Vecchie storie d'amore/III/Il polso

Il polso

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III - La dama fallace Le fonti

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IL POLSO

Sec. xviii.

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Difficile dire se il conte La Fratta amasse piú sé medesimo o la marchesa Arnisio; ma giacché per acquistarsi dal mondo la lode di cavaliere perfetto nella stima di lei e per secondare gli stimoli del cuore insisteva da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una dama cosí mutabile di pensiero e di animo egli certo amava troppo sé stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava l’Arnisio.

A dire il vero a sua scusa ella esercitava tuttavia su lui l’attrattiva dell’ignoto e del nuovo, la virtú quasi d’un fascino arcano, quantunque, a dire il vero, egli in un anno n’avesse conosciute molto singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello [p. 194 modifica] che le piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d’ironia sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra lui e lei, quand’ella aveva l’emicrania — ed era spesso —, l’esperienza e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi e ai discorsi d’entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per divagarne il pensiero doloroso e pesante e a lei bastava rispondere, a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sí, sempre sí.

Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non sapeva: se la marchesa avesse il cuore o non l’avesse. “L’ha o non l’ha?„ egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno piú nella ricerca dell’ignoto n’era piú avvinto dal fascino e ogni giorno piú s’innamorava della dama e di sé medesimo perché con sua gloria resisteva a servirla.

Finalmente l’Arnisio agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e alle arie annoiate alternando gli [p. 195 modifica] accordi e i riposi e gli assensi cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate cosí lunghe e sentimentali ch’egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore; dunque il cuore l’aveva. Né il cuore della marchesa doveva battere per altri che per lui, il quale da un anno la serviva con cura paziente e con indulgente costanza: non per altri. Ond’ecco La Fratta a studiare di quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto della marchesa Arnisio, perché ella non aveva con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o spontanei di gelosia che tutte le donne amando o fingendo d’amare sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò cosí i suoi occhi e il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che, ahimè!, troppo credette d’apprendervi.

Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse cagione non solo dall’indole sua bizzarra, ma da un intimo, segreto travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei spesso stanco o vagante [p. 196 modifica] e la voce spesso velata e mesta dicevan forse il suo spirito smarrito dietro un’inafferrabile bene, finché con uno sforzo mal nascosto di volontà non le riuscisse di riaversi o mentire, e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa; l’assiduo disturbo dell’emicrania, invece che la simulazione d’un malanno alla moda poteva essere la dissimulazione di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse, come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma piú tosto non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, quelle occhiate lunghe e sentimentali, neanche potevano essere tardi e magri compensi alle fatiche della sua servitú, ma tutt’al piú erano segni di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: “Il cuore l’ho, oh se l’ho!; ma non per voi, povero conte!„ Or bene: il conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce:

Se piú felice oggetto
     Occupa il tuo pensiero,
     Taci, non dirmi il vero.
     Lasciami nell’error.

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È pena che avvelena
     Un barbaro sospetto;
     Ma una certezza è pena
     Che opprime affatto un cor;


no: i due amori, l’uno della dama e l’altro di sé, che premevano l’animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano ad accertare la verità; l’uno, perché chi è innamorato talora dubita a torto; l’altro, perché, se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di cavaliere di spirito.

Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d’un patito che con zelante servitú e con dabbenaggine inconscia riparasse l’amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa amava qualcuno di quelli che le farfaleggiavano intorno, il quale, come minore di lui, ella non potesse assumere a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa; e come anche non pregata essa l’avrebbe lasciato [p. 198 modifica] nel dubbio, ed egli non voleva restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma invano: tal donna era l’Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna circostanza perdeva il predominio di sé medesima; né mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su quello che a lei fosse dintorno, il conte riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto, fosco, quasi spaventevole, e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a diventare ridicolo.

Ond’éccolo a richiedere di consiglio l’abate Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente arguta, e caro a tutte le dame di cui conosceva le corde piú sensibili al tocco delle sue allusioni e de’ suoi frizzi, né men caro agli amici, cui giovava d’esperienza e di senno.

L’abate consigliò: — Tastale il polso.

E La Fratta non comprendendo, quegli aggiunse: — Né i palpiti del cuore né i battiti del polso si possono frenare. Allorché ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore [p. 199 modifica] batterà piú forte e non potrai sentirlo ma il suo polso batterà piú in fretta e tu potrai sentirlo.

Al conte questa parve un’invenzione mirabile; e l’abate continuò: — Non si falla. Però ricordati che io confido la ricetta alla tua segretezza.

— Son cavaliere — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.

Essa, all’entrare del conte, era abbandonata su ’l canapè con la testa reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi: ai passi lievi dell’amico non si mosse, e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua destra rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.

— L’emicrania, eh? — domandò La Fratta.

— Sí — rispose ella in tono flebile; e La Fratta sospirò triste pur godendo d’un’emicrania almeno quel giorno opportuna a’ suoi fini.

— Chi l’avrebbe detto ierisera? — proseguí egli, non per rammentare il tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Nondimeno ebbe prudenza e chiese ancora:

— Desiderate un po’ di melissa?

— Sí — ripete la marchesa, perché di [p. 200 modifica] prammatica quel giorno era il sí: trasse un breve sorso dalla boccettina che l’amico le accostò alle labbra, e respinse tosto la mano dell’amico.

Ma — Che sguardo febbrile! — disse questi prima ch’ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso attentamente.

Toc... toc... toc...: nelle arterie, che rigavano d’una trama azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando all’avambraccio in misura placida ed uguale.

— Chi l’avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino). Corgnani giurava di perdere a tarocchi perché lo costringevate a guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d’avervi ravvisata a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi proclamò che niuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di voi il paspié. E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete febbre —. Pure, come piú d’una volta aveva profittato dell’emicrania per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, [p. 201 modifica] ritenne invece il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, trascorsa con lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con abile arte poté nominare coloro di cui aveva maggior sospetto. Ma il polso palpitava sempre uguale e placido.

“Se non è questo, se non è quello, chi sarà?„ domandava intanto La Fratta a sé stesso. “Quello non può essere; proviamo quest’altro.„

E proseguí nell’esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto sinché ebbe camminata invano la via che si era proposta. Oramai retrocedeva; s’ingarbugliava in nuove ipotesi; s’imbrogliava in nuovi dubbi; infine s’appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:

— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l’Arboldi: sdilinquiscono tutt’e due, il duchino e vostro marito.

Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse: gli era parso; ma non era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente. Per altro la marchesa era sí strana.... [p. 202 modifica]

— Io credo — riprese egli — che l’Arboldi non preferirà quel bamboccio a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c’era piú dubbio! La marchesa amava il duca, amava — strana donna! — il frutto acerbo; e il polso che aveva confessato era lí pronto a ripetere la confessione. Per prima vendetta il conte voleva discorrere e burlarsi del duchino affinché, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o, magari, piangesse, svenisse. Ma il sangue nell’arteria rifluí placido ed uguale, e solo allora trasecolando La Fratta ebbe un’idea, un lampo, quasi un fulmine: — il marito?!....

Già: a parlare del marito e dell’Arboldi il polso precipitava, martellava, scottava. Come scottato, il conte abbandonò il braccio della dama e balzò in piedi: stupito, stordito non sapeva piú che si dicesse. Diceva:

— Ma dunque, se l’abate Fantelli.... No: non è possibile! — E quando si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserí:

— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, è vero? [p. 203 modifica]

— Sí — rispose la dama; ma poteva essere il sí di prammatica.

— Siete innamorata di vostro marito: è vero?

La Fratta s’aspettava una risata dinegatrice, ma la dama, la quale, meravigliata anch’essa, era per gridare — Chi ve l’ha detto? —, ebbe tant’ira dí scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal conte, e sentí tant’odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.

— È vero? — incalzava l’altro —: di vostro marito?

— Sí! — E questo non fu il solito sí; fu un sí aspro, secco, trafiggente. L’altro continuò:

— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitú solo in ubbidienza della moda?

— Sí!

— .... ed io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?

— Sí!

La Fratta divenne rosso; ma era cavaliere, e si contenne.

— Dunque — conchiuse — non vi annoierò piú, signora marchesa! Solo permettetemi l’ultimo [p. 204 modifica] consiglio: se non volete far ridere il mondo non riferite questo nostro colloquio all’abate Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la destra dal polso febbrile e loquace: la marchesa ritrasse la destra; ond’egli, senza inchinarsi, uscí dalla camera.

Ma quando la portiera fu ricaduta dietro di lui, la dama, alzatasi vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!

Indi si chiese: “Perché non dir tutto all’abate Fantelli?„

Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione improvvisa. “Gli dirò tutto — stabilí —; e che egli rida e il mondo rida! Anzi!„

Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo ella dava al marito una prova d’amore sublime fino al sacrificio, sí che sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe piú repugnato — ella n’era certa — alle altre prove e piú seducenti prove dell’amor suo.

Frattanto il cavaliere di ritorno dalla dura [p. 205 modifica] battaglia contemplava la gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de’ suoi affetti che dolorava ferito: l’affetto di sé medesimo; giacché l’altro pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla dama di tacere aveva obliato la natura di lei e che s’ella parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della quale — cosí era strana — nulla poteva sorprendere; ed egli considerava fra sé il capriccio di lei; si stupiva di non essersene accorto prima; si rassegnava a comprendere quel capriccio meno enorme di quanto aveva giudicato prima.

Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile da secoli, con dei modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie, gelosa della dama la quale egli serviva se n’era accesa a dispetto del mondo e del cavaliere servente?

E l’orgoglio del conte dolorava; e l’altro affetto, che ancora non era spento del tutto, sussultava d’un ultimo spasimo. Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, la derisione della [p. 206 modifica] marchesa quand’ella innamorasse e seducesse suo marito!

E il battuto, fugato, disperato La Fratta concepí il disegno di salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella stima della marchesa.

Ond’eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per strada e al saluto di lui non fece né parola né cenno; di che l’Arnisio gli chiese la causa e della risposta fu sí poco contento da ammonire La Fratta che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poiché la taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la lama del conte segnò di rosso la destra dell’avversario.

Pronto questi strinse colla pezzòla dí battista il taglio che non era profondo, e poi domandò senz’ira:

— Ora mi direte perché un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere come sono io.

— Per provarvi — rispose La Fratta alla [p. 207 modifica] dimanda che s’aspettava — per provarvi che se da oggi in avanti non servirò piú vostra moglie e non entrerò mai piú nella vostra casa, la colpa è vostra.

Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capí meno di prima e ribatté:

— Spiegatevi!

E il conte:

— Vostra moglie è sdegnata meco e infastidita della mia servitú perché io, e non voi, ho scoperto ch’essa è innamorata di voi.

Allora l’Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla rivelazione del polso; fors’anche con uguale timore volse il pensiero al riso del mondo, ed egli chiese con tono e impeto d’incredulità e di sorpresa:

— In che modo avete saputo ciò? E ne siete sicuro?

— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell’abate Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro che solo per ciò un cavaliere come son io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi. [p. 208 modifica]

A tali parole il marchese sorrise e porgendo la mano ferita all’amico.

— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!