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mediata di un codice del 1330, perduto per noi, del quale però rimangono spogli fattine da uno studioso del ’500. E tal codice del 1330, scritto di mano di un ignoto Forese per il fiorentino Giovanni Bonaccorsi, portava la dichiarazione che lo scrittore aveva dovuto valersi di un certo numero di altri codici per correggere tanti e tanti errori del testo: un primo esperimento, fu ben detto, di edizione critica1.

Un codice piú tardo dei due precedenti, ma non meno in evidenza per l’eccellenza del dettato, è il Laurenz. di S. Croce, XXVI, sin. i, ch’è detto di Filippo Villani. Rientra nella tradizione del cod. Trivulziano, e per ciò stesso in una tradizione composita; ma è a sua volta tempestato di varianti e correzioni, per le quali riesce a un tipo di lezione assai nuova al confronto, sempre intelligente, e spesso assai conforme ai buoni criteri critici.

Con questi cenni, è giá additato che il meglio della tradizione è quella ricomposta. Per accennare in concreto anche ai danni, basterá rammentare che fra i codici piú antichi non ce n’è uno che non porti versi privi di senso; e che il Petrarca ribatteva l’accusa di invidia con quella dello strazio al poeta da parte dei suoi ammiratori ignoranti: strazio al quale si rammarica di non aver agio di porre riparo (al Boccaccio, 1360); e la leggenda stessa delle furie di Dante contro il fabbro e l’asinaio; e il fatto che i commentatori antichi giá si trova che riferivano e discutevano le varianti. E intanto avveniva che le varie redazioni corressero senza molta cura o con poca opportunitá di controllo e di scelta, se si può trovare che il Boccaccio, dopo aver copiato di sua mano almeno tre volte la Commedia, come si crede, ne adoperasse un testo assai diverso stendendone il commento; e che Francesco di Ser Nardo esemplasse nel ’47 una copia peggiore di quella esemplata nei ’37.

Certamente del maggior numero delle variazioni secondarie e terziarie fu cagione la rapida e popolare divulgazione dell’opera. Ma pei primi guasti bisogna risalire alla cagione piú originaria di tutte, lo stato in cui dovette esser lasciato l’autografo; e subito il modo in cui fu prima trascritto. Oggi sarebbe leggerezza assegnare un valore storico al racconto del Boccaccio sul mira-

  1. Cfr. la riproduzione eliocromica a cura di U. Hoepli (Milano 1921) con i cenni storici e descrittivi di L. Rocca; e Il piú antico testo critico della D. C. di G. Vandelli, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, vol. V (1922).