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III

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Parte prima - II Parte prima - IV
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III.


Ettore Noris era solo nell’hangar, intento a rivedere, come soleva fare ogni giorno, pezzo per pezzo, la sua magnifica macchina, quando Ugo, il più giovane fra i suoi meccanici e il suo prediletto — un fanciullo di diciassette anni che aveva interrotto gli studi e abbandonato la famiglia per seguirlo affascinato dalla conquista nuova, affascinato dall’abilità sua prodigiosa, così come i primi proseliti della fede nuova seguivano gli apostoli — entrò a dirgli:

— C’è la figlia di Pearly che le vuol parlare.

— La figlia di Pearly?

— Sì.

— Che cosa vuole?

— Non lo so, ha chiesto di lei.

— Dov’è?

— Fuori. È venuta in automobile.

— Dille che vengo.

Si accingeva a riordinare, sommariamente, la propria toeletta per uscire a incontrare l’inattesa visitatrice, ma era appena riuscito a togliersi la blusa da operaio e a lavarsi le mani, quando Susanna apparve sollevando la tenda dell’hangar e dicendo con una voce che invano ella si sforzava di rendere tranquilla:

— Sono io.

— Vi venivo incontro, — disse Noris inchinandosi a salutare.

— Non occorreva. Piuttosto, ditemi; non vi sorprende la mia visita?

— Francamente, sì. Se avessi potuto prevedere mi sarei fatto trovare in una toeletta conveniente.

— Per carità, Noris, non dite di queste cose se no io penserò che voi mi considerate soltanto una povera piccola sciocca. [p. 59 modifica]

C’era molta amarezza nella voce della fanciulla e anche un tremito lieve che sapeva un poco di pianto.

— Perchè? — interrogò Noris stupito.

— Perchè esigo che mi riteniate capace di giudicare un uomo anche astraendo dal suo vestito.

— Non ne dubito.

— E allora non scusatevi. Chiedetemi piuttosto perchè sono qui.

— Voi siete in casa vostra.

— È vero, forse; ma lasciatemi l’illusione d’essere vostra ospite.

— Ahimè! io temo, in questo caso, di dovermi sentire mortificato della povera ospitalità che vi posso offrire. Vedete, non possiedo nemmeno una sedia.

— Sarebbe superflua. Eccomi accomodata magnificamente, — fece Susanna andando a sedere sopra una cassa contenente due latte di benzina.

Noris sorrise, forse per la prima volta, di fronte a lei, d’un buon sorriso di simpatia.

— E adesso, — disse Susanna, — sappiate che io sono venuta per volare con voi.

Ettore Noris guardò la fanciulla sbalordito.

— Volete volare?

— Sì.

— Ma non avete espresso mai questo desiderio.

— Mi è venuto soltanto adesso.

— E volete soddisfarlo subito, così?

— Subito, così.

— È impossibile, cara signorina.

— Non pronunziate codesta parola: essa è assurda sulle vostre labbra.

— Eppure debbo ripeterla: è impossibile.

— Sentiamo perchè.

— Per una infinità di ragioni: intanto, io, stamane non volo.

— Aspetterò dopo mezzogiorno.

— Siete eroica. Ma avete il permesso di vostro padre?

— Mio padre non sa nulla. [p. 60 modifica]

— E credete che io vi porterei a volare senza il consenso di vostro padre?

— Glielo diremo dopo.

— Brava! e se accadesse una disgrazia?

— Non può accadermi alcuna disgrazia con voi.

Noris guardò la fanciulla con un senso di compiacimento nuovo, per quella frase che lusingava il suo orgoglio.

Susanna pensava davvero quello che diceva.

L’idea di volare con Ettore le era venuta come conclusione del lungo dibattito che da due giorni andava svolgendosi nel suo spirito e che non le dava un istante di tregua.

Dopo il contegno dispettoso e ostile suggeritole dall’orgoglio nella notte del suo fidanzamento, ella era passata attraverso un’alternativa di rimorso e di rancore continuata che aveva finite col toglierle la pace.

Non si perdonava d’essersi mostrata ancora disdegnosa e cattiva con Noris dopo aver tante sofferto per il disprezzo dimostratogli nel loro primo incontro.

Ma d’altra parte non perdonava a Noris di essersi mostrato così chiuso e rigido con lei, così lontano, così estraneo, come la ritenesse indegna di conoscere l’enigma della sua anima o il mistero della sua vita.

Forse ella si diceva che se avesse saputo interrogarlo direttamente, l’aviatore avrebbe creduto alla sincerità del suo interessamento e vi avrebbe corrisposto col dono di una confidenza maggiore. Ma adesso era tardi.

Certo, nessuna occasione si sarebbe più presentata per lei di avvicinare l’aviatore e di parlargli in una relativa intimità. Ettore Noris veniva ogni giorno all’officina dove si intratteneva con suo padre e col suo fidanzato, ma difficilmente sarebbe ritornato alla villa.

D’altra parte Susanna non poteva rassegnarsi a non rivederlo, a non parlargli più. Non voleva che Noris rimanesse con un’opinione errata sul conto suo. Poichè egli aveva saputo conquistare la sua ammirazione e la sua simpatia, [p. 61 modifica]ella voleva, a sua volta, assicurarsi la sua stima.

Sì, proprio questo era il bisogno di tutto il suo spirito: che Noris se ne andasse per il mondo portando dentro la sua immagine ripensata con compiacimento intero.

Bisognava, per questo, rivederlo, e non c’era altro pretesto per andarlo a trovare che questo di chiedergli di volar con lui.

Ma il pretesto, escogitato dapprima come un mezzo, le era sorriso a un tratto come una realtà meravigliosa.

Perchè non avrebbe ella davvero volato con Noris?

Lo evocò sospeso nello spazio, sicure sulla macchina fragile e formidabile come seguisse nell’infinito azzurro una traccia visibile soltanto al suo occhio e l’idea di trovarsi lassù con lui, soli nella solitudine immensa, sospesa fra la vita e la morte e strappata agli artigli della, morte dalla forza vittoriosa di lui, le pane la più divina fra le ebbrezze, la più profonda fra le gioie, una felicità così grande che solo pensata tastava a dilatare il suo cuore in un’ansia confinante collo spasimo.

Per questo era venuta.

Per questo adesso pregava e alle obbiezioni di Noris che riflettevano sopratutto la sicurezza di lei rispondeva replicando:

— Certo, non può accadermi alcuna disgrazia con voi.

— Che ne sapete? che ne sappiamo?

— Io so: non siete forse invulnerabile?

Ettore sorrise.

— Chi lo dice?

— Tutti coloro che credono in voi.

— Voi compresa?

— Me compresa.

Le sue labbra pronunciarono il laconico atto di fede con un sorriso di tutto il viso, con un bagliore divino dei grandi occhi pieni di adorazione.

— Ed è per questo — soggiunse Ettore — che vi affidate a me? [p. 62 modifica]

Ella lo guardò un poco col bianco viso appoggiato nel cavo della mano aperta e il gomito sulle ginocchia.

— Io verrei con voi — disse — anche se sapessi di dover sfidare la morte.

— E il vostro fidanzato? — domandò Ettore.

Susanna socchiuse gli occhi per non interrompere il sogno, per non vedere la realtà che l’altro evocava brutalmente.

Ma qualcosa insorse dentro di lei che le dettò la risposta, una cosa folle e senza nome che forse era il grido inconscio dello spirito verso la felicità più forte della ragione, più forte del dovere, più forte della fede.

— Non ho più fidanzato, — ella disse.

Ettore sobbalzò:

— Che è stato? — egli chiese. — Da quando?

— Da ora.

In un soffio si perdettero le sue parole, ma Noris le colse, le comprese, le penetrò nel loro significato drammatico.

Sentì che quella povera creatura era smarrita e si perdeva per lui, per lui.

Non ebbe bisogno di contemplarla accasciata, prostrata, disfatta dalla verità terribile che ella leggeva in sè stessa per la prima volta e dallo sforzo doloroso di quella confessione amara per sentire che ella gli apparteneva intera, che era sua, sua, sua, che gli sarebbe bastato stendere la mano per coglierla e per portarsela via come una magnifica preda di conquista.

E sofferse di quella scoperta.

Proprio, il dramma di quel piccolo cuore sul quale egli avrebbe potuto mettere il suo suggello per sempre non riusciva nemmeno a lusingare il suo amor proprio.

Troppe volte aveva visto l’amore rincorrerlo dacchè egli lo aveva fuggito per trovare una lusinga d’orgoglio in questa non voluta conquista che rappresentava per Susanna un così grande dolore.

S’avvicinò alla fanciulla che aveva nascosto il viso fra le mani, le passò la destra sui capelli, [p. 63 modifica]presso la nuca, in una carezza fraterna che mise un brivido nelle vene di Susanna, le chiese con voce dolcissima:

— Non c’è stato nulla fra voi e Kindler, vero?

Ella accennò di no col capo senza parlare.

— Allora — proseguì Noris colla stessa intonazione lenta, carezzevole, persuasiva — non dite più la cosa enorme che avete detto poco fa.

Un silenzio profondo seguì le sue parole.

Susanna taceva rannicchiata tutta sulle ginocchia in uno sforzo di scomparire per sottrarsi al senso di vergogna venuto ad aggiungersi ni tormento della sua passione.

Dio, Dio, che aveva mai fatto?

Ecco, ella aveva offerto la sua vita a Noris e Noris la disprezzava, la respingeva, la rimandava a Kindler e se ne rimaneva col suo segreto che tutto il suo orgoglio e tutta la sua fierezza non erano valsi a custodire!

Come avrebbe potuto, ora, alzare gli occhi in viso a Noris?

Questa, questa la preoccupazione immediata.

L’offesa inflitta al suo amore le impediva di sentire intero e profondo lo spasimo della sua passione infelice.

Di vergogna dolorava adesso, di vergogna più che non d’amore.

Noris lo comprese e richiamò il sussidio di tutta la sua bontà per trovare una via che risparmiasse la poveretta. Gli parve d’aver trovato.

— Susanna! — chiamò con dolcezza.

Ella non rispose e non alzò il viso.

— Vorrei dirvi tante cose, Susanna, ma temo che la mia presenza vi sia inopportuna in questo momento. Comandatemi: volete che me ne vada e vi lasci sola?

Ella scattò come frustata dalla pietà che era in quell’offerta.

Subito fu in piedi col capo eretto, gli occhi asciutti e disse:

— Me ne vado io. [p. 64 modifica]

Qualcosa colpì gradevolmente Ettore in quell’atteggiamento. La lusinga che la tacita offerta non aveva compiuto, gli venne da quello scatto d’orgoglio.

Aver conquistato una creatura come quella era qualcosa anche per la sua indifferenza.

Gli dolse che ella se ne andasse così, offesa e ancora cieca sulle ragioni della sua freddezza, persuasa d’essere stata disprezzata.

— No, — disse ponendosi risolutamente dinanzi a lei, — voi non partirete così, Susanna.

Ella lo fissò, sostenne il suo sguardo imperioso, rispose altera:

— Perchè?

Ma quando lo sguardo di Noris si ammorbidì in una carezza buona che poteva anche dare l’illusione di un principio di turbamento, ella sentì sciogliersi il cuore e tutto il suo rancore fondere solo in un grande dolore.

— Perchè? — tornò a chiedere con tutt’altro accento e distogliendo gli occhi dal caro riso dalle espressioni infinite, — che cosa volete?

Egli le prese una mano.

— Questo voglio, — disse, — che voi non abbiate a soffrire.

— Come è possibile?

— Dev’essere possibile, Susanna; per me, per voi, per tutti.

— Ah! — ella esclamò con violenza, — perchè, perchè siete venuto qui?

Egli pregò umilmente, come se davvero fosse stato colpevole:

— Perdonatemi!

E non aveva nessuna responsabilità in quella passione infelice. Proprio egli non aveva pronunziato una parola nè mosso un gesto nè diretto uno sguardo per provocarla. Ma sentiva ugualmente, nella sua squisitezza di cuore, il rimorso di non poter corrispondere a quell’amore, di non poter sanare la ferita aperta in quel piccolo cuore, di non potere accogliere il dono di quell’amore che si offeriva con tanta ingenua fede. [p. 65 modifica]

Impossibile. Contro tutta la sua volontà — ove anche la sua volontà avesse voluto inchinarsi all’amore — stava il suo cuore morto, stava la sua giovinezza sepolta in una tomba lontana, presso la diletta morta e indimenticabile che per sempre possedeva la sua fede e la sua vita.

Risolvette di aprire intero l’animo suo a Susanna, di dirle il suo doloroso segreto, intuendo che quella confessione triste sarebbe stata un balsamo pel cuore della fanciulla

— Volete ascoltarmi un momento, Susanna? — le disse.

— Che avete ancora da dirmi? — fece la voce di lei, stanca.

— Mi lasciate parlarvi come un fratello?

— Dite.

— Ecco: io non posso più amare, Susanna, perchè il mio cuore e la mia vita li ho dati ad una morta.

— Ad una morta?

— Sì.

Ella tacque ma un immenso sollievo s’era già dipinto nei suoi occhi alle prime parole di quella confessione.

Noris non sarebbe stato suo ma non sarebbe stato di nessuno: non si è gelosi di una morta!

— Voglio che sappiate tutto, — riprese Noris, — perchè, così, avrete voi pure la pace.

— Grazie.

— Dunque dovete sapere che una donna, quasi ancora una fanciulla, è morta per me.

— Si è uccisa? — interrogò Susanna mentre il sangue batteva più rapido alle sue tempia.

— Non si è uccisa. Forse, io l’ho uccisa. Giudicatene. Tante volte io mi sono eretto giudice di me stesso riandando nella mia mente la cosa orribile, e mai, mai ho trovato la luce sufficiente per pronunziare su di me la condanna o l’assoluzione.

Tacque un istante sopraffatto dal ritorno delle memorie strazianti. Il suo bruno viso s’era fatto anche più cupo sotto l’impero della commozione [p. 66 modifica]e più corruschi diventavano i suoi chiari occhi dai bagliori metallici tra le ciglia lunghissime e nere.

Riprese dopo un istante.

— Ci adoravamo. Interpretate la parola nel suo significato più profondo e più intimo. Mai unione fu più perfetta e più completa della nostra. Noi eravamo veramente l’uno dell’altro il complemento reciproco. Io sapevo che ella non aveva un pensiero, non un sentimento che non avessero radice e fine in me. Ella era, per me, tutta la gioia e tutta la vita.

Susanna era diventata bianca come una morta alla descrizione di quella perfetta felicità.

— Fu per assicurarmi il suo possesso per sempre, per portarmela via lontano lontano, per circondarla di cose rare e belle, per vederla sorridere sempre ed essere sempre felice, per darle l’orgoglio di essere superba di me che io mi volli fare aviatore.

— Ah! — esclamò Susanna, — non lo eravate ancora?

— No.... Ella mi ha amato per me, non per la mia gloria. Mi ha amato quando ero ignoto a tutti e oscuro e povero. S’è innamorata di me, non della mia fama e del mio nome. Mi ha voluto per la mia bocca, per i miei occhi, per il mio viso, per tutto quello che sono, non per il rumore che adesso è intorno al mio nome. E quando io volli farmi aviatore, ella si oppose, mi sconsigliò, mi pregò, mi supplicò, pianse. Aveva paura per me e per lei, ma la paura sua era fatta dal riflesso delle sventure che potevano capitare a me: era ancora una prova d’amore. Quando io le mostravo tutti i vantaggi materiali della carriera che volevo intraprendere, ella mi diceva soltanto: Io voglio te e non il tuo denaro. Per piegarmi, giunse a rivelarmi che ella soffriva di cuore e che una esistenza di emozioni le sarebbe stata fatale. Siccome non mi aveva mai parlato, prima, di questo suo disturbo di cuore, io non vi prestai fede, e credetti la sua confidenza una scusa per convincermi. Volli [p. 67 modifica]essere il più forte e piegare anche la sua volontà. È inutile dirvi che vi riuscii. Ella era nella mia mano come una cera molle e bastava ch’io volessi una cosa perchè ella pure la volesse. Così, volai. E ottenni dal suo amore che ella assistesse al mio primo volo. Fu quello il primo giorno della mia nuova carriera e l’ultimo di sua vita.

— Che dite? — interrogò Susanna.

— Così. Io l’avevo salutata con un cenno della mano nel salire sull’apparecchio: quando ne discesi, ella giaceva già cadavere sulla gradinata della tribuna dove s’era collocata per vedermi volare.

— Che cosa era stato?

— Un’emozione troppo forte. Una rottura d’aneurisma, dissero i medici. Ella mi aveva visto scendere a un tratto rapidamente dall’alto di trecento metri sul mare e credette che io precipitassi. Il terrore, l’ansia, l’amore l’hanno uccisa.

— Ah, sventurata!

— Sì, davvero sventurata e disgraziato me che forse l’ho uccisa.

— Voi non avete colpa alcuna di quella morte.

— Ditemelo ancora, — supplicò Noris.

— In coscienza io credo che voi non ne abbiate colpa alcuna.

— Ma voi comprendete certamente anche com’io abbia sepolto colla diletta mia il mio cuore e la mia giovinezza.

— Sì, sì.

— Vi dirò tutto: s’io non la seguii subito nella morte fu soltanto perchè mi parve maggiore offerta d’amore vivere del suo pensiero, darle por tutti i giorni che ancora mi rimanevano, per tutti i giorni che mi rimarranno tutto il fervore del mio sentimento e tutta la fede e tutta la memoria. Perchè ella non muoia interamente, io vivo. E fin che ella vorrà che io sia la lampada accesa alla sua memoria. Voi capite adesso perchè io sia così staccato dalla vita: rimanere, andarmene mi è perfettamente indifferente. [p. 68 modifica]Forse vorrei andarmene subito se avessi la sicurezza di ritrovarla....

Si assorbì in questo pensiero, dimentico per un istante anche di Susanna che lo contemplava in silenzio, incapace di trovare una parola per il tumulto di sentimenti che le sollevava il cuore.

Riprese, Noris, dopo un istante:

— Voi mi avete detto poco fa che io sono invulnerabile. Ora lo conoscete il segreto della mia invulnerabilità: è la morte che non mi vuole. Forse, se io tenessi alla vita, essa mi avrebbe diggià ghermito. E conoscete anche il segreto della mia audacia: ho qualcuno che m’aspetta, di là: qualcuno che ritroverò morendo, forse, oppure che donne per sempre inghiottito dal silenzio eterno. Qualunque sia la spiegazione del mistero, le nostre sorti sarebbero accomunate se io morissi. Vedete che non occorre essere crei per affrontare la morte con questa prospettiva.

Ogni parola che Noris pronunziava portava un colpo di piccone al sogno sbocciato nel cuore di Susanna contro la sua volontà e contro la sua stessa consapevolezza: ogni sua nuova frase allontanava vieppiù da lei l’inutilmente amato e tuttavia, man mano che Noris andava scoprendo il mistero dell’anima sua, Susanna sentiva aumentare il fascino che l’aveva conquistata a suo malgrado.

Noris credeva di spargere un balsamo sulla sua ferita e non faceva invece che perfezionare la sua opera di involontaria conquista.

Ora, Susanna vedeva in lui non più soltanto il dominatore ma l’amante — l’amante ideale che ogni donna sogna noi primo mattino di sua vita, devoto e fedele all’amore come a una religione, saldo nel suo sentimento, capace d’ira palpito immortale.

— La donna che è morta per voi è stata avventurata, — ella disse.

Egli scosse il capo.

— Assai sventurata, vorrete dire.

— No. Ella ha avuto tutto quello che si può avere nella vita. [p. 69 modifica]

— E cioè?

— Un’anima. E per sempre.

— Colla sua vita e colla sua giovinezza ha comprato l’anima mia.

— No, — disse ancora Susanna. — Voi le avevate già fatto il dono di tutto voi stesso, e la morte non ha fatto che consacrare quel dono. Fosse ella vissuta, vi avrebbe tenuto colle sue piccole mani piene di carezze come vi ha chiuso adesso nel suo sepolcro.

— Forse.

— Sicuramente.

— Voi avete detto bene, — osservò ancora Noris, — ella mi ha davvero chiuso nel suo sepolcro.

— Per sempre, vero?

— Per sempre.

Il peso dell’irrevocabile piombò sul cuore di Susanna come una pietra sepolcrale sopra una tomba aperta. E l’urto che il suo cuore subì, si ripercosse sul suo viso in un improvviso pallore mortale.

Noris se ne avvide.

— Perdonatemi, — le disse stendendole le mani.

Ella pose le sue nelle mani di lui con abbandono intero.

— Che cosa vi debbo perdonare? — disse. — Ero folle!

— No, siete soltanto buona, cara Susanna, e io vi ripenserò colla tenerezza d’un fratello.

Gli occhi di lei si riempirono di lagrime.

— Grazie, — ella susurrò.

— Vorrei chiedervi una cosa, Susanna, — pregò Noris.

— Dite.

— Siate buona con Kindler.

Una nube passò sulla fronte della fanciulla.

— Mi proverò, — disse.

— Pensate — proseguì il giovane — che egli vi ama. E che crede in voi.

Ella abbassò il capo e tacque.

— Almeno — disse ancora Noris — ditemi [p. 70 modifica]che non riprenderete la parola che gli avete data. Fareste una cattiva azione, Susanna. Una cattiva azione verso di lui e verso vostro padre.

Voi non vorrete rovinare due esistenze per un povero sogno che non ha nemmeno avuto il tempo di fiorire?

— E la mia vita? e la mia felicità, non contano?

— Voi sarete ancora felice: credetemi. Il vostro fu un sogno. Vi desterete e mi penserete con una serenità infinita.

Susanna tacque.

— Addio, — disse stendendogli la mano.

— Addio, piccola amica. Non rinnegatemi nel vostro pensiero.

Gli rispose uno sguardo pieno di amarezza.

— E voi? — fece poi la fanciulla. — Che farete? dove andrete?

— Chissà! — Quando partite?

— Domani.

— Ancora incontro alla morte?

— Ancora e sempre. Ho un progetto audace che forse davvero mi procurerà il bacio della morte.

— È un segreto?

— Sì, se permettete.

— Che Dio v’assista! — fece ancora Susanna.

E furono le sue ultime parole di commiato.

Uscì: senza rivolgersi riattraversò il campo, raggiunse la sua vettura, vi salì e soltanto quando la vettura fu in idolo sulla strada bianca che tagliava la campagna, ella chiuse gli occhi dietro il velo calato sul suo pallido viso alterato e si abbandonò con voluttà al suo dolore.