,
Terror la strinse di parole ignote.
45De’ suoni addoppiò l’impeto. Ma escita
Anche la madre e dileguato il lieve
Susurro de’ suoi passi, ella d’un tratto
Addietro cadde sul sedile, il freno
Abbandonò a’ pensieri impazïenti.
50Varcati appena i diciott’anni avea.
Le cingeva la fronte un vapor lieve
Di capei biondi, le pupille scure
Erano e grandi e timide. Nel fine
Suo labbro, nelle man’, nella severa
55Grazia della persona rilucea
Gentilezza di sangue; nelle vesti
Semplici senza studio ed eleganti
Gentilezza di sensi. Or, dalla chiusa
Mano sorretto il mento, ella pensava.

60V’era dunque un segreto. Da più giorni
Di sua madre nel bacio e nello sguardo,

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Nel volto del dottor v’era un segreto.
Or quel silenzio subito, quei baci,
Quegl’insoliti sguardi tutti insieme
65Le gridavano al core «Enrico, Enrico!»
Quale dolcezza mai, quale sgomento
Sentirsi dentro a divampar l’amore,
Sentir che il primo e l’ultimo sarebbe,
Ch’era segnata la sua sorte in terra!
70Ella vedeasi avanti il giovinetto
L’ultima volta che dal vecchio zio
Dottore alla città fece ritorno.
Era quel viso pallido, quegli occhi
Non oblïati mai, quella man fredda
75Che un istante di più strinse la sua.
Quel rotto accento di volgar saluto.
E ripensava i dì, l’ore, i momenti
Quando lenta l’avvinse una malia
A cui non die’ il temuto nome, amore.
80Soleva Enrico da città lontana
Venir l’autunno presso il zio. Con festa
Questi accoglieva il prediletto erede,
Orgoglioso del cor, dell’alto ingegno
Ond’era insigne. Il giovane in que’ giorni
85Usava assiduo visitar la casa

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Degli olmi, duando il noto ella sentia
Passo venir quasi esitante; quando
Ei sopra un libro o sopra un fior chinava
Vicino a lei la testa, quando gli occhi
90S’incontravan, fuggiano in un baleno,
Per le viscere sue la molle fiamma
Rapida procedea,
«Miranda!»
In piedi,
Al chiamar della madre, la fanciulla
Balzò arrossendo qual se scritti in fronte
95I suoi pensieri avesse.
«Andiam, Miranda,
Lungo i prati a veder se omai convenga
L’erbe falciar, mentre nitido il cielo
E la montagna chiara e l’aria asciutta
Ci promette sereno.»
Poi che il padre
100Di Miranda morì, sola il governo
Tenne de’ campi e della dolce casa
La signora Maria, che, per amore
Materno, il mite ingegno e la ritrosa
Femminil timidezza ad inusati
105Virili studii volse.

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Ivano a paro
Lungo un filar di pioppi a cui di sotto
Gorgogliava sommesso un piccol rivo
Or cupo, or scintillante; si movea
Sul sentier l’ombra tremola de’ pioppi.
110Silenzïose e lente ivano a paro;
La madre qual chi pensa e vien cercando
Diffidi via di favellar, la figlia
Qual chi dubbie parole attende e teme.
«Sai?» cominciò la madre «Adele è sposa.»
115«Sposa? E lo sposo?»
«Onesto, saggio e ricco.
Gran ventura le tocca. Un giovinetto
Certo ei non è, ma, figlia mia, vedrai,
Se del mondo tu colga esperienza.
Che alla pace del santo affetto eterno
120Più i maturi dei verdi anni si affanno.»
Tacque Miranda e ’l cor le si stringea.
«Non credi?»
«Adele dello sposo è paga?»
«L’ignoro, ma giammai la madre sua
Sosterria di vederla irne ritrosa
125A male accette nozze. O mia diletta,
Noi vecchi illusi andiamo ognor di sogni

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In aria ergendo fragili edificii
Pei figli nostri e l’avvenire incerto
Foggiamo a posta di speranze care.
130Onde men päurosa da lontano
L’ora ci sembri che di sè deserti
Vi lasci il nostro amor. Ma sperde Iddio
I mortali disegni, e noi, se saggi,
Non raccogliamo le disciolte fila;
135Pur che siate felici abbiale il vento.
In casa di tuo padre io giovinetta
Venni tremando allor che le sue tempie
Varïavano già bianchi capelli;
E tu sai! Pur se penserà il Signore
140Per altra via, mia figlia, benedirti,
Ringrazierò il Signore.»
Fluttuava
Il seno alla fanciulla e per le gote
Fiamme ardenti salian. L’accorta madre
Notollo e proseguì: «Sai che migliora
145La bambina del fabbro? Ora mel disse
Il dottor. Buon dottore! Egli è felice.
Enrico attende in breve che alcun tempo
La sua deserta casa gli rallegri.
Quale amor non gli ha posto e quale orgoglio!

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150Egli torrebbe a mendicar per lui.
Ben lo rimerta il giovane. D’eletto
Animo ognun il loda e di costumi
Candidi. Se il saver, se il forte ingegno
Aggiungi ond’è già chiaro, a pochi invero
155Si potrebbe agguagliar.» Tacque un istante
La signora Maria come dubbiosa
E guardava la figlia, «Nè gli nuoce
Il largo censo.» Trasalì Miranda.
S’affrettava in silenzio lungo il rio
160Volgendo il capo all’acque. Ella sentiva
Dentro salirsi una confusa ebbrezza
E la premea con impeto per tema
Della madre presente e per l’istinto
Che la subita speme in tutti affrena.
165Così toccâr l’estremo orlo de’ prati,
Ove li parte il mobile ruscello
Da’ curvi solchi. Per convolte glebe
Quattro bovi traean l’aratro, tardi
Occupando il terren coll’unghie vaste
170Ed agitando la gran testa. Docili
Alla voce ed al pungolo, torceansi
In su a rifar la faticosa via.
Ed il gastaldo che seguía da lato

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Il cammin dell’aratro, frettoloso
175Venne, scoverto il capo, alla padrona.
«Si compiaccia venir Vossignoria
Sull’argin del torrente, ove la piena
Ultima rôse. Tutto si scoscende;
Stanotte pur ne rovinò gran parte.»
180A Miranda la madre allor si volse.
«Tu ritorni?» le disse. «Sì.», rispose
La giovinetta, e verso la lontana
Candida casa torse il passo lento,
Di correr si struggendo e non osando.
185Desïava il segreto avidamente
Della sua cameretta onde fidarvi
Il riso, il pianto che nel gonfio core
Le fervevano insieme. Quando escita
Ben si conobbe del materno sguardo,
190Via sull’erbe volò. Cielo e campagne
Le rideano. Vedea di tenerezza
Pieno l’aspetto della vecchia casa;
E guardando da lunge il campanile
Dell’umile chiesetta del villaggio.
195Un impeto sentì grato nel core,
Un ardore di fede e di preghiera,
Un oblio d’ogni cosa o vile o triste

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Di questa terra. Al limitar fermossi
Della casa, si volse e all’infinito
200Cielo azzurro le parve esser vicina.
Corse allo specchio, trepida guardovvi
Se ancor Miranda ell’era. Indi chinossi
Pietosamente ad una smorta rosa
Tra le pendule foglie reclinata
205Fuor da l’orlo del funebre suo vaso.
Posava a piè del moribondo fiore
Una lettera. L’occhio indifferente
Non v’arrestò Miranda, ma seduta
Al cembalo tentando iva le corde
210Giusta il capriccio delle inconscie mani.
Qual per subita luce di pensiero
Levossi e corse ad afferrar quel foglio.
Era per lei d’Enrico. Ella di botto
La man conobbe dell’amante ignota
215Sino a quel punto, un tremito la prese
Da capo a piè, le si velâr gli sguardi
E, toccando il suo sogno, ebbe paura.
Esitò a lungo, or volle, ora disvolle
Attendere la madre. Finalmente
220Con industre pensier nella memoria
Le materne parole raccogliendo,

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In assenso composele al desio.
Rapida corse al virginal suo nido
E, chiuso il chiavistel, tremando lesse.
225Così dicea la lettera:

— «Miranda!
V’han giorni nella vita in cui, qual nembo
Impetüoso, sugli umani arriva
La subita fortuna e tutti uguaglia
Nella gioia o nel pianto. Allor gl’ignoti
230Cogl’ignoti favellano, servili
E altere mani stringonsi, ciascuno
Ha sulle labbra il cor. Così, Miranda,
In quest’ora solenne onde giammai
Non passerà la ricordanza amara,
235Cadon tra noi le fragili barriere,
Le prudenze del mondo. A Voi si leva
L’anima mia, si china a me la Vostra;
Lo so e Vi parlo.
Quel povero vecchio
Che m’ebbe ognor per figlio suo mi scrive
240Tutto misteri, scherzi e tenerezze.
Egli e la madre Vostra han da gran tempo
Il nostro amore inteso, han congiurato

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Di renderci felici. Ah, se le umane
Sorti governa un Dio, mai non consenta
245Che tanto fiera angoscia il cor V’opprima
Quale me strinse.
A tarda notte io scrivo.
Ad ogni tratto della penna dura
Un’ombra incalza la mia mano, un’ombra
Nell’anima mi sale. Avviluppato
250Presto m’avrà. Perchè mentir? T’amai,
Piansi per te le lagrime vitali
Che ogni petto viril piange una volta;
Ebbro di te vagai per vie deserte
Tra la furia dei venti e della piova
255A disbramarne la infocata fronte;
M’immersi al dì cadente nelle chiese,
Tra la folla, tra i canti e gli splendori.
Te sola udendo, te vedendo sola;
Ed or che mia saresti alfine, addio!
260D’un uomo in mar l’ultimo grido è questo.

Lungo tempo credei che negligente
Di me Voi foste. Vi rimembra ancora
D’una sera d’autunno che all’aperto
Noi sedevamo sotto gli olmi? V’era

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265La madre Vostra ed altri. Il mio buon zio
Casi antichi narrava e dal suo labbro
Pendevan tutti. Voi nella notturna
Ombra fidaste; legger Vi potei
Il segreto dell’anima nel guardo.
270Una cieca vertigine mi colse,
Sopra me stesso mi sentii levato.
Nè salutarci quella sera osammo;
Ma, te partita, ritornai soletto,
Venni l’orme a baciar del picciol piede
275Nell’erbe dietro alla tua lenta veste
A poco a poco sullo stel risorte.
E ti rimembra del sottil volume
Ch’era quel dì sul tuo ricamo? Il nastro
Posar trovai su questi versi ardenti:
280«Quando più ferve intorno a me la danza.
Quand’alto il riso nei conviti suona,
L’anima mia nella sua buia stanza
Di te, di te, solo di te ragiona.

Il dolor, la calunnia, i tradimenti
285M’appresti pur, lo sfido, amaro fato;
Esser potrà il mio cor ne’ suoi cimenti
Da te, da te, solo da te spezzato».

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Forse quel nastro a caso vi posava;
Ma se così non fu, se tanto amasti,
290Vieni, vo’ trarti dagl’ingenui sogni
Che la scienza della vita sperde.

Te vinse il nome di poeta e ’l verso
Onde sul volgo ignobile mi levo.
Quando, fanciulle, un fato vi rivela
295Quel libro di malie dove sottile
Penna ha contesto in fila armonïose
Ogni dolcezza che lo spirto inebbria,
Misere, il cor vi balza e nella mente
Sorge un re del pensiero, una bellezza
300A cui nulla mortal forma ripugna.
Un’anima di fiamma ond’è commossa
Come giammai non fu l’anima vostra,
Nè per gioia di mistici fervori.
Nè per pietà di lagrime materne.
305Ti venga innanzi allor questo poeta,
Ei giovane, tu bella, eccoti sua!

Crudel per te, crudel per me, saprai
Il falso iddio di quanta creta è fatto.
D’ogni alta cosa accendesi il poeta;

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310Ma son fugaci ardori onde s’appaga
Per la squisita voluttà, pel verso
Cui delirando crea. L’arte gli è cara,
Ma non n’è tocco il cor. È della mente
Un affetto sottile, arido, altero.
315Solo amor che il divora e che lo sferza
È l’amor di sè stesso. Unico sogno
Che gli turba le notti, anzi l’aurora
A faticar lo trae pallido e smunto,
È il plauso della folla e dei potenti,
320D’ogni capriccio la licenza impune.
Un fantasma di vita oltre la tomba.
Tale è il poeta. Come un re da scena,
Splendido incede tra il fulgor de’ lumi,
Ed or di forti, or d’amorosi accenti
325Empie il teatro, suscitando flutti
Nelle tacite turbe. Indi per l’alta
Notte squallido al volgo si confonde.
Se abbagliar ti potè, povera illusa,
Da solo a sola or qui ti dice: «Guarda,
330Vile tessuto è questo manto, vile
Trastullo da fanciul questa corona;
Le parole magnanime mi spira
Il core no, ma un altro genio. Amarti

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Questi non può. Abbandonami al mio fato,
335Lasciami amar Desdemona stasera,
Domani Ofelia. Vieni, ascolta e piangi;
Ma quando il cocchio rapido, fanciulla,
Ti riconduce alle quïete case,
Non ti curar d’Amleto, se un istante
340Il fuggente fanal te lo discopre
A piedi per la via, le desiose
Pupille fise in te».
Lasciami; un’ombra
In traccia d’ombre io sono e ’l mio sentiero
Si diparte dal tuo. Facile inganno
345Di me t’accese, ma quand’io pur fossi
L’alto cor che sognavi, non potrei
Obliar sul tuo seno i baci ardenti
Onde in culla baciavami un’altera
Beltà, la Musa, e non saria giammai
350Tutta per te l’anima mia!

Rispondo
A mio zio. Che dolor, povero vecchio!
Anche di questa lettera gli scrivo.

Bionda e ritrosa al par di Margherita,

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355In mezzo ai prati come un fior cresciuta,
Dolce Miranda, addio. Talor due navi
S’incontran nell’Oceano deserto.
Arresta l’una presso all’altra il fianco
E palpita sull’onda; lente lente
360Si disgiungono poi, s’affolla a poppa
Di qua di là tutta la gente: addio
Addio! Così noi c’incontrammo, ed ora
La nave mia selvaggi mari affronta
Che la vogliono sola; altre pacate
365Acque ridenti ed altri dolci lidi
Attendono la Vostra. Allor che scende
A Voi sereno il sol, dite talvolta:
Povera lieve pellegrina, or forse
La travolgono i turbini ed il nero
370Flutto su lei vittorïoso esclama.
Ebben, se il Dio che tentami è bugiardo,
Se il genio mi tradisca o la fortuna,
Misero, oscuro, abbietto, ancora tutti
Disprezzerò per quella ora divina
375Che i profondi occhi tuoi pieni d’amore
Incontrarono i miei.» —

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Lesse, rilesse,
A poco a poco di languor mortale
Sentissi ascender per le membra un’onda;
Nè l’assalse dolor, chè la memoria
380E l’intelletto uno stupor tenea.
Lentamente la lettera depose.
Stette in silenzio assorta nella voce
Dell’arator lontano e nell’aspetto
Dell’allegra campagna; lentamente
385Ordin pose a’ suoi libri ed alle carte,
Uscì mutando come in sogno l’orme,
Alle case de’ villici avviossi,
Tenera accarezzò bambini ignoti,
Neglesse i prediletti e con tranquillo
390Viso il ritorno della madre accolse.
Solo era il labbro pallido, lo sguardo
Attonito e la voce un’altra voce.
Notò Maria quel novo aspetto e tacque.
Ella credea sua figlia ancor non presa
395Di prepotente amore e delle nozze
Intravviste turbata per pudico
Femminil senso e per la tenerezza
Della madre diletta e della casa.

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Appena il sole ascese le montagne,
400Uscîro in cocchio per solinga via
Cara a Miranda, ove soventi Enrico
A lor s’unia per meditato caso.
Gli animosi poledri, impazïenti
Del frenato galoppo, ivano il morso
405Con fremiti scotendo e ’l cammin sodo
A paro tempestavano veloci.
Vaganti soffi pregni degli effluvii
Del folto biancospino e de’ vitali
Spirti di maggio mollemente in viso
410Ventavano alle due vïaggiatrici
Silenziose. Quinci il monte e grigia
Sovra le vette la falcata luna;
Quindi pianure sconfinate, ombrose
Ed interrotto di lontani pioppi
415Il limpido orizzonte si vedea.
Correvano, correvano i cavalli.
Una dolcezza dolorosa il seno
Gonfiò della fanciulla; allor lo spasimo
Sentì della ferita, allor del pianto
420A soffocar la disperata piena,
Il mite labbro vïolenta morse.
Correvano, correvano i cavalli.

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Fiso lo sguardo sulla via fuggente,
Ella vedeva repugnando invano
425Passar, passar continüi fantasmi,
Quel volto or grave, or sorridente, or mesto,
E le parole dello scritto amaro.
Correvano, correvano i cavalli.
Nel rombo eguale delle rote assorta,
430Il suon della sua voce vi sentia
Ad ora ad ora, il suon de’ noti passi,
Il suon d’un fiume rapido, profondo,
Che supina sull’acque compiangenti
Se la portasse via, senza ritorno,
435Verso un triste paese sconosciuto.
I cavalli sostar, vanì l’incanto.
E mentre passo passo davan volta,
La madre cominciò con un sospiro:
«Pensavo adesso una sera lontana
440Ch’era meco tuo padre, e tu, fanciulla,
Tra noi seduta colle man plaudivi
Al correr de’ cavalli; e come in questa
Ora color che s’amano son pronti
A favellarsi de’ tempi remoti.
445Noi parlavam del tempo in cui, Miranda,
Lasceresti la casa. Ben ricordo

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Ch’egli diceva: — Non darò Miranda
A chi non l’ami (poveretto!) ed ella
Pria che la man concederà l’affetto. —
450A questo nata egli dicea la donna,
E poi che de’ perigli e della incerta
Sorte pensosa videmi e commossa,
Disse: — Maria, fuggir la sorte è vano,
Accettarla convien. Se dell’affetto
455Rette guidar sapremo le correnti,
Nè vôta è questa testolina bionda,
Forse Iddio ne darà che la fanciulla
Non isbagli sull’ultimo e la sorte
Aspetterem sereni. — Ei m’ha lasciata
460Sola. Quel che potei, feci, Miranda;
E colà dove ha pace, egli, lo spero,
È contento di me. Sui diciott’anni
Sei giunta. Iddio ti benedica! Quando
Anche dovessi andar lontana, Iddio
465Ti benedica!» La fanciulla prese
Una man della madre e la stringea
Senza volger la testa, nè far motto.
«Vedi? operosa è la mia vita; sempre
All’incerto avvenir m’apparecchiai,
470Ci vedremmo sovente, e chi a quell’ora
Più felice di me?»

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Liete parole
La signora Maria disse con voce
Tremante. Nè risposele Miranda,
Chè tonando di botto le veloci
475Rote toccâr le selci del villaggio.
Sceser le donne a terra dirimpetto
Alla chiesa ed entrârvi. Paghi e lenti
Mosser di là i cavalli a’ lor riposi.
 
Pendeva un lumicino anzi l’altare
480E nel buio s’udivano bisbigli.
Pregarono. Maria vide l’altare
Illuminarsi, vide la chiesuola
Rïempiersi di gente e là davanti
Una cara figura inginocchiata,
485Un bianco velo, una ghirlanda bianca;
Udì parole semplici, solenni,
Udì una voce da gran tempo estinta
Susurrarle all’orecchio in quel momento
Con tenerezza trepida «coraggio!»
 
490Quando tornâr nella tepida via,
Era scura la notte. Frettolosa
La signora Maria volgeva a casa,

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Chè a quell’ora soleva il buon dottore
Con lor ridursi a conversar.
Sovente
495All’aprirsi dell’uscio trasalì
Miranda. Quella sera ella temea
Vederlo e desïosa si ritrasse
Pria dell’usato alla sua stanza.
Appena
Varcò la soglia, che cader le parve
500Una larva dall’anima e dal volto.
La sua storia sapean quelle pareti,
Sapeva i sogni l’origlier, sapea
Quello speglio nell’angolo le ingenue
Incertezze di lei che per amore
505Prima venne a guardar s’ell’era bella,
Se grazïose le apparian le vesti;
Ed or con lei parevanle traditi;
Tutto perduto, tutto inutil era,
Le vesti grazïose e la bellezza.
510Tra le pareti e il letticciuol depose
A terra il lume e si lasciò cadere
Sul davanzal della finestra aperta
Verso le vaporose praterie
Dalla luna immortale illuminate.

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515Ma sentendo l’odor del gelsomino
Da lei piantato che tendeva i fiori
A farle festa, il core le si strinse,
Dentro si trasse e pianse amaramente.
Venia la foga dei pensier col pianto;
520E con subito slancio si levò,
Al letto corse, inginocchiossi, ascose
Il viso tra le coltri. A lungo a lungo
Stette così, nè del dottore intese
Il passo lento e la commossa voce
525Sonar di sotto. A tarda sera un’orma
Lieve salì le scale, il rumor crebbe,
Tacque un istante e l’uscio si dischiuse.
La madre entrò; balzò Miranda in piedi.
E quella grave in volto andò diritta
530Alla sua figlia senza dir parola,
L’abbracciò, la baciò, söavemente
Le persüase di depor le vesti,
Amorosa nel letto la compose,
Spense il lume, baciolla un’altra volta,
535E uscì tacendo a singhiozzar di fuori.