Istoria del Concilio tridentino/Libro sesto/Capitolo VIII

Libro sesto - Capitolo VIII (17 luglio - 10 agosto 1562)

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CAPITOLO VIII

(17 luglio-io agosto 1562).

[Riconciliazione dei legati Simonetta e Gonzaga. — Filippo II fa dichiarare che non insiste sul de iure divino e sulla «continuazione», purché non si parli di «nuova indizione». — Nella prima congregazione si fissano norme per regolare le discussioni teologiche. — Si pongono in esame gli articoli del sacrificio della messa. — Malcontento dei francesi che si tratti in assenza dei loro prelati e teologi. — Il papa, ad affrettare i lavori del concilio, avoca a sé le questioni della residenza e del calice. — Nella discussione i gesuiti Salmeron e Torres violano le norme fissate. — Trattazione teologica della messa: si concorda che sia sacrificio, ma si è discordi sulle prove attinte dai testi sacri e sulla natura dell’ultima cena. — Opinioni dei teologi D’Ataide e Cuvillon. — Frate Antonio di Valtellina tratta dei vari riti della messa. — Difficoltà nella formazione del decreto, per i discordi pareri dei padri a ciò deputati. — Ricevimento dei procuratori dei vescovi di Ratisbona e Basilea. — Disparere sul modo di stendere i decreti. — Risorge la questione della residenza ad opera degli spagnoli. Azione dei legati per sopirla e per prevenire un accordo su di essa fra quelli e i prelati francesi attesi al concilio. — Gli ambasciatori francesi, non avendo ottenuto che si rinvíi la trattazione dottrinale dopo l’arrivo dei loro padri, si lagnano vivamente coi legati.]

Finita la sessione, li legati si diedero a metter ordine alle cose da esaminare per l’altra, con disegno d’abbreviar il tempo, se possibil fosse stato. Arrivarono in Trento lettere da Alessandro Simonetta al Cardinal suo fratello, e dal Cardinal Gonzaga al zio, con efficacissime esortazioni per nome del pontefice ad accomodar le differenze, e all’avvenire intendersi bene insieme. Per questo la dominica dopo la sessione Simonetta restò, partendo li legati dalla chiesa, a disnar con Mantoa, e ne seguí perfetta riconciliazione. Entrò questo in ragionamento di quei prelati che praticavano in casa sua ed erano [p. 440 modifica] in sospetto a Mantoa per offici fatti contra lui; ma egli lo fermò modestamente, dicendo che all’avvenire non parleranno cosí. Trattarono strettamente come dar compita sodisfazione al papa e alla corte in materia della residenza, e quai prelati sarebbono atti a maneggiarsi a persuader gli altri. Quelli che giá erano scoperti per ristretti negl’interessi pontifici o della corte, se ben atti del rimanente, stimarono non buoni per mancamento di credito. Messero due di stima per bontá, e molto destri nel negoziare, li vescovi di Modena e di Brescia. L’istesso giorno l’arcivescovo di Lanciano, congregati li vescovi che per suo porto avevano scritto al papa, li presentò il breve di risposta, pieno di amorevolezza, umanitá e offerte, che gl’indolcí tutti e portò gran momento per rilasciare l’ardire della residenza. S’aggionse pur il giorno medesimo un altro accidente molto favorevole al pontefice; che il marchese di Pescara mandò al secretano copia d’una lettera scrittagli dal re, dove li diceva che, avendo inteso dispiacer all’imperatore e a Francia la dechiarazione della continuazione, e conoscendo che, quando si facesse, potrebbe causar dissoluzione del concilio, li commetteva che non ne facesse piú alcuna instanza, pur che non si faccia dechiarazione di nova indizione, e che il concilio segua, proseguendo come ha incominciato. Gli ordinò appresso di far saper alli prelati suoi che egli aveva inteso la controversia e disputa sopra la residenza, e l’instanza da loro fatta acciò si dechiarasse de iure divino; che lodava il loro zelo e buona intenzione; nondimeno li pareva che per allora non fosse a proposito tal dechiarazione; però non dovessero farne maggior instanza. Mostrò il secretario la lettera alli prelati spagnoli; e Granata, consideratala accuratamente, disse che la faccenda andava bene, poiché il papa non la voleva; che il re non sapeva quello che importasse; che era consegliato dall’arcivescovo di Siviglia che mai risiedette, e dal vescovo di Cuenca che se ne stava in corte; che egli sapeva molto bene a che fine il re comandava, e l’obedirebbe in non protestare; ma non resterebbe di dimandarla, sempre che fosse venuta occasione, sapendo che non offenderebbe il re. Fu anco [p. 441 modifica] mostrato il capo della continuazione alli ambasciatori cesarei e francesi, quali risposero che veramente non vi era bisogno di quella dechiarazione espressamente in parole, poiché si eseguiva per effetto.

La prima congregazione dopo fu il 20: nella quale fu proposto che s’averebbe trattato del sacrificio della messa e delli abusi che in ciò seguono. Il Cardinal di Mantoa fece un’ammonizione alli prelati di dire li voti nelle congregazioni quietamente e senza strepiti e con brevitá, e diede conto delle regole che avevano poste insieme per ordinare le congregazioni di teologi, a fine di levar le contenzioni, la confusione e la prolissitá; le qual lette, furono dalla congregazione approvate. Dopo, il cardinale Seripando discorse il modo di esaminar li capi di dottrina e gli anatematismi nelle congregazioni, e raccordò che giá erano stati esaminati e discussi nel medesimo concilio altre volte, e stabiliti, se ben non pubblicati: onde potevano li padri abbreviar molto le considerazioni loro, che di nessuna cosa vi era bisogno maggiore che di ispedizione. Soggionse Granata che, essendo altre volte trattato della messa, e restando longo tempo sino alla sessione, si poteva insieme trattar la materia dell’ordine; e l’istesso fu confermato da Cinquechiese: il che da alcuni fu inteso come detto per ironia, da altri a fine di trattar della residenza conforme alla promessa fatta da Mantoa. In fine furono dati fuori gli articoli per trattare nelle congregazioni de’ teologi. Fu la sostanza degli ordini sopraddetti compresa in sette regole:

I. Che in ciascuna materia proposta parlassero quattro solamente delli teologi mandati dal pontefice, eletti dalli legati: due secolari e due regolari.

II. Che dagli ambasciatori dei principi fossero eletti tre delli teologi secolari mandati da quelli.

III. Che ciascuno delli legati eleggessero uno delli teologi secolari loro familiari.

IV. Che de tutti gli altri teologi secolari, familiari delli prelati, quattro soli per materia siano scelti a parlare, incominciando da quelli di piú antica promozione al dottorato. [p. 442 modifica]

V. Che del numero delli regolari ciascun generale ne elegga tre del proprio ordine.

VI. Che nessuno delli teologi nel dire ecceda il spacio di mezz’ora; e chi sará piú longo, sará interrotto dal maestro delle ceremonie; e chi sará piú breve, maggiormente sará lodato.

VII. Che ciascuno delli teologi, a chi non toccherá luoco di parlar in una materia, potrá portar in scritto alli deputati quello che li parerá necessario circa le cose proposte.

Con queste regole si fece conto che per allora averebbono parlato trentaquattro teologi e s’averebbono potuto udire in dieci congregazioni al piú. Nel stabilire questo ordine, per farlo pubblico nacque difficoltá che inscrizion darli, parendo ad alcuni che, col chiamarlo modo da servare per li teologi, si dovesse incorrer nell’inconveniente opposto da quel spartano alli ateniesi, «che li savi consultassero e l’ignoranti deliberassero»; per evitar il quale la inscrizione fu cosí concepita: «Modo che per l’avvenire si doverá servar nelle materie che saranno esaminate dai teologi minori», inferendo che li prelati fossero poi teologi maggiori.

Gli articoli furono tredici:

I. Se la messa sia sola commemorazione del sacrificio della croce e non vero sacrificio.

II. Se il sacrificio della messa deroghi al sacrificio della croce.

III. Se Cristo ordinò che li apostoli offerissero il suo corpo e sangue nella messa con quelle parole, cioè: «Fate questo in mia commemorazione».

IV. Se il sacrificio della messa giovi solamente a chi lo riceve, e non possi esser offerto per altri cosí vivi come morti, né per i peccati, satisfazioni e altre loro necessitá.

V. Se le messe private, in quali il solo sacerdote riceve la comunione senza altri comunicanti, siano illecite e debbiano esser levate.

VI. Se è contrario alla instituzione del Signore il mischiar l’acqua col vino nella messa. [p. 443 modifica]

VII. Se il canone della messa contiene errori e debbia esser abrogato.

Vili. Se è dannabile il rito della Chiesa romana di prononciar in secreto e sotto voce le parole della consecrazione.

IX. Se la messa debbia esser celebrata solo in lingua volgare, la qual da tutti sia intesa.

X. Se l’attribuir determinate messe a determinati santi sia abuso.

XI. Se si debbia levar via le ceremonie, vesti e altri segni esterni, che la Chiesa usa nel celebrar la messa.

XII. Se il dire che il Signore sia misticamente sacrificato per noi sia l’istesso come dire che egli ci sia dato da mangiare.

XIII. Se la messa sia sacrificio di lode e di rendimento di grazie, o vero ancora propiziatorio per li vivi e per li morti.

A questi articoli era soggionto che li teologi dicessero se erano erronei o falsi o eretici, e se meritavano esser dalla sinodo condannati; e che se li dividessero tra loro, sí che li diciassette primi parlassero sopra li sette articoli anteriori, e gli altri sopra li sei seguenti.

Alli ambasciatori francesi parve sempre dimorar nel concilio con poca riputazione rispetto agli altri; ma uscito il decreto sopraddetto, maggiormente entrarono in gelosia, poiché delli teologi s’aveva a far menzione quali di qual re erano, cosa che dalli prelati non si faceva; e per Francia alcuno non era per intervenire. Dubitavano anco che con questo potesse nascere qualche pregiudicio alle prerogative del regno. Però allora immediate, e dopo ancora con altre occasioni, avvisarono in Francia che la disputa passerebbe tra soli italiani, spagnoli e portoghesi, che Francia non averebbe parte se Sua Maestá non avesse fatto accelerar alcun prelato e dottore, e massime dovendosi trattar materie cosí importanti come li articoli proposti contenevano. Il che anco servirebbe per poter procacciar di ottenere o impedire le cose, secondo il desiderio di Sua Maestá e il contenuto nell’instruzion loro. Che sino a [p. 444 modifica] quell’ora non avevano proposto alcuno degli articoli di riforma, per rispetto che, non avendo voti da sostenerli, non sarebbe stato tenuto conto delle loro remostranze. Che il concilio non vuol ascoltar cosa che pregiudichi all’utile o vero autoritá della corte, trovandosi il papa patrone delle proposizioni (avendosi da principio statuito e successivamente osservato che non possi esser alcuna cosa proposta se non dalli legati), e non meno delle deliberazioni, per li molti prelati pensionari e altri disposti a sua devozione, ed essendo risoluto che il concilio non si meschi in reformare la corte, ma riservare a lui tutto quel negozio; e li spagnoli (che mostravano gran zelo alla reforma) essendo raffredditi e storditi per la correzione ricevuta dal loro re; né essendovi speranza, stando le cose in questo termine, di ottenir altro che quello che a Sua Santitá piacerá: poiché nessuna instanzia fatta da tutti li ambasciatori e principi che sono in Trento ha potuto impetrar che si tratti una buona riforma della disciplina ecclesiastica, con tutto che alli legati sono stati presentati li articoli conforme non solo all’uso della primitiva Chiesa, ma anco alli decreti delli medesimi pontefici. Ma in luoco di quella, mettono avanti punti della dottrina controversi al presente, con tutto che gli era stato mostrato ciò esser superfluo, attesa l’assenza de’ protestanti; e se pur propongono qualche cosa che tocchi li costumi, è di pochissima importanza e di nessun frutto.

Il papa, che, per li avvisi giornalmente inviatili delle cose che occorrevano in Trento con tanta varietá, restava molto perplesso se al giorno destinato s’averebbe pubblicato alcun decreto nella sessione, avuto nova come felicemente fosse passata, ne senti grand’allegrezza; la qual s’accrebbe, udita la reconciliazione delli legati e la littera scritta dal re di Spagna. Non potè contenersi che non mostrasse il piacere, dandone parte in consistoro e parlandone con gli ambasciatori; e passò sino a ringraziar il Cardinal di Aragona, fratello di Pescara, dal quale riconosceva il servizio. E tutto vòlto al presto fine del concilio, non scoprendo che altra cosa la potesse portar in longo se non la residenza o la comunione del calice, scrisse [p. 445 modifica] alli legati che egli era tutto intento alla riforma della corte, e di ciò assicurassero cosí li ambasciatori come li padri che di ciò parlassero, ed essi attendessero ad ispedir le materie; il che averebbono potuto fare in tre sessioni al piú. Lodò che avessero riservato d’abbreviar il tempo prefisso, esortandoli a valersi di quella facoltá. Aggionse che, conoscendo esser difficile far buona risoluzione nel concilio in materia della residenza, per esser molti prelati interessati nell’onore, avendo per buon fine detto la loro opinione, procurassero che quella fosse rimessa a lui; e parimente si liberassero dalle instanze che da principi li sono fatte intorno la comunione del calice col rimettergli quella ancora; e se, in alcuna delle materie che si tratteranno, qualche difficoltá s’attraverserá non agevole da snodare, propongano che gli sia rimessa; perché egli con maggior facilitá potrá ogni cosa decidere nel consistoro (chiamati, se bisognerá, qualche numero de dottori) che in Trento, dove li vari interessi rendono le resoluzioni o impossibili o longhissime.

La prima congregazione de’ teologi fu il seguente giorno dopo mezzodí: nella quale fu cosí ben servato l’ordine di parlare mezz’ora, che il gesuita Salmerone consumò esso solo tutto il tempo con molta petulanza, dicendo che egli era mandato dal papa e, dovendo parlare di cose importanti e necessarie, non doveva aver termine prefisso. E discorse sopra li sette articoli; non però s’udirono da lui se non cose comuni, le quali non meritano memoria particolare. La mattina seguente fu imitato dal torrense suo socio, che volle esso ancora tutta quella congregazione, e piú tosto replicò le cose dette il giorno prima, che ci aggiongesse di novo. Ma peggio fece; ché in fine, entrato nel luoco di san Gioanni: «Se non mangerete» ecc., disse non potersi intendere se non della comunione sacramentale, e soggionse che nel primo capo della dottrina (nella precedente sessione pubblicato) pareva esserne fatto dubbio; però era necessario nella seguente dechiarare che d’altro in quel passo non si tratta che del sacramento; e se alcuno voleva altrimenti dire, egli se n’appellava alla sinodo. [p. 446 modifica] Restarono offesi li legati gravemente per le cose dette, cosí per esser contra la determinazione del concilio, come anco perché introducevano una necessitá della comunione del calice; ma molto maggiormente perché quei gesuiti, con tutto che fossero li primi, vollero esser eccettuati ambidua dagli ordini generali con tanta petulanza. Raccordarono il moto che fu da loro eccitato nella sessione: e questo Torres era anco in norma del Simonetta, particolarmente per aver scritto contra il Catarino a favor della residenza che sia de iure divino, con termini, diceva quel cardinale, insolenti: per il che, finita la congregazione, disse alli colleghi che conveniva reprimer l’audacia per dar esempio agli altri; e fu preso partito di farlo con la prima occasione.

Nelle discussioni delli teologi furono uniformi tutti in condannar di eresia le opinioni de’ protestanti nelli proposti articoli, e brevemente si espedivano degli altri. Longhissimi furono li discorsi di ciascuno in provare che la messa sia sacrificio, nel quale si offeriva Cristo sotto le specie sacramentali. Le ragioni principali da loro usate erano: che Cristo è sacerdote secondo il rito di Melchisedech; ma Melchisedech offerí pane e vino, adunque il sacerdozio de Cristo conviene che sia con sacrificio di pane e vino. Di piú l’agnel pascale fu vero sacrificio; e quello è figura dell’eucaristia, onde quella ancora conviene che sia vero sacrificio. Appresso, per la profezia di Malachia, per bocca del quale Dio rifiuta il sacrificio degli ebrei, dicendo «esser il nome suo divino grande fra le genti, e in ogni luoco offerirsi al suo nome oblazione monda», che d’altro non si può intendere, che sia offerto a Dio in ogni luoco e da tutte le genti. Diverse altre congruenze e figure del vecchio Testamento furono allegate, facendo fondamento chi sopra una, chi sopra un’altra. Del Testamento novo era addotto il luoco di san Gioanni, dove Cristo alla Samaritana insegnò esser venuta l’ora quando il Padre sará adorato in spirito e veritá, essendo che «adorar» nella divina Scrittura significa «sacrificare», come per molti luochi apparisce; e la Samaritana del sacrificio interrogò, che da’ giudei [p. 447 modifica] non si poteva offerir se non in Gerusalem, e da’ samaritani era stato offerto in Garizim, dove allora Cristo era. Onde per necessitá, dicevano, conviene intendere il luoco d’una adorazione esterna, pubblica e solenne, che altra non era se non l’eucaristia. Era anco provato per le parole da Cristo dette: «Questo è il mio corpo, che per voi è dato, che per voi è franto; questo è il mio sangue, che per voi è sparso»; adunque nell’eucaristia vi è frattura di corpo ed effusione di sangue, che sono azioni di sacrificio. Sopra tutto era fatto gran fondamento sopra le parole di san Paulo, che mette nel genere medesmo l’eucaristia con li sacrifici degli ebrei e de’ gentili, dicendo che per quella si partecipa il corpo e il sangue di Cristo, sí come nell’ebraismo chi mangia l’ostie è partecipe dell’altare; e non si può bere il calice del Signore né esser partecipe della mensa sua, e bere il calice de’ demonii e participar della mensa di quelli. Ma che gli apostoli fossero da Cristo ordinati sacerdoti lo provavano chiaro per le parole dette loro per nostro Signore: «Fate questo in mia memoria». Per maggior prova erano addotte molte autoritá de’ Padri, che tutti nominano l’eucaristia sacrificio, o vero con termine piú generale attestano che nella Chiesa si offerisce sacrificio.

Una parte aggiongeva appresso, esser la messa sacrificio anco perché Cristo nella cena se stesso offerí. E questa ragione portava per principale; e provava il suo fondamento, prima, perché dicendo chiara la Scrittura che Melchisedech offerí pane e vino, Cristo non sarebbe stato sacerdote secondo quell’ordine se non avesse offerto esso ancora; e perché Cristo disse il sangue suo nell’eucaristia esser confermativo del novo Testamento; ma il sangue confermativo del Vecchio fu nella sua instituzione offerto: per il che segue in consequenzia necessaria che Cristo egli ancora l’offerisse. Argomentavano ancora che, avendo detto Cristo: «Fate questo in mia memoria», se egli non avesse offerto, noi non potressimo offerire; e dicevano, li luterani non aver altro argomento per provar la messa non esser sacrificio, se non perché Cristo non ha offerto; e perciò esser pericolosa quella opinione, come fautrice della [p. 448 modifica] dottrina ereticale. Piú efficacemente era ancora provato per quello che la Chiesa canta nell’ufficio del corpo del Signore, dicendo: «Cristo, sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech, ha offerto pane e vino». E nel canone del messale ambrosiano si dice che, instituendo una forma di perpetuo sacrificio, egli primo ha offerto se stesso ostia, e primo ha insegnato ad offerirla. Si portavano poi diverse autoritá de’ Padri per comprobazione dell’istesso.

Dall’altra parte non con minor asseveranza era detto che Cristo nella cena avesse comandato l’oblazione da farsi perpetuamente nella Chiesa dopo la morte sua; ma lui non aver offerto esso medesimo, perché la natura di quel sacrificio non lo comportava; e per prova di questo dicevano che sarebbe stata superflua l’oblazione della croce, poiché per quella della cena precedente sarebbe stato riscosso il genere umano. Che il sacrificio dell’altare fu instituito da Cristo per rammemorazione di quello che egli offerí in croce; ma non si può rammemorar altro che cosa passata, per il che l’eucaristia non potè esser sacrificio inanzi l’oblazione di Cristo in croce. Allegavano ancora che né la Scrittura né il canone della messa né concilio alcuno ha mai detto che Cristo offerisse se stesso nella cena; e alli luochi che gli altri allegavano de’ Padri, questi mostravano doversi intender dell’oblazione fatta in croce. Concludevano: avendosi a deliberare la messa esser sacrificio, come veramente era, si poteva abbondantemente farlo per le efficacissime prove della Scrittura e Padri, senza voler anco aggiongervi prove non sussistenti.

Questa differenza non fu tra molti e pochi, ma divise cosí li teologi come li padri in parti quasi pari, e fu occasione di qualche contenzione. Li primi passarono a dire che l’altra opinione era errore, e chiedevano un anatematismo che gl’imponesse silenzio, con dannar di eresia chi dicesse Cristo non aver se stesso offerto nella cena sotto le specie sacramentali. Gli altri in contrario dicevano che non era tempo di fondarsi sopra cose incerte e sopra nove opinioni non udite e non pensate dall’antichitá, ma doversi star sopra il chiaro [p. 449 modifica] e certo, e per la Scrittura e per li Padri, cioè che Cristo ha comandato l’oblazione.

Tutto il mese di luglio fu consumato dalli diciassette che parlarono sopra li primi articoli; sopra gli ultimi in pochi giorni si spedí, piuttosto con ingiurie contra li protestanti che con ragioni. Non è ben narrare li particolari, se non alcuni pochi notabili.

Nella congregazione delli 24 luglio, la sera, Giorgio d’Ataide, teologo del re di Portogallo, si diede a distruggere tutti li fondamenti dagli altri teologi fatti per provar il sacrificio della messa con la Scrittura divina; e prima disse non potersi metter in dubbio se la messa sia sacrificio, perché tutti li Padri l’hanno con aperte parole detto e replicato in ogni occasione. E incominciò dalli latini e greci della Chiesa antica de’ martiri, e passò di tempo in tempo sino alli nostri, affermando che nessun scrittor cristiano vi sia che non abbia chiamata l’eucaristia sacrificio: però doversi concludere per certo che per tradizione degli apostoli cosí sia insegnato; la forza della quale è abbondantissima ed efficacissima per far articoli di fede, come questo concilio ha da principio insegnato. Ma questo vero e sodo fondamento veniva debilitato da chi ne faceva de aerei, volendo trovar nella Scrittura divina quello che non si trovava, dando occasione agli avversari di calunniar la veritá, mentre che la veggono fondare in arena cosí instabile. E cosí dicendo passò ad esaminare d’uno in uno li luochi del vecchio e novo Testamento portati dalli teologi, mostrando che da nessuno si poteva cavar senso espresso di sacrificio. Al fatto di Melchisedech rispose Cristo esser sacerdote di quell’ordine quanto all’esser unico ed eterno, senza precessore e successore, senza padre, senza madre, senza genealogia; e di questo farne troppo chiara fede l’Epistola agli ebrei, dove parlando san Paulo al longo di questo luoco, tratta l’eternitá e singolaritá del sacerdozio, e di pane e vino non fa menzione. Raccordò la dottrina di Agostino, che dove è luoco proprio di dire una cosa, e non è detta, si cava argomento dall’autoritá negativo. Dell’agnel pascal disse [p. 450 modifica] non doversi presuppor per cosa cosí evidente che fosse sacrificio; e se alcun pigliasse impresa di provar il no, forsi converrebbe cedergli la vittoria; e ancora esser una troppo dura metafora a farlo tipo dell’eucaristia, e non piú tosto della croce. Laudò quei teologi che, avendo portato il luoco di Malachia, gli avevano aggionto quel di san Gioanni, d’adorar in ispirito e veritá, perché in vero formalissimamente l’uno e l’altro della stessa cosa parlavano e scambievolmente si dechiaravano. Non doversi far difficoltá sopra la parola «adorare», essendo cosa certa che comprende anco il sacrificio, e la Samaritana la prese nel suo generico significato; ma quando Cristo soggionse che Dio è spirito e conviene adorarlo in spirito, chi non vuole impropriare tutte le cose non dirá mai che un sacramento, che consta del visibile ed invisibile, sia puro spirituale, ma ben composto di questo e del segno elementare; però, che volendo alcuno interpretar ambi quei luochi della interna adorazione, non potrá esser convinto, e averá per sé la verisimilitudine, essendo piana l’applicazione che questa è offerta in ogni luoco e da tutte le genti, e che è pura spirituale, sí come Dio è puro spirito. Parimente seguí dicendo che le parole: «Questo è il mio corpo che per voi è dato, e il sangue che per voi e sparso», han piú piana intelligenza se si riferisce al corpo e al sangue nell’esser naturale che nell’esser sacramentale. Come dicendo: «Cristo è la vite vera che produce il vino», non s’intende la vite significativa, ma la reale produce il vino, cosí: «Questo è il mio sangue che è sparso» non dice che il sangue sacramentale e significante, ma il naturale e significato è sparso. E [da] quello che san Paulo dice del partecipar al sacrificio degli ebrei, e della mensa de’ demonii, intesi li riti da Dio per Moisé instituiti, e quei che da’ gentili erano usati nel sacrificare, non si prova l’eucaristia sacrificio. Esser chiaro appresso Moisé che nelli sacrifici votivi la vittima era tutta presentata a Dio e una parte di essa abbrucciata; e questo era il sacrificio: del rimanente, parte era del sacerdote, e il resto dell’offerente, e cosí questo come quello lo mangiava con chi a lui pareva; né [p. 451 modifica] quel si chiamava sacrificare, ma participar il sacrificato. Li gentili imitavano l’istesso; anzi la parte che non era consumata nell’altare si mandava da alcuni a vendere, e questa è la mensa che non è altare. Il piano senso di san Paulo è: sí come gli ebrei, mangiando la parte toccante all’offerente, che è reliquia del sacrificio, participano dell’altare, e li gentili parimenti, cosí noi, mangiando l’eucaristia, participiamo il sacrificio della croce. E questo è appunto quello che Cristo disse: «Fate questo in mia memoria»; e quel di san Paulo: «Sempre che mangerete questo pane e beverete questo calice, professarete il Signore esser per voi morto». Ma per quello che si dice li apostoli esser ordinati sacerdoti per offerir sacrificio con le parole del Signore, poiché egli dice: «Fate questo», senza dubbio s’intendeva quello che avevano veduto lui a fare. Adunque bisognarebbe che constasse prima che egli avesse offerto; ma non essendo questo certo, ed essendo le opinioni delli teologi varie, e confessando ciascuno che l’una e l’altra è cattolica, quelli, che negano Cristo aver offerto, non poter concluder per quelle parole aver comandato l’oblazione. Portò poi li argomenti de’ protestanti, con quali provano che l’eucaristia non è instituita per sacrificio ma per sacramento; e concluse che non si poteva dir che la messa fosse sacrificio, se non con fondamento di tradizione, esortando a fermarsi in questa e non render la veritá incerta per studio di volerla troppo provare. Discese poi alla resoluzione degli argomenti de’ protestanti, e in quello rese tutti gli audienti mal satisfatti, avendo recitato gli argomenti con forza e apparenza, e soggiongendo risposte con debolezza, sí che piú tosto li confermavano; il che fu ascritto da alcuni alla brevitá del tempo che gli restava, sopravvenendo la notte, da altri al non sapersi lui esprimere, e dalli piú sensati perché quelle risoluzioni non sodisfacevano lui medesmo. Del che essendovi molta mormorazione fra li padri, Giacomo Paiva, un altro teologo portughese, nella seguente congregazione replicò tutti li argomenti da quell’altro fatti, e li risolse con sodisfazione degli audienti e con iscusare il collega, affermando che l’istessa fu la mente sua. [p. 452 modifica] E li uffici, che dalli ambasciatori e dalli prelati portughesi furono fatti, in testificare la bontá e sana dottrina del teologo, nelli giorni seguenti, resero le menti delli legati sincere verso di lui; però egli pochi giorni dopo partí; né si vede scritto nelli cataloghi de’ teologi, se non in quelli che furono stampati in Brescia e Riva inanzi questo tempo.

Il dí 28 luglio Gioanni Covillone gesuita, teologo del duca di Baviera, parlò con molta chiarezza sopra li articoli, rappresentando il tutto come senza difficoltá, non in maniera di esamine o discussione, ma con forma di mover l’affetto della pietá. Narrò molti miracoli succeduti in diversi tempi; affermò che dall’etá degli apostoli sino al tempo di Lutero mai nessun dubitò; allegò le liturgie di san Giacomo e di san Marco, di san Basilio e Crisostomo. Quanto alle opposizioni de’ protestanti, disse che erano state a bastanza risolute, ma, anco senza quello, bastava per tenerle fallaci il venir da persone alienate dalla Chiesa. E in fine esortò li legati a non permettere che in qual materia si voglia fossero proposti argomenti de eretici, senza soggiongerli evidentissima risoluzione; e chi non la sa portare, se n’astenga dal riferirli, ricercando la vera pietá che le ragioni contrarie alla dottrina della Chiesa non siano riferite, se non preparando prima l’anima delli auditori con narrare la perversitá e ignoranza degl’inventori, e che alli argomenti loro non vien date orecchie se non da gente di poco cervello; e poi narrandoli quanto piú succintamente si può, e senza le prove intermedie, soggiongendo la risposta piana e ben amplificata; e quando pare che alcuna cosa li manchi, portando la disputa in altra materia, acciò non si generi qualche scrupolo negli animi delli audienti, massime essendo prelati e pastori della Chiesa. Piacque grandemente il discorso alla maggior parte de’ prelati, e fu lodato per pio e cattolico, e che meritasse un decreto della sinodo che comandasse cosí a tutti li predicatori, lettori e scrittori. Non però all’ambasciatore del suo principe diede molta sodisfazione; il quale dopo la congregazione, in presenza delli imperiali che facevano complimento col teologo per la grata [p. 453 modifica] concione, disse che veramente meritava d’esser commendato d’aver insegnato anco nella simplicitá della dottrina cristiana sapersi valer della sofistica.

Degli ultimi teologi a parlare fu fra’ Antonino da Valtellina dominicano, il quale sopra gli sei ultimi articoli delli riti disse esser cosa chiara per l’istorie che ogni chiesa anticamente aveva il suo rituale particolar della messa, introdotto piú per uso e a giornata che con deliberazione e decreto; che le picciol chiese si sono accomodate alle metropolitane o vicine maggiori: il rito romano per gratificar alli pontefici è stato ricevuto in assai provincie; con tutto ciò restano ancora molte chiese con li suoi differentissimi dal romano. Discese a parlar del mozarabo, dove intervengono e cavalli e schermi alla moresca, che tutti hanno misterio e significato grande; e questo è tanto differente dal romano, che se in Italia si vedesse, non sarebbe stimato messa. Che resta ancora in Italia il rito milanese, molto differente in parti principalissime dal romano; ma esso romano ancora ha fatto mutazioni grandissime (le quali vederá chiaro chi leggerá l’antico libro che ancora resta, inscritto Ordo romanus ), e non solo nelli tempi antichi, ma anco da pochi secoli in qua. Affermò che il vero rito romano giá da trecento anni non è quello che adesso si serva dalli preti in quella cittá, ma quello che dall’ordine di san Domenico è ritenuto. Quanto alle vesti, vasi e altri apparamenti, cosí de ministri come de altari, non solo dalla lettura de’ libri, ma dalle sculture e pitture vedersi li presenti esser cosí trasformati, che se ritornassero li vecchi al mondo non li riconoscerebbono. Per il che concludeva che il ristringersi ad approvar li riti che la Chiesa romana usa potrebbe esser ripreso come una condanna dell’antichitá e degli usi delle altre chiese, e potrebbe ricever anco piú sinistre interpretazioni. Consegliò che s’attendesse all’essenzial della messa, e che di quest’altre cose non si facesse menzione. Tornò a mostrar la differenza notabile dal rito presente servato in Roma a quello che è descritto nell’Ordo romanus, e fece tra gli altri particolari grand’insistenza che in quello la comunione de’ laici fosse [p. 454 modifica] con ambe le specie: e passò ad esortare a concederla anco al tempo presente. Il discorso alli stanti dispiacque; ma il Cinquechiese pigliò la protezione sua, con dire che il frate non aveva detto cosa falsa, né si poteva imputargli d’aver dato scandolo, perché non aveva parlato né al populo né ad idioti, ma in una corona de dotti, dove nessuna cosa vera può dar mala edificazione; e chi voleva dannar il frate per scandaloso o temerario, dannava prima se stesso per incapace della veritá.

La differenza che fu tra li teologi fu anco tra li prelati deputati a comporre la dottrina e li anatematismi per proporre in congregazione; imperocché nella dottrina dovendosi metter le prove ed esplicazioni perché la messa sia sacrificio, secondo la propria affezione chi una, chi l’altra voleva o reprobava. Martino Peresio vescovo di Segovia, che era intervenuto alle trattazioni che in questa materia si ebbero in concilio nel fine del 1551, era di parere che si pigliasse quella stessa dottrina e canoni che erano formati per pubblicarsi il gennaio 1552, e quelli fossero riveduti. Ma il cardinale Seripando non approvava, dicendo che in quello appariva una pietá e zelo cristiano incomparabile, ma soggetto molto alle calunnie degli avversari; che non bisognava aver per fine d’instruir li cattolici, come pareva che quei padri avessero avuto, ma di confonder gli eretici: per il che conveniva parlar in tutte le parti piú riservato, e non esser giusta cosa metter mano, come correttori, nelle cose allora ordinate: meglio esser far di novo, e non dar occasione di dire che s’abbia raccolto il seminato d’altri. Granata era discorde da tutti; non voleva che si dicesse che Cristo offerí nella cena, né meno che instituisse il sacrificio con le parole: «Fate questo in mia memoria». Seripando, quanto al primo, diceva non averlo per necessario e potersi tralasciare, bastando che Cristo abbia instituito l’oblazione; ma esser ben necessario dire con qual parole, né esserne altre che le suddette. Ma Giovan Antonio Pantusa, vescovo di Lettere, con molta passione voleva nel decreto le ragioni e di Melchisedech e di Malachia, e l’adorazione della Samaritana, e le mense di san Paulo, e l’oblazione di Cristo [p. 455 modifica] nella cena, ed ogni altra ragione allegata. In fine, dopo disputa di piú giorni, convennero di metterci ogni cosa, perché nelle congregazioni li prelati averebbono detto il parere, e si sarebbe levato quello che alla maggior parte non fosse piaciuto. Fecero anco una raccolta de abusi che occorrono giornalmente nella celebrazione delle messe, in poco numero rispetto a quelli che del 1551 furono notati.

Il dí 3 agosto fu fatta congregazione generale per ricever li procuratori delli vescovi di Ratisbona e Basilea, a fine di onorar questo secondo ad onta della cittá di Basilea, che contendeva anco con lui per il titolo, volendo che non di Basilea, ma di Bontruto si dimandasse. Data fuori la formula, l’arcivescovo di Lanciano fu di parere che si pubblicassero gli anatematismi soli, e si tralasciasse a fatto li capi di dottrina. Allegava l’esempio degli altri concili, in quali si vede da pochissimi usata, e che questo stesso concilio tridentino nelle materie del peccato originale la tralasciò, e in quella de’ sacramenti e del battesmo. Diceva esser cosa da dottori il render conto delli pareri suoi con ragioni; alli giudici esser conseglio ottimo di far le sue sentenzie assolute, e li vescovi in concilio esser giudici. Se la sentenzia contiene la ragione, si può impugnare non solo per il decreto, ma per la ragione ancora; che non allegandone alcuna, ognuno pensará che la sinodo si sia mossa da potentissime, e ciascuno crederá che sia indotta da quelle ragioni che egli maggiormente stimará; che quando s’avessero ragioni anco sopra l’evidentissime, non è sicuro usarle; che gli eretici s’attaccheranno alle ragioni, che ne faranno poca stima, e piú che si dirá, si dará piú materia di contradire. Aggiongeva anco che le congionture ricercavano presta espedizione del concilio; e accennò, ma con parole che furono intese dalli legati e dalli amorevoli del pontefice, che si sarebbe per questa via sodisfatto al suo desiderio.

Da Ottaviano Preconio arcivescovo di Palermo, che lo seguiva in ordine, fu in contrario parlato: che l’uso delli concili fu sempre di far il proprio simbolo, al qual corrisponde la dottrina, e soggionger li anatematismi; che avendo [p. 456 modifica] servato cosí il concilio sotto Giulio, e questa sinodo nella sessione passata, si direbbe che non si continuava per difetto di ragioni; soggionse che è una viltá il voler fuggir la disputa degli eretici; anzi che la loro contradizione fará lucer la dottrina del concilio; che non si debbe curar di finirlo presto, ma di finirlo bene. Furono cosí longhi questi due prelati, che la sera sopraggionta pose termine alla congregazione, dicendosi non esser maraviglia se un genoese dominicano, che era Lanciano, fosse contrario ad un siciliano franciscano.

Furono li giorni seguenti fatte pratiche sopra questo, valendosi delle stesse e altre ragioni li interessati a finire e ad allongare il concilio. Ma proposto un’altra volta in congregazione, fu la maggior parte in voto che si seguisse l’ordine incominciato.

Queste pratiche fecero tornar in campo quelle della residenza, essendo li medesimi li desiderosi che il concilio si finisse e della residenza non si trattasse. Quest’apertura diede occasione a Mantoa e Seripando di adoperarsi, e mostrar al papa con effetti che s’accomodavano al voler suo, secondo l’instruzione che Lanciano gli aveva a bocca portato. Adoperarono per far gli uffici con buon modo l’arcivescovo d’Otranto, li vescovi di Modena, Nola e Brescia, che non erano pontefici scoperti, ma guadagnati. Questi superarono molti italiani, inducendoli non a mutar opinione e contradirsi, ma a non promuover piú quella materia: da molti ebbero promessa che, cessando li spagnoli, essi sariano stati quieti; e li quattro suddetti prelati fecero insieme una nota delli persuasi, sí che si trovarono aver guadagnato molto. Ma con li spagnoli non fu possibile avanzare, anzi questo fu causa che si ristrinsero insieme. Scrissero una lettera in comune al re per risposta di quella di Sua Maestá al marchese di Pescara, dolendosi prima del pontefice che non vogli lasciar risolvere il punto della residenza, nel qual s’ha da fondar tutta la riforma della Chiesa; e con bellissima e riverente circuizione di parole conclusero che in concilio non vi fosse libertá; che li italiani con la pluralitá vincevano, e quelli chi per pensioni, chi per [p. 457 modifica] promesse, e li meno corrotti per timore aderivano alla volontá di Sua Santitá. Si dolsero delli legati che, se avessero, come era giusto, lasciato concluder la materia quando era il tempo, prima che da Roma potesse esser scritto, tutto sarebbe con somma concordia concluso in servizio divino; che le due parti de’ prelati desideravano la difinizione; che tutti gli ambasciatori facevano instanza; che essi furono a favore della veritá, procedendo però con caritá e modestia, né mai ebbero animo di protestare. Supplicavano Sua Maestá che facesse consegnare da persone pie quell’articolo, essendo certi che dopo matura considerazione ella favorirebbe la sentenza cattolica e pia e tanto necessaria per la buona riforma.

Questo accidente certificò li legati e aderenti che non era possibile sopir la pratica, poiché, non essendosi quietati li spagnoli né per la lettera del re, né per gli uffici fatti, anzi avendo fatto nuova dechiarazione col scriver in Spagna, bisognava tener per fermo che fossero insuperabili. Si ridussero li pontifici a consulto sopra di questo, e fu deliberato di mandar in Francia al Cardinal di Ferrara copia della lettera scritta dal re cattolico al Pescara, per procurar d’averne una simile da quella Maestá agli ambasciatori francesi, cosí per fermar quelli dal far quotidiani uffici in contrario con li prelati, come facevano, come anco acciò, venendo li vescovi francesi, non s’unissero con li spagnoli, come questi avevano gran speranza e stavano in aspettazione. E per levar il credito alli spagnoli appresso il suo re, deliberarono far saper in Spagna che Granata e Segovia capi loro, che fanno li scrupolosi, avevano promesso li voti loro al Cinquechiese nella materia della comunione del calice, senza aver rispetto a Sua Maestá che tanto l’aborrisce.

Ma il pontefice, in questo tempo, considerati li pericoli imminenti all’autoritá sua per le difficoltá e confusioni di Trento, per li moti di Francia e per la dieta che in Germania si apparecchiava (nella quale l’imperatore per i suoi interessi sarebbe costretto condescendere assai ai voleri de’ protestanti), pensò di sicurar le cose sue per ogni rispetto. [p. 458 modifica] E giá il mese manzi aveva dato denari a dieci capitani per far gente, e si riducevano li soldati in Romagna e nella Marca, e si ristringeva molto con li ministri e cardinali confidenti de’ principi italiani, onde generò qualche sospetto alli spagnoli e francesi. L’ambasciator di Francia l’esortò a desistere dal raccoglier armi, acciò questo non turbasse il concilio; a che rispose il papa che, essendosi dechiarata Inghilterra e li protestanti di Germania di aiutar li ugonotti di Francia, non era da star sprovvisto; che il mondo era pieno di eretici, per il che era necessario che si provedesse per protegger il concilio non solo con l’autoritá, ma con la forza. Lo spagnolo non andò per l’istessa via, ma confermando che si doveva aver sospetti gli andamenti de’ protestanti, li promesse ogni aiuto e assistenza per nome del re: e questo per impedire che procurasse una lega in Italia, la quale in nessun tempo averebbe a Spagna piaciuto. Aggradi e accettò il pontefice l’offerta del re; e intesa l’unione delli suoi legati in concilio, e l’ardente volontá che mostravano, e l’opera che facevano, restò consolato; e gli rispose che attendessero quanto si poteva a sopir il ragionamento di residenza; e non potendo, si valessero del partito; sopra tutte le cose attendessero alla presta ispedizione, acciò si finisse inanzi la venuta dei prelati francesi e la riduzione della dieta in Germania; acciò l’imperatore, per l’intenso desiderio di far elegger il figlio re dei romani, non si lasciasse persuadere da’ protestanti a proponer in concilio qualche cosa maggiormente pregiudiciale che le proposte sin allora.

Gli ambasciatori francesi, dopo aver molte volte fatta modesta richiesta che li prelati loro fossero aspettati, finalmente il 10 agosto presentarono la dimanda in scritto; il tenore della quale era che il cristianissimo, essendo deliberato di osservare e riverire li decreti delli concili che rappresentano la Chiesa universale, desidera che li statuti di quel concilio siano di buon animo ricevuti dagli avversari della Chiesa romana; imperciocché quelli che dalla Chiesa non sono partiti, non hanno bisogno de difinizioni conciliari. Pensa dover riuscir piú grati li decreti che si faranno, se il giorno della sessione si [p. 459 modifica] prolongasse sin che alla moltitudine numerosa de’ prelati italiani e spagnoli s’aggiongessero li voti de’ vescovi francesi, de’ quali negli antichi concili della Chiesa è stato sempre tenuto gran conto. La causa dell’assenzia de’ quali, giá udita e giudicata necessaria da essi legati, è per cessare, come si spera, in breve; e quando anco non cessasse, essi doveranno arrivare inanzi il fine di settembre, avendo cosí comandamento dal re; e da questo avvenirá anco che li protestanti, per causa de’ quali il concilio è intimato, e che predicano ogni giorno di volerci intervenire, averanno manco di che dolersi, con ricercar qualche maturitá in cosa cosí grave, accusando il troppo precipizio. Aggionsero che, acciò da nessun sia pensato il re disegnare per questi mezzi l’ozio o ver la dissoluzione del concilio, dimandavano che, mentre li vescovi francesi s’aspettavano, si dovesse trattar solamente quello che appartiene alii costumi e alla disciplina, e anco li doi capi rimanenti in materia del calice; e quest’ultima particola aggionsero per non disgustar li imperiali, che avevano speranza di ottener la dechiarazione in quella sessione. Ma li legati, dopo consultato, fecero la risposta in scritto: che li prelati francesi inanzi l’apertura del concilio furono aspettati quasi sei mesi; ed essendo quello aperto principalmente per causa de’ francesi, s’era anco differito sei mesi il trattar le cose piú gravi; nelle quali poiché s’ha dato principio a metter mano, non parer loro conveniente il ritirarsi dal camminar inanzi, poiché ciò non si potrebbe fare senza vergogna del concilio e molte e grandi incomoditá de tanti padri. Ma quanto all’allongar il giorno della sessione, questo non esser in potestá di essi legati concederlo senza li padri; per il che essi ambasciatori non potevano aspettar da loro piú determinata risposta.

Questo considerato, li francesi replicarono che adonque li fosse concesso far la proposizione sua nella congregazione; ma li legati risposero che giá altre volte era stato detto a loro e agli altri ambasciatori che non potevano negoziare se non con li legati, e che giá era stato deliberato e decretato in quel [p. 460 modifica] medesimo concilio per l’inanzi che li ambasciatori non potessero parlar in congregazione pubblicamente, se non il giorno che erano ricevuti e che il loro mandato era letto. Questo diede causa alli francesi di far grave indoglienza con li vescovi, e massime con spagnoli, con dire esser grand’assurditá che le ambasciarie siano inviate alla sinodo, che a quella siano presentati li mandati, e che con quella non si possi trattare, ma con li legati, come che a quelli fossero gli ambasciatori inviati; e pur tuttavia li medesimi legati non sono altro che ambasciatori essi ancora, in quanto che il papa che gli manda è un principe; e in quanto è vescovo, e il primo vescovo, non sono altro che procuratori di uno assente, e per tali sono stati tenuti e ricevuti nelli concili vecchi. Allegavano l’esempio del niceno, dell’efesino, calcedonense, di quello di Trullo e del niceno II ancora; e che la rottura tra il concilio di Basilea e il papa da questo solo venne, perché li legati romani pretesero mutar questo antico e lodevole instituto. Che anco questa era una specie di servitú gravissima nel concilio, che non potessero manco udire; e ingiuria alli principi, che non potessero trattare con chi aveva da maneggiar negozi delli stati loro. Che quel decreto, che asserivano fatto, non si mostrava; e conveniva vederlo e saper da chi era provenuto; perché se li legati d’allora lo fecero, estesero l’autoritá con grande esorbitanza; se fu la sinodo, era necessario esaminare come e quando; perché era un inconveniente intollerabile anco quello che nel principio di quest’ultima adunazione è fatto, che li legati, con quei pochi prelati italiani venuti da Roma solamente, abbiano fatto un decreto (e praticatolo dopo rigidamente) che niente possa esser proposto se non per bocca delli legati, di maniera che alli principi e alli prelati tutti è serrata la via di poter proporre la buona riforma, che sarebbe servizio divino trattare; e in luoco di quella, per trattener infruttuosamente il mondo, sia trattata la dottrina controversa con protestanti, in loro assenza, senza alcun beneficio de’ cattolici che non ne dubitano, e con alienar tanto piú li protestanti, dannandoli in assenza. E le querele de’ francesi si [p. 461 modifica] renovarono, quando gli andò avviso dall’Iste, ambasciator del loro re in Roma, che egli per ordine regio aveva fatto l’istessa richiesta al papa, che fossero li vescovi francesi aspettati per tutto settembre, e la Santitá sua aveva risposto che ciò rimetteva alli legati. Diceva Lansac che era cosa degna di memoria eterna: il papa rimetteva alli legati, li legati non potevano senza la sinodo, quella non poteva udire, e il re e il mondo rimanevano delusi.