L'ombra del passato/Parte II/Capitolo III

Capitolo III

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III.

Per qualche sera non ritornarono più su quell’argomento.

Caterina parve dimenticarsene. Continuò a mostrarsi felice e spensierata: per la minima cosa rideva e gridava, meravigliandosi di tutto come una bambina. Adone, invece, nascondeva una segreta inquietudine. Non era felice della subita condiscendenza di lei, e si domandava se ella, giunto il momento, avrebbe tenuta la promessa.

Intanto egli aspettava Davide per domandargli consiglio. Da due anni egli non vedeva il suo antico protettore, che insegnava in una scuola normale femminile! Sì, con tutti i suoi sogni Davide s’era dovuto piegare a far scuola a modeste donnicciuole: per Adone, tuttavia, egli restava un grande personaggio, una figura colossale che all’occasione poteva servire anche da oracolo.

Davide anticipava la sua venuta a Casalino.

Il suo matrimonio era stato rimandato, e Carissima raccontava a proposito una storiella misteriosa: [p. 244 modifica]

— La famiglia della sposa ha paura che Davide sia tisico. Tisico e matto è un po’ troppo, vero? tal sposa lo vuole egualmente; dev’essere un po’ matta anche lei. Ma la famiglia ha mandato apposta un uomo a Casalino, per prendere informazioni. Ho veduto io l’uomo; aveva un cappello grigio...

Hai una fantasia tu, carina! — disse Adone stizzito.

La zolfanellaia diceva che era invece la sposa che si sentiva poco bene.

E Carissima ribatteva, per far stizzire Adone:

— Matta e malata! Vanno proprio d’accordo, veh!

La domenica seguente vi fu il pranzo dalla Tognina. Ci volle del bello per convincere la Suppèi ad accettare l’invito. Alla fine ella si decise, seccata. Mise in testa, invece del solito capitello, un fazzoletto giallo, mise ai piedi le calze che non usava dall’inverno, cambiò al bastone la correggia troppo unta, e montò sul carrozzino del Pirloccia che era venuto a prenderla perchè ella pretendeva di non poter camminare a lungo.

Caterina e Adone savviarono a piedi, e la vecchia volle che il carrozzino andasse lentamente: non voleva perdere di vista i due fidanzati. [p. 245 modifica]

— Non li ho lasciati mai soli, — si vantava col Pirloccia. — Non si sa mai! Prima avevo fiducia nel ragazzo: era freddino, timido; ma ora ha due occhi indiavolati, il ragazzo.

— Lasciateli fare! — disse l’ometto filosoficamente. — Prima o dopo fa lo stesso.

— No, viscere, non fa lo stesso! C’è una bella differenza, eh, altro! Io ho raccolto e tiralo su la ragazza come si tira su un panno sporco che è caduto nel fosso. E lava e lava, l’ho ridotto pulito e bello come una tovaglia d’altare... E voglio che tale resti! — ella prosegui, ora alzando ora abbassando la voce rauca. — Guardala lì! È più alta di lui. È bella, laboriosa, di talento. E avrà anche la dote, viscere, non dubitare. Diglielo a tua sorella, alla tua Pirloccina. Suo nipote sposerà una ragazza orfana, ma con la dote. E quanti partiti ha avuto!

Alquanto piccato, l’uomo cominciò anch’egli a lodare il suo Adone.

— Vecchia, ti dico che anche noi l’abbiamo tirato su con ogni cura. Era un diavolo, da bambino: non voleva lavorare. Mangiare, sì, corpo! E quante volte mi ha morsicato: eccoli qui, i segni. Ma a furia di carezze e di bastonate l’abbiamo raddrizzato come un ramo storto. Eccolo lì: non è troppo alto, ma è proporzionato; è bello davvero! — esclamò poi l’ometto, come accorgendosi per la prima volta della bellezza di Adone. Solo gli occhi valgono un Perù. Se avesse voluto avrebbe sposato una signora. [p. 246 modifica]

— Sì, viscere, la signorina Dargenti, proprio! disse la vecchia con ironia, accomodandosi intorno al polso la correggia del bastone. — Le milionarie non sposano i maestri! E anche se egli continua a studiare...

— Come? A far che? — domandò vivacemente il Pirloccia.

— Dicono che con altri due anni di studio può crescer di grado. Giacchè non ha subito il posto...

Il posto? Lo avrà! Ho parlato io, col vecchio maestro, sì, io, in carne ed ossa, — menti l’ometto, sempre più agitato. — Gliene ho detto di tutti i colori: gli ho detto: ma che la si vergogni, lei, vecchio, di andare a far la scuola a ragazzini alti un palmo. Fosse a dei vecchi, pazienza, ma a ragazzini piccoli!...

— E lui? — domandò un po’ ansiosa la vecchia.

— Vedrete, si piegherà. Verrà al pranzo, oggi: forse ci darà la buona notizia.

— Fosse! Ah, sì, viscere, te lo dico: ho fretta di vedere i ragazzi sposati.

— Anch’io!

I ragazzi intanto seguivano alla lontana il carrozzino, riparati malamente contro il sole ardentissimo dall’ombrellino rosso di Caterina.

E, come sempre, scherzavano e ridevano di tutto e di tutti. Pareva che la vita fosse per loro una burla. Caterina era bellissima, rossa in viso per il caldo e il riflesso dell’ombrello. Adone la guardava con desiderio, pregandola di inclinare [p. 247 modifica]l’ombrello in avanti perchè quelli del carrozzino non li vedessero in viso.

— Basta ora. — disse Caterina. — Ci vedono dai campi.

— E lascia che ci vedano! Non vuoi più che ti baci: stai diventando noiosa come la nonna!

— Ma sta zitto, insolente! Brutto!

— Bruttissima!

E si baciavano. Però era vero. Caterina diventava prudente. Egli invece si infocava ogni giorno di più, come il sole in quella stagione. In quei giorni, -dopo il suo ritorno, egli si divagava alquanto, combinando le «recite in persona» da offrire all’incolto pubblico di Casalino. Le «recite in persona» ottengono molto successo in agosto e ai primi di settembre. In quel tempo il paese è affollato, la gente allegra: si finisce di vuotar le botti e le bottiglie, per far posto al vino nuovo; i negozianti di scope e d’uva non sono ancora partiti: arrivano invece i negozianti di grano e i negozianti di cavalli della Croazia. E tutti questi uomini si divertono alle «recite in persona» come le fanciulle al ballo.

Adone aveva una speciale attitudine per il teatro; gli altri dilettanti, poi, si offrivano con slancio veramente eroico; la difficoltà consisteva nel trovare un locale adatto.

— Speriamo di ottenere la vecchia scuderia del palazzo Dargenti, ora ti farò vedere dov’è, all’angolo del parco, — egli disse a Caterina, quando lasciarono l’argine per il viottolo. — Jusfin ha scritto [p. 248 modifica]alle sue padrone, e speriamo d’avere il permesso finchè non arrivano loro.

Ma Caterina era gelosa.

— Io non potrò venire, e tu non verrai da me nelle sere di recita. Perchè vuoi fare questa cosa? Per divertire gli altri, ecco tutto. E le ragazze ti guarderanno.

— E lasciale fare! — egli disse, rassegnato. E tu anche verrai.

— La nonna non vuole.

— Ma insomma, questa nonna benedetta! egli disse stizzito. — Mi fa una rabbia! Verrò a prenderti di nascosto, qualche sera.

— No, no, bello! — disse calma Caterina.

— L’anno scorso saresti venuta.

— L’anno scorso ero una stupida.

— Mi piacevi di più!

— E non dir bugie, bello!

Il pranzo fu allegro. Del resto non si son mai visti a Casalino pranzi non allegri, tranne i brevi banchetti funebri d’uso dopo qualche funerale.

Come al pranzo per la laurea di Davide, assistevano le persone più notabili del paese: grossi proprietari, negozianti di grano, il fabbro filosofo, il padrone dell’Antica Osteria del Vicerè e stallo. [p. 249 modifica]e tutti i figli del Pirloccia, compreso Agostino il gemello, che per l’occasione aveva fatto pace con la famiglia. Donne poche. E Tognina, al solito, non si faceva davvero notare per il suo spirito e la sua grazia. Piccola e nera, ella andava e veniva, silenziosa e leggera come un gatto, e quando sedeva a tavola nessuno badava a lei, che pure aveva preparato con la zia Elena le buone vivande e il bissolan di pane di Spagna, e una fila di bottiglie intatte lungo il muro.

I figli del Pirloccia si mostravano amabili con gl’invitati, e specialmente con la vecchia Suppèi e con Caterina.

Ma Adone sentiva che quelle amabilità erano finte, e capiva che i Pirloccia erano contenti per la sua probabile prossima partenza dalla casa della zia.

Seduto accanto alla Suppèi, che aveva attaccato il bastone alla spalliera della sedia, Pirloccia raccontava le sue solite avventure di viaggio. Tutti sapevano ch’egli esagerava, ma appunto per questo lo ascoltavano volentieri.

— Una volta ero in Egitto. Sì, c’è un paese che si chiama Egitto (egli si volse galantemente alla vecchia Suppèi). Non è neppure distante. Tutte le cose son diverse, là. Perciò noi diciamo spesso «che roba d’Egitto!» Ebbene, in questa regione ci son bestie feroci, leoni, orsi, e un pesce grosso coi denti che si chiama coccodrillo...

— Drillo? Drillo?... — ripetè il bambino di Carissima, che ascoltava attentamente. [p. 250 modifica]

— Sì, cocco-drillo. Va bene; allora il pesce...

— È un anfibio, — osservò il vecchio maestro, che sedeva al posto d’onore, di fronte a Pirloccia.

— Scusi tanto: le dico, è un pesce, — affermò l’ometto. — L’ho visto io! Sta nel fiume, è nero: quando galleggia pare un pezzo di legno. Uno si avvicinava alla nostra barca carica di scope: lo tenemmo a bada buttandogli di tanto in tanto una scopa che esso afferrava coi denti e riduceva a pezzi. Ne ho veduto un altro che si mangiava una vecchia, con le vesti e tutto: non lasciò che la collana.

— Corpo! — gridò j| cordaio. E il bambino, coi grandi occhi azzurri ridenti, ripetè: Lana? Lana? — e tutti risero con orrore e con beffe.

Solo la vecchia Suppèi scosse la testa con pietà, come per dire: «non la fai a me» e Adone domandò:

— E dopo ha pianto, l’animalaccio?

- Sì, sì, ha pianto, — rispose convinto l’ometto.

Allora la vecchia protestò, e domandò come mai Adone poteva credere a queste cose, egli che non credeva in Dio.

— Invece, come appunto è vero Dio, — disse Pirloccia, battendosi la mano spiegata sul petto, e sempre rivolgendosi alla vecchia, — vi assicuro che è vero quello che dico. Se non volete credere venite con me in Egitto, quando ci torno.

E tutti di nuovo risero; e l’allegria aumentava a misura che Tognina rimetteva lungo il muro le bottiglie vuote. [p. 251 modifica]

Anche il vecchio maestro, li solito taciturno e impassibile come il gufo al quale rassomigliava, pareva eccitato. Di tanto in tanto si sollevava a metà sulla sedia, con in mano il peker colmo di spuma di lambrusco (il primo ad essere servito, ad ogni nuova bottiglia, era lui) e accennava a dire qualche cosa. Ma non gli riusciva, o non osava, o aveva paura che la rosea spuma svaporasse prima che egli avesse finito di parlare. Fatto sta che tornava a sedersi, con gli occhi tondi fissi sul peker, finchè questo non gli veniva nuovamente colmato dalla silenziosa Tognina.

Finalmente, quando furono sturate le bottiglie di vino bianco, il vecchio maestro si alzò, col peker che pareva colmo di crema, e disse con voce tremula:

— Saluto il nuovo maestro! (Stese la mano verso Adone, sollevò la voce.) Come il vecchio generale si ritira dal campo di battaglia, dopo aver servito fedelmente la patria e il re... così io... così io... bene, insomma, così io mi ritiro e cedo la spada, ovverosia la bacchetta, al nuovo comandante delle nuove generazioni. Evviva il nuovo generale! Evviva il re!

E tornò a sedersi, bevendo in fretta il vino, dal quale era svanita la spuma. Mentre tutti applaudivano, Adone si alzò e s’inchinò tre volte, comicamente. Però, in fondo, si sentiva commosso: non si aspettava questo colpo di scena. Prese il bicchiere, andò vicino al maestro e lo baciò sulla guancia. L’altro si alzò ancora: toccarono i bicchieri. [p. 252 modifica]

— Bevo alla salute del vecchio generale! Evviva lui! Evviva io! Evviva la compagnia.

— Evviva! Evviva, — gridarono tutti, toccando i bicchieri.

Pirloccia si volse alla vecchia e le disse sottovoce, trionfante:

— Avete veduto?

Poi anch’egli si alzò, montò sulla sedia, e volgendosi verso Caterina disse con voce piena di malizia:

— E io dico: evviva gli sposi!

— Evviva!

Ma Caterina conservava la sua bella calma da regina: solo minacciò il Pirloccia con una forchetta: poi guardò la nonna Suppèi. E vide una cosa strana e insolita: la vecchia piangeva di gioia!

Dopo il pranzo Tognina invitò Caterina e la nonna a rissarsi: con questa scusa voleva far loro vedere le coperte di seta e le fodere col merletto che per l’occasione aveva messo sui letti. Ma soltanto Caterina accettò: e Fiorina la condusse nella camera dello zio Giovanni. La vecchia voleva andarsene, e dovettero pregarla molto per convincerla a rimanere fino al declinar del sole. I ragazzetti e i bimbi di Carissima le si strinsero attorno, pregandola di raccontare una storia. Come resistere a quegli sguardi languidi, a quelle testine ripiegate da un lato, a quelle boccuccie supplichevoli che pareva implorassero una grazia sovrana? Sulle prime la vecchia finse di allontanarli da sè col bastone; poi s’intenerì, cominciò la favola del [p. 253 modifica]Caval Rundello, e a poco a poco si animò, s’alzò, accompagnò coi gesti più espressivi il suo lungo racconto. Quando ella raccontava s’immedesimava talmente nella sua parte di narratrice, che dimenticava ogni altra cosa. Anche le donne stettero ad ascoltarla; solo Fiorina, scarmigliata e rossa, uscì piano piano nel portico e di là nel cortiletto, dove Francesco, appena terminato il pranzo, era andato a sedersi.

Il meriggio ardente incombeva sulla grande aja silenziosa. Adone, che era andato a accompagnare per un tratto di strada il suo predecessore, rientrò e sentì che nella camera da pranzo la nonna raccontava la storia. In quel momento ella imitava la voce irata d’una principessa offesa: pareva un’attrice.

D’un balzo Adone fu nella scaletta; sul pianerottolo si fermò, ansando. Gli pareva che dentro il cuore il lambrusco bevuto gli fervesse come dentro il peker: la notizia datagli dal vecchio maestro, che oramai il posto di Casalino poteva dirsi suo, lo rendeva come ebbro. Senza precisamente sapere quello che voleva, spinse l’uscio della camera dello zio.

Caterina non dormiva, ma non lo aspettavo. S’era levata la camicetta e la gonna, e in busto e sottanino inamidato stava seduta accanto al gran letto dov’era morto lo zio Giovanni, e appoggiava la testa sulla coltre di seta verde.

Vedendo Adone balzò in piedi, stringendosi le mani incrociate sul petto e reclinandovi la testa. [p. 254 modifica]

— Ma che vuoi? — domandò, quasi spaventata.

— Sta zitta, chè là c’è un bambino che dorme! - egli disse, accennando all’attigua camera. Chiuse l’uscio a chiave e s’avanzò in punta di piedi. Nella penombra dorata il vasto letto verdeggiava come un prato, e Caterina sembrava più bianca e bionda del solito. IL collo e le braccia dal gomito in su parevano di marmo venato d’azzurro: sulla nuca i capelli sfumavano in una lieve peluria dorata. Adone si turbò maggiormente. Gli parve di trovarsi per la prima volta davanti a una visione voluttuosa. Quella donna seminuda, madreperlacea, sull’orlo di quel gran letto verdognolo, non era Caterina; era la ninfa sull’orlo del prato, lungamente sognata dagli adolescenti. Egli si avanzò, ma non l’abbracciò.

— Hai sentito? — disse sottovoce, guardandola con occhi smarriti. — Il maestro si ritira davvero!

— Sì, ho sentito! Vattene, però! Se ci trovano qui, Adone!

— Vieni nella mia camera, allora, — egli disse, sempre più turbato. — Vedrai che lusso! Ho messo tante trappole, ma i sorci prendono la roba che c’è dentro e scappano! Andiamo...

Egli diceva sul serio, senza saper bene quello che voleva. Le mise un braccio attorno alla vita e cercò di trascinarla con sè. Fremeva tutto, di gioja, di attesa, di desiderio, incosciente come quando da bambino su quel gran letto molle aspettava che lo zio ordinasse il sugo d’uva dolce.

Caterina resisteva. [p. 255 modifica]

— Ma sei matto, di’? Vattene, ti dico, Adone! Adone! Se ci trovano!...

— Se ci trovano? Non siamo sposi? Non siamo uniti per sempre? Non siamo uniti, dimmi? Possiamo sposarci, ora; anche subito, se vuoi! Sì... sì... è tempo! Come sei bella! Cara... cara...

— Lasciami, — ella ripetè con voce tremante.

Egli trasalì.

— Un bacio solo...

La baciò sulla spalla e vibrò tutto. Parve dovesse cadere svenuto. Ella aprì le braccia, smarrita. E si guardarono con occhi pieni di gioja e di angoscia, stringendosi come per sostenersi l’un l’altro sul limite fra il mondo reale e un mondo misterioso verso il quale dovevano volare o precipitare!

Davide arrivò una settimana dopo e rimase pochi giorni in paese.

Adone gli andò incontro col carrozzino del Pirloccia, fino alla stazione di Casalmaggiore.

— Come sarà? Sarà cambiato? — egli si domandava, frustando il cavallino e facendolo correre all’impazzata.

La luna rossa e obliqua, simile a un viso dal sogghigno sarcastico, saliva in fondo all’argine, sul cielo d’un lilla cinereo: attraverso la polvere [p. 256 modifica]Adone scorgeva il Po, che rifletteva già la luce sanguigna della luna, e ricordava il suo primo tentativo di fuga, la figura di Davide dai lunghi capelli, la dolcezza del ritorno dalla pesca.

Ma arrivato alla stazione, quasi non riconobbe il figlio del zolfanellajo. Davide non era più un giovine: era un uomo: s’era tagliati i capelli e lasciata crescer la barba: una torba lunga, quadrata, così nera che sembrava tinta. Col suo naso di rapina, gli occhi metallici ingranditi da un cerchio nerastro, egli aveva un’aria lugubre: pareva una figura sollevatasi da un sarcofago egiziano. Adone ricordò le chiacchiere di Carissima; tuttavia abbracciò Davide senza paura, e non gli permise di guidare il carrozzino, come l’altro voleva.

— Va piano, però, — disse Davide coprendosi fino alle orecchie. — Passiamo sull’argine: non c’è troppo umido?

— Umido? Io ho un caldo terribile! — disse Adone ridendo. Ma poi diventò triste.

Ria incerto se doveva chiedere o no a Davide notizie della sua fidanzata: gli pareva che la vera fidanzata dell’infelice fosse la morte!

L’infelice, però, prese a parlarne spontaneamente. Sembrava molto fiero della sua fortuna. Domandò che cosa se ne pensava a Casalino.

— Non si parla d’altro! — rispose Adone. E gli parve ingenuamente di far un’opera pietosa lusingando la vanità del suo infelice compagno.

Ora la luna alta e gialla viaggiava obliquamente sopra i boschi della riva, illuminando [p. 257 modifica]l’acqua lattea e azzurrognola; a sinistra dell’argine, sopra una fascia di vapori argentei che si elevava sempre più come una muraglia fabbricata da giganti invisibili, brillava qualche stella verdognola.

— Sì, — pensava Adone, — egli è malato, si vede: egli deve morire e lo sa!

E gli pareva di condurre, nel suo carrozzino traballante, uno di quei fantasmi ai quali credeva Caterina. Ma appunto per questo sentiva più venerazione per Davide: ogni sua parola gli sembrava piena di profondi significati. Eppure l’altro parlava di cose semplicissime.

— Faceva caldo, a Casalino? Le notti erano già umide? Chi c’era in paese, ora? La marchesa era arrivata?

— Sì, l’ho veduta che andava in chiesa: è molto invecchiata.

— Lo era già trent’anni fa! — osservò Davide, che non rideva mai, ma diceva qualche frase spiritosa. — Raccontami, e la nipote l’hai veduta?

— Sì: era vestita di bianco; sembra una mosca nel latte, — disse Adone, incoraggiato dall’esempio dell’altro.

— Anche quella va in chiesa? E il prevosto come sta? Anche tu sei stato in chiesa?

— Io? No... io...

In quel momento egli fu tentato di partecipare a Davide i suoi progetti, la promessa di Caterina, e domandargli consiglio; ma l’altro interruppe:

— Raccontami: chi c'è a Casalino? [p. 258 modifica]

— Nessuno ancora. Verranno in settembre.

Sfido, ci son tanti polli e tante frutta, allora! disse Adone con malizia. — C’è un pittorello, solo: affresca la parrocchia: certa roba, Dio mio! Angeli verdi e gialli, santi violacei, alberi rossi. Roba dell’altro mondo davvero!

— La parrocchia può star fresca, allora! Come si chiama, questo pittore?

— Monti, mi pare. È di Mantova: è un ragazzetto... un balbuziente.

— Monti? È un milionario! — disse Davide; e questa notizia parve molto rallegrarlo. Egli si sollevò, guardò verso Fossa Caprara, di cui si vedeva la torre illuminata dalla luna, e passò una mano sulle spalle di Adone.

— E di te non mi racconti nulla? Quando ti sposi? Raccontami: sei felice?

Adone trasalì. La domanda di Davide arrivava a proposito: ed egli fu nuovamente preso dal desiderio di raccontargli come ad un fratello maggiore tutte le sue inquietudini, i suoi sogni, le sue speranze, e domandargli, come un tempo, ajuto e consiglio. Ma ancor prima ch’egli avesse aperto bocca Davide parve dimenticare la domanda che gli aveva rivolto.

— Che fai, ragazzaccio; ma che fai? — cominciò a gridare, poichè Adone, invece di proseguire per l’argine, scendeva la fuga di Fossa Caprara. — Tu vuoi ammazzarmi. Non senti che umido? Torna indietro, o va piano, almeno, diavoletto!

— Ma no, lasci fare! C’è più umido sull’argine, — disse l’altro, tirando le redini. Il cavallino [p. 259 modifica]non domandava di meglio: procedette lentamente lungo la strada alberata, i cui fossi colmi d’acqua limpida scintillavano alla luna.

Ora Adone ricordava il ritorno da San Giovanni, dopo la seconda fuga; si sentiva triste e non avrebbe più parlato senza le insistenti domande del compagno.

— Che farai? Frequenterai l’Università pedagogica?

— E chi sa? Come si fa? Nessuno mi aiuta. Io devo lavorare.

— Ma che fanno quei porci dei tuoi parenti? — gridò l’altro: e parve rianimarsi del suo antico furore contro i suoi vicini di casa.

— Eh, hanno da pensare ad altro! — rispose Adone con tristezza. — Del resto non m’importa. Sono contento perchè avrò il posto di Casalino. Voglio vivere e morire maestro!

— Non mi piaci! Non hai altri sogni?

— Oh, sì! — gridò l’altro. E di nuovo mille parole infiammate gli salirono alle labbra. Ma un vago senso di diffidenza gl’impediva di parlare: sentiva che il pensiero di Davide era lontano dal suo, e pensava: — Ora egli è stanco: pensa ad altro: gli parlerò di me un’altra volta.

Eppure l’altro insisteva: di nuovo gli sfiorò le spalle con la mano, quasi accarezzandolo, e ripetè:

— Quando ti sposi? Non troppo presto, vero? Com’è la ragazza? È bella?

— È bellissima! — esclamò Adone con fierezza. Poi aggiunse, quasi sottovoce: — Non è molto [p. 260 modifica]intelligente, ma non è stupida. Farà almeno quello che voglio io. Ha già acconsentito a non celebrare il matrimonio religioso...

— Tu le hai proposto una cosa simile? — domandò l’altro meravigliato. — Ma ella è cosciente? Capisce quello che fa?

— Spero di sì! Ad ogni modo lo fa.

— Per amore, certo! — disse Davide: e Adone senti che l’altro aveva ragione, eppure provò un lieve dispetto. Ma ricordò subito che egli voleva non discutere ma domandar consiglio a colui ch’egli riteneva come un suo maestro, e disse, incerto:

— Ho fatto bene? Farò bene?

— Che dirti, caro? Bisognerebbe conoscer la ragazza. Ha sentimenti religiosi?

— È anche superstiziosa, talvolta!

— Ah, bene! — disse Davide con lieve ironia. E tu l'ami, vero? Tu, almeno, sai quello che fai?

— Mi pare di sì! — rispose vivacemente Adone. — Io l’amo e lei mi ama. Siamo vissuti sempre assieme, nella povertà e nella sventura: siamo già legati da vincoli più forti ancora dell’amore. Io non la lascerei anche se l’odiassi.

— Ma questo non è il principio dell’unione libera!

— È il principio della giustizia, però! Io considero Caterina come una mia sorella. Mi ha accompagnato nei giorni tristi; lei sola mi ha voluto bene, quando nessuno mi amava. Siamo stati fratelli prima che amanti. Ella è, direi quasi, la mia coscienza. Lasciarla sarebbe come mutar principî! [p. 261 modifica]

— Bada però di non esser la sua vittima! Spesso si è vittime della propria coscienza! — sentenziò Davide. — Io non so dirti, non conoscendo la ragazza, se hai fatto bene o male a domandarle un sacrificio del quale ella forse non capisce la nobiltà. Bada che gli svantaggi non sieno tutti tuoi. Quando la donna non è evoluta bisogna rispettare le sue credenze. Non si strappano le foglie ad una pianta che ha già i frutti...

— Anzi! — disse Adone, che di questo se ne intendeva. — Si levan le foglie, perchè il frutto maturi meglio!

Ma poi si pentì di aver detto questo; e ricordò ancora una volta che voleva domandar consiglio e non discutere.

— Ho fatto male, dunque? Potrei rimediare...

— Guardatene bene! Non ritornare indietro, mai! Ella perderebbe il rispetto che deve avere di te. Il rimedio sarebbe peggiore del male...

E Davide non aggiunse altre sentenze perchè il cavallo si fermò. Nella strada bianca si scorgeva la figura nera della zolfanellaja.

Nei giorni seguenti idue vicini si rividero spesso, e fecero lunghe passeggiate sull’argine: andarono anche a pescare, e Adone si convinse che Davide, il quale parlava continuamente della sua fidanzata, mettendone un po’ in caricatura i parenti, pensava a tutt’altro che a morire.

Adone rideva, ma di giorno in giorno sentiva diminuire la sua confidenza verso Davide. Gli pareva che questo appartenesse già ad un’altra razza. [p. 262 modifica]Era già un uomo ricco, senza essere infelice come Adone amava figurarsi gli uomini ricchi. Tuttavia egli continuava ad ammirarlo, ritenendolo un uomo veramente superiore.

Una sera però si unì a loro, nella piccola osteria del Vicerè, il pittore della parrocchia. Era un ragazzo originale: balbettava ma pungeva: parlava male di tutti, e dichiarava d’essere un mistico e di voler vivere in povertà! Davide lo prendeva in giro, alludendo sempre ai suoi milioni.

— Noi ci logoriamo l’anima per conservare il corpo, — diceva il pittore mistico. — Siamo come quel contadino che per non consumare il mantello soffriva il freddo.

— Seguiva le tue teorie! — disse Davide.

Adone trovava che il pittore, per quanto antipatico, aveva ragione.

Un’altra sera Davide invitò i suoi due giovani amici ad accompagnarlo dalla marchesa. Entrambi rifiutarono. E rimasti soli il pittore cominciò a parlar male di Davide; disse che sposava una donna ricca senza esserne innamorato, solo perchè era ricca.

— Tutti così! Egoisti, non socialisti! E cambiate nome, per Dio bacco, e nessuno vi molesterà più!

Adone arrossì di rabbia, non per l’opinione del pittore, ma per l’offesa a Davide.

— Non è possibile! — gridò. — Egli è innamoratissimo. La sposa è una donna molto bella.

— Le donne belle, appunto, si sposano per interesse; tanto più se son ricche! [p. 263 modifica]

— Davide... Davide!... — gridava Adone.

E ricordava le sue ire, da ragazzetto, quando sentiva parlar male del suo vicino. Fra lui e il pittore sorse una viva discussione: entrambi però conservavano una certa misura, vicendevolmente cortesi.

— Perchè no? Gli uomini raffinati dovrebbero tender più che gli altri ai nostri ideali, — disse a un certo punto Adone. — Chi si preoccupa più del mantello, come quel contadino? Noi oggi, è vero, consumiamo i nove decimi delle nostre energie fisiche e intellettuali a procurarci il nutrimento: il giorno in cui questo problema sarà risolto dalla collettività comincierà la vera vita intellettuale per gli uomini. Sa chi ha detto questo? Wagner!

— Io aborro Wagner, — disse tranquillamente il pittore.

Adone fece un gesto di stupore: l’altro aggiunse:

— Per me Wagner è simile al mare: bellissimo e noiosissimo. Odio l’uno e l’altro!

— Io adoro il mare, — disse Adone per contraddire il pittore. Egli non aveva mai veduto il mare!