Giulietta e Romeo/Atto terzo

Atto terzo

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William Shakespeare - Giulietta e Romeo (1597)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Atto terzo
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ATTO TERZO



SCENA I.

Una piazza.


Entrano Mercuzio, Benvolio, Paggio e seguaci.

Benv. Te ne prego, caro Mercuzio, ritiriamoci. Il dì avvampa; i Capuleti uscirono di casa; e ove avessimo ad incontrarli, non eviteremmo una mischia. In questi ardori della state il sangue è infiammabile.

Merc. Tu mi rassembri un di coloro che, entrando in una taverna, depongono la spada sopra la tavola dicendo: Dio faccia ch’io non abbia bisogno di te; e al secondo bicchiere che tracannano, la sguainano contro ogni commensale.

Benv. Son io veramente quale dici?

Merc. Lo sei: e ti scorre per le vene un sangue bollente; e un nonnulla t’indispettisce e ti rende furioso.

Benv. E a qual effetto rammenti ciò?

Merc. Solo per dirti, che se vi fosse un altr’uomo della tua tempera, e che con lui ti scontrassi, vi sarebbero in breve due mortali di meno a questo mondo; perchè vi uccidereste l’un coll’altro. Tu, tu contenderesti con uno che avesse solo un pelo di più o di meno di te, o che spaccasse noci; non per altro che perchè tu hai gli occhi color di noce1. E quale sguardo, fuori del tuo, potrebbe mirare una tale contesa? La tua testa è ripiena di risse, come un uovo lo è di cibo; e nondimeno la dovrebb’esserne vacua, dopo tutte le guerre che ne sono uscite. Non volesti tu far lite con un uomo che tossiva lungo la via, solo perchè temevi che col tossire ti svegliasse un cane addormito? Non venisti quasi alle prese con un sartore perchè indossava un’abito nuovo prima delle feste di Pasqua? Non menasti le mani da sgherro per esserti abbattuto in chi si allacciava le scarpe nuove con una fettuccia scipata? E dopo ciò ardisci farla da precettore, da savio?

Benv. Se io fossi alacre ai litigi, come tu il di’, credo che mal mi si potesse guarentire un’ora di vita. (entrano Tebaldo e sgherri) Per la mia anima, ecco i Capuleti. [p. 190 modifica]

Merc. Pe’ miei calcagni, non me ne curo.

Teb. Seguitemi da vicino, che parlerò a costoro. — Cavalieri, buon dì: una parola con qualcuno di voi.

Merc. Una parola con qualcuno di noi? Accoppiatela con qualche cosa: una parola e una botta.

Teb. Mi troverete abbastanza atto a ciò, se me ne date occasione.

Merc. Non potete prendere l’occasione senza che ve ne diamo?

Teb. Mercuzio, tu sei d’accordo con Romeo...

Merc. D’accordo? che intendi dire? N’hai presi per menestrelli? Se ciò hai fatto, ecco i nostri strumenti (impugnando la spada); e vedremo se tu pure saprai metterti d’accordo coi suoni che ne usciranno.

Benv. Disputeremo forse in mezzo ad una piazza? Ritiriamoci, e favelliamo con calma. Vedete come tutti i passeggieri si fermano a guardarci?

Merc. Ne guardi chi vuole; gli uomini han gli occhi per guardare; ma io non mi muoverò di qui per far piacere a chicchessia.

(entra Romeo)

Teb. Sia pace con te. Veggo ora il mio uomo.

Merc. Il tuo uomo? Ch’io sia appiccato se veste la tua livrea. Ma va; e s’egli ti seguirà dovunque più ti piaccia, in questo senso potrai chiamarlo l’uomo tuo.

Teb. Romeo, l’odio che ti porto non mi permette di dirti miglior cosa di questa. Sei un vile.

Rom. Tebaldo, le ragioni che ho per amarti mi fanno scusare lo sdegno che ti muove ad indirizzarmi un simile saluto. — Non sono un vile. Addio; veggo che non mi conosci.

Teb. Giovine, questa moderazione non iscuserà l’oltraggio che mi hai fatto. Volgiti, e mettiti in guardia.

Rom. Giuro che mai non t’offesi, e che anzi t’amo più che pensar non potresti, finchè ignota ti fosse la cagione del mio amore. Di ciò, buon Capuleto, il cui nome ho in pregio come il mio proprio, sii soddisfatto.

Merc. Oh calma vile! oh indegna sommissione! (sfodera la spada) Tebaldo, vien meco.

Teb. Che vuoi da me?

Merc. Sapiente Re dei gatti, null’altro che una delle tue nove vite2; e lascierotti l’altre, se pure il meriterai. Vuoi ora afferrare la tua spada per gli orecchi? Fa presto, per non sentire i fischi della mia prima che tu l’abbi imbrandita. [p. 191 modifica]

Teb. Non mi ritrarrò.     (sguainando la spada)

Rom. Gentil Mercuzio, rimetti la spada nel fodero.

Merc. Animo, messere; parate questa quinta.     (combattono)

Rom. Snuda la tua spada, Benvolio; frapponiamoci, dividiamoli. — Onesti passeggeri..... è una vergogna..... prevenite qualche disavventura. — Tebaldo, Mercuzio! il Principe proibì con pena di morte ogni litigio per le vie..... Tebaldo, fermati..... fermati buon Mercuzio...      (Tebaldo e i suoi s’allontanano)

Merc. Son ferito... Maledizione sopra queste due famiglie!.... Mi sento agli estremi... Oh! partì egli illeso?

Benv. Sei ferito, Mercuzio?

Merc. Sì, sì; una scalfitura, una scalfitura! Ahi! n’ho quanto basta! Dov’è il mio paggio? Oh! va; trova un cerusico.

(il Paggio esce)

Rom. Coraggio, amico; la ferita non può esser grave.

Merc. No, non è certo profonda come un pozzo; ma è abbastanza ita addentro per farmi apparir dimani l’uomo più rigido di questa terra. Sono in viaggio, ve ne fo fede, pei Paesi Bassi — Maledizione sulle vostre due famiglie! Maledizione sul cane che mi ferì combattendo colle norme dell’aritmetica. — Oh! perchè in tanto malanno veniste a frapporvi? Ricevei la botta per disotto del vostro braccio.

Rom. Lo feci pel meglio.

Merc. Soccorrimi, Benvolio..... guidami in qualche casa... perchè a momenti svengo. Maledizione sulle vostre due famiglie.....! esse mi hanno spacciato per l’altro mondo..... Ah! la ferita fu ben profonda... Maledizione... maledizione!

(escono Mercuzio e Benvolio)

Rom. Egli è per me che questo generoso amico, che questo affine del principe ricevè una ferita mortale... e il mio onore contaminato esigerebbe che mi vendicassi di Tebaldo... Oh dolce Giulietta! la tua bellezza mi effeminò, e ammollì l’indomita tempra del mio coraggio.     (rientra Benvolio)

Benv. Oh Romeo, Romeo! il generoso Mercuzio è spento; e la tua nobile anima, sdegnosa di questo mondo, s’è slanciata in cielo.

Rom. Il nero destino di questo giorno getta la tua grand’ombra sui giorni avvenire, e dà principio ad una sequela di tremende sventure.     (rientra Tebaldo)

Benv. Ecco il furioso Tebaldo che a noi ritorna.

Rom. Egli vive! trionfa! e Mercuzio è ucciso! Torna nei cieli, dolce moderazione; e tu, vendetta dall’efferata pupilla, fatti mia [p. 192 modifica]guida! — Ora, Tebaldo, riabbiti il nome dì vile che testé mi desti. L’ombra di Mercuzio non molto ancora salì al disopra di noi, e brama una compagna; o tu, od io, o entrambi la seguiremo.

Teb. Tu, giovine insano, che in terra aderisti con lui, è a te che spetta il raggiungerla.

Rom. Or si vedrà.     (combattono e Tebaldo cade)

Benv. Romeo, fuggi, abbandona questi luoghi. I cittadini sono insorti, e Tebaldo è ucciso. — Non rimanerti così smemorato... Il Principe ti condannerà a morte, se sei preso... Va, fuggi, vola, salvati, finché lo puoi.

Rom. Oh! io sono il più sventurato degli uomini!

Benv. E ancora non parti? (Romeo esce; vari cittadini entrano)

Citt. Per qual via fuggì quegli che uccise Mercuzio? L’assassino Tebaldo dove fuggì?

Benv. Qui giace Tebaldo.

Citt. In nome del Principe, seguitemi, (entrano il Principe con seguito, Montecchio, Capuleto, le loro donne, ed altri)

Princ. Dove sono i vili iniziatori di questa contesa?

Benv. Nobile Principe, io potrò farvene conto. Ecco quegli che il giovine Romeo ha ucciso, perché ucciso avea il vostro parente, il generoso Mercuzio.

Don. Cap. Tebaldo! infausta vista! Il figlio di mio fratello! Oh Principe! il sangue nostro è sparso. Se giusto siete, esoratelo. Oh crudi Montecchi! sventurato parente!

Princ. Benvolio, chi fu l’aggressore?

Benv. Tebaldo, che qui giace ucciso. Romeo gli parlò con dolcezza, con moderazione ed amore; ma nulla valse a raffrenare questo superbo. Sprezzevole d’ogni rispetto, sordo ad ogni parola di pace, animato da un fiero inestinguibile odio, egli appunta la spada al seno di Mercuzio, che non meno impetuoso incrocia la sua, e dà principio ad una tenzone di morte. Romeo grida allora: Fermatevi, sciagurati..... amici, fermatevi; e con braccio più celere della parola fa. piegar le punte omicide, e si slancia fra di loro... ma invano... che un colpo di Tebaldo s’apre la via sotto il braccio di Romeo, e ferisce nel fianco l’intrepido Mercuzio. Allora Tebaldo fugge; ma per tornare dopo pochi istanti a Romeo, che incominciava a pascersi di pensieri di vendetta: ed entrambi s’avventano l’uno sull’altro con tale foga, che, primaché avessi potuto sguainare il ferro per interpormi, Tebaldo era ucciso. Romeo, ciò vedendo, disperato partì; e forse ora piange questa fatale uccisione. Principe, se questa non è la verità, acconsento d’esser morto. [p. 193 modifica]

Don. Cap. Costui è un parente de’ Montecchi; e l’affezione ch’ei loro porta, lo fa mentire. Eran più di venti coloro che qui combattevano; e venti uniti trucidarono un solo. Chieggo giustizia, Principe; non potete rifiutarcela. Romeo uccise Tebaldo; Romeo non debbe più vivere.

Princ. Romeo uccise Tebaldo; ma Tebaldo aveva spento Mercuzio; e chi di voi pagherà un sangue sì caro?

Don. Mont. Non Romeo, Principe, che gli fu sempre affezionato, e di cui la sola colpa, uccidendo Tebaldo, fu d’aver fatto quello che fatto avrebbe la legge.

Princ. Sì; e per colpa tale l’esiliamo da questa città. Per gli odii vostri, sciagurati, anche il mio sangue si sparge; ma pentir vi farò tutti dei dolori che mi cagionate. In avvenire sarò sordo ad ogni pietà; nè lagrime, nè preghiere riscattarvi potranno dal mio cruccio, o flettermi ne’ miei propositi: risparmiatevi quindi inutili umiliazioni. Romeo vada tosto in bando; e l’istante in ch’ei qui riederà, sarà quello della sua morte. (a’ suoi) Ite, togliete questo cadavere, e aspettate i comandi nostri. La clemenza che perdona all’omicida è virtù d’assassino.     (escono)

SCENA II.

La stanza di Giulietta.

Entra Giulietta.

Giul. Affrettatevi, corsieri dai piedi fiammeggianti; affrettate il cammino verso i palagi del Sole; perchè non vi sferza oggi un altro Fetonte, che precipitoso vi guidi all’Occidente, e tosto riconduca la fosca notte sull’universo? Notte, che coroni i voti dell’Amore, stendi il tuo più bruno velo, e chiudi gli occhi di quanti ne stanno intorno, onde Romeo possa volare fra queste braccia sicuro e inosservato. Agli amanti non è mestieri del dì per celebrare colle loro belle gli amorosi riti; e se l’Amore è cieco, ben gli si confanno le tenebre. Vieni, Notte solenne; vieni adorna delle negre tue bende; e insegnami tu, antica Diva, come un’illibata vergine divenga sposa. Cuopri col tuo velo le mie guancie, che il pudore infiamma al pensiero di un consorte, finchè il mio timido amore, divenuto audace, non vegga più ne’ suoi atti che doveri modesti. Vieni, amica Notte; e tu con essa, Romeo, tu che come il dì fra le tenebre risplendi. Sì, tu a me accorrerai sull’ali della Notte, più candido di novella neve fioccata sulle piume d’un [p. 194 modifica]corvo... Scendi, amabile Notte; scendi, Notte dalle negre palpebre; portami il mio Romeo; e allor ch’egli morrà, fa del suo corpo tante piccole stelle, ed esse renderan la faccia del firmamento sì lucida, che l’uomo, disamorato del Sole, te sola, o Notte, adorerà. — Oh! io comprai le delizie dell’Amore, ma non per anco le godetti; e, sebbene venduta, sono pur anche in tutta la mia interezza signora di me. — Questo dì m’è sì lungo, come la sera che precede una festa appar lunga alla fanciulla che brillare in essa deve con gonna splendida. Veggo la mia nutrice (entra la Nutrice con certe corde), che m’apporta certe novelle di Romeo; ed ogni voce che pronunzia quell’amato nome, ha per me un armonia celeste. Ebbene, nutrice, che rechi? Che funi son coteste? È forse la scala che commise Romeo?

Nutr. Oimè me! è la scala. (la getta per terra)

Giul. Cielo! che avvenne? Perchè sì accorata?...

Nutr. Oimè! è morto! è morto! Siam perdute, Giulietta! Oh sciagurato giorno! l’infelice più non è!

Giul. Sarebbe sì crudo il Cielo....

Nutr. Non il Cielo, ma Romeo. Oh Romeo, Romeo! chi l’avrebbe mai creduto di te?

Giul. Qual Furia sei tu, per compiacerti così nel tormentarmi? perchè provar mi fai la tortura dei dannati? S’uccise da sé Romeo? Rispondi una sola parola; e questa parola sarà per me di vita, o di morte.

Nutr. Ho vista la ferita, l’ho vista coi miei occhi... Dio! abbia in grazia..... Oh come profonda era! Miseranda vista! il suo cruento cadavere, livido come la cenere, tutto spruzzato di rosso, posava in un lavacro di tepido sangue... A quella vista mi svenni.

Giul. Oh frangiti, cuor mio! frangiti, frangiti tosto, e toglimi a tanto supplizio! Serratevi, occhi miei; date alla luce un eterno addio! Terra, torna alla terra; sia qui fine alla mia vita; e una istessa bara racchiuda me e Romeo!

Nutr. Oh Tebaldo, Tebaldo! il migliore amico che avessi! Oh amabile Tebaldo! cortese cavaliere! doveva io viver tanto per vederti estinto?

Giul. Qual giorno è questo di sventure e di lutto! Romeo ucciso, e Tebaldo estinto! Il mio amato cugino, e il mio sposo più caro ancora! Oh! la tromba ferale annunzii dunque il giudizio di tutte le genti; perocché chi rimane al mondo dopo che quei due ne son partiti?

Nutr. Tebaldo n’è partito; ma Romeo lo percorre ancora in bando, che al bando fu condannato per l’uccisione di Tebaldo. [p. 195 modifica]

Giul. Oh Dio! la mano di Romeo versò forse quel caro sangue?

Nutr. Sì, la sua mano... infaustissimo giorno!

Giul. Ah cuor di serpe, nascosto sotto sembianze di angelo! Fa mai feroce drago che di più care avvenenze si vestisse? Amabile tiranno! demone celestiale! corvo coperto di penne di colomba! rapace lupo sotto forma di timida agnella! contaminata sostanza, che informò un raggio divino! inesplicabile mistura di cielo e d’inferno! O Natura, puoi tu così fondere le bellezze del paradiso colle infami brutture degli spiriti d’abisso? puoi tu adornare con tanti gioielli il libro che contiene sì vile materia? puoi permettere che l’ipocrisia e la frode abitino tanto superbo tempio?

Nutr. Più non esiste nè fede nè onore negli uomini: tutti sono spergiuri; tutti malvagi e simulati. Ah! mi sento sfinita: datemi un po’ d’acqua odorosa... Tutti questi dolori, tutti questi mali mi faranno apparir vecchia... Vitupero a Romeo!

Giul. Ti si inaridisca la lingua per tale augurio; ei non è nato all’obbrobrio. Non mai l’obbrobrio oserà toccare la fronte di Romeo, ch’è il trono dell’onore, solo sovrano di tutta la terra. Oh come l’ira mi fe’ empia inducendomi a calunniarlo!

Nutr. Vorrete commiserare chi uccise vostro cugino?

Giul. Dovrò forse infierire contro lo sposo mio? Ah povero sposo! qual lingua benedirà il tuo nome, se quella della tua consorte l’ha sì crudelmente oltraggiato? Ma perchè, infelice, uccidesti Tebaldo? Forse costui tentò d’assassinarti?.... Cessate, lagrime importune, cessate: tornate alla vostra sorgente: il vostro tributo appartiene alla sventura: e voi l’offrite all’avvenimento che debbe empirmi di gioia. Il mio sposo vive; e Tebaldo, che voleva ucciderlo, più non è. Perchè dunque a sì consolatrice novella ho io pianto? Ah! fa una parola che intesi, parola più fatale che la morte di Tebaldo, che mi ha resa disperata. Vorrei obbliarla..... lo vorrei.. Ma oimè! essa pesa sulla mia memoria, come il carico dei delitti sull’anima del colpevole. Tebaldo è morto, e Romeo bandito! Ecco la sentenza che m’ha lacerato le viscere, a fatto obbliare la perdita di Tebaldo. Oimè! ben bastava una sventura sola; o se necessario è pure che ogni male vada da altro accompagnato, perchè dopo la novella che io ebbi della morte di Tebaldo, non mi fu detto piuttosto: i tuoi parenti non sono più? Sì, cotesta perdita mi avrebbe addolorata; ma le parole Romeo è bandito mi han posto alla disperazione: esse hanno assassinato in un punto solo e padre e madre e Giulietta e Romeo e Tebaldo. Romeo è bandito!..... Non è termine nè misura nei mali che [p. 196 modifica]racchiude questa sentenza; non è parola che possa più crudelmente risonare al mio orecchio. — Dov’è mio padre, nutrice?

Nutr. Geme sul cadavere di Tebaldo. — Venite; andiamo da lui.

Giul. Egli piange Tebaldo? Ah! allorché le sue lagrime saranno inaridite, le mie scenderanno ancora pel bando di Romeo. Ritogliete cotesta scala, riportate altrove questi oggetti, che mi promettevano una felicità che ho per sempre perduta. Romeo è bandito! Muori dunque, vedova vergine. Andiamo, nutrice; vo’ coricarmi sul mio letto nuziale, che in breve sarà fatto mia bara3.

Nutr. Ite nella vostra stanza: troverò Romeo per consolarvi; che ben so dove s’asconde. Uditemi: il vostro Romeo verrà da voi stassera; corro ad avvertimelo alla cella di frate Lorenzo.

Giul. Oh! trovatelo: date questo anello al mio fido; e raccomandategli che venga a ricevere il mio ultimo addio. (escono)


SCENA III.

La cella di frà Lorenzo.

Entrano il Frate, e poscia Romeo.

Fr. Esci, Romeo; esci dal tuo nascondiglio, uomo timido: la sventura s’è innamorata di te, e la calamità ti ha disposato.

Rom. Padre, quali novelle? qual è la sentenza del Principe? quale infortunio, per anche ignoto, viene sulle orme mie?

Fr. Ah figlio! cotesto crudo compagno non t’è che troppo familiare. Ti reco la novella della condanna del Principe.

Rom. Ebbene, che proferì egli di più mite della morte?

Fr. Condanna meno cruda uscì della sua bocca: non è alla morte che ti condanna, ma all’esilio.

Rom. All’esilio! Oh pietà di me! di’ piuttosto la morte: l’esilio mi spaventa mille volte più che il morire.

Fr. Tu sei bandito da Verona. Calmati: il mondo è vasto.

Rom. Fuor delle mura di Verona non è mondo per me; il resto della terra non è che un soggiorno di squallore e di pene. Bandito da questi luoghi, son bandito dall’universo; ed esser bandito dall’universo vale cessar di vivere. Sì, cotesto esilio è la mia morte sott’altro nome; chiamarlo esilio è un troncarmi il capo con scure dorata, sorridendo al colpo che mi priva di vita. [p. 197 modifica]

Fr. Oh rea e feroce ingratitudine! Pel tuo delitto la legge nostra chiedeva la tua morte; e il Principe clemente, assumendo la tua difesa, fa tacer la legge, cambia la funesta parola di morte in quella d’esilio; e tu sconosci atto sì generoso?

Rom. Crudeltà barbara è questa, non compassione. Il Cielo è qui, dove vive Giulietta, cui tutti potran vedere in avvenire, fuor di Romeo. L’insetto che ronza per l’aere, sarà di Romeo più felice: ei potrà posarsi sulla bella mano di Giulietta, inebbriarsi del celeste profumo che si esala da quelle sue labbra, che nella loro pura e casta modestia son sempre vermiglie di pudore, come se si rimproverassero i baci che scambievolmente si danno. — Ma Romeo è bandito, e di ciò più non godrà. Or dirai che l’esilio non è la morte? Ma di’: non avresti un veleno pronto, un pugnale aguzzo?... Oh! come hai avuto cuore tu, santo Religioso, che governi le anime, che solvi i peccati, che con amore mi ami, di trafiggermi con queste parole di bando?

Fr. Amante insensato, ascoltami.

Rom. Tu parlerai sicuramente un’altra volta di esilio.

Fr. Ti parlerò di cosa che ti afforzerà a sopportar tal condanna; t’instillerò quel dolce balsamo d’ogni sventura, la filosofia, che ti consolerà quando sarai lontano di qui.

Rom. Lontano di qui? — Ah! non parlarmi di filosofia, a meno che ella non possa crearmi un’altra Giulietta, trapiantare una città, annullare una condanna di principe. Non isparger parole che vane torneranno.

Fr. Oh! ben m’avveggo che gl’insensati non hanno orecchie.

Rom. Come le avranno essi, allorchè i savi son ciechi?

Fr. Lasciami parlare con te del tuo stato.

Rom. Mal parleresti di ciò che non senti. Se giovine tu fossi come lo sono io; se amante e sposo di Giulietta fossi, e uccisor di Tebaldo; se straziato da mille furie avessi il cuore come io ho, e in bando dovessi andare lunge da lei... allora potresti parlare; allora strapparti i capelli, allora gettarti sul suolo, com’io faccio, per bagnarlo di lagrime; e misurarvi col tuo corpo la tomba che dovrebbe già esserti scavata.

Fr. Sorgi; qualcuno batte: buon Romeo, nasconditi

(s’ode picchiare di dentro)

Rom. No io: a che varrebbe conservare una vita disperata?

(picchiano di nuovo)

Fr. Odi come battono!... Chi è là?... Romeo, alzati. Vuoi esser preso?... Aspettate un istante. — Alzati, fuggi... (battono) Un momento... Pietoso Iddio! che pertinacia è la tua!... Eccomi, [p. 198 modifica]eccomi. (battono) Chi batte così? di dove venite? che chiedete?

Nutr. (dall’interno) Lasciatemi entrare, e saprete il mio messaggio... Vengo per Giulietta...

Fr. Oh! siate la benvenuta.     (entra la nutrice)

Nutr. O santo Padre, ditemi, santo Padre, dov’è lo sposo di Giulietta? dov’è Romeo?

Fr. Là sul pavimento, immerso nelle proprie lagrime.

Nutr. Ah! nello stesso stato di Giulietta, nell’istesso stato!

Fr. Fatale amore! spettacolo di compassione!

Nutr. Così pure ella giace, gemendo e piangendo, mescolando i lai alle lagrime, e le lagrime ai lai. (a Romeo) Oh! alzatevi, alzatevi, e siate uomo. In nome di Giulietta, per l’amore di lei, alzatevi: perchè abbandonarvi a sì cupo dolore?

Rom. Nutrice.

Nutr. Oh Romeo, Romeo! la morte è il termine d’ogni male.

Rom. Parli tu di Giulietta? In quale stato è ella? Dacchè contaminai la puerizia delle nostre gioie col sangue de’ suoi, non m’ha ella in conto di iniquo traditore? Dov’è? che fa? come ricorda il sogno de’ nostri amori?

Nutr. Oh! essa più non parla, signore; ma geme, versando torrenti di pianto: ora s’abbandona sul letto, ora ne balza impetuosa; chiama a vicenda Tebaldo e Romeo, e si lacera le belle chiome.

Rom. Intendo: il nome di Romeo è per lei un colpo di fulmine che l’uccide, come la mano di Romeo uccise suo cugino. — Dimmi, Religioso, dimmi: in qual vile parte di questo corpo è attaccato il mio nome? Dimmelo, e lo distruggerò col suo odioso involucro.      (sguainando la spada)

Fr. Frenati, insensato; e chiariscimi se sei un uomo. Il tuo volto ben l’annunzia; ma i tuoi pianti son di femmina; e i feroci atti tuoi rivelano tutto il furore d’un’essere privo di ragione. Sono rimasto compreso di stupore alla vista di tanta insania. Tu uccidesti Tebaldo, vuoi dirmi: ebbene, uccidi ora te stesso, e abbatti così col medesimo colpo una sposa che vive della tua vita, rinnegando il cielo e la terra, la tua natura, il tuo amore e la tua ragione. Ricco possessore di questi tesori, ne sconosci, come l’avaro, il vero uso; e perdendo il coraggio che informar debbo l’uomo, più non ti mostri che simulacro di queste. L’amore che giurasti, e che ora abiuri, ti rende colpevole d’alto delitto; e la ragione, che dovrebbe esserti scorta nei triboli della via, non è più che una guida insensata che ti conduce alla tua ruina; come l’arma che porta l’inesperto milite talvolta l’uccide, invece di [p. 199 modifica]difenderlo. — Or via, giovine, fa cuore. Giulietta vive; quella Giulietta, per l’amore di cui eri dianzi estinto. Non ti senti di ciò felice? Tebaldo volle ucciderti, e tu lui uccidesti: di ciò ancora non vai lieto? La legge che ti minacciava della testa, ha addolcito i suoi decreti, e non ti dà che l’esilio; e questo noi terrai in conto d’evento fortunato?... La felicità versa dunque, confessalo, a piena mano i doni sul tuo capo; la fortuna ti sorride e ti carezza: e tu ingrato calpesti i suoi doni, e insiem con essi il tuo amore. Va cauto, giovine, va cauto; i tuoi pari miseramente finiscono. — Or torna alla tua amante; l’allieta, la consola: ma rammentati di lasciarla prima che le ascolte abbiano guarnite le porte della città; avvegnachè allora mal potresti andar su quel di Mantova, dove devi restare finchè avremo interceduta dal Principe la tua grazia. — Tu precedilo, nutrice; e avverti di ciò Giulietta; dille che tenga modo onde i suoi vadano di buon’ora a gustar quel riposo di cui le sinistre vicende di questo di faran loro sentire il bisogno; e avvertila che Romeo segue i tuoi passi.

Nutr. Buon Padre! sarei rimasta qui tutta notte, per intenderei vostri savi suggerimenti. Oh cos’è mai la scienza! (a Romeo) Signore, dirò dunque a Giulietta che fra poco verrete.

Rom. E le direte ancora, che si appresti a farmi i suoi rimproveri.

Nutr. Eccovi un anello, signore, che Giulietta m’impose di darvi. Affrettatevi, perchè la sera è già avanzata.

(la Nutrice esce)

Rom. Oh come questo dono rianima il mio coraggio!

Fr. Partite, e vi sorrida la notte. Il destino vostro dipende ora da questo; o uscite di città prima che siano appostate le sentinelle, o sul far del giorno fuggitene travestito. Stabilite a Mantova il vostro soggiorno; e là un uomo fidato verrà di tratto in tratto ad istruirvi di quanto qui accade. Datemi la mano. Addio: vi scorra la notte felice.

Rom. Se una gioia al disopra d’ogni gioia della terra non mi chiamasse lungi da voi, di quanto rammarico non mi sarebbe il lasciarvi!     (escono) [p. 200 modifica]

SCENA IV.

Una stanza della casa dei Capuleti.

Entrano Capuleto, Donna Capuleto e Paride.

Cap. Sì crude sventure, o signore, accaddero, che l’istante non trovammo ancora per determinar Giulietta. Immaginate ch’ella amava teneramente quel suo cugino Tebaldo, ch’io pur tanto amava... Ma, vani lamenti! la morte è il retaggio di tutti. — Ora è assai tardi; e per questa sera prevedo non discenderà, bisognosa forse, come lo sono io, di coricarsi presto.

Par. Questi giorni di sventura non danno agio alle cure d’amore. Buona sera, madonna; piacciavi di far noti i miei sentimenti all’amabile vostra figlia.

Don. Cap. Di buon grado lo farò, e dimani mi sarà dato conoscere il cuor suo.

Cap. Vi guarentisco io stesso, Paride, dell’amor di mia figlia; perocché in ogni bisogna non dubito ch’ella diriger non si lasci dal padre suo. Madonna, ite voi stessa a trovarla prima che si abbandoni al riposo; e istruendola dell’amore di Paride, ordinatele d’apparecchiarsi pel venturo mercoledì. Ma indugiate un istante. Che giorno è oggi?

Par. Lunedì, signore.

Cap. Lunedì? Oh! allora mercoledì è troppo prossimo: sia quindi pel dì che segue; sia pel giovedì. Fatele noto che giovedì ella sarà sposa di questo nobile conte. Parvi ben pensato? stimate troppo vicino il giorno? Ma udite: la recente uccisione dei nostro parente Tebaldo ci vieta ogni festa; quindi l’ammannirsi non istà che in voi. Parvi che io mi apponga?

Par. Signore, vorrei che dimani fosse il giorno stabilito.

Cap. Sta bene; rimanga dunque fermato per giovedì. Voi (a donna Capuleto) andate da Giulietta, e disponetela a queste nozze. Addio, conte. — Olà lumi (ai domestici): precedetemi nelle mie stanze. — È così tardi, che fra poco potrà dirsi che è per tempissimo.     (escono)

SCENA V.

La stanza di Giulietta.

Entrano Romeo e Giulietta.

Giul. Vuoi tu di già lasciarmi? Il giorno è ancora ben lungi: fu la voce del rosignuolo, non dell’allodola, che ti ferì, e che per [p. 201 modifica]tutta la notte canta la su quel melagrano. Credimelo, amor mio, fu il rosignuolo.

Rom. Era l’allodola nunziatrice del giorno, e non il rosignuolo. Vedi, amica mia, quelle liste luminose, che, invide della nostra felicità, cominciano ad imbiancar l’Oriente? Tutti i fanali della notte si sono spenti, e il mattino sulla cima dei bruni monti sorride; e, lievemente librandosi, pare in procinto di slanciarsi sulla terra. Bisogna ch’io parta per vivere, o che rimanga qui per morire.

Giul. No, quel chiarore non è il dì, ne son certa; è qualche meteora che il sole esala per rischiararti questa notte la via di Mantova. Rimani anche un poco: non partir così presto.

Rom. Sia pure: mi si sorprenda, mi si conduca a morte; sarò lieto di morire, se tu me lo imponi. Dirò con te, che quel bianco chiarore non è quello del mattino, ma solo il pallido raggio che diffonde la luna; dirò che non è l’allodola quella, i di cui concenti s’elevano, e vanno a ferire la volta del cielo. Ah! ben più lieto sarò di rimanere, che di dividermi da te. Venga la morte quando vuole; se tu lo comandi, mi sarà accetta. Che di’ tu, anima mia? parliamo insieme: non è ancora dì.

Giul. Ah! è il giorno, è il giorno pur troppo! fuggi da questi luoghi. È l’allodola che canta con sì discordi suoni, ed empie l’aura di questi accenti aspri e queruli. Oh! v’ha chi afferma che l’allodola presiede alle dolci separazioni; ma questa, che ne divide, è ben separazione crudele. Strappati dalle mie braccia, Romeo, fuggi: oime! spunta il dì.

Rom. Sì, la luce cresce... e con essa le tenebre dei nostri cuori.

(entra la Nutrice)

Nutr. Giulietta?

Giul. Nutrice?

Nutr. Vostra madre viene in questa stanza; il giorno è già nato; badate, siate cauta.     (esce)

Giul. Ebbene, fatal verone, lascia entrare il dì, ed uscir la mia vita.

Rom. (andando sul verone) Addio, addio; ancora un bacio, poi scendo.     (si cala per le funi che pendevano dal verone)

Giul. Così partisti? Mio amore, mio sposo, mia vita! Oh amico mio, necessità ho bene di tue novelle ad ogni istante! ogni istante lungi da te mi parrà un giorno; e oh! così sentendo, quanti anni passeranno prima ch’io ti rivegga, Romeo!

Rom. Addio! non ometterò occasione per farti avere mie novelle. [p. 202 modifica]

Giul. Pensi tu che ci rivedremo?

Rom. Non ne dubito; e verrà tempo, in cui tutti i dolori che ora soffriamo appresteranno dolce materia ai nostri discorsi.

Giul. Oh Dio! ho un’anima che presagisce disgrazie; e mi pare di vederti, ora che sei sceso, come un morto adagiato in fondo al suo cataletto: o male discerno, o sei pallido assai.

Rom. E tu pure, amor mio, così mi rassembri. Il dolore ne dissecca, e beve il nostro sangue. Addio, addio.

(attraversa il giardino e scompare)

Giul. Ah fortuna, fortuna! gli uomini ti chiamano instabile. Ma se sei instabile, come potrai convivere con un amante di sì egregia fede? Però sii volubile, fortuna; sii come a te piace; e allora m’è dolce lo sperare che noi terrai a lungo diviso dal mio fianco.

Don. Cap. (al di dentro) Giulietta, siete alzata?

Giul. Chi mi parla? Mia madre! A che sì presto levossi? quale strano motivo la fa venire da me? (Entra donna Capuleto)

Don. Cap. Ebbene, Giulietta, come siete disposta?

Giul. Non bene, mia cara madre.

Don. Cap. Piangete ancora la morte di Tebaldo? Oh! le vostre lagrime forse lo restituiranno in vita? Potreste inondare le sue ceneri, ch’ei più non tornerà. Calmatevi dunque, mia dolce figlia; un dolor moderato prova la tenerezza; ma l’eccesso del dolore accusa una mancanza di senno.

Giul. Lasciatemi piangere per una perdita così sensibile.

Don. Cap. Tale perdita la sentirete mai sempre, senza che perciò vi sia dato di riveder l’amico che deplorate.

Giul. Sentendo sì al vivo la sua perdita, non posso astenermi dal lagrimare.

Don. Cap. Figlia mia, m’avveggo che ciò che alimenta le vostre lagrime non è così la morte del vostro sfortunato cugino, quanto il saper vivo il vile che l’uccise.

Giul. Di chi volete parlare, signora?

Don. Cap. Del vile Romeo.

Giul. Romeo un vile? Oh! fra la viltà e lui corre sì sterminato stadio che... ma Dio gli perdoni, com’io lo fo di cuore, sebbene per niun uomo tanto m’affligga, quanto per lui.

Don. Cap. Sì; e soffrite perchè l’omicida vive.

Giul. E vive lungi dalle mie mani... Oh potesse a me sola essere affidata la vendetta di mio cugino!

Don. Cap. Non temere, che sarai vendicata. Frena le lagrime, che vendetta certa otterrai. A Mantova, ove ora dimora quell’odioso profugo, è persona fidata che a nostra istanza gli propinerà [p. 203 modifica]una mortale bevanda. L’anima sua inviata a raggiunger quella di Tebaldo, spero ti farà in breve contenta.

Giul. Oh! sì; non mai sarò soddisfatta, finché io non rivegga Romeo... estinto. — Perchè il mio povero cuore è si crudelmente straziato dalla perdita che fece? Ah signora, se poteste soltanto trovare un uomo per portare il veleno, io l’ammanirei; e sarebbe tale, che da che Romeo preso l’avesse, dormirebbe in pace. Oh come abborro di udirne parlare...! senza che mi sia dato andare a lui... per vendicare l’amicizia che mi legava al mio cugino Tebaldo.

Don. Cap. Componi il veleno, e troverò l’uomo che lo porti. — Ma debbo annunziarti liete novelle, Giulietta.

Giul. Come opportuna vien la gioia fra tante sventure? In mercè, signora, quali sono queste novelle?

Don. Cap. E Cielo ti diè un padre che incessantemente intende a farti felice, e che, per consolarti de’ tuoi dolori, ti prepara un giorno della gioia più splendida.

Giul. Signora, per pietà, che giorno è questo?

Don. Cap. Un giorno ben prossimo, mia figlia. Il nobile cavaliere, l’amabile conte Paride s’unirà teco in matrimonio nel mattino di giovedì, nella chiesa di san Pietro, e farà di te una sposa avventurata.

Giul. Ah! giuro per quanto v’ha di sacro, ch’ei non mi sposerà. Stupisco di così gran sollecitudine, che mi obbligherebbe di unirmi ad uomo che appena conosco; e vi prego, signora, di dire a mio padre, che non intendo per anche di maritarmi; e che sposerei Romeo, che ben sapete quant’odio, prima che Paride. Queste mie parole vi colmano di meraviglia, lo veggo; ma...

Don. Cap. Ecco vostro padre: ditele a lui voi stessa, e vedete com’egli le accoglierà.     (Capuleto e la Nutrice entrano)

Cap. Allorché il sole tramonta, l’aria lascia cadere una lieve rugiada; ma al tramonto di Tebaldo l’acqua piove a torrenti. Ebbene, fanciulla, sempre sprofondata nelle lagrime? In piccolo corpo tu ritraggi le immagini delle navi, dei venti e del mare; avvegnaché gli occhi tuoi, col pianto che perpetuamente vi fluisce e rifluisce, bene somiglino al grande elemento: il tuo corpo è la nave che veleggia fra quel salso flutto; e i venti sono i tuoi sospiri, che commisti coi pianti affonderanno ben tosto il tuo corpo sbattuto dalla tempesta, se una subita calma non viene a ristorarlo4. Consorte, le faceste noto il nostro volere? [p. 204 modifica]

Don. Cap. Sì, signore; ma ella rifiuta lo sposo, e ve ne ringrazia. Vorrei che l’insensata andasse sposa al sepolcro.

Cap. Ed io pure lo vorrei: il vostro voto è il mio. Ella si rifiuta di obbedirne? ce ne sa grado? Non bello le sembra, indegna come ella è, d’andar sposa del più fiorito cavaliere che mai vivesse?

Giul. No, non ne son lieta; ma ve ne sono riconoscente: bello non può parermi il possedimento di cosa che odio; ma grata vi sono dell’intenzione vostra amorosa.

Cap. Oh! in verità che fatta se’ gran loica. Che intendi dire? che è il tuo parlare? Non ne son lieto, ma riconoscente... bello non parmi, ma grata ve ne sono... Ebbene, fanciulla, astenetevi dai ringraziamenti; non siate lieta, siate qual vi piace d’essere; ma apparecchiatevi giovedì ad andare al tempio con Paride, e io stesso a forza vi ci trascinerò. Lungi da me, figlia ardita e ingrata; lungi da me: tu mi sei fatta odiosa5.

Don. Cap. Oh! che è questo, messere? folleggiate?

Giul. Mio buon padre, ve ne supplico ginocchione, uditemi con calma almeno un istante.

Cap. Scostati, fanciulla impudente, fanciulla ribelle. Sì, te lo ripeto: o vanne giovedì alla chiesa, o cessa d’avermi per padre. Non parlare, non fiatare, non aggiunger motto. Già l’ira mi pesa, e vuole uno sfogo... Oh sposa mia! ci eravam creduti felici che Dio ci avesse dato questa sola figlia; ma ora mi avveggo che anch’essa n’era di troppo, e che con lei ci veniva la nostra maledizione. Lungi da me, sciagurata! per sempre, per sempre da me lontana!

Nutr. Che Iddio la benedica! Voi meritate biasimo, signore, bistrattandola.

Cap. Tacete, monna saviezza, o ite a cianciar colla vostra, comare.

Nutr. Io parlo per dire il vero.

Cap. Al diavolo l’insensata!

Nutr. Delitto è forse parlare?

Cap. Tacete, vecchia stolida, che i consigli vostri non ci occorrono.

Don. Cap. Ma siete troppo impetuoso!

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Cap. Darei in disperazione! Giorno e notte, ad ogni istante, in ogni tempo, fra qualunque negozio un pensier solo mi sorrideva, quello di vederla sposa. Ed oggi, che accoppiarla voleva ad un valoroso giovine, fornito d’ogni virtù, tal quale il pensiero lo poteva adombrare, eccola che risponde: Maritarmi non voglio... amar non posso... son troppo giovine... Sì, sì: se Paride non volete, ve lo perdonerò; ma a patto che di qui sgomberiate. Ite a viver dove volete; ma dimenticatevi di me. Pensate a ciò bene, e rammentate che non soglio parlar da giuoco. Giovedì è presso: interrogate la vostra coscienza. Se figlia mi siete, diverrete sposa di Paride: se nol siete, ite altrove, limosinate per le vie, morite maledetta di miseria e di dolore. (esce)

Giul. Non v’è dunque pietà in Cielo per me! Oh mia buona madre, non mi rigettate voi pure... compatite ai mali di questa derelitta... differite anche un mese, una settimana questo matrimonio; o, se nol volete, fate apparecchiare il mio letto nuziale sotto l’oscuro monumento in cui giace Tebaldo.

Don. Cap. Non mi parlate, che non vi risponderò. Fate a senno vostro: tutto è finito fra noi.     (esce)

Giul. Oh Dio!... oh nutrice! come ora riparare? Il mio sposo è sulla terra, la mia fede in cielo; e come riceverei più questa fede, se lo sposo mio stesso, morendo, dal cielo, non me ne rimettesse? Confortatemi... consigliatemi... Oimè, oimè! può il Cielo compiacersi nel tormentar tanto così debole creatura, quale sono io? Che di’ tu, nutrice? Non avrai una sola parola? non una speranza, non una consolazione per questa tapina?

Nutr. In verità, ecco la sola. Romeo è bandito; e scommetterei l’universo contro un obolo, ch’ei non oserà mai venirvi a reclamare come sua sposa; o se intendesse di farlo, sarebbe per vie oscure ed ascose. Posta così la bisogna, parmi che il miglior partito per voi sia di sposare il conte. Vi do fede ch’egli è un amabile cavaliere, e da far bene impallidir Romeo, ponendolo accanto a lui. Un’aquila, Giulietta, non ha l’occhio più acuto del suo, e, sul mio onore, credo sareste più felice in questa seconda scelta, che stata noi siate nell’attaccarvi ad un uomo da cui vi toccherà vivere sempre lontana.

Giul. Parli di buon senno?

Nutr. Vi favello coll’anima: e se vero non è, ch’io sia maledetta.

Giul. Amen.

Nutr. Di che?

Giul. Meravigliosamente mi confortasti, nutrice. Va ora; e [p. 206 modifica]di’ a mia madre, che avendo avuta la sventura di dispiacerle, sono ita alla cella di padre Lorenzo per confessarmene, e ottener perdonanza.

Nutr. Sarà fatto; e vi lodo per tanta pietà.     (esce)

Giul. Va, furia d’Inferno! va, malvagio demone! Quale è dei due il suo peccato maggiore, allorchè mi brama spergiura, e invilisce lo sposo mio che avea tante volte sublimato? perversa femmina, il mio cuore è diviso per sempre da te. — Ma andiamo dal buon padre Lorenzo a chiedere il suo soccorso; e se niuno potrà offerirmene, apparecchiamoci al morire.     (esce)

Note

  1. Traducemmo alla lettera.
  2. Allusione a favole antiche.
  3. And death, not Romeo shall take my maidenhead! Così il testo. — E la morte, non Romeo, avra la mia verginità!
  4. Sentiva, traducendole, tutto il cattivo gusto di queste comparazioni, che, essendomi fatto un debito di rendere il più fedelmente che per me si potesse, Shakspeare, non volli alterare. Il Genio, d’altra parte, osservò Hugo, è necessariamente ineguale, nè vi sono alte montagne senza profondi precipizi.
  5. Ho omesso alcune delle fortissime apostrofi che il Capuleto dirige in questa scena a sua figlia.