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Le Mille ed una Notti/Nuove avventure del Califfo Aaron Alraschild, ossia Storia della Pronipote di Chosroe Anoschirvan

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Nuove avventure del Califfo Aaron Alraschild, ossia Storia della Pronipote di Chosroe Anoschirvan
Avvertenza degli Editori Il Bimaristan o Storia del Giovane Mercante di Bagdad e della Dama Incognita

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NOTTE CDXXVIII


Scheherazade, lieta al vedere che la curiosità del sultano non era scemata, cominciò in questa notte l’istoria che ora narreremo, e che fu continuata, secondo il solito, nelle notti consecutive.


NUOVE AVVENTURE

DEL CALIFFO AARON ALRASCHID

OSSIA

STORIA DELLA PRONIPOTE DI CHOSROE ANOSCHIRVAN


— Si celebrava in Bagdad la festa dell’Arafa (1). Il califfo Aaron Alraschild, seduto sul suo trono, aveva ricevuto gli omaggi dei più grandi personaggi del suo impero. Poco soddisfatto di quelle dimostrazioni di rispetto e di sommissione, volle accertarsi se i suoi ordini erano stati fedelmente eseguiti, e se i magistrati abusavano della loro autorità. Esso d’altronde desiderava soccorrere gl’infelici, col far elemosina; e la festa dell’Arafa lo sospingeva ad adempiere in persona ad un dovere di religione, sì caro al suo cuore (2). [p. 126 modifica]«In tal risoluzione, il califfo si volse verso Giafar il Barmecida, e gli disse: — Giafar, io vorrei travestirmi, passeggiare in Bagdad, visitare le diverse parti della città, vedere gli abitanti, udire i loro discorsi, e distribuir elemosine ai poveri ed agl’infelici: tu mi accompagnerai, e farai in modo che nessuno ci riconosca.

«— Commendatore dei credenti,» rispose Giafar, «io sono pronto ad eseguire i vostri ordini. —

«Il califfo allora si alzò; e recatisi nell’interno del palazzo, indossarono abiti convenienti alla circostanza, ed empironsi di denaro le tasche. Poscia, usciti segretamente, cominciarono a percorrere le vie e le pubbliche piazze, facendo elemosina a’ tutti i poveri che incontravano per istrada.

«Mentre camminavano così a caso, incontrarono una donna seduta nel mezzo della via, e coperta d’un fitto velo, che stese loro la mano dicendo: — Datemi qualche cosa, per l’amor di Dio.» Il califfo, guardandola, si avvide che il suo braccio e la mano erano d’una bianchezza che superava quella dell’avorio. Ne rimase sorpreso, e cavata di tasca una moneta d‘oro, la consegnò a Giafar onde la porgesse a quella donna. Il visir le si accostò e le diede la moneta.

«Quell’infelice, chiudendo la mano, si accorse, che ciò ch’ella stringeva era più grosso e pesante di un obolo o di una dramma: essa guardò, e vide ch’era una moneta d’oro. Allora chiamò tosto Giafar, il quale erasi allontanato, gridando: — Buon giovane, buon giovane!» Giafar tornò indietro. «Volete voi,» gli disse la donna, «farmi l’elemosina di questa moneta d’oro, o me l‘avete data in isbaglio, o con qualche altra intenzione?

«— Non son io che ve l‘ha donata,» le rispose Giafar; «fu questo giovane che me la diede onde ve la [p. 127 modifica] consegnassi. — Domandategli adunque,» riprese la donna, «qual fu la sua intenzione, e fatemela conoscere.

«— Quel giovine signore non ebbe altra intenzione se non quella di farvi l’elemosina,» le disse Giafar, dopo aver consultato il califfo.

«— Allora,» ripres’ella, «che Dio lo rimeriti! —

«Giafar riferì questa risposta al califfo, che gli disse: — Domandatele se è maritata, e se non lo è, ditelo che io la sposerei volentieri.» La donna avendo risposto ch’era nubile, Giafar soggiunse: — Il giovane che vi ha regalata la moneta d’oro desidera sposarvi. — Io lo sposerò,» rispos’ella, «se può darmi la dote ed il doario che gli domanderò.» Giafar sorrise a queste parole, e disse fra sè:

«— Il califfo non è forse in grado di dare una dote ed il doario a questa infelice, ed io non so come potremo farci prestare il denaro necessario;

«— Qual è dunque,» continuò il gran visir ad alta voce, «la dote che voi desiderate, e qual dev’essere il doario? — La mia dote,» rispos’ella, «deve eguagliare l’ammontare dei tributi della città d’Ispahan per un anno, ed il mio doario il prodotto annuo della provincia del Khorassan (3) —

«Giafar crollò il capo, e riferì tali parole al califfo, che, con grande sorpresa del visir, ne parve soddisfatto, e gli disse di annunciare all’incognita che accettava le di lei condizioni.

«Il gran visir avendo adempiuto all’incarico, la sconosciuta gli domandò qual fosse il grado e la fortuna del giovane, ed in qual modo adempirebbe alle condizioni che accettava. — Quel giovine,» rispose Giafar, «è il Commendatore dei credenti, il califfo Aaron Alraschild.» Allora la sconosciuta assettò un [p. 128 modifica] poco il modesto abbigliamento, alzò le mani al cielo, ringraziò la bontà divina, e disse a Giafar che accettava per isposo il califfo. Il visir diede questa risposta al padrone, il quale s’incamminò verso il palazzo.

«Quando il califfo fu entrato nelle sue stanze, mandò tosto alla sconosciuta una donna già avanzata in età, seguita da giovani schiave, le quali le dissero che venivano a cercarla da parte del califfo, e condottala dapprima ai bagni, situati nell’interno del serraglio, la cosparsero de’ più squisiti profumi, la vestirono con abiti sfarzosi, ed adornaronla di preziosi gioielli, nulla dimenticando degli ornamenti che sogliono portare le più grandi regine. La condussero poscia nel palazzo che le era destinato, addobbata con mobili d’ogni specie, e fornito d’ogni sorta di provvisioni. Quando la sconosciuta vi fu installata, se ne avvertì il califfo, che mandò subito in cerca del cadì, e fece stendere il contratto di matrimonio.

«Calata la notte, il califfo entrò nell’appartamento della novella sposa, le sedè vicino ed esternolle il desiderio di conoscere qual ne fosse la nascita, e perchè gli avesse domandato una dote ed un doario tanto considerevole.

«— Commendatore dei credenti,» rispos’ella, «voi vedete nella vostra schiava una discendente di Chosroe Anoschirvan (4): i capricci della sorte, i rigori del destino m’hanno ridotta allo stato in cui mi trovaste,

«— Principessa,» replicò il califfo, «Chosroe Anoschirvan, secondo alcuni storici, abusando dapprima [p. 129 modifica] della sua autorità, vessò i sudditi, e commise, al principio del suo regno, grandi ingiustizie.

«— Ed è forse in conseguenza di tali ingiustizie,» riprese la donna, «che la sua posterità è costretta a chiedere l’elemosina nelle pubbliche vie. — Ma,» aggiunse il califfo, «tutti gli storici convengono ch’esso cambiò tosto di condotta, e si mostrò sì umano e caritatevole, che gli animali terrestri e gli uccelli del cielo risentirono gli effetti della sua giustizia e bontà. — Ed è perciò,» rispose la nuova regina, «che Dio ebbe pietà de’ suoi discendenti, ritirando la sua pronipote (5) dalla pubblica via, per farla sposa del Commendatore dei credenti. —

«Il califfo Aaron Alraschild era d’un carattere fiero e sospettoso; quell’illustre origine, ch’egli non aspettavasi d’incontrare, il sangue freddo col quale la nuova regina considerava la propria elevazione, e forse l’alterezza ch’egli trovò nelle di lei risposte, tuttociò lo punse sì al vivo, che l’abbandonò bruscamente, giurando di non vederla se non dopo un anno.

«L’anno seguente, nel giorno della festa dell’Arafa, il califfo, travestitosi ancora uscì, dal palazzo, accompagnato da Giafar, suo visir, e da Mesrur, capo degli eunuchi. Passeggiando per la città di Bagdad, una bottega attirò i suoi sguardi, tant’era la pulitezza e l’eleganza che vi regnavano. Egli vi vide: un giovane occupato a preparare con gran cura ed attenzione molti pasticcetti (6), che riempiva, poscia di amandole e pistacchi.

«Il califfo si fermò un momento, e si divertì a [p. 130 modifica] veder lavorare il giovane confetturiere. Tornato al palazzo, mandò da questi uno schiavo a prendere, a suo nome, cento focacce della grossezza di un pugno. Lo schiavo non tardò a portarle. Il califfo allora sedette, si fece dare zucchero, pistacchi, e tutto l’occorrente, e si mise a riempire egli stesso le paste, ponendo in ciascuna una moneta d’oro. Mandò nello stesso tempo una schiava alla pronipote di Chosroe per avvertirla che l’anno fissato essendo trascorso, andrebbe in quella sera a visitarla, facendole nello stesso tempo domandare qual cosa desiderasse, e qual presente dovesse farle.»


NOTTE CDXXIX


— La principessa persiana rispose al messo del califfo di avere quanto poteva desiderare, e che non mancavale cosa alcuna. Riferita tal risposta al monarca, questi ordinò all’eunuco d’andare di bel nuovo dalla principessa, e farle una seconda volta la stessa domanda. La giovane, vedendo che il califfo insisteva, lo pregò di mandarle mille pezze d’oro, ed una donna d’età matura (7) nella quale avesse tutta la fiducia, onde poter uscire con lei, e distribuire ai poveri le mille pezze d’oro. Il califfo, contento di poter fare qualche cosa d’aggradevole alla consorte, diè tosto gli ordini necessari per [p. 131 modifica] soddisfarla. La principessa uscì dal palazzo colla seguace; e percorse tutte le vie di Bagdad finchè ebbe distribuite le mille pezze d’oro; poscia tornò verso casa.

«Faceva quel giorno un caldo eccessivo; la principessa aveva una sete ardente, e lo disse alla vecchia. Costei le propose dapprima di chiamare un acquaiuolo; ma la padrona rispose d’aver grandissima ripugnanza a bere nella tazza di cui servivansi tutti, e la pregò di bussare alla porta di qualche casa, e chiedere al padrone un bicchier d’acqua.

«La vecchia, guardandosi intorno, vide una bella casa la cui porta era di legno di sandalo; al disopra penzolava una lampada sostenuta da un cordone di seta; sul davanti eravi una portiera ricamata, e da ciascun lato un sedile di marmo. La vecchia, avendo detto alla padrona che andava a cercar l’acqua colà, si avanzò e bussò pian piano col martello. La porta si aperse, e ne uscì un giovane elegantemente vestito.

«— Mio bel signore,» gli disse la vecchia, «mia figlia arde di sete; essa non vuol bere l’acqua degli acquaioli; avreste la bontà di darmene un bicchiere della vostra? — Volentieri,» rispose il giovane, e tornando in casa, poco dopo ne uscì, portando una tazza piena d’acqua, e la presentò alla vecchia. Costei la diede alla principessa, la quale ebbe cura di volgersi verso il muro mentre beveva, per non lasciar iscorgere il volto, e consegnò la tazza vuota alla vecchia, la quale la rese al giovane, ringraziandolo ed augurandogli ogni possibile prosperità. Questi corrispose con altrettanti voti per la di lei salute. Poi le due donne continuarono la loro strada, e rientrarono nel palazzo.

«Nel frattempo, il califfo, avendo terminato di riempire i pasticcetti, li aveva disposti su di un [p. 132 modifica] gran piatto di porcellana della China. Poscia, chiamato uno schiavo, ordinogli di portare quel piatto alla principessa di Persia, dicendole, da parte sua, esser l’arra della pace ch’egli voleva fare in quella sera con lei. Lo schiavo prese il piatto, lo consegnò alla vecchia, riferendole le parole del califfo, e tornò indietro malcontento di non aver potuto, mangiare una sola di quelle focacce. Aveva avuta la tentazione di prenderne una, ma essendo piuttosto grosse, temeva che, vedendo un vuoto, non se ne accorgessero.

«La principessa, veduto il piatto di paste, ordinò alla vecchia di portarlo al giovane che avevale dato da bere, per ringraziarlo della sua gentilezza. La vecchia uscì subito per eseguir l’ordine. Essa pure, strada facendo, ebbe la tentazione di gustare di quelle paste, ed anzi ne aveva già presa una ma, vedendo il vacuo che restava nel piatto, pensò che si sarebbero facilmente accorti della sua ingordigia, e la rimise al posto. La donna trovò il giovane seduto vicino alla porta di casa sua, lo salutò e gli disse: — Mio bel signore, la persona per la quale io v’ho chiesto da bere, vi manda queste paste in ringraziamento della tazza d’acqua che le porgeste. — Ponetele sul sedile,» rispos’egli, ringraziandola.

«Partita la vecchia, la guardia del quartiere venne a visitare il giovane, e gli disse: — Signor hageb (8), oggi è il dì della festa dell’Arafa; non mi darete voi qualche cosa per celebrare questo santo giorno e comperare a’ miei ragazzi qualche ghiottornia? — Prendi quel piatto di dolci,» gli disse il giovane. La guardia del quartiere, contentissima, gli baciò la mano e partì col piatto. [p. 133 modifica]«La moglie della guardia, vedendolo entrare con quel carico, gridò: — Ah! sciagurato, dove hai tu preso quel piatto? Lo rubasti?» Fu il signor hageb (che Iddio conservi quel bravo giovane!), che me l’ha donato. Venite qua tutti, mangiamo di queste paste: esse devono essere eccellenti. — Sei pazzo?» disse la moglie. «Va piuttosto a venderle. Esse valgono almeno trenta o quaranta dramme, colle quali potremo mantenere i nostri figli. — Lasciaci godere di quanto il Signore c’invia,» soggiunse il marito. La moglie si mise allora a piangere, dicendo: — I nostri figli non hanno berretti, nè scarpe. —

«Le donne hanno quasi sempre ragione: perciò la moglie della guardia la vinse. Il marito adunque prese il piatto e lo consegnò ad un pubblico banditore, affinchè lo vendesse colle paste. Alcuni ne offrirono dapprima quaranta dramme; poscia il prezzo aumentò fino ad ottanta. Uno dei compratori, guardando allora attentamente il piatto, vi lesse queste parole incise sul contorno: Fallo per ordine del Commendatore dei Credenti. Ne rimase sorpreso, e chiese al banditore se voleva farsi appiccare. Non avendo questi compreso il significato di quelle parole, l’altro gli disse, che quel piatto apparteneva al Commendatore dei credenti.

«Il banditote fu in procinto di morire dallo spavento, e poi corse al palazzo, chiedendo di parlare al monarca. Lo fecero entrare; e dopo essersi prosternato davanti al califfo, gli presentò il piatto, Aaron, avendolo riconosciuto colle paste, andò in gran collera, e pensò fra sè: — Come! mi do la pena di preparare di mia propria mano qualche cosa da mangiare nell’interno del mio serraglio, e si preferisce venderlo! Chi t’ha dato questo piatto?» disse al banditore. — Fu,» rispose costui, «la guardia [p. 134 modifica] del mio quartiere. — Sia tosto condotto alla mia presenza,» soggiunse il califfo.

«Fu mandato a cercare la guardia, e lo si condusse colle mani legate. — Sciagurata donna!» diceva egli fra sè; «se ci avesse lasciato mangiare le focacce, noi saremmo stati contenti, e non ci sarebbe accaduto nessun male. Intanto, non ne abbiamo assaggiata una sola, ed eccoci in questa trista situazione. —

«Il califfo fece alla guardia la stessa domanda volta al pubblico banditore, minacciandolo di morte, se non diceva la verità. La guardia narrò il fatto com’era accaduto, e disse di aver ricevuto il piatto dal signor hageb. Il califfo, vie più irritato udendo pronunciare il nome d’uno de’ suoi ufficiali, ordinò che fosse arrestato, gli si lacerasse il turbante, lo trascinassero col viso a terra, e se ne saccheggiasse la casa.

«Gli ufficiali, incaricati di eseguire tali ordini, si recarono alla casa dell'hageb, bussarono alla porta, e significatogli il decreto del califfo, lo condussero al palazzo. Uno degli ufficiali prese il suo turbante, ne levò la mussola e la lacerò dicendo: — Alaeddin, tale è la volontà del califfo: ci aveva anche ordinato di saccheggiare la tua casa: l’amicizia che abbiamo per te, non ci permise di eseguire quest’ordine, e ne abbiamo rimessa, l’esecuzione ad altri. Quantunque questa commissione sia per noi dolorosa, pure l’onore ci obbliga ad ubbidire al nostro sovrano. —

«Alaeddin, giunto al cospetto del califfo, s’inginocchiò, fece voti per la conservazione de’ suoi giorni, e chiese umilmente, per qual colpa avesse meritato simile trattamento. — Riconosci tu,» gli disse il califfo, mostrandogli la guardia, che aveva legate le mani al dorso, «riconosci tu quest’uomo? — È,» rispose Alaeddin, «la guardia del nostro quartiere. — Dove [p. 135 modifica] hai preso il piatto che gli regalasti?» ripreso il califfo. Alaeddin raccontò allora esattamente in qual modo e per qual motivo gli fosse stato portato dalla vecchia;

«Quel racconto semplice e naturale parve calmare alquanto lo sdegno del califfo. — Quando quella giovane,» disse ad Alaeddin, «bevve l’acqua che le recasti, ne hai tu veduto il viso? — Commendatore dei credenti,» rispose Alaeddin alquanto turbato, e non ponendo mente a ciò che diceva, «sì, lo vidi.» A tali parole, il califfo, trasportato di furore, ordinò che si andasse a prendere la principessa di Persia, e si decapitassero entrambi. Giunta la misera donna, volgendosi ad Alaeddin, gli disse: — Qual motivo vi spinse ad asserir falsamente, che vedeste il mio volto, e farmi così perire con voi? — È il destino che ci perde,» rispose Alaeddin; «io voleva dire che non l’ho veduto: lo sbaglio della mia lingua è cagione della nostra morte. —

«Alaeddin e la principessa furono collocati, secondo l’usanza osservata nelle esecuzioni, sul tappeto di cuoio, chiamato il tappeto di sangue: si lacerarono i loro abiti, e bendatine gli occhi, il carnefice girò attorno ad essi, dicendo: — Il Commendatore dei credenti ordina ch’io colpisca? — Ferisci,» disse il califfo. Il carnefice girò una seconda volta, pronunciando la stessa formola, alla quale Aaron rispose in egual modo. Finalmente il boia, girando ancora per la terza ed ultima volta, disse ad Alaeddin: — Avete qualche cosa da comandarmi, prima che il califfo pronunci per la terza volta la vostra sentenza? chè appena l’avrà profferita, la vostra testa cadrà a terra.

«— Io vorrei,» disse Alaeddin, «che mi levaste dagli occhi questa benda, ond’io possa vedere per l’ultima volta i miei amici: poscia farete il vostro [p. 136 modifica] dovere.» Quando la benda gli fu levata, Alaeddin si guardò intorno, e non vide altro che visi costernati. Tutti gli sguardi erano chiusi per attestare il rispetto che avevano pel califfo, e nessuno osava proferire una parola. In mezzo a quel silenzio, l’infelice Alaeddin alzò la voce, e disse:

«— Commendatore dei credenti, io devo palesarvi una cosa di somma importanza. — E quale?» rispose il califfo. — Differite,» continuò Alaeddin, «il nostro supplizio di tre giorni; voi vedrete cose straordinarie. — Vi acconsento,» disse Aaron; «ma se in tre giorni io non vedo queste cose straordinarie, nulla potrà sottrarvi alla morte.» Nello stesso tempo ordinò che venissero condotti in prigione.»


NOTTE CDXXX


— Il terzo giorno, il califfo, impaziente, risolse di andare da sè stesso in cerca delle avventure che attendeva: scelse un travestimento bizzarro, si vestì d’un abito grossolano, avvolse il capo in un fazzoletto, prese in mano un archibugio (9), mise sul dorso una giberna, e riempì le tasche di pezze d’oro e d’argento. In questo arnese, uscì dal palazzo, e cominciò a percorrere le strade di Bagdad, sperando di vedere le meraviglie annunciategli dall’hageb. [p. 137 modifica]«Verso le dieci del mattino, vide sulla soglia di un bazar un uomo, che diceva ad alta voce: — Non ho mai veduto nulla di più sorprendente!» Il califfo gli domandò qual cosa avesse veduto. — Avvi,» rispose colui, «in questo bazar una donna che, fino dallo spuntar del giorno, recita il Corano con tanta chiarezza, che sembra udire l’angelo Gabriele in persona, quando rivelava a Maometto i suoi divini precetti. Eppure nessuno finora ha dato qualche cosa a quella povera donna: converrete anche voi non esservi nulla di più sorprendente. — Il califfo allora entrò nel bazar, e vide una vecchia che recitava il Corano, ed era già agli ultimi capitoli; fu sorpreso dal modo ond’ella facevalo, e si fermò ad ascoltarla sinchè ebbe terminato.

«Il califfo, vedendo che nessuno le dava nulla, mise la mano nella borsa coll’intenzione di regalarle tutto il denaro che conteneva. Ma la vecchia, essendosi d’improvviso alzata, entrò nella bottega d’un mercante e gli sedè vicino. Il califfo si avvicinò, tese l’orecchio, ed udì queste parole: — Volete voi una bella ragazza? — Volontieri. — Ebbene! venite con me, e vedrete una bellezza, cui son certa non avrete mai veduta l’eguale.

«— Come!» disse il califfo tra sè; «questa vecchia, ch’io credeva una donna onesta, eserciterebbe il più infame di tutti i mestieri? Io non le darò nulla, se non vedo lo scioglimento di quest’affare.» In tal risoluzione, li seguì da vicino, e vide la vecchia entrare in una casa col giovane. Il califfo vi s’introdusse anch’egli, e si nascose in un canto donde poteva vedere ed udire, senza essere osservato. La vecchia chiamò sua figlia, la quale uscì tosto da un gabinetto.

«Aaron fu sorpreso allo scorgere una bellezza alla quale nessuna delle sue mogli poteva paragonarsi. [p. 138 modifica] Il portamento n’era nobile, la statura ben proporzionata; i suoi occhi, neri e languidi, erano pieni d’un magico collirio, più possente dell’arte dei Babilonesi (10); le sopracciglia somigliavano ad archi da cui partivano frecce mortali; il naso, alla punta d’una spada; la bocca al sigillo di Salomone; le sue labbra, a due cornaline rosse; i denti, ad una doppia fila di perle; la sua saliva era più dolce del miele, più fresca dell’acqua più pura; il seno alzavasi sul suo petto come due melagrani, e la sua pelle era morbida quanto la seta (11): infine, essa somigliava a quelle belta che i poeti pongono ai disopra dei sole e della luna.

«Quella fanciulla, non appena ebbe veduto il giovane entrato colla madre, rientrò precipitosamente nel gabinetto, rimproverando la vecchia di averla esposta alla vista d’uno sconosciuio. Questa si scusò dicendo essere sua intenzione di maritarla; che un giovane poteva vedere almeno una volta colei che voleva sposare; e che se il matrimonio non accadeva, non si sarebbero più veduti, e che, in ciò non eravi alcun male.

«Il califfo fu soddisfano scorgendo che la vecchia aveva intenzioni oneste. — Voi vedeste mia figlia,» disse poscia questa al mercadante. «Vi piace? — Moltissimo,» rispose il giovane. «Qual è la dote ed il doario che domandate? — Quattromila pezze d’oro per dote, ed altrettante di doario. — È troppo,» [p. 139 modifica] disse il mercadante. «Tutto il mio avere ammonta a sole quattromila pezze d’oro: se io mi privo di tutto, non mi resterà più nulla. Io vi darò mille pezze; ne sborserò altrettante per mobigliare la casa e far il corredo nuziale a mia moglie, ed il resto lo impiegherò nel commercio. —

«La vecchia rispose, che senza le quattromila pezze d’oro, egli non avrebbe avuto un sol capello di sua figlia. Il mercadante allora mostrò un grandissimo dispiacere per la modicità de’ suoi averi, accommiatossi dalla vecchia e si dispose a partire. Il califfo lo prevenne, uscì prima di lui, e si mise da un canto nella via, finchè lo vide allontanato. Rientro allora nella casa, e salutò umilmente la vecchia, la quale gli chiese, rendendogli il saluto, che cosa volesse.

«— Il giovane uscito testè di qui,» disse Aaron, «mi ha detto che non isposava vostra figlia; io vengo a chiedervi la sua mano, e ad offrirvi la somma che desiderate.» La vecchia squadrò il califfo da capo a piedi, e gli rispose: — Ladro, perchè tu ne hai l’aspetto, tutto ciò che porti indosso non vale duecento dramme: dove prenderai quattromila zecchini?

«— Queste ciance sono inutili,» soggiunse il califfo, «e l’ apparenza soventi volte inganna. Volete maritare davvero vostra figlia? io sono disposto a sborsarvi la somma. — Ebbene!» disse la vecchia; «noi ti sposeremo, se tu ci conti i quattromila zecchini.

«— Accetto le condizioni,» disse Aaron, entrando in casa e ponendosi a sedere. «Andate dal cadì, e ditegli che il Bondocanì (12) lo aspetta in casa vostra. [p. 140 modifica] — Ladrone,» riprese la vecchia, «posso io credere a che il cadì vorrà degnarsi di venire per te? - Ciò non v’imbarazzi,» soggiunse il califfo; «andate, e dite al cadì che porti con sè penna, carta e calamaio.»


NOTTE CDXXXI


— La vecchia partì, dicendo fra sè: — Se il cadì verrà con me, io potrò riguardare mio genero non come un ladro volgare, ma come un capo di ladroni.» Giunta alla casa del cadì, lo trovò seduto in mezzo a vari altri giudici e circondato da molte persone. Essa si avanzò, ma non osando farsi innanzi di più, tornò indietro. — Come!» disse poscia; «io tornerò a casa senza aver parlato al cadì?» Si fece coraggio, avvicinossi di bel nuovo alla porta, sporse innanzi la testa, la ritirò, e fece per più volte la stessa cosa.

«Il cadì osservò quell’azione, e chiamato un usciere, gli ordinò di far entrare la donna. L’usciere venne a cercarla; essa lo seguì assai contenta, e si avvicinò al cadì, il quale le disse: — Che volete, buona donna? — Signore,» rispose colei, «io ho in casa mia un giovane, il quale vorrebbe che voi lo veniste a visitare. — Chi è questo giovane che vuole ch’io vada a trovarlo, e qual n’è il nome? — Ha detto,» ripetè la vecchia, «che si chiama il Bondocani. —

«A tal nome, ch’era il nome segreto del califfo, noto solo ai pubblici impiegati, il cadì si alzò tosto da sedere, e disse alla vecchia: — Precedetemi, ed insegnatemi la strada.» Tutti gli astanti ebbero un [p. 141 modifica] bel domandargli ove andava; egli non rispose altro se non d’essergli sopravvenuta un urgentissimo affare, e partì colla vecchia.

«Costei, cammin facendo, rifletteva così tra sè: — Questo povero cadì è un brav’uomo; il mio futuro genero gli ha certamente dato questa notte delle bastonate: teme che non si rinnovi lo stesso giuoco, ed ecco perchè si affretta a venire lui. —

«Il cadì, seguendo sempre la vecchia, entrò nella di lei casa, e riconosciuto il califfo, voleva inginocchiarsi; ma Aaron gli fece segno che bramava restar incognito. Il cadì adunque lo salutò col solito modo, sedè famigliarmente vicino a lui, e chiesegli il motivo per cui lo aveva fatto chiamare. — Io vorrei,» rispose l’altro, «sposare la figlia di questa donna, ed abbiamo bisogno di voi per istendere il contratto.» Il cadì, volgendosi allora verso le donne, fece loro un profondo inchino, e domandò a quanto ammontasse la dote ed il doario. — Quattromila zecchini di dote ed altrettanti di doario,» rispose la vecchia.

«Il cadì, dopo essersi assicurato dell’assenso del califfo, voleva stendere l’atto, ma accorgendosi di aver dimenticata a casa la carta, prese un lembo del vestito, e vi scrisse prima di tutto il nome del califfo, di suo padre e dell’avo suo, a lui ben noti (13); poscia domandò alla vecchia il nome di sua figlia, di suo padre e del nonno:

«La vecchia si mise a piangere ed a lamentarsi. — Misere noi!» sclamò; «se suo padre vivesse, questo ladrone non avrebbe osato porre il piede in casa nostra, e molto meno aspirare alla mano di mia figlia; ma la morte di mio marito mi riduce a [p. 142 modifica] tal estremo. — Dio protegge gl’infelici e gli orfani,» disse il cadì scrivendo. Ad ogni nuova domanda, la vecchia ricominciava a lamentarsi alla più bella. Il cadì crollava il capo, e non sapeva come contenersi, ed il califfo smascellavasi dalle risa.

«Finito il contratto, il cadì tagliò il lembo dell’abito ove avea scritto, e si dispose a partire; ma non volendo recarsi in istrada col vestito tagliato, lo depose, e pregò la vecchia di regalarlo a qualcheduno cui potesse ancora servire. Mentre questi usciva, la vecchia disse al genero: — Ma non pagate il cadì, ch’è venuto in persona per voi, ha scritto sul lembo del suo abito, e fu costretto a spogliarsene?

«— Lasciatelo andare,» rispose il califfo; «io non gli darò neppur un obolo.

«— Come sono avidi i ladri!» gridò la vecchia; «quell’uomo venne qui per guadagnar qualche cosa, e noi lo spogliamo!» Il califfo rise di bel nuovo, e disse alla vecchia, accommiatandosene, che partiva per andar a prendere i quattromila zecchini ed alcune stoffe per abbigliare la sposa. — Oh ladro!» soggiunse la vecchia; «tu vai dunque a spogliare il magazzino di qualche povero mercadante, derubarlo d’ogni sostanza, e ridurlo così alla miseria! —

«Il califfo, di ritorno al palazzo, si vestì cogli abiti di cerimonia, sedè sul trono, e comandò si facessero venire marmorai, falegnami, imbiancatori e pittori. Quando furono giunti, baciata la terra dinanzi al califfo, ed innalzati voti al cielo per la durata del suo regno, ordinò egli di farli stendere sulla nuda terra, e dare a ciascuno di essi duecento colpi di bastone. E siccome questi chiedevano perdono, domandando umilmente qual errore avessero commesso, li fece rialzare, e disse al capo dei marmorai:

«— Nella tal contrada, al tal sito, troverete una [p. 143 modifica] casa fatta così e così; andatevi tosto, e lastricatela tutta di marmo. Se questa sera si trova soltanto una parte grande come un palmo che non sia lastricata, ti farò tagliare la destra,

«— Commendatore dei credenti,» rispose quegli, «noi non abbiamo marmo sufficiente.

«— Ne prenderete ne’ miei magazzini,» soggiunse il califfo, «e riunite tutti i marmorai di Bagdad. Quando la padrona di casa vi domanderà chi v’ha mandati, voi risponderete: Il vostro genero. S’ella vi domanda: Qual professione fa mio genero? Come si chiama? Voi risponderete alla prima domanda: Non lo sappiamo; ed alla seconda: Si chiama il Bondocani. Se alcuno di voi risponderà diversamente, sarà crocifisso sul luogo. —

«Il marmoraio radunò tutti gli operai della sua professione, fe’ caricare il marmo e tutto il necessario al lavoro, si recò alla casa indicatagli dal califfo, e vi entrò con tutti quelli che lo accompagnavano. La vecchia si presentò subito, e disse: — Che cosa volete? — Noi veniamo a lastricare questa casa. — Chi v’ha mandati? — Vostro genero. — Che professione fa mio genero? — Non lo sappiamo. — Ma come si chiama? — Il Bondocani. — Mio genero,» disse fra sè la vecchia, «non è che un ladrone; ma è certamente il primo, il capo, il più illustre di tutti i ladri.» I marmorai essendo provveduti dell’occorrente, ciascuno di essi non ebbe a fare che un picciolissimo lavoro.

«Il califfo aveva dati gli stessi ordini al capo dei falegnami: costui riunì gli operai, prese assi, chiodi, e tutto il necessario per far porte ed altri lavori del suo mestiere, Entrarono tutti nella casa, si divisero il lavoro e s’accinsero all’opra con molta lena.

«La vecchia, attonita, si presentò anche ad essi, e: — Che cosa volete? — Noi veniamo a mettere [p. 144 modifica] all’ordine questa casa. — Chi v’ha mandati? — Vostro genero. — Qual è la professione di mio genero? — Non lo sappiamo. — Ma come si chiama? — Il Bondocani.» La vecchia, non sapendo più dove si trovasse, e quasi impazzendo, pensò fra sè: — Mio genero, il ladrone, è un uomo ben formidabile, giacchè, costoro lavorano soltanto pel timore che inspira, e tutti questi operai ne hanno tal paura, che niuno d’essi oserebbe dire qual ne sia la professione. —

«Poco dopo giunsero i pittori e gl’imbiancatori colla calce, il gesso e gli arnesi necessarii. Gl’imbiancatori fanno la mistura, innalzano ed appoggiano le scale, e si mettono in numero di quattro o cinque davanti ad un muro; dietro ad essi lavorano i pittori.

«La sorpresa della vecchia era sì grande, che ne perdeva la ragione. — Mio genero,» disse alla figlia, «è obbedito puntualmente; questi operai ne hanno gran timore: altrimenti come potrebbe far tante cose in un sol giorno? Un altro non le farebbe eseguire in un anno. Peccato non sia altro che un malandrino. —

«Decisa d’interrogare i nuovi operai, la vecchia si accosta agl’imbiancatori, volge loro le solite domande, ed ottiene sempre le medesime risposte. S’indirizzò ai pittori, che non seppero dirle di più. Finalmente, accostandosi ad uno di essi, più giovane degli altri, e tirandolo in disparte: — Mio bel ragazzo,» gli disse, «in nome di Dio, palesami il vero nome e la professione di mio genero. Non ci è permesso parlare,» rispose questi, «pena la vita. — Or via,» soggiunse la vecchia, «vedo chiaramente che mio genero è un ladro: tutti hanno timore del male che può arrecare. —

«Sul far della sera gli operai, avendo finito di assettare la casa, ripresero gli abiti, andarono al palazzo, e resero conto al califfo del compimento de’ suoi [p. 145 modifica] ordini. Il monarca, ricompensatili splendidamente, mandò a chiamare alcuni facchini, fe’ riempire molti panieri di biancherie, di tappeti, di cuscini, e porre in altri abiti stoffe ricamate e gioielli; indi ordinò ai facchini di portarli alla casa della vecchia, e dare alle costei interrogazioni le stesse risposte da lui prescritte agli altri operai.

«La donna, vedendo arrivare i facchini, disse loro: — Voi v’ingannate: tutte queste cose non sono per noi; portateli a quelli cui appartengono. — Questa è la casa,» risposero i facchini, «che oggi fu messa all’ordine, ed è proprio qui che vostro genero ci manda.» Nello stesso tempo entrati, deposero i loro carichi, dicendo alla vecchia, la quale insisteva ancora che s’ingannavano: — Abbiate cura di adornare la vostra casa; indossate questi abiti, e fate abbigliare quanti vorrete, giacchè vostro genero abbonda di tutto, e verrà questa notte a visitarvi nell’ora in cui ognuno dorme. — I ladri,» pensò la vecchia, «girano sempre di notte.»


NOTTE CDXXXII


— Frattanto la vecchia andò a visitare le vicine, e le pregò di venire con lei ad aiutarla ad addobbare la casa, e disporre i mobili e gli effetti ricevuti. Le vicine la seguirono, tanto per soddisfare alla propria curiosità, quanto per voglia di renderle servizio. Giunte dinanzi alla casa, rimasero attonite, vedendola imbiancata e riparata; i loro occhi sono abbagliati dalla quantità di mobili, gioielli, abiti ed oggetti di lusso che brillavano da ogni parte, e: [p. 146 modifica]«— Chi v’ha date tutte queste cose,» le dissero, «ed in qual modo questa casa si è d’improvviso cambiata? Ieri soltanto era una lurida casupola, nera, senza dipinti, e tanto meno vi si vedevano i marmi. Dormiamo, e tutto questo non è che un sogno, oppure è l’effetto d’un incantesimo?

«— Non v’ha illusione,» disse la vecchia, «tutto fu fatto nel modo il più naturale; fu mio genero che operò tutte queste maraviglie, e mi mandò tutto quello che vedete. — Vostro genero! E chi è vostro genero? Quando avete maritata vostra figlia? Noi non ne abbiamo saputo nulla. — Tutto si effettuò entr’oggi. — Qual è lo stato di vostro genero? È certamente un ricco mercadante od un gran signore.

«— Mio genero non è nè l’uno nè l’altro; è un ladro, ma non un ladro comune: è il capitano di tutti i ladri.» A tali parole, le vicine rabbrividirono, e dissero alla vecchia:

«— In nome di Dio! fateci la grazia di raccomandarci a vostro genero, affinchè lasci stare le nostre case. Fra vicini si devono avere reciproci riguardi. — Non temete, egli è un uomo generoso; io vi prometto che non solo non vi toglierà nulla, ma ordinerà ai ladri, dei quali è duce, di rispettare le vostre proprietà. —

«Le promesse della vecchia rassicurarono alquanto le vicine, le quali aiutaronla a disporre i mobili ed assettare la casa. Quand’ebbero finito, si occuparono dell’abbigliamento della sposa: si mandò dapprima a chiamare un’acconciatrice, poscia le fecero indossare abiti magnifici e l’adornarono d’ogni sorta di gioielli. Mentre compivasi la toletta della sposa, si videro giungere facchini che portavano canestri pieni delle vivande più delicate e dei migliori piatti, come piccioni, polli, pernici, quaglie, galline faraone (14); [p. 147 modifica] in altri panieri eravi il dessert, composto di paste, chicche, confetti e simili.

«— Prendete queste cose,» dissero i facchlni alla vecchia; «è vostro genero che ve le manda. Vi raccomanda di mangiarle con appetito, e darne ai vostri vicini ed a chi vorrete.

«— In grazia,» disse la vecchia, «qual è la condizione di mio genere e come si chiama? — Si chiama il Bondocani; ma, noi non conosciamo la sua condizione,» risposero i facchini andandosene.

«— Senza dubbio,» dissero alcune vicine, «è un ladro.

«— Sia pure chi si voglia,» dicevano altre, «chi può fare tali cose, non ha l’eguale in Bagdad. —

«Poscia tutte si misero a tavola, ed ognuna mangiò con appetito; si portò il dessert, al quale si fece non meno onore. Erasi avuto cura di porre in disparte, per lo sposo, qualcuna delle vivande più delicate ed alcuni piatti del dessert.

«Frattanto si sparse nel quartiere la notizia che la vecchia aveva maritata sua figlia ad un ladro, il quale l’aveva arricchita in modo repentino con numerosi presenti. Questa notizia, passando di bocca in bocca, giunse tosto all’orecchio del mercadante di cui favellammo; egli, sente che la fanciulla da lui chiesta in isposa era stata data in moglie ad un ladro, il quale le aveva donato una gran quantità di mobili, d’abiti e di gioie, e rimodernata la casa, facendola imbiancare, dipingere e lastricare di marmo, e resa d’una magnificenza abbagliante.

«Questo avvenimento punse al vivo il giovane mercatante, il quale concepì tosto il pensiero di andare dal luogotenente di polizia, e promettergli una grossa ricompensa per interessarlo ad impadronirsi del ladro, sperando, con tal mezzo, di giungere al possesso della giovane. Andò subito dunque dal [p. 148 modifica] magistrato, gli raccontò l’accaduto, e promessagli una buona ricompensa, gli disse che, siccome il ladro possedeva immense ricchezze, ne potrebbe prendere quante desiderava.

«Il luogotenente di polizia fu contentissimo, e disse al giovane mercatante:

«— Aspettate fino alle dieci di sera, così noi troveremo in casa il ladro. Io vi andrò a quell’ora; lo farò arrestare, e voi v’impadronirete della giovane.» Il mercatante ringraziò il magistrato, si ritirò, e tornò all’ora indicata.

«Il luogotenente di polizia montava a cavallo con quattrocento soldati, accompagnato da quattro ufficiali, e preceduto da fiaccole e lanterne; tutte le vicine eransi ritirate; la casa era rischiarata da molte bugie, e la madre e la figlia, ben chiuse, aspettavano tranquille il novello sposo. Il luogotenente di polizia bussa rozzamente alla porta; la vecchia si alza, scorge dalle fessure una splendida luce, guarda fuori, e vede il luogotenente di polizia ed il suo seguito che occupavano tutta la contrada, ed uno degli ufficiali già in procinto di atterrare la porta.

«Costui, chiamato Schemama, era uomo violento, brutale, o meglio ancora un vero diavolo in carne, sempre pronto a far il male e portarlo ai più grandi eccessi. — Che cosa facciamo costà,» diceva al magistrato, «e cosa guadagneremo aspettando che ci sia aperta la porta? È meglio atterrarla, precipitarci su di essi, arrestare quello che cerchiamo, ed impadronirci degli effetti che si trovano nella casa. —

«Un altro ufficiale, di nome Hassan, di aspetto dolce e d’un carattere ancor più mite, desideroso di far il bene, e che sembrava posto presso al luogotenente di polizia pel benefizio dell’umanità, gli disse: — Codesto consiglio è cattivo e pernicioso: niuno si è mai lagnato di queste persone, e noi non sappiamo se l’uomo [p. 149 modifica] denunciato come ladro, lo sia realmente; il giovine mercante, malcontento di non aver sposata la giovane, può aver fatta una falsa deposizione per vendicarsi. Non immischiatevi in un affare che può avere per voi tristi conseguenze, e cerchiamo venir in chiaro di tutto colla dolcezza. Del resto, tocca al comandante il decidere su ciò che si deve fare. —

«La vecchia udiva tutti que’ discorsi attraverso le imposte, e tremava di spavento. Tornò vicino alla figlia, e le disse che il luogotenente di polizia stava alla porta. — Barricatela,» rispose la giovane spaventata; «forse Dio ci salverà da questo pericolo.» La vecchia assicurò la porta. Si bussò di nuovo e con maggior violenza; essa domandò: — Chi è là? — Infame vecchia,» rispose Schamama, «socia di ladri! non vedi che è il luogotenente di polizia co’ suoi soldati? Apri subito!

«— Noi siamo donne,» rispose la vecchia, «e qui non c’è alcun uomo; non possiamo aprire. — Apri,» ripetè Schamama con voce terribile, «altrimenti la faremo in pezzi. —

«La vecchia non rispose, e tornò dalla figlia. — Vedi,» le disse, «quel ladro è cagione che noi siamo assediate fin dal principio della notte. A quanto pare, egli è perduto. Volesse il cielo che stasera non venisse. Ah! se vostro padre vivesse ancora, il luogotenente od altri della sua specie non avrebbero mai assalita così la nostra casa. — Che cosa dobbiamo farci?» diceva la giovane; «bisogna sottomettersi al destino. —

«Frattanto il califfo, vedendo che nelle vie non v’era alcuno, che la notte si avanzava, e che tutti eransi ritirati nelle proprie case, si travestì, prese il suo archibugio, cinse la spada ed uscì segretamente per recarsi dalla novella sposa. Giunto all’angolo della contrada, vide da lontano le fiaccole, riconobbe il [p. 150 modifica] luogotenente di polizia coi suoi soldati, il giovane mercante vicino a lui, ed udì la maggior parte degli ufficiali che gridavano: — Gettiamo giù la porta, prendete la vecchia, e torturatela per farle confessare ov’è il ladro, suo genero.»


NOTTE CDXXXIII


— Il solo Hassan si sforzava invano di contenere quella moltitudine arrabbiata, dicendo: — Bravi compagni, rispettate le leggi che voi dovete far osservare, e non precipitate nulla. Sono donne, non hanno presso di sè alcun uomo, e non maltrattatele. Forse il denunciato non è un ladro, e quest’affare può avere per noi tristi conseguenze. — Hassan,» gridò Schamama, «tu non sei fatto per accompagnare un luogotenente di polizia, ma piuttosto per sedere sul banco dei giudici. Nella nostra professione vuolsi gente destra, determinata, accanita alla preda, adatta ad un colpo di mano, ed a sorprendere chi si vuol arrestare.

«Maledetto Schamama,» diceva fra sè il califfo, ascoltando quelle parole, «io ti ricompenserò come meriti.» Nello stesso tempo, scorse vicino alla casa, ove abitava la vecchia, una via senza uscita; vi entrò e vide una gran porta dinanzi alla quale scorgevasi una tenda ed una lampada sospesa: da una parte stava seduto un eunuco. Il padrone di quel palazzo era uno degli emiri del califfo che comandava mille soldati; si chiamava l’emiro Iounis. Era uomo duro e feroce, e che, quando non aveva maltrattato alcuno nel corso del dì, non mangiava per la rabbia. [p. 151 modifica]

«L’eunuco, vedendo venire il califfo, sgridollo, e si alzò per percuoterlo, dicendo: — Dove vai, insensato?» Il califfo gli rispose con fermo e sonoro accento: — Infame schiavo! Che t’importa?» L’eunuco, sconcertato, crede vedere nell’augusto sovrano un leone in procinto di scagliarsi su lui, e presa la fuga, corse tremando dal padrone, il quale, vedendolo, gli disse: — Ribaldo! Che ti è accaduto? — Ah! signore,» rispose colui, «mentre io stava seduto alla porta, un uomo entrò nella contrada, e si avvicinò al palazzo; io volli percuoterlo, ma egli gridò con voce tuonante: infame schiavo! Io presi la fuga, e vengo a rendervene avvertito. —

«L’emiro, udendo tal discorso, si sentì quasi soffocato dalla bile. — Trattare la mia gente da infame!» gridò; «è ingiuriar me stesso. Corro a punire questo insolente.» Tosto si alza, afferra un’enorme mazza d’armi capace d’infrangere una montagna, ed esce gridando: — Ov’è l’insolente che m’insulta, trattando la mia gente da infame?» Il califfo, vedendo venire Iounis, lo chiama per nome. L’emiro, riconoscendo tosto la voce del suo padrone, gettò la mazza e si prosternò a terra.

«— Vile,» disse il califfo, «tu sei un gran signore, e soffri che il luogotenente di polizia venga a turbare e tormentare, nel tuo quartiere, due donne ritirate nella loro casa, e che non hanno alcun uomo! Tu rimani tranquillo qui, e non esci per respingere e trattare come si deve quell’indegno ufficiale! — Commendatore dei credenti,» rispose Iounis, «se io non avessi temuto di maltrattare un magistrato, nel quale potevate aver qualche confidenza, stanotte sarebbe stata fatale tanto a lui che ai suoi soldati; e se voi l’ordinate, corro tosto ad assalirli e tagliarli a pezzi: come potrebbe un luogotenente di polizia resistermi coi suoi arcieri? [p. 152 modifica]«— Entriamo dapprima in casa vostra,» disse il califfo. Iounis voleva che sedesse, ma egli rifiutò, ed imposegli di farlo salire sulla terrazza. Quando vi furono, mostrò all’emiro la casa delle donne di cui aveva parlato, e chiese in qual modo potesse introdurvisi. Iounis gli accennò un luogo favorevole al suo disegno, e corse a prendere una scala, che appostò come bisognava. Il califfo salì, varcò lo spazio che separava le due case, e disse a Iounis di rientrare, che lo avrebbe chiamato quando ne avesse bisogno.

«Il califfo andò sulla terrazza camminando leggermente, e senza far rumore, per timore di spaventare ancor più le donne, ed inoltrossi sino ad un’apertura che guardava nell’interno dell’appartamento. Vi mette l’occhio, e maravigliato della magnificenza che scorge ovunque, crede di veder un paradiso; le doratura e le pitture risplendevano ancor più pel riverberar dai lumi e delle lampade; la giovane, seduta sul trono, vestita d’abiti sfarzosi, ed adorna di gioielli, somigliava al sole che brilla in mezzo ad un cielo sereno, od alla luna nella sua maggior pienezza.

«Mentre il califfo, stupito della leggiadria della nuova sposa, consideravala con compiacenza, la vecchia così parlava alla figlia; — Che faremo noi, ed in qual modo ci sbarazzeremo di questi furfanti? Noi siamo donne, ed abbiamo sol Dio per appoggio. Qual fatale destino ci ha mandato quel ladro! Ah! se vivesse vostro padre..... Ma tale è la volontà di Dio.

«— Madre,» rispose la fanciulla, «voi avete un bel piangere ed umiliarmi, trattando quel giovane da ladro; siccome Dio me l’ha dato per isposo, io devo riceverlo dalle sue mani e sottomettermi ai suoi voleri. — Dio voglia,» riprese allora la vecchia, intenerita dai sentimenti della figlia, «ch’egli non venga questa notte; imperocchè sarebbe arrestato, e farebbero un brutto giuoco a quel povero giovane! — [p. 153 modifica]«Il califfo, avendo intesa quella conversazione, raccolse da terra un sassolino della grossezza d’un pisello, lo slanciò destramente sulla candela che ardeva davanti alla giovane e la spense. — Che cos’è che fa spegnere questa candela, mentre le altre ardono così bene?» disse la vecchia riaccendendola. Mentre, finiva tali parole, il califfo slancia un secondo sassolino, che spegne la candela onde colei erasi servita a riaccendere la prima. — Ed ancora una che si spegne,» disse la vecchia; «è meraviglioso.» Poco dopo, un terzo ciottolo spense un altro lume. — Oh adesso,» soggiunse la vecchia, «bisogna che qualche spirito aereo si diverta a spegnere qui le candele.» Mentre andava a riaccenderla, un sasso le cade sulla mano; ella guarda allora dalla parte dell’apertura ch’era sulla soffitta, e vede il genero.

«— Guardate da qual parte viene il vostro sposo,» disse alla figlia; «egli ha preso la strada de’ suoi pari: è sempre dai tetti che scendono i ladri; un altro sarebbe entrato dalla porta. Ma Dio sia lodato ch’è venuto da quel lato; altrimenti egli sarebbe stato preso.» Poscia, dirigendosi al genero: «Vattene subito,» gli gridò, «per dove sei venuto, se non vuoi essere preso dagli scellerati che assediano la nostra casa. Noi siamo due donne solo, e non possiamo salvarti.

«— Apritemi la porta della terrazza,» rispose il califfo ridendo, «ond’io venga vicino a voi, e vegga ciò che debbo fare a quei marrani. — Sciagurato,» soggiunse la vecchia, «credi tu che chi assedia la nostra casa somigli a quel povero cadì, il quale ebbe tal paura di te, che tagliò la sua veste per iscrivere sul momento il tuo contratto di nozze? Quello che ci assedia è il luogotenente di polizia in persona; credi tu di potergli far eseguire tutto ciò che vorrai? — Apritemi, vi dico,» rispose il califfo, «o [p. 154 modifica] rompo la porta.» La vecchia salì ed aperse l’uscio della terrazza. Il califfo essendo entrato, si mise vicino alla sposa, disse che si sentiva appetito, e chiese di mettersi a tavola. — Avresti tu il coraggio di mangiare,» ripigliò la vecchia, «mentre questi scellerati possono entrare da un momento all’altro? — Non temete,» rispose il califfo, «datemi qualche cosa.» La vecchia portò le vivande ed i piatti del dessert messi in disparte, ed Aaron si mise a mangiare, conversando tranquillamente colle donne.

«Quando il califfo ebbe mangiato a sazietà e fu tolta la mensa, si udirono raddoppiare le grida: — Aprite la porta, o la buttiamo giù.» Aaron allora si cavò l’anello, e consegnollo alla vecchia, dicendo: — Portatelo al luogotenente di polizia, e ditegli che il padrone di quest’anello è in casa vostra. S’egli vi domanda che cosa vuole, voi gli direte esser mio desiderio, ch’egli entri coi suoi quattro primari ufficiali, e faccia portare una scala di quattro gradini, una corda ed un fascio di bacchette. (15)

«La vecchia, malcontenta della commissione, rispose: — Il luogotenente di polizia avrà dunque paura anche di voi e di questo anello? Io temo ch’esso non serva a nulla, che coloro non mi ascoltino, e precipitandosi addosso a me, non mi ammazzino. — Non temete,» soggiunse il califfo, «colui non può resistermi. — Se voi avete anche il segreto di farvi temere dal luogotenente di polizia, e fargli eseguire i vostri voleri,» ripigliò la vecchia, «io voglio assolutamente prendere lezione da voi, e non vi abbandonerò; se non m’abbiate prima insegnato un giro del vostro mestiere, non foss’anco che per derubare le donne. — [p. 155 modifica]«Il califfo rise, e diede l’anello alla vecchia. Questa andò fino alla porta, pensando tra sè: — Io schiuderò un poco la porta per dar loro l’anello, e se essi non ascoltano ciò ch’io debbo dir loro da parte del ladro, la rinchiuderò come prima.... Che cosa volete voi dunque?» gridò ella poscia con forza. — Infame vecchia, abbominevole maga,» rispose Schamama, «noi vogliamo prendere il ladro che si trova in casa tua, tagliargli una mano ed un piede, e vedrai in qual guisa ti tratteremo in seguito. —

«La vecchia, spaventata, domandò se qualcuno d’essi sapesse leggere. — Sì,» disse il luogotenente inoltrandosi. — Eccovi un sigillo, guardate ciò che vi è scritto, e qual è il nome dell’uomo cui appartiene. — Che il diavolo porti il sigillo e chi n’è il padrone!» disse Schamama. Poscia, volgendosi al luogotenente di polizia: «Appena la vecchia comparirà,» gli disse, «battetela, gettatela per terra, e fateci entrare nella casa; noi prenderemo il ladro, e poi vedrete di chi è il sigillo; e se appartiene a qualcuno cui noi dobbiamo rispetto, diremo di non averlo veduto se non quando il male era già fatto; nessuno potrà sostenere il contrario. —

«Ciò dicendo, Schamama si avvicinò alla porta, e disse alla donna: — Dammi quell’anello, e vediamo se potrà salvarti.» La vecchia schiuse alquanto la porta per far passare la mano, e glielo consegnò. Egli lo prese, e passollo al luogotenente di polizia. Questi, riconoscendo l’anello d’Aaron Alraschild, cangiò di colore, e tremò per tutte le membra. — Che cos’hai?» disse Schamama. Il magistrato, per risposta, gli presentò l’anello: l’avvicinò egli ad una fiaccola, e non potè far a meno di riconoscere, malgrado i suoi trasporti, l’anello del califfo. Tosto cadde al suolo, gridando: — Aiuto, aiuto!» [p. 156 modifica]

NOTTE CDXXXIV


— «Sciagurato!» sclamò il luogotenente di polizia; «la vendetta divina sta per colpirti: tutto questo è l’effetto del tuo infame procedere e della tua cupidigia. Preparati a rispondere ai nostri accusatori, ed a cavarti, se lo puoi, da questo impaccio fatale. —

«Schamama, tornando in sè, disse alla vecchia con rispetto: — Che cosa desiderate, signora?» Questa si avvide tosto che aveano paura del genero, e ne stupì. — L’uomo cui appartiene il sigillo,» rispose, «domanda una scala di quattro gradini, una corda, un fascio di bacchette, ed il sacco che racchiude l’occorrente pel castigo dei colpevoli; egli domanda inoltre di vedere il luogotenente di polizia ed i suoi quattro principali officiali. — Ov’è, illustre dama,» rispose Schamama, «colui al quale appartiene l’anello? — Si trova qui,» rispose la vecchia.

«Il luogotenente, avvicinandosi alla donna, le domandò a sua volta dov’era il padrone dell’anello, e che cosa desiderava; la vecchia gli ripetè quanto aveva detto a Schamama. — Noi siamo pronti ad eseguire gli ordini del padrone di questo anello, ed abbiamo tutti gli arnesi necessari per punire i rei,» soggiunse il magistrato, balbettando e tremando come quelli del suo seguito.

«La vecchia rientrò, e disse al genero ridendo: — Non v’ha sulla terra un capo di ladri vostro pari; voi fate paura al cadì, fate paura al luogotenente di [p. 157 modifica] polizia, a tutti insomma. Io voglio entrar al vostro servizio, e derubare le donne mentre voi spogliate gli uomini. Mi parteciperete i vostri secreti, ed io potrò riescire; imperocchè tal padrone, egual servo, simil padre, egual figlio, dice il proverbio. Però, se quando costoro sono venuti, avessero rotta la porta, e si fossero precipitati su di noi mentre non eravate qui, cosa sarebbe mai accaduto? Ma, grazie a Dio, siete venuto ancora in tempo. —

«Il califfo si mise a ridere, e la sua giovane sposa, seduta al di lui fianco, gioiva della loro liberazione, allorchè il luogotenente di polizia entrò, accompagnato dai quattro primari ufficiali, fra i quali erano Schamama ed Hassan. Aaron fece venir avanti quest’ultimo, e gli disse di chiamare l’emiro Iounis, comandante di mille uomini. Costui comparve sul momento, ed allora il padrone gli ordinò di castigare il luogotenente di polizia e Schamama.

«Iounis obbedì, e disimpegnossi dell’incarico da uomo cui esso non dispiaceva. Il castigo fu spinto sì lungi che gl’infelici vi lasciarono le unghie. Furono quindi tratti in prigione, ed Hassan fu rivestito del grado di luogotenente di polizia. — Non avete mai veduto,» disse Aaron alla vecchia, «un ladro trattare di tal guisa il luogotenente di polizia e la sua gente? — No, davvero,» disse la vecchia, «e non mi resta se non una cosa a desiderare, ed è che Iddio punisca ora il califfo per l’ingiustizia commessa verso di noi; ingiustizia senza la quale, malgrado le tue prodezze ed il maraviglioso di tutto questo, tu non avresti mai messo piede in casa nostra. —

«Il califfo, attonito per quella brusca esclamazione, disse tra sè: — Avrei io commessa qualche ingiustizia, e dato occasione a questa donna d’imprecare così contro di me?... Che male,» disse poi, «v‘ha fatto il califfo? [p. 158 modifica]«— Che male? ha fatto saccheggiare la nostra casa: ci furono portati via i mobili, gli effetti, tutto quello che possedevamo, non lasciandoci un solo vestito, nè di che comperarci un pezzo di pane; e se Dio non vi avesse mandato, saremmo morte di fame.

«— Perchè il califfo vi trattò in questo modo?

«— Mio figlio è uno de’ suoi hageb. Un giorno, ch’egli stava qui seduto, udì bussare; corre alla porta, e vede due donne che gli domandano acqua da bere; egli ne dà loro, e quelle, se ne vanno. Un’ora dopo, una vecchia gli porta un piatto di focacce da parte della persona cui avea dato da bere; le accetta. La guardia del quartiere passa di qui, egli chiede qualche cosa, essendo il giorno della festa dell’Arafa: mio figlio gli dona il piatto di focacce. Un’ora dopo, una torma di soldati viene da parte del califfo: conducono via mio figlio e depredano la nostra casa. Il califfo vuol sapere come sia capitato a mio figlio il piatto delle focacce: egli lo dice. Il sovrano gli domanda se ha veduto qualcuno dei vezzi della giovane. Egli voleva dire di no; ma tutto turbato com’era, rispose senza pensarvi di averne veduto il volto. Il califfo fe’ venire la giovine ed ordinò di decapitarli entrambi. Ma non volendo far eseguire la sentenza in giorno di festa, li mandò in prigione. Ecco come ci ha trattati, e senza tal ingiustizia e la perdita di mio figlio, tu non avresti mai sposata mia figlia. —

«Aaron, uditi i lamenti della vecchia, riconobbe l’ingiustizia commessa, e rispose: — Che cosa direste voi s’io impegnassi il califfo a far mettere in libertà vostro figlio, a rendergli i suoi beni, a dargli un impiego più distinto, e se codesto caro figlio venisse questa notte medesima a gettarsi nelle vostre braccia? —

«La donna non potè trattenersi dal sorridere all’idea di rivedere il figliuolo, ma ricadendo tosto [p. 159 modifica] nella primiera tristezza, rispose: — Taci, sciagurato, le cialtronerie sono qui fuor di luogo: l’uomo del quale ti parlo non è come il luogotenente di polizia, che ha paura di te, e che tratti come vuoi; è desso il Commendatore dei credenti, il grande, Aaron Alraschild, il cui nome è rispettato dall’oriente all’occidente, e che comanda a numerosi eserciti. Il più abbietto schiavo della sua corte ha maggior potere del luogotenente di polizia. Non lasciarti accecare dai successi delle tue astuzie, e pel timore che ispiri alla gente d’una certa specie; non voler correre alla tua perdita, e lasciarci senza appoggio. Io spero, per mio figlio, che l’Onnipotente vorrà venirci in aiuto. —

«Il califfo, intenerito sin alle lagrime da tali parole, si alzò per andarsene. La vecchia e la figlia lo stimolavano a fermarsi, cercando di trattenerlo, ma egli giurò che nulla avrebbegli impedito di uscire, e fuggì loro di mano.

«Rientrato Aaron nel suo palazzo, sedè sul trono e fece venire gli emiri, i visiri e gli hageb. Allorchè furono riuniti, e prostrati a lui dinanzi, ebbero innalzato, secondo l’uso, fervidi voti per la durata del suo impero, disse loro: — Ho riflettuto sull’affare di Alaeddin, che feci arrestare e mettere in prigione; e stupisco che alcuno di voi non m’abbia chiesto grazia per lui, e non gli abbia data nessuna prova di attaccamento e sensibilità.

«— Commendatore dei credenti,» rispose uno degli emiri, «il nostro rispetto ci ha trattenuti; ma ora noi imploriamo la vostra misericordia pel vostro schiavo.» Tutti gli emiri si scoprirono allora la testa, e baciarono il suolo. — Io gli perdono,» disse il califfo; «andate a trovarlo, vestitelo d’un abito d’onore, e conducetelo qui. —

«Comparso Alaeddin alla presenza d’Aaron [p. 160 modifica] Alraschild, egli lo investì d’una delle prime dignità del palazzo, e gl’ingiunse di tornar subito a casa. Fattolo salire sur un cavallo di corte, gli emiri lo accompagnarono e lo ricondussero a casa in trionfo, fra gli applausi di numeroso popolo e le melodie d’ogni sorta di strumenti. La madre e sua sorella, udendo da lungi le grida del popolo ed il fracasso dei tamburi, non sapevano cosa fosse. D’improvviso gli uscieri bussarono alla porta, ed annunciata la grazia d’Alaeddin e la nuova sua dignità, chiesero nel medesimo tempo la ricompensa della buona notizia, e se ne andarono tutti contenti della generosità delle donne.

«Alaeddin comparve fra poco in persona. La madre e sua sorella gli saltano al collo, se lo stringono al seno, e versano lagrime di gioia. Il giovane siede e racconta loro la sua avventura. Osservando poscia la magnificenza della casa, ne dimostra la propria meraviglia alla madre. Ella gli narra che, il giorno del di lui arresto, la casa era stata spogliata e saccheggiata, spezzati i marmi, le porte, i mobili; che non vi aveano lasciato il valore d’una dramma, e ch’erano rimaste tre giorni senza mangiare.

«— Ma d’onde vengono tutte queste cose, questi effetti, questi mobili, questi vasi? Chi ha decorata e, ornata codesta casa in sì breve tempo? Tutto quello ch’io vedo sarebbe un sogno? — Non è un sogno, ma una galanteria di mio genero, che fece tutto ciò in un sol giorno. — Chi è vostro genero? Quando maritaste mia sorella, e chi ha potuto sposarla senza il mio consenso? — Non adirarti, figliuol mio, senza di lui noi saremmo perdute. — Che professione fa mio cognato? — Il ladro,» Alaeddin, a tali parole, poco mancò non soffocasse per la rabbia e l’indignazione. — Chi è dunque codesto ladro che osa diventar mio cognato? Per la tomba degli avi miei! gli taglierò la testa. — Lasciamo là questo bandito; egli [p. 161 modifica] ha fatto ben altre cose ad altri che a te, e non gli accadde nulla: tutto ciò che vedi fu per lui l’opra d’un giorno. —

«La madre d’Alaeddin gli raccontò allora l’avventura del cadì, quella del luogotenente di polizia ed il castigo di quest’ultimo; gli mostrò per terra le orme del sangue che la violenza delle percosse avea fatto scorrere, e finì dicendo: — Io mi sono lagnato davanti a lui dell’ingiustizia del califfo e del tuo arresto; subito egli m’ha promesso d’andare a presentarsegli, di farti mettere in libertà, rivestirti d’un abito d’onore, renderti tutti i tuoi beni e fartene dare di nuovi. In fatti, egli se ne andò tosto, e poco dopo abbiamo avuta la felicità di rivederti; è a lui senza dubbio che ne siamo debitori. —

«Alaeddin non ci capiva nulla, e la sua maraviglia non poteva esser maggiore. — Come si chiama costui? — Lo ignoro, e tutte le volte che lo chiesi ai diversi operai venuti qui per suo comando, mi dissero di non saperlo, ma che il suo soprannome era il Bondocani. —

«A tal nome, Alaeddin comprese che il supposto ladro non era altri che il califfo. Egli si alzò fuor di sè, e baciò sette volte la terra. La madre si mise a ridere, e gli disse: — Come, figliuol mio, questo nome ti fa pure perdere il coraggio? Tu dicevi un momento fa che gli avresti tagliata la testa. — Non sapete,» rispose Alaeddin, «che l’uomo da voi nominato è il Commendatore dei credenti, il califfo Aaron Alraschild? E chi altro, fuor di lui, avrebbe potuto trattare così il luogotenente di polizia, e fare tutto ciò ch’egli ha fatto? — Ah! figlio mio, sono perduta; il califfo non me lo perdonerà; io l’ho sempre trattato come ladro! —

«Mentre così parlavano, il califfo entrò. Alaeddin si gettò a’ di lui piedi, ma la donna fuggì, e si nascose [p. 162 modifica] in un gabinetto. — Dov’è vostra madre?» disse il monarca. — Ella non osa comparirvi davanti,» rispose Alaeddin. — Perchè?» soggiunse il califfo; «ella non ha nulla a temere.» E subito andò a chiamarla. Colei venne, e gli si prosternò davanti: — Poco fa,» egli le disse ridendo, «voi volevate prendermi per maestro, ed incaricarvi di derubare le donne; ora mi fuggite! Questo non è il mezzo di far progressi. —

«La vecchia, alquanto rassicurata, chiese perdono al califfo, il quale fece venire sul momento un cadì, ripudiò la principessa di Persia, e la maritò con Alaeddin. Si celebrarono nel medesimo tempo i due sponsali; tutti gli emiri ed i signori di Bagdad vi assistettero; le feste ed i divertimenti durarono tre giorni, e si distribuirono ai poveri elemosine in copia. Alaeddin ed il califfo passarono lieti giorni vicino alle loro spose, e la loro felicità non terminò che colla morte.»

Scheherazade finiva di raccontare l’avventura del califfo Aaron Alraschild colla pronipote di Chosroe Anoschirvan, e del suo matrimonio colla sorella di uno de’ suoi ciambellani; il sultano delle Indie; che quelle avventure avevano divertito assai, chiese tosto alla sultana se ne sapesse qualche altra del medesimo principe.

— Sire,» rispose la sultana, «la vita del califfo Aaron è piena di una moltitudine di simili avventure, senza parlare d’un numero infinito di tratti curiosi, di piccanti aneddoti: tutte queste cose mi sono presenti alla memoria; ma io desidererei, se me lo permetteste, di raccontarvi ora la storia di un giovane mercante di Bagdad e della dama incognita, storia nella quale spiccano principalmente la giustizia e l’umanità di questo gran principe.»

Il sultano delle Indie avrebbe voluto udir subito [p. 163 modifica] qualche cosa di quella storia; ma il giorno, che cominciava ad apparire, lo astrinse ad aspettare la notte seguente. Scheherazade diè principio adunque all’indomani, in tai sensi:



Note

  1. Questa festa si celebra il 9 del mese di dou al hago, che è l’ultimo dell'anno arabo. Essa trae tal nome da un monte vicino alla Mecca, sul quale i pellegrini vanno a pregare in quel giorno. I dettagli di questa festa, che si leggono nella Continuazione delle Mille ed una Notti, furono immaginati dai traduttori, e sono totalmente contrari alla religione di Maometto.
  2. L’elemosina è uno dei cinque principali precetti dell’islamismo.
  3. Provincia della Persia, anticamente Battriana.
  4. Chosroe Anoschirvan, o Chosro è il grande, re della Persia, della dinastia dei Sassanidi, contemporaneo di Giustiniano. Esso è chiamato il Giusto degli scrittori orientali, che vantano molto le sue virtù. Gli autori greci ne fanno un ritratto assai diverso. Il suo carattere, secondo Le Beau, è un problema insolubile si potrebbe scioglierle, distinguendo due epoche nel suo regno, come lo indica questo passo.
  5. Pronipote significa in questo caso discendente; l’autore arabo si serve anche della parola figlia in tal significato.
  6. Il nome arabo di queste paste è catifa, che al plurale fa catayèf.
  7. In arabo cahermaniah. I califfi Abassidi avevano per intendenti delle loro case alcune donne chiamate cahermaniah, nelle quali fidavano più che negli uomini, temendo d’essere avvelenati.
  8. Nome d’una dignità presso la persona del califfo; che può corrispondere a quella di ciambellano.
  9. Le parole del testo cous al bondoc indicano un arco o strumento, atto a lanciar palle. Il vocabolo archibugio, od arcobugio, è pur derivato da arco. Le parole kis al bondoc, che si tradussero per giberna, indicano propriamente un sacco ove si ripongono le palle.
  10. La città di Babilonia o Babele, è famosa fra i Maomettanl pe’ suoi prestigi ed incantesimi. È opinione fondata sur un passo del Corano, nel quale si dice che i due angeli prevaricatori, Harot e Marot, insegnavano magia a Babilonia (Corano, cap. II o della Vacca, versetto 112, ediz. di Maracci).
  11. La maggior parte di questa descrizione, tradotta letteralmente, è citata dal dotto Iones ne’ suoi Commenti sulla poesia asiatica, pag. 177.
  12. In arabo albondocani. Questa parola, derivata da bondoc, palla da moschetto, d’onde viene pure il nome bondokin, fucile, deve significar qui chi porta il fucile od un archibugio.
  13. Il califfo Aaron era figlio di Mahdi, e pronipote d’Abn Giafar Almansur.
  14. In arabo cata od al cata.
  15. Questi vari oggetti dovevano servire a dar le bastonate al luogotenente di polizia ed a Schumann, come si vedrà in seguito.