Chi l'ha detto?/Parte prima/54

§ 54. Paura, coraggio, ardire

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§ 54.



Paura, coraggio, ardire





1190.                       Excelsior.1

è il titolo e il ritornello di una celebre ballata del grande poeta americano Enrico Longfellow. Dalla versione dello Zanella riporto la prima strofa:

        Cadean veloci l’ombre di sera,
           E per nevoso borgo montano
           Passava un forte ch’una bandiera
           Alto portava col motto strano :
                                 Excelsior!

È stata rimproverata al Longfellow la sgrammaticatura di quell’Excelsior, che, per essere un avverbio, come il senso porterebbe, dovrebbe dire Excelsius. Ma il Longfellow si difese dicendo che nella sua ballata la parola Excelsior non è avverbio, bensì aggettivo maschile, riferentesi al giovine alpinista. La scusa è stiracchiata, ma insomma può passare: bensì non può passare che la parola stessa si usi oggi avverbialmente sugli stemmi delle società alpine nostrane e straniere e in molte altre circostanze.

Il mirare audacemente ad alti ideali, lo sfidare per essi pericoli e dolori, era cosa molto stimata dai nostri antichi, per i quali: [p. 395 modifica]

1191.   Et facere et pati fortia Romanum est.2

(Tito Livio, Istorie, lib. II, cap. 12).

parole che lo storico romano pone in bocca a Muzio Scevola, esempio mirabile di fortezza d'animo: potrà interessare di sapere che nell'ultima guerra esse furono incise in una medaglietta, con la data 1915, senz'altra figura nè simbolo, che l'ordine massonico volle distribuita a tutti i massoni italiani che facevano parte dell'esercito mobilitato.

1192.   De l’audace, encore de l’audace, et toujours de l’audace!3

tale è la famosa conclusione di un discorso tenuto da Danton innanzi all’Assemblea Legislativa il 2 settembre 1792, nel quale egli finì con un energico appello alla nazione per domare i nemici della Repubblica: Pour les vaincre, pour les atterrer que faut-il? De l’audace, ecc. Quel giorno medesimo il popolo ebbro di furore cominciava gli orribili massacri di settembre.

Properzio dice che, anche se le forze sono state impari a qualche generosa impresa, il solo averla tentata riesce di lode:

1193.   In magnis et voluisse sat est.4

(Elegie lib. I, el. 10, v. 6).

ma molte volte la fortuna seconda chi volle farle nobilmente violenza, infatti è comune sentenza dei classici che:

1194.   Fortes fortuna adjuvat.

(Terenzio, Phormio, a. I, sc. 4, v. 203).

che era proverbio antico, come afferma Cicerone nelle Tusculane (II, 4, 11); ovvero:

1195.   Audaces fortuna iuvat.5

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Nell’Eneide di Virgilio, lib. X, dopo il verso 283, trovasi l’emistichio (o verso incompleto) Audentes fortuna iuvat, che fu quindi completato con le note parole timidosque repellit. Neil’uso poi il dettato prese la forma notata di sopra, non solo perchè la parola audaces era di più facile reminiscenza, per la somiglianza con la voce analoga delle lingue neolatine, ma anche per affinità col verso di Ovidio: Audacem Forsque Venusque juvant (Ars amatoria. I, v. 608). Lo stesso concetto è reso anche dal poeta Pietro Metastasio in due luoghi:

1196.   (Ma) Fortuna ed Ardir van spesso insieme.

(Temistocle, a. I, se4. 14).

1197.   Sorte non manca, ove virtù s’annida;
E un bell’ardire alle grand’opre è guida.

(Epitalamio per nozze Pigliatelli-Pinelli, ott. 93).

Non va taciuto peraltro che sovente l’audacia è figlia della necessità, come l’unica via per salvarsi nei gravissimi pericoli, e così

1198.   Spesso avvien che ne’ maggior perigli
Sono i più audaci gli ottimi consigli.

(Tasso, Gerusalemme liberata, c. VI, ott. 6).

Perciò, se ti trovi in periglioso frangente, dove ti occorra di chiamare in aiuto tutte le tue forze, ricorda la sentenza dantesca:

1199.   Ogni viltà convien che qui sia morta.

ovvero pensa che quello è:

1200.                                      ....Il loco
Dove convien che di fortezza t’armi.

(Dante, Inferno, c. XXXIV, v. 20-21).

o come dice Sibilla ad Enea:

1201.   Nunc animis opus, Ænea, nunc pectore firmo.6

(Virgilio, Eneide, lib. VI. v. 261).
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Puoi anche dire in questa occasione la frase di Esopo, che più frequentemente si usa a deridere i millantatori messi alla prova:

1202.   Hic Rhodus, hic salta.7

Il testo greco nella favola esopiana Κομπαστής (che è la 203 nella ediz. Halm) dice: ὶδοὺ ἠ `Ρόδσς, ὶδοὺ καὶ τὸ πὴδημα. La stessa favola nell’ediz. Del Furia è la 30, ed ha una variante che più si accosta alla versione tradizionale latina. Lo spaccone della favola si vantava di aver fatto nell’isola di Rodi un grandissimo salto; di qui l’apostrofe beffarda di un ascoltatore scettico.

Ai timidi e agli irresoluti converrà ripetere quel che una spiritosa signora francese disse di San Dionigi che decapitato a Montmartre andò fino a Saint-Denis, dove poi sorse una chiesa in onore di lui, portando in mano la sua testa: qualcuno faceva le meraviglie che il santo avesse potuto in tanto incomoda maniera percorrere sì lunga distanza, ma la signora osservava che la distanza non faceva nulla:

1203.   Il n’y a que le premier pas qui coûte.8

Quitard nel Dictionnaire des proverbes fa il nome di questa signora, la march. Maria Du Deffand, che avrebbe rivolto questo bon mot al card. De Polignac, ed essa medesima se ne dice autrice in una lettera del 7 luglio 1763 a D’Alembert pubblicata da Gaston Maugras (Trois mois à la Cour de Frédéric, Lettres inédites de D’Alembert, Paris, 1886, pag. 28).

Fra le altre classiche citazioni intorno al coraggio, alla temerità e simili sentimenti citerò subito questa:

1204.   Hominum pectora murus erunt.9

Omero in due luoghi dell’Iliade, nel lib. IV, v. 407 e nel XV, v. 736, si compiace di chiamare i difensori: τεῖχος ᾶρειον, muro di bronzo. Nel primo, è il figlio di Cipaneo, Stenelo, che rispondendo all’Atride Agamennone, il quale lo ha accusato d’una certa indecisione e viltà nel muovere all’assalto, gli ricorda d’aver preso [p. 398 modifica] la rocca di Tebe dalle sette porte con un manipolo di guerrieri, sfondando la forte muraglia nemica: nel secondo Ajace, parlando ai Danai, li infiamma contro i Troiani, esortandoli all’assalto. L’immagine significativa passò in Alceo (fragm. 23) e con qualche piccola variante formale, restando però intatta nella sostanza, in Eschilo; quindi fu poi ereditata dai latini: Ovidio (Metam., XIII, v. 280) chiamerà Achille il muro, il presidio dei Greci: Graiúm murus Achilles e Sallustio (Catil., c. 61) ci dirà che audacia pro muro habetur. Un’iscrizione medievale (più volte pubblicata) che esiste ancora sulle mura di Asola, cittadina sul Chiese, in provincia di Mantova, finisce:

. . . . . . . . . . .

     Desine, dux belli, de me sperare triumphum!
             Frange opus hoc: hominum pectora murus erunt.

Tolgo questi raffronti da un’erudita nota del prof. Marco Galdi, La fortuna d’una frase ed un tardo epigramma adespota, in Athenaeum, anno V, fasc. I, Pavia, gennaio 1917, pag. 83-85.

Aggiungasi questa citazione di Orazio che leva a cielo l’audacia del primo navigatore :

1205.   Illi robur et aes triplex
     Circa pectus erat, qui fragilem truci
Commisit pelago ratem
     Primus.10

(Odi, lib. I, od. 3, v. 9-12).

e la seguente di Dante che così fa dire di sè a Farinata degli Uberti il quale nel 1260 alla raunanza di Empoli solo si oppose al parere degli altri ghibellini, che volevano distruggere Firenze:

1206.   Colui che la difesi a viso aperto.

Dopo il Congresso di Parigi (1856) in cui Cavour aveva con grande accorgimento trovato modo di introdurre in discussione la questione italiana, i patrioti italiani vollero esprimergli la loro [p. 399 modifica] gratitudine; e i liberali toscani con a capo Alessandro d’Ancona gli presentarono un busto con l’epigrafe: Colui che la difese a viso aperto, mentre i romagnoli fecero coniare una medaglia d’oro che aveva nel rovescio: A Camillo Cavour degno Oratore di Vittorio Emanuele, specchio dei Re, che nel Congresso di Parigi propugnò i diritti d’Italia conculcati. Le Legazioni e le Marche con riconoscenza e con fede, e nel diritto, intorno alla testa di Cavour. il famoso versò:

1207.   Che fan qui tante pellegrine spade?

che è il verso 20 della celebre Canzone a’ Grandi d’Italia del Petrarca che comincia: Italia mia, benchè il parlar sia indarno (P. IV, canzone IV, nell’ediz. Marsand; canz. XVI nell’ed. Mestica) della quale canzone vanno anche additati i versi, in fine della strofa 6:

1208.        [Chè] L’antiquo valore
Ne l’italici cor non è ancor morto.

Son da ricordare anche quelli dell’abate Pietro Metastasio:

1209.             Chi vede il periglio
               Nè cerca salvarsi,
               Ragion di lagnarsi
               Del fato non ha.

(Demofoonte, a. III, sc. 1).

Ecco invece due citazioni, l’una e l’altra dantesche, che ragionano di paura e di timidità:

1210.   ....Mi fa tremar le vene e i polsi,

1211.   Come le pecorelle escon del chiuso
     Ad una, a due, a tre, e l’altre stanno
     Timidette atterrando l’occhio e ’l muso.

mentre gli effetti fisici e i legni esterni del terrore sono mirabilmente ritratti nel verso virgiliano: [p. 400 modifica]

1212.   Obstupui, steteruntque comae, et vox faucibus haesit.11

(Virgilio, Eneide, lib. II, v. 774: ripet. nel lib. III. v. 48).

come succede ad Enea quando incontra lo spettro di Creusa e quando la voce di Polidoro a lui parla attraverso i rami del lacerato mirto.

Esempi famosi di animo imperterrito e ardito sono ricordati nelle seguenti frasi, delle quali per ragione cronologica verrà prima questa che parla della favolosa prodezza di Orazio Coclite:

1213.   Orazio sol contra Toscana tutta.

(Ariosto, Orlando furioso, c. XVIII, ott. 65).

Anche il Petrarca (Trionfo della Fama, canto I, v. 80-81) lo aveva chiamato:

                         ....Quel che solo
          Contra tutta Toscana tenne il ponte.

1214.   Cæsarem vehis Cæsarisque fortunam.12

è la famosa risposta di Giulio Cesare al marinaio Amiclo, che sorpreso dalla tempesta, mentre su fragile palischermo stava per fare segreta traversata da Durazzo a Brindisi, rifiutava di prendere il largo; e Cesare, presolo per la mano, lo conforta a non temere, e gli dice: Perge audacter, Cæsarem vehis, ecc. Plutarco nella vita di Cesare (cap. 38), Floro (4, 2, 37) e Dione Cassio (41, 46), hanno conservato memoria del fatto.

Assai più degna di ammirazione è la risposta di un altro cittadino, che nel darla, più che alla fiducia nella sua fortuna e nella sua audacia, s’ispirava all’amore per la diletta patria. Essa è la seguente:

1215.   Voi sonerete le vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane.

Intorno alla quale Francesco Guicciardini, verso la fine del lib. I della Istoria d’Italia, narrando della calata in Italia di Carlo III re di Francia, e del suo ingresso in Firenze nel novembre 1494, e [p. 401 modifica] detto delle contese sorte fra il Re e i Fiorentini per le pretensioni intollerabili di quello, prosegue: «le quali difficoltà, quasi inesplicabili se non con l’armi, sviluppò la virtù di Piero Capponi, uno di quattro cittadini diputati a trattare col Re, uomo d’ingegno e d’animo grande, e in Firenze molto stimato per queste qualità, e per essere nato di famiglia onorata, e disceso di persone, che avevano potuto assai nella Republica. Perchè essendo un dì egli e i compagni suoi alla presenza del Re, e leggendosi da uno Secretario regio i capitoli immoderati, i quali per ultimo per la parte sua si proponevano, egli con gesti impetuosi, tolta di mano del Secretario quella scrittura, la stracciò innanzi agli occhi del Re, soggiungendo con voce concitata: Poichè si domandano cose sì disoneste voi sonerete le vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane, volendo espressamente inferire che le differenze si deciderebbono con l’armi; e col medesimo impeto, andandogli dietro i compagni, si partì subito della camera. Certo è che le parole di questo cittadino, noto prima a Carlo e a tutta la corte, perchè pochi mesi innanzi era stato in Francia imbasciadore de’ Fiorentini, messono in tutti tale spavento (non credendo massimemente, che tanta audacia fusse in lui senza cagione) che richiamatolo, e lasciate le dimande, alle quali si ricusava di consentire, si convennono insieme il Re e i Fiorentini in questa sentenza: Che rimesse tutte le ingiurie precedenti, la città di Firenze fosse amica, confederata, e in protezione perpetua della Corona di Francia, ecc.» (Ediz. sugli originali manoscritti, a cura di A. Gherardi, Firenze, 1919, vol. I, pag. 77). Lo stesso fatto è narrato dal vescovo Paolo Giovio nel libro II delle Historiæ sui temporis, sul principio, e anche da altri storici degni di fede.

Fanno accenno a questa fiera risposta anche i versi del Machiavelli (Decennale I. v. 34-36):

          Lo strepito dell’armi e de’ cavalli
               Non potè far che non fosse sentita
               la voce d’un cappon fra tanti galli.

e la sestina del Giusti nello Stivale:

          Fra gli altri dilettanti oltremontani,
               Per infilarmi un certo re di picche
               Ci mise co’ piedi e colle mani;

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               Ma poi rimase lì come berlicche,
               Quando un cappon, geloso del pollaio,
               Gli minacciò di fare il campanaio.


Una risposta simile a quella di Pier Capponi, fu data da Pasquale Marangio, giureconsulto e sindaco della città di Lecce per più anni (eletto nel 1801). «Non posso asseverare a qual Comandante in capo di Turchi o di Moscoviti, di Camisciotti, di Cavallari, di Cacciatori, che funestarono la città dalla fine del decorso a’ principii del corrente secolo, egli (visto che lo si voleva sopraffare colla forza, e che gli si parlava di cannoneggiare la città), rispose: — Ebbene! Tu tieni i Cannoni, io tengo la Campana; — e così fece sbollire la superbia del barbaro» (De Simone, Lecce e i suoi monumenti, vol. I, Lecce, 1874, pag. 247).

La Francia, che può vantare fra i suoi prodi un Pierre Bayard [1476-1524], chiamato già dai contemporanei (come si riscontra in cronisti sincroni):

1216.   Chevalier sans peur et sans reproche.13

va giustamente fiera che uno dei suoi figli più gloriosi abbia potuto dire:

1217.   Impossible n’est pas un mot français.14

frase attribuita a Napoleone I, il quale infatti scriveva da Dresda il 9 luglio 1813 al governatore di Magdeburgo, il conte Lemarois: «Ce n’est pas possible, m’écrivez-vous: cela n’est pas français.» (Correspondance de Napoléon Ier, to. XXV, pag. 558, lettre n.° 20256). Si racconta che il principe Luigi-Napoleone Bonaparte (poi Napoleone III) quando fu processato a Parigi per il tentativo bonapartista di Boulogne del 6 agosto 1840 e condannato dalla Camera dei Pari il 6 ottobre successivo alla prigione perpetua in una fortezza, voltosi al cancelliere dopo la lettura della sentenza, gli disse: «Monsieur, on disait autrefois que le mot impossible n’était pas français; aujourd’hui, on peat en dire autant du mot perpétuel» (Lebey, Les trois coups d’état de Louis- [p. 403 modifica] Napoléon Bonaparte, Paris 1906, pag. 396). E infatti sei anni dopo egli evadeva dal forte di Ham, dodici anni dopo era imperatore.

Anche l’Inghilterra può essere superba di un’altra bella frase:

1218.   England expects every man to do his duty.15

che è l’ordine del giorno emanato da Horatio Nelson la mattina della battaglia del capo di Trafalgar, il 21 ottobre 1805 (Vedi nel vol. VII a pag. 150 dei Dispatches and lettres of Vice-Admiral Lord Viscount Nelson, London, 1846). Si dice che la redazione primitiva del famoso dispaccio fosse in termini un poco diversi: Nelson confides that every man will do his duty, ma l’ammiraglio cedè facilmente al consiglio di uno dei suoi ufficiali che gli propose di sostituire il nome della patria al suo; e il cambiamento di confides in luogo di expects fu suggerito dall’aiutante di bandiera cap. Pascoe per il motivo che la parola confides non si trovava nel codice dei segnali e occorreva perciò segnalarla lettera per lettera, perdendo del tempo prezioso in quel frangente. Come è noto, la giornata finì con la vittoria degli Inglesi, amareggiata dalla gloriosa fine dell’Ammiraglio ferito mortalmente da uno degli ultimi colpi della battaglia; tutti avevano dunque fatto il loro dovere, cominciando dal capitano le cui ultime parole furono: I have done my duty, thank God for that.

Non meno belle, se fossero ugualmente autentiche, sarebbero le parole famose:

1219.   La garde meurt et ne se rend pas.16

che la leggenda attribuisce a Pierre Cambronne il quale comandava una divisione della vecchia Guardia imperiale nella infausta giornata di Waterloo. A un ripetuto invito di arrendersi, egli avrebbe risposto invece con un’altra esclamazione, anche più energica e più breve ma meno pulita, sulla quale Victor Hugo ha ricamato un lungo e abbastanza noioso commento nei suoi Misérables (to. III. liv. I. 2me partie, ch. 15), scandalizzando i suoi contemporanei, e specialmente gli accademici. Quando furono pubblicati i Misérables, [p. 404 modifica] uno di quelli che si mostravano più feriti dall’audacia con la quale Victor Hugo scrisse in tutte lettere una parola sì poco parlamentare, fu l’accademico Cucheval-Clarigny. «Il est des mots, diceva, que la plume doit se refuser à écrire!» Due giorni dopo, egli riceveva una copia dei Misérables, con questa dedica di pugno dell’autore : «À M. Cheval-Clarigny!» Tornando a Cambronne e alla sua risposta, eroica per quanto sudicia, devo ripetere quel che ho avuto occasione di notare altre volte, cioè che disgraziatamente non tutto quello che è bello, è anche vero: Cambronne con la Guardia, si arrese e non morì, visse anzi fino al 1842, cioè abbastanza per smentire in ogni occasione le parole che gli erano state attribuite fin dal Journal général de France del 24 giugno 1815, sei giorni dopo il terribile dramma di Mont-Saint-Jean . Anche il Brunschvigg nel suo libro su Cambronne, sa vie civile, politique et militaire (Nantes, 1894) dedica intiero un capitolo al motto e alla frase di Waterloo, notando tutte le opinioni favorevoli o avverse al Cambronne, e concludendo che egli non avrebbe mai pronunziata nè la frase sublime, nè la parola plebea. La prima, cioè la frase Le garde meurt et ne se rend pas, sarebbe stata detta in quella medesima giornata dal colonnello Michel o dal comandante Maret, se pure non fu foggiata dal giornalista Rougemont, quando nell’Indépendant die’ ragguaglio della battaglia di Waterloo. Non molti anni fa il Figaro di Parigi pubblicava un’altra versione sulla origine della frase eroica che sarebbe stata fabbricata dallo scrittore di vaudevilles Martainville. Pochi giorni dopo la battaglia, il Martainville, che era realista e nemico quindi di Napoleone, sceneggiò una satira in cinque atti Bonaparte o l’abuso dell’abdicazione, nella quale un ufficiale realista parlando di Waterloo, narrava a un collega come Cambronne avesse risposto agli inglesi: La guardia muore e non s’arrende. — E che ha fatto poi Cambronne? — chiedeva l’interlocutore, — Naturalmente, si è arreso — rispondeva l’altro. Per questo il giornale pensa, ma mi pare con poco fondamento, che la frase eroica sia stata attribuita a Cambronne soltanto per condurre a quella insolente battuta della resa. Devo anzi accennare, per quel che vale, a una testimonianza favorevole al Cambronne, che sarebbe stata pubblicata pel centenario di Waterloo, dal Times di Londra, il 18 giugno 1915. Si tratta di una lettera inedita (autentica?) che un ufficiale inglese, il [p. 405 modifica] capitano Digby Mackworth, aiutante di campo di Lord Hill, avrebbe scritto la sera stessa della battaglia. Il capitano Mackworth, descritto l’attacco della Guardia imperiale francese al passo di carica e la terribile scarica di moschetteria che l’accolse e la decimò, continua: «La tempesta li abbattè (i francesi) come un turbine che si scateni in un campo di grano maturo; essi si fermarono, cominciarono a sparare dalle teste delle loro colonne e tentarono di estendere il loro fronte: ma la morte aveva prodotto già troppa confusione tra loro. Essi si aggruppavano istintivamente gli uni dietro gli altri per evitare un fuoco che era terribile, intollerabile: e pure resistevano saldamente: «La Garde meurt mais ne se rend pas». Per mezz’ora questo orribile macello continuò e alla fine, vedendo che tutti i suoi sforzi erano vani, che tutto il suo coraggio era inutile, abbandonata dal suo imperatore, che già era fuggito, non sostenuta dai camerati, che già erano battuti, la fino allora invincibile Vecchia Guardia, cedette e fuggì in ogni direzione. Un «urrah» spontaneo ma animato quasi da un sentimento di pena, si levò dalle file vittoriose degli inglesi e subito la linea avanzò.... La battaglia era finita».

La questione dunque mi sembra debba ancora ritenersi come indecisa; ma ciò che invece è storicamente provato, è che una frase simile, in italiano, era stata detta e per davvero, diciannove anni prima, dal colonnello marchese Filippo del Carretto, che nell’aprile del 1796 difese eroicamente lo smantellato castello di Cossèria con un battaglione di 500 granatieri contro l’irrompente e vittorioso esercito di Napoleone Bonaparte, ed al generale francese che gl’intimava la resa, rispose: Sappia, signor generale, che i granatieri piemontesi non si arrendono mai. E questa è proprio storia, storia gloriosa del valore italiano; come è storia che quel colonnello, dopo un’eroica e memoranda difesa, morì davvero piuttosto che arrendersi: morì sullo scarso trinceramento improvvisato, quando da parecchie ore i suoi uomini non avevano più una cartuccia, nè dal mattino un briciolo di pane, nè un sorso d’acqua dacchè erano giunti lassù; morì, dopo avere uccisi ancora di sua mano due degli assalitori, e respinto il terzo assalto di dodicimila uomini.

Bellissima anche la risposta di un’altra principessa piemontese Clotilde di Savoia, figlia primogenita di Vittorio Emanuele II e moglie del Principe Gerolamo Napoleone Bonaparte. Dopo Sedan, [p. 406 modifica] proclamata a Parigi la decadenza della dinastia Napoleonica, fuggita il 4 settembre 1870 l’imperatrice reggente, la Principessa Clotilde, sdegnando i consigli di chi le raccomandava di allontanarsi immediatamente, non volle partire che l’indomani mattina, dopo ascoltata la sua solita messa, dopo fatta ai suoi prediletti infermi del vicino ospedale la sua solita visita; ed al suggerimento di fare alzare i cristalli della carrozza perchè la gente affollata nelle vie non la riconoscesse, rispose con le nobili parole:

1220.   Peur et Savoie ne se sont jamais rencontrées.17

e a fronte alta, nella sua vettura, con le sue livree, da principessa e non da fuggitiva, partiva dalla città insorta, senza che alcuno osasse farle affronto, anzi inchinata da tutti. Il fatto e le parole sono ricordati da uno dei suoi biografi, il P. Lodovico G. Fanfani, dell’ord. dei Predic., nel volume: La Principessa Clotilde di Savoia, biografia e lettere (Grottaferrata, 1913, a pag. 29). Anche il De La Gorce nella Histoire du Second Empire, to. VII (Paris, 1905, a pag. 430) conferma il fatto senza però riportare le parole: «Le lendemain, toutes les traces de l’Empire avaient disparu.... De l’Imperatrice on ne savait rien.... La princesse Clotilde était demeurée au Palais Royal. Elle partit la dernière, sans se hâter, dans sa propre voiture, en vraie princesse qui ne veut ni braver, ni craindre». Del resto è nota perchè stampata più volte (e anche nel cit. libro del P. Fanfani, a pag. 25) una bellissima lettera della principessa al padre che pochi giorni avanti le aveva scritto sollecitandola a lasciare subito Parigi: «Non ho la menoma paura; non capisco nemmeno ch’io possa aver paura. Di che? e perchè? Il mio dovere è di rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può fuggire dinanzi al pericolo». E più oltre: «Rifletta a tutto questo, caro Papà mio, ci pensi bene, vedrà che mi darà ragione, ne sono convinta. Lei non partirebbe, i fratelli, Maria pure non partirebbero. Non sono una principessa di Casa Savoia per niente».

Nei giorni più tristi del terrore austriaco in Lombardia, il popolano milanese Amatore Sciesa (Amatore, non Antonio, come [p. 407 modifica] finora si disse, ripetendo macchinalmente un lapsus calami dell’amanuense nella redazione frettolosa della sentenza capitale) di professione tappezziere, arrestato una notte a Milano in procinto di affiggere un manifesto rivoluzionario sul corso di Porta Ticinese, fu condotto il 2 agosto 1851 dinanzi al Giudizio Statario militare, condannato alla morte colla forca, e il giorno stesso fucilato per il rifiuto del carnefice a prestarsi alla triste opera. Si narrava che mentre lo conducevano al supplizio, il capitano auditore gli andasse susurrando all’orecchio che rivelasse i nomi de’ suoi complici, promettendogli salva la vita e molti danari; e quasi a render più forte la tentazione, desse ordine che la carretta si fermasse innanzi alla casa già da lui abitata. Il povero martire avrebbe risposto semplicemente:

1221.   Tiremm innanz.18

Milano riconoscente inaugurava, il 12 febbraio 1882, una lapide alla memoria dello Sciesa, nel luogo stesso dove egli avrebbe pronunziate le memorande parole, cioè in via della Rosa, oggi ultimo tratto della via Cesare Cantù: la lapide, a causa della trasformazione edilizia di quel quartiere, non è più sulla casa dove fu primitivamente collocata ed è passata sulla parete di cinta dell’edificio della Banca d’Italia. È ormai noto che la magnanima risposta non fu mai detta. Già il De Castro nei Processi di Mantova e il 6 febbraio 1853 (Milano, 1893, pag. 167), pur difendendo la frase, confermava che fin da’ suoi tempi vi era chi dubitava della autenticità sua: ma fui io il primo a negarla recisamente, fin dalla 4a ediz. di questo libro (1904), basandomi sulla inverisimiglianza delle circostanze nelle quali la tradizione voleva accaduto il fatto, sulle testimonianze di alcuni contemporanei che al fatto medesimo avrebbero dovuto assistere, sulla circostanza che il figlio stesso dello Sciesa non seppe della frase eroica attribuita al padre che il giorno in cui fu inaugurata la lapide in via della Rosa. Ma ormai ogni discussione è superflua, e dopo la restituzione del processo Sciesa e di molti altri processi politici fatta dall’Austria in seguito all’armistizio di Villa Giusti (Luzio, I processi politici di Milano [p. 408 modifica]e Mantova 1851-53 restituiti dall’Austria, Milano, Cogliati, 1919), la questione è risoluta. Il Tiremm innanz non fu mai detto, ma questo non menoma nella più piccola parte l’aureola fulgida di patriottismo che meritamente circonda la fama dell’eroico e modesto popolano il quale col suo mirabile, imperturbabile silenzio, facendo getto della sua, salvò molte vite. Il Luzio suppone che l’origine della frase sia da cercarsi nella deformazione di una risposta realmente data dall’Amatore Sciesa nel primo interrogatorio da lui reso in Polizia: «Non posso parlare, quel che è fatto è fatto» . Ma a parte che questi interrogatori non erano conosciuti dal pubblico, ho ragione invece di credere che la leggenda fu foggiata, non so bene per opera di chi, ben quindici anni dopo, in occasione di una commemorazione fatta in Milano dei Martiri del 6 febbraio 1853, fra i quali fu per strano equivoco compreso lo Sciesa, fucilato, come si è detto, nel 1851!

  1. 1190.   Più alto.
  2. 1191.   L'operare e il soffrire da forte è degno di un romano.
  3. 1192.   Dell’audacia, ancora dell’audacia e sempre dell’audacia!
  4. 1193.   Nelle grandi imprese anche l'aver voluto basta.
  5. 1195.   La fortuna aiuta gli audaci.
  6. 1201.   Ora è d’uopo, Enea, di coraggio e di saldo petto.
  7. 1202.   Eccoci a Rodi, salta ora.
  8. 1203.   Non è che il primo passo che è difficile.
  9. 1204.   I petti degli uomini faranno da muraglia.
  10. 1205.   Robusto e col petto coperto di triplice corazza era colui che primo affidò al crudele oceano una fragile nave.
  11. 1212.   Restai stupefatto, i capelli mi si drizzarono in testa, e la voce rimase soffocata in gola.
  12. 1214.   Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare.
  13. 1216.   Cavaliere senza paura e senza macchia.
  14. 1217.   Impossibile non è parola francese.
  15. 1218.   L’Inghilterra aspetta che ciascuno faccia il suo dovere
  16. 1219.   La guardia muore ma non s’arrende.
  17. 1220.   La paura e i Savoia non si sono mai incontrati.
  18. 1221.   Andiamo avanti.