Divina Commedia (Guerri)/Nota

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Paradiso - Canto XXXIII Indice-Sommario
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NOTA

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L’espressione dantesca è tanto energica nella Commedia che, per quanti guasti vi siano stati introdotti da insufficienza di copisti e di editori, e per quanti la critica meglio preparata non riesca a correggerne, è raro ch’essa perda di tono e di vigore, per la propria sovrana virtú. È come torrente d’alta vena che segue il suo corso forte, e i ciottoli cadutigli nell’alveo possono incresparne l’onda e le pietre fenderla, ma non mutarne il corso e la voce.

Questa letizia, ch’è di tutti i lettori, non toglie però di riconoscere che il compito di riportare il testo alla lezione originale non sia stato aspro in tutti i tempi, e quasi tormentoso nei nostri, quando piú si è sentito che la meta era vicina e pure irraggiungibile.

Oggi ognuno può sapere che cominciò quasi insieme con la prima divulgazione. Dei cinquecento e piú codici che sono rimasti (ricchezza faticosa e in gran parte esuberante allo scopo), il piú antico di data certa è il Landiano di Piacenza, scritto l’anno 1336 per un signore di Pavia, Beccario Beccaria, dottore in legge, potestá a Genova e in altre cittá d’Italia. Ebbene, questo antichissimo codice porta giá un numero cospicuo di correzioni, da un altro codice riputato migliore, tutte di mano dello stesso amanuense (un Antonio da Fermo), e, possiamo pensare, per volere e a cura del committente1.

Il Trivulziano 1080, di mano di un copista divenuto celebre nella sua professione (anche per la gentile leggenda dei Danti del cento), Fr. di Ser Nardo da Barberino, è dell’anno successivo; ma secondo indagini sagaci e probative, esso è derivazione [p. 472 modifica]mediata di un codice del 1330, perduto per noi, del quale però rimangono spogli fattine da uno studioso del ’500. E tal codice del 1330, scritto di mano di un ignoto Forese per il fiorentino Giovanni Bonaccorsi, portava la dichiarazione che lo scrittore aveva dovuto valersi di un certo numero di altri codici per correggere tanti e tanti errori del testo: un primo esperimento, fu ben detto, di edizione critica2.

Un codice piú tardo dei due precedenti, ma non meno in evidenza per l’eccellenza del dettato, è il Laurenz. di S. Croce, XXVI, sin. i, ch’è detto di Filippo Villani. Rientra nella tradizione del cod. Trivulziano, e per ciò stesso in una tradizione composita; ma è a sua volta tempestato di varianti e correzioni, per le quali riesce a un tipo di lezione assai nuova al confronto, sempre intelligente, e spesso assai conforme ai buoni criteri critici.

Con questi cenni, è giá additato che il meglio della tradizione è quella ricomposta. Per accennare in concreto anche ai danni, basterá rammentare che fra i codici piú antichi non ce n’è uno che non porti versi privi di senso; e che il Petrarca ribatteva l’accusa di invidia con quella dello strazio al poeta da parte dei suoi ammiratori ignoranti: strazio al quale si rammarica di non aver agio di porre riparo (al Boccaccio, 1360); e la leggenda stessa delle furie di Dante contro il fabbro e l’asinaio; e il fatto che i commentatori antichi giá si trova che riferivano e discutevano le varianti. E intanto avveniva che le varie redazioni corressero senza molta cura o con poca opportunitá di controllo e di scelta, se si può trovare che il Boccaccio, dopo aver copiato di sua mano almeno tre volte la Commedia, come si crede, ne adoperasse un testo assai diverso stendendone il commento; e che Francesco di Ser Nardo esemplasse nel ’47 una copia peggiore di quella esemplata nel ’37.

Certamente del maggior numero delle variazioni secondarie e terziarie fu cagione la rapida e popolare divulgazione dell’opera. Ma pei primi guasti bisogna risalire alla cagione piú originaria di tutte, lo stato in cui dovette esser lasciato l’autografo; e subito il modo in cui fu prima trascritto. Oggi sarebbe leggerezza assegnare un valore storico al racconto del Boccaccio sul [p. 473 modifica]mirabile ritrovamento degli ultimi tredici canti: «... e trovarono una stuoia al muro confitta... la quale leggiermente in alto levata, vidon nel muro una finestretta... e in quella trovaron piú scritte, tutte per l’umiditá del muro muffate e vicino al corrompersi se guari piú state vi fossero; e quelle pianamente della muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero... esser de’ rittimi della Commedia: per che, secondo l’ordine dei numeri continuatele insieme, li tredici canti, che alla Commedia mancavano, ritrovâr tutti. Per la qual cosa lietissimi quelli riscrissono e, secondo l’usanza dell’autore, prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli ricongiunsono, come si convenia; e in cotal maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide finita»3.

Ma per poco di veritá che resti a questo immaginoso racconto, non pare che si possa rifiutarne la conferma che Dante non lasciò di sua mano una copia integra e ben curata, per la parte materiale, anzi tale che non poté durare né circolare. E a questa conferma s’associa l’altra che le prime copie si divulgarono per opera dei figli, Iacopo e Pietro, e di quel gruppetto di amici e discepoli, che vivo il Poeta era stato formato da Piero Giardini e Menghino Mezzani, emiliani, Dino Perini, fuoruscito fiorentino, Fiducio dei Milotti, medico da Certaldo e pochi altri: circolo che per qualche mese dopo la morte non avrá avuto una fisionomia molto diversa. È probabile che la commozione e l’entusiasmo del momento, per quello che toccava quegli uomini, nonché doveri e impegni di cortigiania verso Can Grande e Guido da Polenta, e il desiderio di rispondere a richieste di amici e ammiratori lontani, li abbia indotti ad affrettare le prime trascrizioni, che dovettero eseguire con l’affetto, ma anche con la confidenza verso cosa familiare (Iacopo chiamò la Commedia sua sorella, con squisita delicatezza). Che se è lecito immaginare (e lo è) che in quest’opera si dessero reciproco aiuto e, poniamo, uno dettasse e altri contemporaneamente trascrivessero, e magari nella dettatura si alternassero fiorentini e emiliani, ecco che si moltiplicano di colpo quei disordini ai quali il metodo critico piú classico cerca di porre rimedio con le sue leggi di probabilitá [p. 474 modifica]fissate sugli errori dell’organo dell’occhio e la provenienza regionale degli scrittori. Che qualche cosa di simile sia avvenuto non è da escludersi anche per la lunghezza dell’opera, che piú d’un copista tenne a mettere in mostra:

Finis adest longi Dantis cum laude laboris.

Peggio è che, come scomparve l’autografo, cosí nessuno dei primi apografi par certo che sia sopravvissuto: non quelli che tennero i signori di Verona e di Ravenna, non quello di mano di Iacopo che Filippo Villani in tardissima etá scrisse di aver avuto tra mano (affermazione assai dubbia). E tanto meno rimane alcuna di quelle copie che delle prime due cantiche e forse di parte della terza dovettero divulgarsi vivo il Poeta; mentre si può ammettere ch’esse abbiano contribuito, anche se non molto, alla varietá delle prime copie integrate, e degli apografi successivi.

La tradizione tanto complessa dei manoscritti fin dalle prime origini, spiega quella tanto laboriosa delle edizioni4. Qui basta rammentarne quelle che in passato segnarono i momenti di maggior progresso, anche a titolo di gratitudine: e sono tre. La prima è l’Aldina del 1502, alla quale dette l’opera sua Pietro Bembo, ed ebbe a fondamento il cod. Vatic. 1399, che fu creduto di mano del Boccaccio. La seconda è quella della Crusca del 1595, o piú esattamente di Bastiano dei Rossi, suo segretario: muove dall’Aldina, ma ha il merito di aver restituito alla piú giusta lezione un gran numero di passi e costituito la base della vulgata, per oltre due secoli. La terza è quella del 1837, a cura degli accademici G. B. Niccolini, Gino Capponi, Giuseppe Borghi, Fruttuoso Becchi, pei tipi del Le Monnier, eseguita con nuovi spogli (non sempre metodici) e tenendo conto del lavoro precedente giá allora cospicuo.

L’attivitá critica piú moderna, cioè piú consapevolmente razionale e scientifica, è giusto incominciarla dal tedesco C. Witte5, [p. 475 modifica]che vi spese fatiche e sacrifici veramente grandi; cui segue l’inglese E. Moore, che allargò e perfezionò le ricerche e le chiarí con rigore6.

Ma dalla istituzione in poi della Societá dantesca italiana (1889), che si propose come suo compito principale l’edizione critica delle opere di Dante, tutto il lavoro fatto prima, e tanto altro promosso o direttamente eseguito poi, fa capo ad essa: lavoro vasto, metodico, paziente e diligente sino allo scrupolo, di cui soltanto in parte si possono seguire le direttive ne’ suoi organi: il Bullettino (1890-1921), e gli Studi danteschi diretti da M. Barbi (1920... ora al vol. XVI).

La grande edizione documentaria che dia lo spoglio delle varianti, spieghi il processo, giustifichi i risultati, è oggi nuovamente annunziata prossima in quattro volumi. Intanto ne tiene il posto provvisorio quella inserita nel bel volume italiano Le opere di Dante, Firenze, Bemporad, 1921, anno del secentenario.

Giuseppe Vandelli, che ha curato la Commedia, vi ha certamente assommato il lavoro piú ampio, organico e disciplinato che sia stato fatto su quel testo; ma gli studiosi non possono ancora ripercorrerlo, per la loro esperienza. Sul punto principale, ch’è l’aggruppamento dei codici e la possibilitá o meno di risalire all’originale, di ricostruirlo in pieno, la conclusione del Vandelli è negativa7, e perciò non disforme da quella espressa dal Witte e spiegata dal Moore, che dimostrò che i caratteri e le relazioni dei manoscritti cambiano da parte a parte, interferiscono.

Si possono però ricostruire i «tipi correnti ne’ tempi piú prossimi alla divulgazione del Poema»; e questa è stata l’insigne fatica dell’operoso dantista, che auguriamo diventi presto apprezzabile da tutti nella sua vastitá, come venga pubblicata.

Un compenso l’ha offerto un’altra edizione uscita in certo modo dalla stessa officina della Societá dantesca italiana, largamente partecipante di quei mezzi organizzati di studio e condotta con sicura e fresca energia: quella di Mario Casella (Bologna, Zanichelli, 1924). Una rapida prefazione addita appunto due principali tradizioni, e [p. 476 modifica]quei codici o quelle famiglie che meglio aiutano a ricostruirle. Forse non è tutto, e può darsi che s’abbiano a inserire alcune subdistinzioni; ma è il piú, la sostanza: il Vandelli nella edizione ritoccata del ’27 (Le Monnier) accenna ad integramenti, a riscontri allargati, non a base diversa.

A me l’edizione Casella è stata guida assai utile per quella ricognizione diretta che ho voluto fare sui manoscritti: non con la presunzione di innovare risultati e neppure per un controllo, superfluo dopo spogli sicuramente i piú coscienziosi che si possano desiderare: ma perché un’esperienza personale è sempre savia; e al momento presente è indispensabile, in quanto manca all’edizione della Societá dantesca l’apparato critico, e di conseguenza manca il criterio di elezione nei luoghi opinabili o liberi alla congettura.

La presente edizione muove da quella del ’21, tenuto conto del Casella ’24, e del Vandelli ’27, risalendo alla fonte. Non porta novitá di sostanza8, cioè lezioni che la tradizione ignori, anche nei piú dei luoghi discussi e discutibili. Per criterio e per tendenza, dove la tradizione discorda, ho preferito l’edizione Vandelli, ossia della Societá dantesca, perché è autorevole, ed è giusto contribuire a darle autoritá. Ci sono versi che non persuadono o hanno persuaso pochi, e io li ho trattati con la libertá consentita; ma dove per cambiare fosse da ricorrere a ragioni troppo sottili, con risultati troppo opinabili, mi son guardato dal disfare e rifare, come quel restautore che rivoltasse le pietruzze quadre e unicolore del mosaico, senza effetti pittorici e col rischio della stabilitá. Chiarirá il confronto; ma qui lo ristringo a tre esempi di altrettante specie. Purg., XXXI, 96: accetto scola, convenendo che nei codici stola (che non avrebbe senso) e spola (che avrebbe lo stesso senso di navicella) risalgono a quella forma grafica primitiva. Purg., XXXII, 123 «quanto sofferser l'ossa senza polpe»: discordo e mi tengo ai manoscritti che hanno il sing. sofferse. È una costruzione a senso, parallela a «ma vergogna mi fe’ le sue [di Virgilio] [p. 477 modifica]minacce» in Inf., XVII, 89; «cui non si convenia piú dolci salmi», ib., XXXI, 69 ecc. Rimango in dubbio in Inf., XII, 49 «o cieca cupidigia e ira folle», dove tanto autorevolmente è attestato «... e ria e folle», che il senso non accoglierebbe meno, e il modo corrisponderebbe a «esta selva selvaggia e aspra e forte», Inf., I, 5, «oscura e profonda era e nebulosa», ib., IV, 10: ma nel dubbio, che non riesco a superare, rifuggo dalle innovazioni. Se invece ho resistito, come altri, ad alcune innovazioni del Vandelli, e posto pure che la resistenza non sia in tutto giusta, potrá anch’essa riuscire a bene, se affretta il mezzo della persuasione, ch’è l’edizione documentata. Questa degli Scrittori d’Italia, dove Dante non poteva mancare, non ha ambizione di concorrenza, e manterrá quella di adeguarsi agli ultimi risultati degli studi, direttamente rimeditati.

Però i miei propositi conservativi non hanno impedito che la presente edizione si ponga in contrasto con quella della Societá dantesca nella sua novitá piú nuova, ch’è il colorito ortografico e linguistico. Per quattro secoli e piú abbiamo letto Dante in una veste certamente non tutta sua, ma umanistica, che col processo del tempo s’era andata anche piú ammodernando; e nessuno aveva provato gran bisogno di mutare, neanche il Witte e il Moore. Una tradizione tanto forte da parere incrollabile. Senonché la linguistica e la tecnica delle edizioni critiche han fatto ormai tanto progresso, ch’era ben giustificato mettersi di fronte a quella potente tradizione. Un diritto e un dovere del progresso scientifico.

Ma riconosciuto questo, soggiungo subito che bisognava o bisogna distinguere tra scientificitá e praticitá: e porre due problemi invece di uno, se l’effetto, che sta nella approvazione dei lettori, dimostra che non si può o non è utile ridurli ad uno solo.

Intanto il primo problema, quello strettamente scientifico, non è risolvibile, come tutti sono ormai persuasi: e le pagine precedenti devono aver servito a una sommaria informazione anche di questo stato di fatto. Non riusciremo mai piú a sapere come Dante lasciasse scritto, perché il manoscritto è perduto; perché non sappiamo come fossero eseguiti gli apografi; perché mancano anche questi. Ne viene che il problema scientifico si sposta da quello della ricostruzione a quello della approssimazione. E questo [p. 478 modifica]pure è pieno d’incertezze, e irto di difficoltá, quando si viene ai casi particolari, per la storia dei suoni, delle preferenze, delle dottrine, degli errori, per la simultaneitá delle forme, per l’interpetrazione e riduzione dei segni, ecc. Valga come esempio l’ormai famoso etterno. Dante avrá preferito questa forma, certamente corrente dal latino medievale? C’è chi ci giurerebbe; e chi afferma invece che debba essere normalmente rifiutata, come voce plebea che non poteva gradire a Dante, come non gradiva al Petrarca, che una sola volta la scrisse di sua mano. La scienza non è punto d’accordo.

Ma quanto piú il problema è difficile, tanto piú è bello l’impegno d’assolverlo, almeno sino a quel punto in cui può essere assolto. Anzi sarebbe da reclamare che l’edizione scientifica non avesse di mira altro che la risoluzione scientifica, ex integro, senza alcun riguardo che la possa impacciare: riguardo che non manca, e non viene nascosto, e nasce proprio dalla preoccupazione di non riuscire a un effetto poco pratico, il quale invece non dovrebbe toccarla. Se mai l’edizione nazionale, che dovrá essere monumento, documento e pietra di paragone, porterá, per es.:

la bocca mi basciò tutto tremante,

vorrá dire che storicamente è piú vera la rappresentazione di quel suono; e in sede scientifica non stará meno bene.

La questione pratica è un’altra: di secondare e agevolare l’intelligenza e il piacere della lettura del testo, salva la veritá e la storia nel suo concreto: e a me pare che oggi non si possa rivolvere altrimenti che con un compromesso tra la scienza e la tradizione, sulla guida del buon gusto. Non sono parole, se si definiscono con chiarezza.

Prima di tutto si domanda: il gusto di chi? È un’obbiezione forte, quanto quella che si fa alla ricostruzione integrale, ch’è impossibile in assoluto: perché non c’è neanche un buon gusto assoluto. Ma se si risponde francamente: il gusto individuale, che muova dal consenso e sia atto a promuoverlo, che sia fondato sulla tradizione e la conoscenza, si è risposto assai; almeno quanto con la ricostruzione piú approssimata si risponde all’obbiezione della ricostruzione assoluta, impossibile.

In questo senso l’individuo non è, per sé, piú l’uno dell’altro, ma chi si è studiato di accogliere e raccogliere il meglio; ed [p. 479 modifica]è giá detto, dai competenti: tra i quali un posto di prima linea deve esser lasciato ai glottologi e ai filologi, tanto piú che son essi i primi a porre la questione del gusto di fronte a quella della scienza, perché s’impone.

Non osta il contrasto assai vivace fra di loro: bisogna valutare ciò che n’emerge. E qui mi concedo di indugiarmi un poco, perché la cosa è importante. Un glottologo, S. Pieri, in una assai importante bibliografia dell’ediz. Vandelli, ha ripercorso molte delle forme che non gli paiono da attribuire al Poeta, o poco fondate9. Muove dunque da una preoccupazione scientifica; la quale però non gli vieta di unirci quella del gusto, che inasprisce nelle sue pagine il disagio, tanto da parlarvisi di ripugnanza, profanazione e diminuzione di bellezza. Ma un altro glottologo, A. Schiaffini, replica: «È profanatore della solenne e severa maestá e compostezza di espressione propria della poesia chi si mostra proclive a toglierle il colorito arcaico, e non giá chi, con ricerche accurate, mira a restituirlo, dando prova del piú religioso rispetto per la volontá del Poeta»10.

Un filologo e letterato di gran nome, Vittorio Rossi, è favorevole al ritorno delle forme arcaiche: «Savio partito, nel quale tutti ormai consentono, e primi gli artisti; almeno quelli cui non garba strappare l’applauso alla platea... Perché insomma a Dante sta bene il lucco dei sanza, dei rispuose, degli etterno, e non la giubba dei senza, dei rispose, degli eterno, e l’esercizio dell’arte avvezza appunto ad intendere che qualche non disprezzabile sfumatura di individualitá spirituale è anche in certe minuzie... di grafia»11.

Ristabilisce l’equilibrio, turbato da cosí autorevoli parole e di sí larga malleveria, N. Zingarelli nel suo Dante, dove tutti gli aspetti culturali del gran tema sono ripercorsi e in conseguenza anche quello dell’edizione. «Certamente, quanto alla grafia, la D. C. è stata sempre piú ammodernata dopo l’edizione aldina; ma mi par [p. 480 modifica]dubbio il guadagno di ripristinarne parzialmente la forma originaria, sconosciuta: l’ondata dei sanza, e le risoluzioni di x in ss, in essilio, essamina; idiotismi come fier per fien, dien per den, che creano equivoci; e poi tenciona e schera, etterno, posto che sieno cose buone in sé e probabili; ma risultato pratico considerevole non ne danno, e urtano i lettori col pericolo di distoglierli da una lettura vieta, sicché essa nelle traduzioni in lingua straniera riuscirebbe piú moderna e amabile... Se per fortuna possedessimo l’autografo dell’Aliglieri, bisognerebbe forse, a contentare tutti i gusti, scegliere tra queste due vie, o la riproduzione fotografica, o il parziale ammodernamento, con adattamento all’uso presente; e ancora difficoltá s’incontrerebbero»12.

Basta, mi pare, per concludere che non bisogna esagerare né in un senso né nell’altro, e che si può dar posto a criteri pratici. A sentir qualcuno, Dio guardi, per es., a toccare un qualunque ponavam! Par di guastare al Foscolo:

che non è vero affatto. Novantacinque casi su cento è pura materialitá: si tratta di oscillazioni popolari di fonetica o di morfologia, accolte nello scrivere come nel parlare, senza differenza, perché mancava la regola.

Mancava la grammatica. E qui nasce un problema piú vasto che non sia quello della Commedia e che abbraccia insigni opere di letteratura sino ai primi decenni del ’500, comprese le Istorie fiorentine. Quando dal Bembo in poi si costituí una grammatica, in sostanza essa desumeva i suoi precetti dall’uso dei maggiori scrittori, Dante in principio, cioè dalle forme e dai costrutti piú praticati o normalmente praticati da loro. La grammatica, se è, com’è, un beneficio, quei posteri la dovevano agli antenati: e non dubitarono punto di dover restituire il beneficio a coloro dai quali lo riconoscevano. E fecero tanto bene, che per quattro secoli nessuno ha voluto fare diversamente.

E tuttavia è chiaro, è evidente, ch’era una soluzione arbitraria, anacronistica, di necessitá incoerente: basta pensare alle parole [p. 481 modifica]in rima, che vi si ribellano. Ma l’assolutismo filologico, di rimontare alla forma originale e individuale, esasperando le particolaritá, se ha dalla sua la scienza, ha mancato di senso pratico. La nostra lingua è tanto conservativa da Dante in poi, che quando gl’italiani dell’avvenire non comprenderanno piú la Commedia, sará lo stesso dei Promessi Sposi. Non è il francese antico, che bisogna tradurre e rifare, come il Bedier ha rinnovato il Tristano. Una enorme forza, che può consentirsi la prepotenza di deporre in archivio e serbare ai laboratori dei dotti certa opacitá arcaica che la sua energia naturale può ricolorire a tutto vantaggio.

Di questa forza ch’è reale, perché è storica, bisogna che la filologia tenga conto, e che se l’assimili, in quella parte della sua attivitá pratica che mira a pubblicar testi per tutti gl’interessati all’arte e al pensiero, e non per i seminari filologici. Conciliandosela, può disciplinarla. Per me il problema prossimo della filologia italiana, sará quello di studiare e proporre e disporre, per gli scrittori anteriori alla grammatica, una grammatica discreta e approssimata, per via di scienza, a larghi periodi di tempo meglio definibili, limitando le particolaritá individuali a quelle veramente significative. Non sará la nostra di oggi, né quella del Bembo, ma la disarmonia sará minore. Prima dell’avvento della linguistica non ci si poteva pensare: ora è forse urgente com’è maturo, per riaccostare al pubblico scrittori sommi che la scienza ha mortificato in rapporto al gusto e alla capacitá di leggerli con piacere. Sará la scienza la spada d’Achille che guarirá la ferita.

La presente edizione n’è un tentativo, in conformitá della corrente di dottrina, dirò, piú liberale, seguita con molta discrezione. La soppressione di certe «ondate», salvo i pochi casi necessari o piú probabili; e la riduzione delle oscillazioni; sono una violenza (se pure, ché non è sempre) la quale riesce affatto innocua all’arte, ma vantaggiosa all’uso. Poi una maggior cautela nell’applicazione di certe regole dotte, forse a lor volta piú violente di quelle modeste licenze: come la rima siculo-provenzale e l’ossitona sui nomi propri esotici. Invece ho accolto norme alle quali ci siamo avvezzi, perché sono innocenti, anche se non sono vere: come la divisione dell’articolo dalla preposizione, e degli avverbi composti. Nel complesso, un colorito linguistico che sta fra mezzo all’edizione di Oxford e della Societá dantesca, e le riconcilia. [p. 482 modifica]

Immensa è stata la cura che i precedenti editori hanno dato all’interpunzione, che poi vuol dire all’interpetrazione: ché stringere o allentare i nessi, gravare sul precedente o sul susseguente, legare o sciogliere, implica una responsabilitá fondamentale. Io ho allargato la mia attenzione a tutti i piú benemeriti fra di loro. Pel tono generale, la mia interpetrazione tende alla forma piú spianata, discorsiva, ricca e varia nella sua libertá popolare, o comica, come piacque di dire a Dante. Nei particolari, piuttosto che impormi regole troppo sistematiche, ho procurato sempre di riconoscere e secondare i mille toni e colori che s’alternano e s’avvicendano, e spesso non ammettono altra regola che quella di seguirli e obbedire. Certamente è inevitabile qualche volta che, mettendo in evidenza un elemento, si riesca a trascurarne un altro: ma ho scelto di conservare, quando il mutare non dava vantaggio. Si sa che piú luoghi sono e rimarranno disputabili: e qui ne discorrerò pochi esempi, perché il lettore benevolo vegga che, se i dubbi resistono, non è mancata la cura di pensare e pesare il pro e il contro. Se le difficoltá non ci fossero, sarebbe ben stolto chi le inventasse.

Il primo è sul limitare del poema:

     E quanto a dir qual’era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura,
     tant’è amara che poco è piú morte:
ma per trattar del ben ch’io vi trovai
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Tra tante eccellenti ragioni che si sono dette da tanti giá in antico, e molte piú dai moderni, io mi sono deciso pei codici che hanno la congiunzione e non l’interiezione, e la copula nel primo verso, che alcuni editori sopprimono. Il «quanto» è in correlazione del «tanto», è comparativo: e vuol dire che quanto la selva è dura a ridirsi, che fa paura a ripensarla, tanto è amara a viverci, cioè tanto perverte la vita, che la morte non è peggio. Che s’affacci prima il ritrarre che l’essere, è normale, perché l’opera che incomincia è volta a ciò. E chi ben guardi, troverá [p. 483 modifica]che il moto e il modo son paralleli al principio del Purgatorio, e meglio al Paradiso; maniera discorsiva, e non enfatica, di presentare la difficoltá dell’impresa poetica:

     Nel ciel che piú de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di lá su discende,
     perché, appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire:
     veramente... (tuttavia)...

Un altro dei luoghi piú noti e controversi, Purg., XXII, 38 sgg.:

     . . . quand’io intesi lá dove tu chiame,
crucciato quasi a l’umana natura:
     «Perchè non reggi tu, o sacra fame,
de l’oro l’appetito dei mortali?

È certo che Dante ha inteso il testo di Virgilio in modo diverso dal nostro: e la prima evidenza è che lo ha interpetrato non come grido d’orrore, ma come imprecazione contro l’umana natura, perché come tale l’ha commentato13; e che ha tradotto mortalia pectora col traslato di appetito dei mortali. Questo premesso, pare il piú vicino al vero, o forse il vero, ch’egli leggesse: Quid non mortalia pectora cogis auri, sacra fames? spostando quel complemento. E cosí il violento discepolo avrebbe cambiato il grido d’orrore del maestro, in un’imprecazione che chiede sull’umanitá la fame «sacra», perché viene da Dio: giusta punizione sia per «chi tiene» che per «chi burla». Anche nel Purg., XX, 103 sgg.:

     Noi repetiam Pigmalion allotta,
cui traditore e ladro e parricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
     e la miseria de l’avaro Mida,
che seguí a la sua dimanda ingorda,
per la qual sempre convien che si rida,

[p. 484 modifica]Dante ha raccostato uno dei piú orrendi esempi d’avarizia, con la giusta giustizia della fame, fisica, reale, con la quale gli Dei colpirono il piú ingordo dell’oro.

Aggiungo un esempio di minor conseguenza, ma notabile per l’arte. Purg ., III, 16 sgg.:

     Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi, a la figura
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.

La mia interpunzione corrisponde a quella del codice Villani, che porta un apice dinanzi «a la figura»; e a me pare ch’elimini una ridondanza, e che aiuti l’immagine visiva, che si crea, piú che rilevarsi: l’ombra era proiettata secondo la figura della persona, che intercettava i raggi.

In questo senso, e a questo modo, le novitá della mia edizione non sono infrequenti; ma non vuol dire che sieno tutte originali. Come qui il suggerimento m’è venuto, forse, dall’antico codice Villani, in altri casi me l’han prestato i moderni, specialmente Isidoro del Lungo, il quale nel Paradiso ha visto spesso assai a fondo, e ci tenne a dirlo, il magnifico vecchio, «in atto onesto e sodo».

 Firenze, ottobre 1932.

Domenico Guerri.

  1. Cfr. la riproduzione fotografica a cura di L. Olschki (Firenze 1921) e l'Introduzione di G. Bertoni.
  2. Cfr. la riproduzione eliocromica a cura di U. Hoepli (Milano 1921) con i cenni storici e descrittivi di L. Rocca; e Il piú antico testo critico della D. C. di G. Vandelli, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, vol. V (1922).
  3. Cfr. pp. 97 sg. e 51 sgg. in G. Boccaccio, Il comento alla D. C. e gli altri scritti intorno a Dante, a cura di D. Guerri, Bari, Laterza, 1918, vol. I.
  4. Cfr. i Prolegomeni critici di C. Witte all’edizione di Berlino 1862, sino a quella data; e per un riassunto tanto utile quanto rapido, condotto sino ad oggi, v. N. Zingarelli, La vita, i tempi e le opere di Dante, Milano, Vallardi, 1931, p. II, p. 778 sgg.
  5. Ediz. sopra citata.
  6. Contributions to the textual criticism of the D. C., Cambridge, 1889.
  7. Vedi la Prefazione del Barbi al vol. citato; e queste parole del Vandelli in Studi danteschi, V, 97 sg.: «La formazione di una vera e propria, cioè precisa e intera, genealogia degli esemplari superstiti della D. C., per la quale risalire con quasi matematica sicurezza all’originale comune, non è possibile».
  8. Come ne porta ben poche l’edizione della Societá dantesca; intorno alle quali novitá è detto giustamente a p. xxvi: «Che se il testo che ora si pubblica, per la vera e propria lezione non differisce gran che da quello che si può dire il testo vulgato, ha su quello il grande vantaggio di essere stato tutto direttamente cavato e riscontrato su testimonianze... Molti e molti de’ luoghi che appaiono, dirò cosí, intatti, sono costati fatica non minore di quelli dove vi troveranno mutazioni».
  9. In Archivum romanicum, XI, 259-266, a. 1927.
  10. In Studi danteschi, XIII, 31-45, a. 1928. Note sul colorito dialettale della D. C. — Parole non meno decise e severe scrive il Vandelli nella prefaz. all’ediz. del ’27 (Le Monnier), p. xxi: «Ogni ammodernamento è alterazione del testo genuino, e alterazioni di questo genere, anche se cosa lieve per sé, sono un’offesa al riguardo che l’opera del Poeta si merita e a cui tutti ci sentiamo tenuti».
  11. Studi danteschi, XIII, p. 109.
  12. II, p. 783, al paragr.: Poco guadagno. — E s’aggiunga che l’ediz. Torraca, come quella di Oxford, tengono fede alla tradizione.
  13. Dimostra ciò il verbo «chiame», cioè gridi a gran voce; e l’aggettivo «crucciato»; e si noti che l’avverbio «quasi» non modifica l’aggettivo ma il complemento: significa che le eccezioni degli uomini incolpevoli sono poche.