Apri il menu principale

— 67 —

sere il più forte e piegare anche la sua volontà. È inutile dirvi che vi riuscii. Ella era nella mia mano come una cera molle e bastava ch’io volessi una cosa perchè ella pure la volesse. Così, volai. E ottenni dal suo amore che ella assistesse al mio primo volo. Fu quello il primo giorno della mia nuova carriera e l’ultimo di sua vita.

— Che dite? — interrogò Susanna.

— Così. Io l’avevo salutata con un cenno della mano nel salire sull’apparecchio: quando ne discesi, ella giaceva già cadavere sulla gradinata della tribuna dove s’era collocata per vedermi volare.

— Che cosa era stato?

— Un’emozione troppo forte. Una rottura d’aneurisma, dissero i medici. Ella mi aveva visto scendere a un tratto rapidamente dall’alto di trecento metri sul mare e credette che io precipitassi. Il terrore, l’ansia, l’amore l’hanno uccisa.

— Ah, sventurata!

— Sì, davvero sventurata e disgraziato me che forse l’ho uccisa.

— Voi non avete colpa alcuna di quella morte.

— Ditemelo ancora, — supplicò Noris.

— In coscienza io credo che voi non ne abbiate colpa alcuna.

— Ma voi comprendete certamente anche com’io abbia sepolto colla diletta mia il mio cuore e la mia giovinezza.

— Sì, sì.

— Vi dirò tutto: s’io non la seguii subito nella morte fu soltanto perchè mi parve maggiore offerta d’amore vivere del suo pensiero, darle por tutti i giorni che ancora mi rimanevano, per tutti i giorni che mi rimarranno tutto il fervore del mio sentimento e tutta la fede e tutta la memoria. Perchè ella non muoia interamente, io vivo. E fin che ella vorrà che io sia la lampada accesa alla sua memoria. Voi capite adesso perchè io sia così staccato dalla vita: rimanere, andarmene mi è perfettamente indifferente. For-