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atto terzo 201

tutta la notte canta la su quel melagrano. Credimelo, amor mio, fu il rosignuolo.

Rom. Era l’allodola nunziatrice del giorno, e non il rosignuolo. Vedi, amica mia, quelle liste luminose, che, invide della nostra felicità, cominciano ad imbiancar l’Oriente? Tutti i fanali della notte si sono spenti, e il mattino sulla cima dei bruni monti sorride; e, lievemente librandosi, pare in procinto di slanciarsi sulla terra. Bisogna ch’io parta per vivere, o che rimanga qui per morire.

Giul. No, quel chiarore non è il dì, ne son certa; è qualche meteora che il sole esala per rischiararti questa notte la via di Mantova. Rimani anche un poco: non partir così presto.

Rom. Sia pure: mi si sorprenda, mi si conduca a morte; sarò lieto di morire, se tu me lo imponi. Dirò con te, che quel bianco chiarore non è quello del mattino, ma solo il pallido raggio che diffonde la luna; dirò che non è l’allodola quella, i di cui concenti s’elevano, e vanno a ferire la volta del cielo. Ah! ben più lieto sarò di rimanere, che di dividermi da te. Venga la morte quando vuole; se tu lo comandi, mi sarà accetta. Che di’ tu, anima mia? parliamo insieme: non è ancora dì.

Giul. Ah! è il giorno, è il giorno pur troppo! fuggi da questi luoghi. È l’allodola che canta con sì discordi suoni, ed empie l’aura di questi accenti aspri e queruli. Oh! v’ha chi afferma che l’allodola presiede alle dolci separazioni; ma questa, che ne divide, è ben separazione crudele. Strappati dalle mie braccia, Romeo, fuggi: oime! spunta il dì.

Rom. Sì, la luce cresce... e con essa le tenebre dei nostri cuori.

(entra la Nutrice)

Nutr. Giulietta?

Giul. Nutrice?

Nutr. Vostra madre viene in questa stanza; il giorno è già nato; badate, siate cauta.     (esce)

Giul. Ebbene, fatal verone, lascia entrare il dì, ed uscir la mia vita.

Rom. (andando sul verone) Addio, addio; ancora un bacio, poi scendo.     (si cala per le funi che pendevano dal verone)

Giul. Così partisti? Mio amore, mio sposo, mia vita! Oh amico mio, necessità ho bene di tue novelle ad ogni istante! ogni istante lungi da te mi parrà un giorno; e oh! così sentendo, quanti anni passeranno prima ch’io ti rivegga, Romeo!

Rom. Addio! non ometterò occasione per farti avere mie novelle.