Ragionamento di messer Francesco Sansovino, nel quale brevemente s’insegna a’ giovani uomini la bella arte d’amore

Francesco Sansovino

1912 Indice:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu Letteratura Ragionamento di messer Francesco Sansovino, nel quale brevemente s’insegna a’ giovani uomini la bella arte d’amore Intestazione 28 dicembre 2017 25% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Trattati d'amore del Cinquecento

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II

RAGIONAMENTO

DI MESSER FRANCESCO SANSOVINO

NEL QUALE BREVEMENTE

S'INSEGNA A ’GIOVANI UOMINI

LA BELLA ARTE D’AMORE








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Ragionatori nel presente dialogo:

Panfilo e Silio


Silio. Egli è gran tempo che io desiderava di aver una ora a mio commodo per ragionar alquanto con voi; conciosiaché, avendo io inteso che voi sète profondo nella cognizion delle cose d’amore, avea meco medesimo pensato di addomandarvi d’alcuni dubbi, de’ quali per aventura non mi ricordo al presente, sperando da voi esser ottimamente ammaestrato in questa materia. Nondimeno, quando vi piaccia e che io non vi sia di fastidio, ardirò a chiedervi il vostro parere d’un certo che, venutomi ora ora alla mente.

Panfilo. Sempre mi piacque di sodisfar agli amici in tutte quelle cose nelle quali io mi ho conosciuto esser buono a piacere e a poter sodisfare; e però a me non farai tu giamai fastidio addomandando, conciosiaché le mie parole non son tali che io debba serbarle come sogliano alcuni, più savi nel conoscer di non far buon’opera favellando che per altro.

Silio. Desiderava d’intender s’uno uomo attempato commette cosí grave errore, amando, come si dice; perché io ho sempre creduto il contrario, parendomi che i vecchi, essendo di più esperienza e di maggior prudenza che i giovani, sappino quel che intorno a questa materia si richiede. Oltre che, il Boccaccio vuole che maestro Alberto possa, si come i giovani, amare, appellando le nostre anime «sciocche».

Panfilo. Tu, che sei giovane, non sai come vanno le cose del mondo. Però avertisci che quest’accidente, ch’è infuso nei cuori di tutti color che vivano, di tutte le creature, da noi chiamato «amore», è più degno di vitupèro in un vecchio che in un [p. 154 modifica]giovane. Perché quell’età, che col mezzo di molti anni ha veduto quel che è degno nella vita mortale di biasimo e quel che merita lode, attenendosi alla miglior parte, ci debbe dar essempio di sé non con operazion fanciullesche, ma con costumi degni e convenienti all’animo nostro, accioché noi a qualche tempo con l'esser nostro possiamo giovare alla patria, agli amici e alla casa: all’incontro nel giovane non è tanto vituperoso cotal effetto, avendo riguardo al vigor naturale. E, comeché il Boccaccio, sotto nome di maestro Alberto, conchiuda che il vecchio si può innamorare, io noi niego, ma ben lo danno, favellando però dell’amor terreno, ché di questo debbiam ragionare. Perché, se noi diremo del divino, senz’alcun dubbio i vecchi son più ardenti che non sono i giovani, e di gran lunga.

Silio. Certo che io credeva, per quello essempio, che i vecchi, amando, ne dovessero più tosto aver lode che biasimo, conciosiachési dice che Amor tosto s’apprende a’ cuori che son gentili, cioè nobili, e, se le cose antiche son nobili e gentili, chi sarà che voglia preporsi ai vecchi?

Panfilo. Quell'essempio dimostra che i vecchi hanno l’animo e le parole gagliarde, ma i fatti non s’accordano, e che essi, in questo effetto, da altro non sono buoni, essendo con donne, che da raccontar favole avenute al tempo loro, che essi soglian cosi sommamente lodare. E, sanza alcun dubbio, tieni questa conclusione: che gli animi nobili s’accendano di nobile amore. E qual sia l’amor nobile non è al presente mio intendimento di ragionare, comeché io creda che tu lo sappia cosi ben come me.

Silio. Di quanti anni intendete voi il vecchio?

Panfilo. Di quarant’anni, e fino a tanto si può comportare; ma, procedendo più oltre, non è punto lodevole: oltre che il vecchio non può quelle fatiche le quali si sopportano amando, e che i giovani sogliano per le loro amate facilmente comportare. E, se ben mi soviene, ho più volte veduto che l’amante s’assimiglia al soldato. Perché questo, intorno vestito di gravissime armi e tutto impacciato, sta, con ogni sollecitudine, animoso a difensione del luogo dal suo capitano assegnatoli.


[p. 155 modifica]E quello, allacciata e annodata l’anima da diverse cure gravi, sentendo le punture amorose, continuamente ha con ogni diligenza il pensiero alla donna amata e dalla sua sorte concessali, a suo poter difendendola da tutto quello che turbar la potesse. Questo, seco medesimo considerando quanta fusse la sua felicità vincendo il nimico, conciosiaché quella vittoria li partorirebbe commodo e di preda e di onore, ond’egli potrebbe agiatamente vivere, vi aspira con tutto il core, la cerca per ogni via, la tenta da ogni lato. E quello, con saldo pensiero discorrendo quanta sarebbe infinita la sua gioia ottenendo d’esser dal suo dolcissimo oggetto amato e auto caro, conciosiaché Tesser amato gli apporterebbe ogni contento che di cosa amata si può desiderare, onde la sua vita sarebbe e quietissima e soave, ansioso procura con ogni arte, con ogni ingegno arrecarla al suo intento. Questo, tutto costante per altrui nuocere, non avendo riguardo a se medesimo, si mette a pericolo di fuoco, di rovine, di ferro; e quello, con accesa mente desiderando che dalla amata sia conosciuto l’animo suo, non ha riguardo né allo onor, che è il secondo pregio, né alla vita, che è il primo di tutte le cose. Conchiudo per questo: che ne’ vecchi non può cader l'amor corporale né le fatiche che si hanno per quello. E però dissero alcuni che brutta cosa è vecchio soldato e vecchio innamorato.

Silio. Ond’è che i vecchi s’innamorano dei giovani, e all’incontro le giovani dei vecchi?

Panfilo. Perché il sangue del giovane, che è dolce, puro e sottile, tragge facilmente a sé quel del vecchio. Ma che una giovane s’innamori del vecchio non ho io, per quanto io sappia, giamai veduto. È ben vero che infinite volte è avenuto che la donna giovane, lontana dai diletti del mondo, desiderosa d’appoggio atto a governarla, si ha per marito eletto vecchio uomo, non costretta d’amor, ma da retta ragione. Appresso ho veduto una giovane accendersi della virtù d’un vecchio: e, in verità, chi sarebbe colei che, adornata essendo e vestita d’alquanto di giudicio, non amasse sommamente il Bembo, vedendolo tra le donne cosi piacevole e cosi grazioso? Ma questa si chiama più tosto «affezzione». Cosi dico degli uomini giovani: cioè [p. 156 modifica] ch’essi non amano donna che abbia trapassato il segno di quarantanni, se per aventura la sua bellezza non fusse tale che ella non fusse, punto o qualche poco, smarrita da quella della sua giovinezza. Altramente chi s’avolge negli abbracciamenti di vecchia, lo fa per utile o per consuetudine. Per utile, quando i giovani o non spendano il loro o veramente ne avanzano; per consuetudine, quando, legati insieme, non possano a volontá loro guardarsi l’un dall’altro. E, se cotal amore procede perfino alla vecchiaia dell’uno e dell’altro, non diremo giamai che egli si possa con propria voce appellare «amore», perché, per la consuetudine, quell’ardente desio si converte in estrema «benivolenza»; laonde non cade piú tra l’uno e l’altro quella contentezza e quella dolcezza che sente uno amante dell’altro, essendo giovani. Chi dirá adunque che l’amor giovanile non sia piú grato e piú da seguitare?

Silio. Confermerei tutte le vostre parole, quando io non sapessi ch’i giovani in questa materia son fallaci. Hanno poca pratica nel governo e non si contentan mai; e tanto dico di noi quanto delle donne, favellando generalmente.

Panfilo. Ragiono di giovanezza atta e convenevole a questo essercizio. Perché il frutto acerbo lega i denti e il molto maturo dispiace altrui, sempre si debbe di tutte le cose elegger il mezzo. È ben vero che si trovano alcuni, i quali, piú tosto trasportati da strano appetito che da regolata considerazione, giudicano che la donna amata non debba trapassar i quattordici o diciott’anni, perché ella in quel tempo è sul fior della sua bellezza ed è di piú contento e piú atta, dicano, alle nostre consolazioni.

Silio. Si veramente, perché esse, quasi gemme, rilucano negli adornamenti loro: ogni lor atto, ogni riso, ogni guardo, ogni movimento vezzosamente fatto riempie altrui l’anima di gioia inusitata.

Panfilo. A me non piacque giamai cotal opinione, anzi sempre ho veduto elegger il mezzo, cioè la donna che abbia venticinque anni, perché ella in quella etá, fermato il giudicio, val molto piú che la fanciulla di dicianove o diciotto non vale. [p. 157 modifica]

Silio. Chiaritemi questo dubbio.

Panfilo. Quale?

Silio. Se l’amata debbe esser vedova, maritata; religiosa o donzella.

Panfilo. Delle religiose non se ne favella. Ma delle vedove tanto dirò che colui, che per aventura ha donna vedova, speri bene e non cerchi piú oltre. Voglio adunque che l’amata abbia marito; lasciando indietro la donzella, come colei che si debbe in tutte le cose per piú rispetti fuggire.

Silio. Perché volete voi fuggir le donzelle?

Panfilo. Eccomi per aventura acceso in una giovane di dicianove anni sanza marito; acceso, dico, in maniera che, ostando a principi, posso con facilitá trarmi adietro. Non so i suoi costumi: vedrò che ella ará caro che io l’ami, risponderammi con i risi e con i guardi non per mio ben, ma per suo natural costume. Che farò?

Silio. La seguirete, le mostrarete il cor vostro con quel miglior modo che possibil fia, cercarete di acquistar la sua grazia, vivendo in speranza di riuscir a qualche buon fine.

Panfilo. Ella, che non ha cognizione di quel fine che si desidera dall’amata, non considera quelle cose che io faccio a dichiarazion dell’amor che io le porto; non procura con tutta l’ardenza dell’animo di provedere a tutto quello che mi può ritornar in salute e in contento; il suo guardo non è verso me, come il mio, cosí affettuoso, cosí penetrabile e cosí saldo; non mi vede nella fronte tutti quei pensieri scolpiti che le s’aggirano intorno, talvolta dolenti, talvolta contenti; le giova ch’io l’ami, ha caro vedermi assiduo a contemplar il volto, gli occhi, ma non conosce perché. E, comeché ella senta dentro nel core un certo che di soave, che con dolcezza la conduce a tacitamente sospirare, non sente però, pensando, quella gioia che io provo, a lei affisando il pensiero. Inoltre non sa cautamente governarsi in accettando lettere, doni, favori e simil’altre cosette, dagli amanti alle donne mandate per segno di cortesia; anzi, timida, come non usata, si dá a credere che tutti la guardino, pensa tra se medesima di commetter gravissimo errore amando, [p. 158 modifica] e dubita di non esser dalle persone o da’ suoi còlta in fallo. Ma, caso che ella acconsenta a concedermi tanto d’agio sí che io possa raccontarle il mio desidèro, si conduce con tanta paura, con tanto fastidio, che è una maraviglia a pensarlo. Ella, da piú considerazioni stimolata, talor si tira adietro; talor, tutta accesa, fatto animo, schernisce la gelosa madre e il sospettoso padre. Finalmente, meco ridotta, che pianti, che sospiri, che dolori son quelli co’ quali ella mi dona il frutto delle mie tante fatiche! Intanto sopragiugne pericolo, laonde bisogna e fuggire e nascondere e trovar invenzioni per difension dello onore e della vita dell’uno e dell’altro. E come credi tu che una giovane, che a pena ha veduto l’aria, vaglia in tali cose? Considera alquanto (poiché tu m’alleghi le Novelle del Boccaccio) il caso della Caterina di messer Lizio, quel dell’Agnolella e quell’altro del Pinuccio, e vedrai quanti affanni, e a che pericoli, e in che fastidi fussero gli amanti per loro.

Silio. Voi dite il vero.

Panfilo. Ècci poi questo disavantaggio: che le donzelle non vanno alle commedie, alle feste e a’ luoghi publici, ove gli amanti concorrano, ove i giovani fanno conoscere il lor valore, ove Amore altrui presta occasione d’accomodarsi, e di dove mai donna alcuna non si parti sanza qualche poco di fiamma. Anzi, discontente e ristrette da voleri e da piaceri e da comandamenti de’ padri, delle madri e de’ fratelli, il piú del tempo rinchiuse dimorano nel piccolo circuito delle lor camere; laonde ad altro non penso io che si possa assomigliare lo stato loro che a una viva morte, se possibil fusse che la morte vivesse. D’altra parte, se tu riguardi i fastidi, i disonori, i discontenti, i pericoli che avengano se per aventura la donzella s’ingravida, per certo tu dirai che l’amor della donzella sia da fuggire. Quante case si son rovinate per questo accidente! quanti uomini morti! quante famiglie disperse!

Silio. Dican pure che vi si truova rimedio.

Panfilo. I fisici non acconsentano a cotal opinione, e l’esperienza dimostra la opinion loro esser falsa, e delle dieci le nove si scuoprano: però il Boccaccio con la novella [p. 159 modifica] della Violante ammoní gli amanti a non si curar di donzella, s’essi non vogliano ritrovarsi in pericoli. All’incontro, s’io procaccio di compiacere agiovane da venticinque anni in lá che abbia marito, che vita, che contento sará il mio! Ella, guardando entro agli occhi del mio core, legge manifestamente tutti i miei pensieri, e, vedendo per gli effetti che ella è mio solo contento, corrisponde, se non con la medesima ardenza (perché rare volte l’amore è corrispondente d’ambo le parti), almeno con poco minore. Laonde ella procura di non mi dispiacere in atto veruno; sa guardarsi da quel che ella conosce che mi potrebbe dar vita amara comettendolo; fugge, s’ella è di giudizio (perché io presupongo gli amanti di qualche intelletto), di non mi condurre a disperazione, sí che io ne possa perdere e lo onore e la vita. Anzi con gravitá, con bel modo, ora sostenendomi con le graziose parole, ora con gli angelici risi, e talora affrenandomi con ragionevol disdegno, mi conduce a porto sicuro. Inoltre sa trovar i tempi, i luoghi, le commoditá per i nostri ragionamenti, per le nostre contentezze, non avendo le guardie che hanno le donzelle; e, se pur i mariti son gelosi, elle per si fatto modo si sanno governare, che elle conservano la grazia loro, la pace nelle case e lo onor tra le genti. Non è maravigliosa l’astuzia di madonna Isabella salvando il cavaliere e Lionetto? Non è miracoloso il savio procedimento della moglie d’Arriguccio? Che ti par di quella di Tofano? E di madonna Beatrice d’Egano? E della moglie di Gianni?

Silio. A me pare che non sia comparazione dalle donzelle alle maritate.

Panfilo. Perché queste sono instrutte da una esperienza, che le governa in questo effetto sicuramente e sanza lor danno. Lascio di ragionare di che qualitá sian i baci, i risi, le parole, gli scherzi, le carezze e gli abbracciamenti di quelle che hanno provato che seme e che frutto sparga e produca quel desiderio che è da noi chiamato «amore».

Silio. Adunque, secondo il dir vostro, tutte le maritate hanno provato amore. [p. 160 modifica]

Panfilo. Si veramente; e, se non fuori, almen nel marito. Perché facilmente s’applica l’animo a quelle cose che porgano altrui diletto; e la donna dallo uomo accarezzata (non provando altro uomo) come può non amarlo?

Silio. Di sopra diceste che la donna debba esser giudiciosa: che farò dunque, se per natura quasi tutte son semplici?

Panfilo. Bisogna distinguere in che. Perché, se noi ragionaremo della guerra, se della mercatanzia, se degli Stati, allora dirò che le donne in queste cose non son di quell’eccellenza e di quella accortezza che lo uomo. Ma, se si fará menzione delle cose d’amore, conchiuderò che elle tutte generalmente se ne intendano, conciosiacosaché la donna è il vero oggetto, il vero albergo di cotal passione. Né per altro è stimata né per altro aúta cara che per questo effetto; e che sia il vero, mai non si truova che contento alcuno sia interamente perfetto sanza donna. Tutte le nostre fantasie guardano a quel fine. Per tutto si truova la donna: e, quando la sua bellezza è sparita e che il viso, pieno di rughe e sanza il vivo calore, ha perduto la sua candidezza cosi grata a’ riguardanti, non si corteggia piú, non si stima, non si ha piú in considerazione e da tutti è quasi fuggita; il che nasce perché ella è solamente nata per i nostri diletti, i quali esse fuggendo, offendano e lor medesime e la natura, che a ciò le ha prodotte. Caso poi che la tua donna fusse rozza negli amorosi piaceri, tu amante, che le sei dato per suo cultore, debbi con i debiti mezzi indirizzarla a quella bella strada che l’altre calpestano, che hanno in cosí fatte cose giudicio.

Silio. Deh, per grazia, mostratemi per che cagione i giovani acerbi, come diceste, non son al proposito per le donne.

Panfilo. Egli è ragionevole, avendoti detto le qualitá delle fanciulle donzelle. E però egli è da considerare che tutte quelle donne che, avendo poco riguardo alla lor qualitá, si rimettano alla volontá di questi sbarbati, di questi nuovamente venuti al mondo, fanno gran fallo e comettano errore, sotto il quale le piú volte queste tali sogliano essere vituperate e mal condotte. Essi, come coloro che non hanno ancora provato ciò che sia affanno, ciò che [p. 161 modifica] II - RAGIONAMENTO D’AMORE IÓI

sia perdimento di onore, ciò che importi la vita, sono importuni, fastidiosi, impronti, sfacciati; non hanno avertenza a cosa veruna, non si curan di quello che le genti si dichino; instabili, vanno dietro a quest’e a quell’altra, e, della loro beltá fastosi e superbi, non son cosí facili alla pietá, non cosí pronti agli offici debiti in cosí fatta materia. Ogni cosa, come che di poco importanza, fa loro sospetto; onde, sdegnati, mai non si quietano, sempre sospirano, e, schernendo le cose che loro sarebbero utili, si dánno a credere che altri che lor non sappia di questa materia; onde, non ascoltando né pareri né consigli d’alcuno, tutto quello adoperano che lor viene alla mente. Essi desiderano dall’amata ogni favore, ogni contento, e. fuor di tempo e di luogo, cercan piú tosto di tórre altrui che di dare. E, se per aventura egli aviene che essi aggiunghino alla desiderata vittoria, tosto lo dicano al compagne \ all’amico; tosto ne fanno ricordo, e di tanto ne hanno dolcezza, quanto che essi vanno altrui mostrando l’amata donna, di piú dicendo di quello che è seguito in effetto. Oh misere, oh veramente infelici quelle giovani che s’incontrano in cosí fatti amanti! Di quelle, dico, che hanno cura allo onore, perché io non intendo di favellare delle donne che, se medesime vendendo, fanno copia di loro stesse ora a questo ora a quell’altro. Conciosiaché queste cosí fatte non son degne di tutto l’amor degli uomini valorosi e che essi spendino per loro i passi e le ore, essendo comuni.

Sii. io. Che etá adunque sará quella dell’amante?

Panfilo. Tu, Silio, che hai ventiquattro anni, sei di quell’etá che a me piace. E non debbe l’amante esser di meno: perché lo uomo comincia ad affrenar la vivacitá dell’animo, cresce il giudicio, si conosce qualche cosa del mondo, si sta contento a quella sola che si colloca nel core; basta un sol guardo, una sola parola della amata; non s’importuna, non si gareggia, anzi tacito si sofferisce ogni affanno, e, procedendo con modestia, si gode dell’amata sanza disturbo. Mai non si lascia l’impresa se non per importantissima causa, cioè se la donna fusse disonesta con altri, avendo caro il tuo male; sempre s’os serva, sempre si loda e sempre oltra tutte l’altre cose si celebra;

Trattati d’Amore del Cinquecento.

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e finalmente nell’amante debbano esser tutte quelle discrezioni che erano nel gentilissimo animo del costumato Baldassare Stampa, giovane di somma speranza, se la malvagia fortuna e la sua crudelissima Giulia non interrompeva lo stame della graziosa sua vita.

Si lio. Questo non credo io giá; perché quanti ne son di trent’anni, che non hanno pur una sola di queste tante cose che voi dite, anzi vituperano le povere donne e se ne ridano!

Panfilo. Per questo non resta che il ben non sia bene e il vero non sia vero, s’i malvagi e i perversi dicano e fanno il contrario. E in veritá che quegli uomini, che offendano cosí caro, cosí amato, cosí piacevole animale, come è la donna, son offuscati da ignoranza, non son d’animo nobile, non son amanti eletti, ma piú tosto vili e di poco cuore! E però non metto questi tali nel numero di coloro cui si conviene essere innamorato, perché non tutti son atti a questa nobilissima scienza, a tutti non è lecito perfettamente, secondo il mondo, amare.

Silio. Anzi io giudicava che amor si convenisse a tutte le genti.

Panfilo. Tutto il contrario. Non niego giá che tutti gli uomini, tutte le piante, tutti gli animali e tutte l’altre cose non abbino qualche volta sentito, e non sentino, cosí fatta gioia che quella è che Amor ne presta; ma non concedo giá che tutti siano stati o al presente siano amanti, con quella prudenza e con quell’arte, che accresce molto piú la fiamma amorosa che s’ella fusse da per sé naturale. Perché, considerando bene, noi vedremo che coloro che si essercitano in qualche mistiero, avendo l’animo intento al guadagno, non possano interamente amar la donna. I mercatanti son col capo involti in troppo faccende, laonde difficilmente possan pensare a questa materia. E a punto il tempo e i continui pensieri son quei che nutricano amore; come dunque lo potrá colui nutricare, che col pensiero sará rivolto a’ cambi di Lione, alle navi di Soria, a’ cotoni di Cipro? T ricchi similmente, che si confidano su la potenza del danaio, non amano: perché non si tosto piace loro un bel volto, una [p. 163 modifica] gentilesca fattezza, che essi con l’oro conseguiscano il desidèro loro; laonde non rendano il guidardone all’amata, amando. E tu sai che altra cosa non può pagar colui che ama, che esser amato.

Silio. A punto le donne si dilettan dei ricchi.

Panfilo. Le avare, le villane di spirito, le ingorde e le povere di facultá. Ma che diremo noi dei belli ?

Silio. Come? Non volete voi tra gli amanti i belli?

Panfilo. Si; ma tutti coloro che non s’arricciano il capo, che non son femminili, che non hanno volto cosí delicato, che non si lisciano, e che insomma non hanno punto della donna in cosa veruna. Perché altramente la donna fa cattiva e malvagia elezzione, conciosaché ella non è sola in amarlo, laonde piú tosto e con piú facilitá si discuopre da terza persona il suo amore; oltra che questi belli son troppo di lor medesimi alteri. Dopo questi, la donna debbe fuggire i gran maestri, perché essi sempre son col pensiero in cose grandi e importanti, mai non son soli, tutta via gli accompagna un numero sanza fine di famigliati e di amici; e il Boccaccio ci mostrò, con l’essempio di messer Lambertaccio, quai siano i grandi. Appresso si truovano alcuni altri al mondo, che, non avendo per fin loro intrattenimento col quale essi fuggino l’ozio e il rincrescimento della vita, come per disagio si danno a vagheggiar questa e quest’altra. Essi, tutti vestiti di ricami, di tagli, di cortigianie, vanno per la cittá tutto il giorno intero scorrendo: a questa mostrando il core, a quell’altra l’anima, giurando e promettendo cose grandi. Ma poi, insieme a ragionamento adunati con gli amici, scherniscano le semplicette che lor hanno creduto. De’ religiosi non ne favello, perché, oltra che s’offende Dio, s’incorre nel mondo, appresso gli uomini, in vituperoso nome.

Silio. Che vuol dir adunque che elle oggidí si danno a’ frati con tanta divozione?

Panfilo. Quella che il fa non chiamerò giammai donna, ma sfacciata, impudica e degna di gravissimo castigo. Né giamai dirò che elle abbino intelletto (comeché elle dichino che, per tenerlo secreto, non si può trovar meglio che i frati); anzi [p. 164 modifica]

sempre le giudicai di vilissima condizione, e piú tosto sciocche che altramente. Chiariscatene fra Rinaldo e frate Alberto da Imola.

Silio. E quelle che si concedano ai famigliari di casa e a cosí fatte persone?

Panfilo. Essendo nobili, son degne di quei personaggi, conformi alla loro ignobilitá, non nobiltá.

Sino. Quella d’Egano, Lidia, la Violante e Gismonda?

Panfilo. Anichino non fu né servo né schiavo, ma gentilluomo e per animo e per nazione; né gli acconsenti se prima ella non fu da lui chiarita del suo stato. Lidia s’innamorò di Pirro, nobile e giovane, acconciatosi con Nicostrato per apprender costumi gentili, non perché gli fusse bisogno di procacciarsi il pane. La Violante scuso io con l’esser ella donzella: le quai di sopra ti ho detto essere e di poco giudicio e di poca esperienza. Gismonda se medesima difende innanzi al padre con le tante ragioni da lei per il suo Guiscardo cosí animosamente allegate.

Silio. Chi dunque volete voi che possa esser amante?

Panfilo. Colui che è di statura mediocre, commodamente agiato de’ beni della fortuna, nobile e d’animo e di sangue, letterato, musico, intendente della scultura, della pittura e dell’architettura (arti nobilissime e belle), prudente, legiadro, animoso, pratico, astuto, grato, amorevole, affabile, piacevole e dolce; uomo non accompagnato da moglie, non prete, ma sciolto e di volontá di esser libero sempre: e insomma debbe esser di quieta e riposata natura, con tutte le qualitá che a perfetto uomo si convengano.

Silio. Certo che voi dite il vero. Ma come debbe esser l’amata e di che condizione?

Panfilo. Se possibil fusse, della medesima eccellenza che è lo uomo; e, non potendo essere, si abbia almanco riguardo che l’amata sia sempre nobile, perché con altra creanza è allevata e nutrita una nobile che una eh’è di bassa condizione; e altro acorgimento, altra maniera osserva quella che questa. Vedesi per pruova le nobili esser generose e intendenti per lo [p. 165 modifica] pivi, e le ignobili tutto il contrario; oltra che si truova per precetto che l’uomo tuttavia alluoghi il cuore in donna di piú alta condizione che egli non è.

Silio. Che gente è quella che non fa stima dello amor delle donne nobili o non nobili?

Panfilo. Sono i platonici, cioè contemplativi della bellezza piú perfetta, che essi dicano che cjnsiste nello uomo, col mezzo della quale ascendano alla divina. Ma lasciamoli andare, essendo sospette le loro azzioni. Conciosiaché essi non s’aveggano che, se piacesse tanto loro la perfezzione, amarebbero piú tosto un uomo attempato che un giovanetto inesperto, e che, quando il giovane entra nell’etá virile, non lo lasciarebbero. Oltra che, essi non sanno che, lá dove può cader il desiderio inonesto del terreno amore, non può cader l’amor contemplativo compitamente perfetto.

Silio. Deh, se non vi rincresce, poiché noi siamo tanto a dentro, ditemi che governo fia il mio, essendo io innamorato in cosí fatta donna come voi volete che questa sia.

Panfilo. Cosi fatto come tu intenderai, considerando le mie parole.

Silio. Le considero, le gusto, le ascolto volentieri.

Panfilo. Primieramente tu hai da notare che io faccio differenza dall’innamorarsi a caso all’innamorarsi a volontá, cioè ad elezzione; onde il modo di governarsi nell’una e nell’altra specie non è tutto uno.

Silio. In che modo?

Panfilo. Colui che s’accende di bella donna, o che agli occhi di lui tale appaia, guidato dalla sua fortuna, non sa l’intrinseco del cuor di colei, non conosce s’ella è fèra o mansueta, s’ella è piacevole od aspra: e però non può l’animo in un tratto discórrere il modo che egli debbe tenere in acquistarla, non può fondarsi in se medesimo, non sa trovar armi atte ad espugnarla; perché, se bene egli pensa adoperare un effetto, forse che la medecina è contraria. Quell’altro, che s’elegge la donna conosciuta per innanzi da lui, non può se non aggiugnere a buon fine. [p. 166 modifica]

Silio. Son contento eleggiamola.

Panfilo. In questo caso si ricerca giudicio, perché molti amano e poi eleggano; laonde, ingannati rimanendo, non hanno quegli amori quel fine che noi ricerchiamo nel vero amante. Laonde non è se non ben fatto elegger prima, e dopo amare, con acuto occhio considerando la qualitá, la creanza e il proceder della donna da eleggere.

Silio. Voglio averla eletta uguale al mio stato e ne voglio alquanto esser acceso: che debbo fare?

Panfilo. Poco posso insegnarti, perché di tanto è maestro Amore, ché egli in una sola ora assai piú ti può mostrar che io giammai non potrei a lungo pensando. E agli amori che son finti si ricercano gli ammaestramenti, ma quei che son veri non hanno di bisogno di cotai sostenimenti, perché la veritá sanza dubbio vince in tutte le cose e l’arte e l’imitazione.

Sino. Qual è vero amore?

Panfilo. Quel di colui che ad altro non pensa mai che all’amato oggetto; che, astratto da tutti gli altri, vive col nome solo dell’amata donna; che, sollevato da terra, se medesimo pasce della amara dolcezza dell’amata bellezza; che, quasi se stesso trasformando, vive nell’altrui essenza; e che finalmente non abbia a sé cura, anzi per l’amata disponga e facultá e la propria vita, magnificandola, essendone geloso e difendendola.

Silio. E dove si trova un cosí fatto amante?

Panfilo. Per ogni luogo. Cosi non procedesse dalla ingratitudine o dalla discortesia o dalla crudeltá o dalla instabilitá delle donne, come gli amanti in eterno le servirebbero, non lasciando questa per quella !

Silio. Certo so io che le sopradette cose (amando veramente) non mi ponno essere insegnate, nondimeno io so pure che si truovano alcune circostanze ch’ogni uomo può usare in amando.

Panfilo. Questo si.

Silio. Però ragionatemi di queste.

Panfilo. Tu adunque, amando persona che il favellarle non ti sia disdetto, debbi ne’ tuoi ragionamenti, cosí, da lontano, [p. 167 modifica]

introdur cosa che piacevole e amorosa sia, in quella dimorando con lunghi giri di parole. Talvolta raccontando cose avenute di felicitá, talvolta dolendoti che la fortuna non ti abbia concesso d’esser un di quei tali da te ricordati. Appresso non è mal fatto mostrarti desideroso di servir donna che ne sia degna, te medesimo e la tua natura dipignendo. Intanto affisa lascivamente il guardo negli occhi di lei, perché quel tuo pensiero, insieme abbracciato col raggio dell’occhio, discende al cuor della donna, penetrando per entro gli occhi suoi, e, dentro appigliandosi, si rivolge nelle piú secrete parti, corrompendo il sangue, quasi che veleno fusse, il tuo nome e il tuo desiderio saldamente imprimendo nel core. Ma, s’ella alle tue parole si muove, s’ella con la luciditá del guardo acconsente al tuo volere, tu con le tue parole accompagna il tuo desiderio, quelle tutte indirizzando al segno da te prefisso con la considerazione. Tuttavia con non inteso artificio discendi a lodar quella parte della quale tu conosci lei dilettarsi, ma con quella debita modestia che si conviene a persona di qualche conoscimento; conciosiaché la troppo estrema lode dá altrui saggio d’adulatore, oltra che colui che loda dimostra il lodato di poco intendimento, conciosiaché egli lo voglia persuadere a credere quello che egli, meglio che ogni altra persona, conosce in se medesimo. Loda adunque modestamente quella parte che è in lei piú lodevole. E, in veritá, che altro mezzo si può trovare, che piú vivace e piú possente sia, che la lode? E specialmente in oggetto che ha ogni operazione rivolto a fine di esser lodato? Ma, piú oltre passando, ti avertisco d’una altra cosa di non minor importanza.

Sllio. Di che?

Panfilo. Di levarle tutti quei mezzi dal pensiero, che la potessero condurre ad aver sospetto che il tuo amor sia finto. Né altro è piú impresso nella loro idea, né d’altro ci biasimano, che del fingere; perché, non fingendo (dican elle), d’una sola e non di tante ci contentaremo. Ma il rimedio sará: ogni volta che tu medesimo, ragionando, altra non lodi che lei, d’altra non faccia stima, altra non le nomini innanzi, offerendole sempre [p. 168 modifica]

d’esser pronto alla sua volontá, anzi talvolta riprendendola che ella abbia rispetto a servirsi di te e d’ogni tua cosa.

Sino. Mi piace.

Panfilo. Inoltre di che giovamento credi tu che siano i sospiri, favellandole, e la pallidezza del volto? Ella tosto addomanda la cagion dei sospiri o, invece di domandare, sorride; o veramente con gli occhi ti dimostra il suo intento, perché gli occhi son dimostratori dell’animo. La domanda di madonna Beatrice, fatta ad Anichino, gli aperse la strada alla desiderata vittoria.

Silio. Caso che la donna si partisse perché io le ragiono di cosí fatte cose?

Panfilo. Non dispiacque mai, comeché onesta, comeché pudicissima, a donna veruna il ragionamento dell’amante. S’ella non risponde, s’ella fa sembiante di non prestarti l’orecchie, allora pensa alle tue parole, l’essamina; e però, prendendo da questo occasione, le puoi piú a dentro mostrar il core, procedendo in parlando. In veritá che quella donna, che ascolta l’affettuose parole dell’amante, allaccia se medesima; e se medesima inganna, s’ella crede da lui partirsi sciolta. Le parole hanno piú forza che tutte l’altre operazioni, e tanto piú negli animi delicati. Giamai non acquistava il Zima la sua bella donna, se egli in sua presenza non le spargeva un mar di parole e un fiume di lacrime innanzi. Però non temere d’offenderla con le parole: assai basta di averle messo l’amoroso tarlo nel cuore. Ella, sola ridotta, risponde, addomanda, conferma, ribatte e conchiude tutte le sue addomande, tutte le risposte e tutte le proposte fattele il di innanzi. E, d’altri non essendo, eccola tutta graziosa, tutta gioiosa, ma alquanto turbata, a concederti altrettanto tempo, accioché si possa in ragionando dispensarlo. Come dunque non potrai questa seconda volta non sospirare, non ardere e non le discoprire il tuo male, cacciando la paura?

Silio. Per che cagione?

Panfilo. Conciosiaché ella ti si conduca innanzi, perché i tuoi ragionamenti le piacquero, perché ella è col cor divenuta tua.

Silio. E s’ella amasse altro, a che partito sono io? [p. 169 modifica]

Panfilo. Amando altri, può anco, usando teco cortesia, persuaderti a rivolgerti altrove e, se fusse impossibile, sa con parole, con gli atti e coi mezzi tenerti acceso e contento. Ma, s’ella è sciolta e per te presa, eccola sollecita con onestá e accesa con prudenza.

Silio. E se pur ella fosse ostinata?

Panfilo. Sta’ saldo nel tuo fermo proposito, perché, amando, pregando, essendo continuo, non è che col tempo non si penetri nei petti di ghiaccio: la servitú finalmente è qualche volta conosciuta. Ma, perché tu non abbia a ridurti a cosí fatto partito, eccoti un segreto.

Silio. Dite.

Panfilo. Sempre ne’ ragionamenti assicura la donna della onestá tua.

Silio. In che modo?

Panfilo. Mostrale d’esser onesto, mostrale d’amar con animo casto e desideroso dello onor suo, procura con tutti i mezzi possibili la salvezza della sua fama, non esser ardito e presuntuoso a toccarla; perché ella, tale vedendoti, fatta piú sicura, s’allarga e con le parole e con l’operazioni: laonde, venendo poi il tempo, che in cosí fatte cose conduce seco le commoditá, opera quello che è conveniente all’amante, se l’amata ti ama con ardenza.

Silio. E s’ella non mi amasse tanto?

Panfilo. Non esser ardito, perché egli aviene che le piú volte ne nasce odio e inimicizia e sazietá.

Silio. Ditemi s’io posso arder per due.

Panfilo. No, con tutta la forza dell’ardore, perché diviso non opera né in questa né in quella; anzi tosto si spegne. E cosí fatto era quello d’Ovidio, scrivendo a Grecino delle due donne, essendo l’uno e l’altro di poco valore.

Silio. Che parole debbano esser le mie?

Panfilo. Tale che la materia richiede e che l’occasioni e le necessitá vogliano, e secondo che il tuo giudicio comprende esser ben fatto, perché di queste non se ne può dar regola particolare. [p. 170 modifica]

Silio. E se mi mancasse la commoditá di vederla a ogni mia riquisizione?

Panfilo. Comporta, aspetta l’ora, non passando mille volte, come usano alcuni, per la contrada; perché i riguardanti, come desiderosi naturalmente di saper gli altrui fatti, tosto conoscano i tuoi andari, presto s’aveggano della cagione: laonde si diventa in pochi di favola del popolo. E però ti consiglierei, oltra questo, di lasciar indietro e le musiche e i canti, che la notte si sogliano dagli amanti fare all’amate donne; perché cotai ceremonie non servano a cosa veruna, anzi son molto contrarie alla salute e allo onore dell’una e dell’altra parte...

Silio. Che vuol dir quel riso?

Panfilo. E’ mi ricorda che una volta, a’ miei tempi, alcuni amanti faceano una musica a una bellissima donna; il cui marito, essendosi aveduto della fantasia di costoro, levatosi tutto in camiscia, menò seco la sua bella donna a una delle finestre ad udire. Laonde, gli amanti finito avendo di cantare e partir volendosi, il buono uomo, chiamando, li pregò che tornassero a dietro, e, alzata la camiscia, mostrando loro il piuolo, datogli dalla natura a bastanza da piantar gli uomini, disse: — Discantate pure a vostro modo, ché i canti non giovano: non vi affaticate altramente, ché la mia donna si contenta della mia masserizia. Si che andatevi con Dio e procacciatevi altrove. — Non ti curar adunque di molestar quella che tu ami, comeché tu conosca che ella ne abbia piacere, non vedendo di cavarne utile alcuno.

Silio. Adunque, secondo il dir vostro, non avendo a passare né a dilettar la mia donna, come potrò vederla, come potrò ricordarle che ella mi tenga a mente?

Panfilo. Non niego che tu qualche volta non passi; ma, se tu la puoi vedere nella chiesa, a’ conviti, alle comedie, alle giostre non basta?

Silio. Mi avete detto poco fa che io fugga dagli occhi delle genti; e al presente mi persuadete il contrario, mandandomi in luoghi cosí publici?

Panfilo. Silio, se tu consideri bene, vedrai thè ne’ luoghi publici si riguarda meno all’altrui operazioni di quel che si fa [p. 171 modifica] ne’ privati, perché nella chiesa molti altri vi sono per quella medesima causa: laonde, passeggiando, non si guarda agli altrui fatti, gli occhi di ciascuno son liberi, non si niega a persona il riguardar dove piú l’è in piacere; e però l’amante può cautamente goder con gli occhi della donna amata, e con gli occhi favellarle, e farla accorta del suo pensiero. Tuttavia a me parrebbe che il savio amante stesse lontano e fuor della turba degli altri. E cosí notò la Fiammetta del suo Panfilo. Ma alle feste s’osserva un’altra legge, perché tanto si contempla costei come colei. Ma, se per aventura tu fussi posto, sedendo, all’incontro della tua donna, abbia cura a non l’affisar col guardo per si fatto modo che tu, di te medesimo dimenticato, non ti aveggia di color che all’intorno ti guardano; anzi con bel modo, alla tua accortezza conveniente, servendo gli altri le loro, servirai tu la tua. Il simigliante si debbe osservare ne’ ragionamenti, nei piaceri proposti, nei giuochi da fare, sempre generalmente proponendo o favellando, accioché la particolaritá non ti offenda. Alle comedie, essendole appresso, quasi come da te non conosciuta, l’osserverai: cioè con rispetto debito, non le toccando la veste, non le favellando piano, accioché altrui non si mostri il tuo desidèro. Ma, quando si possa far senza sospetto d’esser veduto o sentito, si concede e questo e piú oltre. Tanto intendo della giostra, nelle quali con l’imprese, coi motti, con le fogge si può far pveduta la donna della tua affezzione.

Silio. E se, cor tutte queste cose, ella non conoscesse che io Parnassi?

Panfilo. Impossibil cosa è che l’amata non s’aveggia tosto chi per lei si consumi; ma, quando pure ella non volesse vedere (che sarebbe mal segno) o non vedesse in effetto, che altro si può far che avisarla con lettere? Tuttavia questo mezzo è pericoloso per mill’accidenti, che possano avenire e che sogliano agli sfortunati amanti accadere; perché né famigliare né donna né parente si ammette volentieri a cosí fatto officio, perché troppo son maligne le genti. Tosto che si dimostra affezzione, e pura e semplice, a persona che ne sia degna, si giudica male; tosto si truovano invenzioni da turbar l’altrui felicitá, guastando altrui [p. 172 modifica]

lo onore e la pace. La donna, che, sotto spezie di confessione, ingannò il santissimo frate, ne mostrò il mezzo col quale dobbiamo procedere in mostrando noi medesimi alla amata. Quando sotto velami si possa far con terza persona l’officio che farebbe una lettera, ne farei molta stima. E, quando, non cosí come si desidera, l’imprese vanno al contrario, bisogna, sopportando, aspettar miglior tempo, perché, se non oggi, domani...

Silio. Piacemi il vostro consiglio; ma, perché (passando piú oltre) io desidero d’intender come io debba conservarmi nella grazia dell’amata, vorrei che voi piú particolarmente mi agguagliassi di quello che io debba osservare.

Panfilo. Silio mio, questa è regola generale: che, amando, tu sottilmente abbia cura a non offender in cosa veruna la tua donna; e questo averrá quando si viva regolato nel vestire, nell’amicizie, ne’ costumi, nelle parole, ne’ ragionamenti e negli spassi.

Silio. Non intendo.

Panfilo. Si debbe, dico, nella persona aver cura a non le spiacere, facendo quel che non s’appartiene in tutte le sopradette cose di fare.

Silio. In che modo?

Panfilo. Primieramente, considerata la qualitá del tuo stato, l’entrata, il grado e lo onor della casa, ti vestirai secondo che si ricerca a costumata e ben creata persona, cioè modestamente, fuggendo la pompa e l’affettazione. Perché lo schietto e puro adornamento del corpo dá altrui indizio di prudente e saggio e riposato intelletto, s’egli è però vero che per l’azzioni di fuori si comprendine i pensieri di dentro. All’incontro le vestimenta ripiene di ricami, di tagli, e piu femminili e lascive che altramente, non furon mai lodate; perché, oltra che si acquista nome di leggieri, lo uomo, essendo giovane, è in opinione di disonesto appresso la gioventú, appresso la vecchiezza è risibile. Oltre di questo, comeché vero non fusse, si dimostra d’amare altrui, perché, tosto che s’esce col vestire fuor dell’ordine che si richiede, le persone notano e pensano agli innamoramenti. Il conte d’Anguersa, per l’attillatura del vestire e per i suoi modi non [p. 173 modifica]

convenevoli al suo grado, s’aperse la strada alla sua rovina; perché, non si tosto fu udita la reina lamentarsi di lui, che i popoli credettero che egli avesse e vestito e cavalcato con tanta leggiadria per condurla alla sua volontá. I tagli adunque, le pompe e i ricami si convengano a’ soldati di oggidí, ai gran maestri, non giá a persona letterata, riputata e modesta.

Silio. Come debbo adunque vestire?

Panfilo. Di materia semplice, come di raso schietto, di velluto, di panno schietto, sanza tagli, sanza pennacchi, sanza medaglia, sanza catene e puntali. Perché queste sono alcune superfluitá sanza garbo, imitate da color che, non essendo, voglian parer qualche cosa. E però ricordati che tutti coloro che vestano altramente e con cerimonie e che si lisciano, durando tre e quattro ore per mattina a lavarsi e nettarsi, sono odiati e fuggiti dalle donne; perché, si come noi desideriamo che ella sia nell’esser suo e nelle sue maniere tutta donna, cosí all’incontro la donna desidera che lo uomo in tutte le cose sue sia perfetto uomo e compiuto, sanza che egli punto partecipi della donna. Voglio adunque che, schiettamente e da uomo vestendo, s’imiti sempre l’uso del vestir della tua donna.

Silio. Dunque volete che io vesta di colori, non essendo altro che il nero convenevole a gentiluomini che non sono in magistrato?

Panfilo. Non intendo che si debba imitar la donna ne’ colori de’ drappi, ma nella qualitá. Perché, s’ella veste velluto, e tu velluto; s’ella damasco, e tu osserva il simigliante. Le quai vestimenta sopratutto debbano esser appropriate cosí fattamente alla persona, che non si disconvenga in parte alcuna all’occhio di chi riguarda. Ma basti fin qui del vestire: tempo è che si ragioni alquanto dell’amicizia che l’amante debbe tenere.

Silio. Si, di grazia.

Panfilo. L’amante, da noi descritto cosí onesto, cosí gentile e cosí valoroso, non debbe aver amicizia se non di persone gentili, oneste e valorose, con le quai ritrovandosi possa talor, ragionando non de’ suoi affanni né delle sue letizie, ma [p. 174 modifica]

d’altro, ricrearsi. Ma, quando io per me medesimo vo considerando i pericoli che soprastanno a’ mortali per troppo fidarsi, consigliarci che l’innamorato non tenesse pratica alcuna. Troppo crede colui che, sanza altramente pensare al futuro, si confida dell’amico. Molti, sotto ombra di consigliarti, molti, sotto velame d’esser pietosi del tuo male e apparecchiati a porgerti rimedio, cercano d’intender quel segreto che tu hai racchiuso nel core: il qual inteso, ogni macchina da te, con tempo e con estrema fatica, fabricata, in un punto rovina: perché questo lo dice a quello e quell’a quell’altro; laonde altro non te ne segue che danno, incominoditá e disonore. E veramente colui, che desidera che una cosa non venga a luce e che non si sappia, non la dica giamai. Ècci poi quest’altro disturbo: che l’amante che ha molte amicizie, come troppo conosciuto, non può cosí copertamente operare come un altro farebbe che non avesse molta conoscenza. Puossi adunque dispiacere in questo caso all’amata, perché ella, come sospettosa e insieme gelosa dello onor suo, vedendoti oggi con questo e doman con queU’altro, facilmente si persuade che tu, per darti riputazione, essend’ella di grado, la abbia scoperta agli amici, e che per aventura talvolta tu le vada innanzi con loro perché essi la vegghino. Laonde assai meglio è osservar il volgato precetto, cioè «solo e secreto»; perché colui sará secreto che è solo, e colui sará solo che è secreto. Oltra che, l’amata, vedendo solo colui che ella ama, lo giudica prudente e desideroso della fama e del buon nome di lei.

Silio. Veramente che questa opinion vostra non mi satisfa molto. Perché comunemente si dice che all’amante si ricerca un solo amico, col quale egli possa consigliarsi e deliberarsi nelle sue dissaventure, e cosí all’incontro ne’ contenti allegrarsi; perché egli suole avenire che negli affanni i conforti dell’amico scemano il duolo e nelle allegrezze accrescano la letizia, satisfacendo interamente l’animo, si che elle poi non appaian di fuori. Appresso questo, l’amico porge aiuto e rimedio ove bisogna: e, in veritá, che cosa è piú soave che aver nel mondo un altro se medesimo, al quale si possa interamente scoprir il [p. 175 modifica]

nostro animo? Giá si ha veduto Anna allungar la vita alla infelice sorella, e, sanza il suo consiglio, esser pericolata; giá si ha veduto ogni prudente aver seco un amico, col quale comrnunicando ogni suo pensiero, ha quasi in un altro corpo vissuto.

Panfilo. Vero è che gli antichi ebbero alcuni essempi, e noi parimente ne abbiamo; ma, favellando in generale, ove truovi tu cotali amici? Ecco che, per lo piú, l’amico si vede dall’amico ingannato, perché la falsitá dell’amicizia o l’invidia del ben dell’amico gli offosca a precipitar nell’amicizia, e questo aviene perché noi prima amiamo l’amico che egli da noi sia conosciuto. E, come che lo uomo non possa se medesimo consigliare ne’ suoi bisogni, essendo dall’affanno occupalo il vero conoscimento, nondimeno non si debbe, per fuggir un male, incorrere in un altro maggiore. Il tempo è medicina del dolore; dopo che lo animo, per intervallo di giorni, si spoglia quel velo che adombrava la mente, vede ove si ricerca il rimedio, conosce tosto il suo bene e a quello s’appiglia. D’altra parte, essendo la passion deH’amante allegrezza, debbe egli però morire non la dicendo all’amico? Vero è che l’allegrezza conferita con altri è maggiore, ma grandissimo si può dire il pericolo che, per averla scoperta, ne potrebbe avenire. I pensieri del core son quasi in profonda selva: però non è allo uomo concesso col guardo della mente poter, vagando, entrar in quell’ombre e in quegli orrori, ove le piú volte stanno sepolti i tradimenti e gli inganni. Ricordami che in Padova un nobile uomo, la cui amicizia mi fu sommamente cara, mi solea raccontare che egli mai nelle cose d’amore non conferi i fatti suoi con alcuno, anzi sempre si trovò solo, accompagnato da buon’armadura e da cor animoso. E tra l’altre mi disse che una volta gli avenne d’esser trovato in una delle gran case di Padova: nella quale, venuto alle mani con i parenti della donna, fu gravemente ferito; ma, resistendo gagliardamente, fuggito fuori, cadde vicino a casa sua sanza piú aver forza o vigore, fatto debile per il sangue. Laonde, trovato la mattina e conosciuto, mai non si puoté sapere chi dato gli avesse, ed egli mai né a padre né a’ fratelli dir volle chi fussero stati i feritori e per che cagione egli ferito fusse. [p. 176 modifica]

Conchiuse poi che cotal secretezza appresso le donne gli diede buon nome, col mezzo del quale ottenne ciò che egli desiderava da qualunque donna che bella e onesta fusse. E in Bologna intesi che un giovane, essendo innamorato d’una gran donna, la cui bellezza è meravigliosa, operò tanto coi preghi e con la servitú, che egli meritò la grazia di lei; i cui fratelli, accorti del fatto, sdegnati, piú volte stettero in posta per ammazzarlo. Avenne che egli, che era prudente, non si fidando d’alcuno, non ebbe cura a un suo cane, che fu la cagione della sua rovina. Perché, di nottetempo entrato da lei, e il suo cane rimaso di fuori aspettando, per aventura i fratelli passavan di quindi. Laonde, veduto l’animale, giudicaron (come color che lo conoscevano) che il suo padrone fusse entro. Perché, tutti armati attesolo grandissima pezza, nell’uscire egli dell’uscio, l’assaltarono crudelmente, occidendolo. E questo avenne per non aver quella cura che in queste cose si ricerca di avere. Adunque colui, che vuol lungamente esser contento, non riponga i pensieri del suo core fuori del suo medesimo petto.

Silio. Cosi cred’io, come che questo sia contra la comune opinione.

Panfilo. Debbiamo parimente avertire a non esser contrari alla donna coi nostri costumi. Voglio adunque che tu le sia riverente, benigno, piacevole, liberale, modesto e leale. Riverente: rendendole quel debito onore che le si conviene. Benigno: adoprandoti nel praticar la umiltá. Piacevole: non le dando occasione di alterarla o di turbarla ne’ fatti e nelle parole. Liberale: quello adoperando per lei, che il tuo giudicio vedrá che si convenga. Modesto: non la richiedendo di quello che a lei fusse e alla sua onestá disconveniente. Leale: dicendole sempre il vero, quando che egli però non ritorna in tuo pregiudizio; perché, in cotal caso, è lecito fingere e giurare, né per questo deitá alcuna è offesa, perché all’amante non si disdice per conservarsi nella grazia di colei che gli dá il nutrimento alla vita. Si aggiugne a questo che il parlar molto non conviene all’amante, né le troppe risa, le superflue allegrezze e i troppi contenti; ma, osservando la via di mezzo, sará piú tosto di poche parole, di mezzana [p. 177 modifica]

letizia, e, quando egli sia di natura malinconico alquanto, è ben fatto. Devendo adunque esser tale, chi non sa che noi fuggiremo coloro che si dilettano de’ cibi molto delicati, che spendono il tempo con le carte, che si dilettano di quelle donne che per piccol pregio vendano lor medesime (indegnamente appellate «cortegiane»), che usurpano l’altrui roba, che stanno sommersi e perduti nell’ozio, che son lievi e volubili come le foglie, che con le parole offendano l’ottimo massimo Dio, che hanno pronta la lingua ai vitupèri di questo e di quello? Tutte queste operazioni son contrarie ai buoni e civili costumi. La moglie del medico, perché il suo Ruggieri la contentasse anco ne’ costumi, lo cominciò a sovenire quando d’una quantitá di danari e quando d’un’altra; da’ quali aiutato, si ratteneva di rubare e di giocare e di ingannare il compagno e l’amico. E insomma tu debbi notare che gli ottimi costumi altrui sono e l’esca e il cibo d’amore; il quale suole agli amanti render gli animi accostumati e gentili, di rozzi e sanza costumi, si come ne dimostra Cimone amando la sua bella Ifigenia. Segue un’altra parte di molta importanza all’amante arguto, convenevole e di giovamento, sapendola osservare, cioè la maniera in favellando con l’amata donna. E conciosiaché le parole, come ho giá detto, non si possino insegnare, nondimeno ricordati che la umiltá, favellando seco, è di somma utilitá. Inoltre guárdati di non le contradire in cosa alcuna; anzi, assentendo ai suoi pareri, conferma e niega, si come ella niega e conferma. Non le ricordar mai cosa che le possa tornar in discontentezza, se per aventura la dimestichezza non fusse tale che ti fusse lecito il poterle dire ogni cosa. Procura, potendo, di toccarla alquanto, mentre che tu dispensi le parole; perché, oltra che se ne sente grandissima gioia, quel toccamento amministra materia al parlare. E, caso che la donna talvolta, si come suole avenire, teco alterata, ti parlasse con sdegno, tu, come ho detto, umilmente rispondi, perché la umiltá è nutrimento degli animi de’ superbi e compagna e cibo degli umili; e, rispondendo, rendila piacevole e quieta con le piú dolci e con le piú amorose parole che dir si possino a donna. Appresso questo, osserva di mostrarle [p. 178 modifica]

sempre mai d’esser piú di lei sommesso, quasi dandole a credere che ella sia di piú eccellente intelletto e di piú chiaro spirito che tu non sei; con mezzo però convenevole, accioché ella talvolta, persuadendosi le tue parole esser vere, non sdegnasse d’amar chi non l’agguaglia per merito. Ma, perché tutta la difficultá de’ ragionamenti consiste nelle parole, che ponno altrui dar sospetto, avertisci a questa parte, da quelle fuggendo che son altrui di danno. Però, quando ella dice d’amarti e che tu per pruova lo conosca, dálie interissima fede, domandale a sicurtá la dichiarazione delle parole di lei, che talvolta ti fanno divenire geloso e in un medesimo tratto sdegnoso; perché, cosí facendo, tu con le tue ragioni ed ella con le sue discuopre l’errore che ti teneva impedito, ti lieva le difficultá dell’intelletto, ti dichiara quello che a te pareva difficile e ti rende l’animo satisfatto e contento, laonde si vive in piú dolce e continua amicizia. Troppo grave cosa è il sospetto. Egli non è altramente che la talpe, la quale, sotto terra essendo, commove per entro ogni piú duro terreno; ma, venuta alla luce, perde ogni suo vigore, ogni sua forza. Cosi il sospetto e lo sdegno, racchiuso nel centro del petto e del core, commove ogni amore e ogni benivolenza, gettandola a terra; ma, venuto alla luce del vero col mezzo delle parole, perde tutto il suo nervo e si resta sanza altro sentimento o potenza.

Silio. E tanto piú si debbe aver cura a questa parte, quanto che la donna è forte per natura sospettosa.

Panfilo. Ma che direm noi de’ ragionamenti con gli amici, per i quali le piú volte gli amanti scioccamente altrui discuoprano la loro intenzione? O Silio, guárdati di non communicar mai tra gli amici ragionamento alcuno della tua donna, perché, per i lor preghi, sará bisogno o che tu discuopra il tutto, o veramente che, negando, divenga loro odioso. Non mai dir il nome, non mai dire i fatti e tuoi e di lei. Forte s’inganna chi crede che all’orecchie dell’amata donna non pervenga talor quel che di lei si ragioni. E ricordati di non mai lodarla con persona straniera, perché assai piú facile è affienar il corso di qualunque piú rapidissimo e corrente fiume che rattener la lingua dell’amante, che, acceso nella considerazione e astratto, sia [p. 179 modifica]

entrato nelle lodi della sua amata. Mai non si disse si poco, che quei che ascoltano non comprendesser di piú, per le traboccanti parole, della amante, non considerate, ma dette. All’incontro, sentendo lodarla, affrena il desio, non risponder subito, fa’ sembiante di non la conoscere, avendo sempre riguardo al suo onore e alla astuzia di color che ti favellano. Tebaldo diceva, in forma di peregrino, alla sua donna: — Niuna cosa fu mai tanto onorata, tanto essaltata, tanto magnificata quanto eravate voi, sopra ogni altra donna, da lui, se in parte si trovava dove onestamente e sanza generare sospetto di voi poteva favellare. — Non vedi tu che la donna di frate Alberto, per aver raccontato i suoi amori alla comare, ne ebbe vergogna e romore, e l’amante miseria e finalmente la morte?

Silio. Il tacer non fu mai né pericoloso né biasimato.

Panfilo. Resta a dire che nelle tue faccende osservi cosí fatto modo, che elle non ti impedischino le tue commoditá de’ ragionamenti, e che i ragionamenti non disturbino le faccende. Però, amando, constituisci quel tempo, che a te par che sia convenevole, e continuamente osservalo, perché, mancando, dá segno che in te manchi l’affezzione e l’ardore...

Silio. Che vuol dir che voi tacete?

Panfilo. Pensava che la ora è tarda: però sará buono di finir i nostri ragionamenti e ridursi all’albergo.

Silio. A punto che io desiderava che voi ragionaste piú a lungo in cosí fatte particolaritá, sul piú bello volete mancare!

Panfilo. Un’altra volta poi, con piú tempo e con piú commodo, satisfarò al tuo desidèro, benché io potrei tutto quel che è detto e che si potrebbe dire stringere in due parole, le quali osservando, saresti compiuto e perfetto amante.

Silio. Deh, per grazia, ditelomi!

Panfilo. Ama e sarai amato.

Silio. Oh, pur fusse il vero, perché molti infelici che amano sarebbero amati !

Panfilo. Ama e sarai amato.

Silio. Amano e amo, ma la crudeltá della donna amata s’oppone alla pietá e la fa superba e inesorabile. [p. 180 modifica] Panfilo. S’eglino ameranno, non è dubbio che a qualche tempo non siano amati. Perché, come suol dire il gentilissimo messer Alessandro Lioni, le donne, o per capriccio o per tedio, concedan talvolta quello che esse hanno lungamente negato: dico l’animo e la volontá loro. Ama dunque, o Silio, perché, amando, a qualche tempo aggiugnerai a quella gioia, a quella dolcezza, a quei contenti che hanno quelle due anime, che, insieme trasformate l’una nell’altra, vivano e prendano il cibo dell’una e dell’altra. Aggiugnerai, dico, a quello effetto, col qual noi facciamo il genere nostro immortale, e eh’è solo in tante miserie talvolta sollevamento e ricreazione degli animi nostri.

Silvio. Troppo avremo che sperare, quando fusse il vero che sempre l’amante fusse alla fine amato. Ma la pruova dimostra le piú volte il contrario. Voi dovete conoscer messer Lodovico.

Panfilo. Conosco.

Silio . Egli ha cinque anni che, preso dalla leggiadria e dalla vaga beltá di una nobilissima donna, si è per la crudeltá di lei condotto a tale, che poco si spera per lui di buono. S’imagina che ella l’ami tacitamente, e, fatto fondamento sopra alcuni accidenti, i quali per aventura sono avenuti a caso, non può creder, con tutto che ella gli usi ogni crudeltá, che ella non l’ami alquanto. Ha per lei fatto e fa quel tanto che si conviene a persona che non viva piú in se medesima. Egli, scontento, mai non ride, mai non favella: stassene separato dagli altri e, gravemente infermo dell’animo, è divenuto macilente e quasi insensato. Che direte voi qui?

Panfilo. Non posso per queste parole giudicar s’ella si curi di lui; ma, quando io sapessi uno de’ tanti accidenti che tu di’, forse sentiresti qualche cosa.

Sino. A principio, trovandosi a qualche festa, ove ella con l’altre donne si diportava, ebbe guardi, ebbe parole. Laonde egli, salito in speranza, non considerando che ella è donna, per natura, austera, che poco si cura delle cose del mondo, che ha solamente messo il suo fine nel governo di casa e che è, si può dir, l’imagine della castitá, si messe a scriverle. E, posta la lettera in luogo ove ella passava, fu da lei raccolta, e, alquanti [p. 181 modifica] II - RAGIONAMENTO D’AMORE iSl

di dopo, venuta nel medesimo luogo per sue bisogne, li rese la lettera per mezzo d’una sua fante; ma, non potendo comportar per lo sdegno che la fante finisse di favellare, ella, fattasi innanzi, gli disse le piú acerbe, le piú aspre, le piú vituperose parole che mai a reo uomo si dicessero, minacciando di farlo capitar male. E. da sé cacciatolo, tutta accesa per collera, lo lasciò quasi mezzo morto, non avendo egli saputo che dire, anzi fu vicino a cader tramortito. Parvi egli però che questi siano atti per i quali il misero possa sperar d’esser da lei riconosciuto per suo affezzionato? Sentite quest’altra. Egli, che mai non le ha potuto favellare in tanti anni, scrive un libro, nel quale racconta ampiamente le lodi di questa crudele, e, fattolo superbamente vestire con quelle solennitá che maggior si possano, le lo manda. Ella, accettatolo, taglia tutte le carte e le ritiene, rimandandoli solamente le coperte. Crede ora l’infelice che ella abbia e legga quelle carte: io, per me, credo che ella ne abbia fatto cenere.

Panfilo. Silio, queste son cose tutte da considerare; e non può esser che questa tale sia donna, si come suol avenire, inimica di cosí fatte cose e fredda per natura. Nondimeno a me pare che ella sia priva di umanitá; perché, se ella non vuol compiacerli, almeno con modo onesto cerchi di temperar tanto suo affanno o di mandarlo in lontane parti, conoscendolo obediente a’ suoi voleri. Ma, quando io considero poi l’effetto di quelle carte, sto sospeso, e credo che ella non le abbia abbruciate, come tu di’, ma, vaga di legger le sue lodi, le serbi. Ed egli non è in tutto privo di speranza, riguardando all’animo che intorno a questo accidente s’aggira.

Sino. Che si fará adunque in un caso come è questo?

Panfilo. Io, per me, direi che egli sofferisse ogni suo sdegno, ogni sua crudeltá altrettanti anni; perché potrá avenire che, vedendo ella la sua fermezza, nascerá cosa per la quale, mutandosi di fantasia, li compiacerá a luogo e a tempo che egli medesimo non spererá. Avenne questo medesimo, non è molto, a un mio amico. Aveva costui amato lungamente una di cosí fatta natura, come quella è di che tu mi ragioni, e finalmente, [p. 182 modifica]

veduto ogni sua fatica esser vana, si era distolto a poco a poco, ma non però tanto che egli non passasse talora dalla casa di lei, per ricordanza del suo fervente amore. Volle la sua ventura che una mattina a buona ora fu a casa di lui una fante di questa donna, dalla quale, maravigliandosi oltra modo, intese che egli la seguente mattina dovesse innanzi di esser a lei nel tal luogo. Questa cosa, si come fuor di speranza, fu anco di somma allegrezza cagione. Perché egli, da lei ridotto alla ordinata ora, fu con tanto amore, con tanta gioia, con tante carezze raccolto, che pareva veramente che ella per amor suo si struggesse. E, seco ragionato alquanto, li concesse quello che egli piú desiderava; e, partiti d’accordo d’esser altre volte insieme, lo licenziò. Fatto costui tutto lieto, secondo l’usato costume, passò per la contrada per vederla; e non prima fu aggiunto al luogo di dove egli la potea vedere, che ella, tutta sdegnosa, chiuse le finestre, s’ascose, e mai piú avenne che egli la potesse vedere. Per il che tutto addolorato, non ha mai saputo la cagione di cosí fatta cosa, come quella fu. Egli fu dunque fatto contento del suo volere, ma discontento oltra misura, vedendosi tolto l’animo, sanza il quale di poca contentezza è il corpo dell’amata donna. Potrebbe avenire il simigliente a messer Lodovico, onde e’ mi par ben fatto che ei segua la cominciata impresa. E, amando, speri, se non d’esser amato, almeno di non esserle in disgrazia. Pur, quando poi non gli riesca il pensiero, che si deve far altro se non metter in opera quello che il Boccaccio ci insegna nella novella di Ricciardo e della Catella? Quando in cotai casi si possa fare, io, per me, l’approvo; perché con facilitá si acquista poi l’animo di quella, di cui si ha con inganno rubato il corpo. Ma faccián fine. Un’altra volta ti satisfarò pienamente, secondo il tuo desidèro. Intanto ricordati di comandarmi. [p. 183 modifica] APPENDICE

Alla nobilissima e valorosa donna Gaspara Stampa Francesco Sansovino.

Piú volte, graziosa giovane, essendo vivo messer Baldassare, il quale non posso non sanza dolor ricordare, a voi fratello, a me parte di questa anima, sentii, nel raccontarmi le felicitá dateli dalla somma grazia di Dio, rammemorar voi per la prencipale, e della quale egli ne facea grandissima stima. Piú volte mi dipinse l’eccellenza del vostro intelletto e la costanza del vostro animo; laonde, lui conoscendo di cosí chiaro spirito e ripieno essendo di letizia, ché la natura lo avesse di tanto ben fatto partecipe, ne avea grandissimo contento. E in me nacque ardentissimo desidero di mostrargli che, si come egli m’era impresso nel piú profondo del cuore, cosí voi eravate da me parimente amata e osservata; e a punto era apparecchiato a tanto, quando la inimica fortuna, interrompendo ogni mio disegno, mi privò di lui, me solo in affanno lasciando. Perché, rimaso confuso, piú oltra non procedei; ma, perché potrebbe talvolta avenire che quell’anima benedetta, fatta cittadina del cielo, si come ben ne fu degna la sua virginitá, vedendomi dal mio proponimento rimosso, conturbasse la sua pace, ora, di nuovo rilevato dal sonno e da pentimento della mia tardezza rimorso, non come io volea, ma come io posso, le vengo innanzi, colpa non mia, ma della disaventura. E, perché, come di piú tempo in etá, mi ricorda che io riprendeva, ammoniva, ricordava e ammaestrava (quasi fatto di lui padre) la sua gentilissima natura, che da me chiedeva consiglio, con ricordi, ammaestramenti [p. 184 modifica] e riprensioni, procedendo con voi con quel medesimo modo (perché io son tenuto a questo, essendo voi lui medesimo), per ricordo vi mando la presente bozza, da me fatta per ricreamento delle piú gravi lettere, accioché col mezzo di questa possiate imparar a fuggir gli inganni che usano i perversi uomini alle candide e pure donzelle, come voi séte. E con questa vi ammaestro e vi consiglio a procedere ne’ vostri gloriosi studi, fuggendo ogni occasione che disturbar vi potesse dalla impresa vostra. So che io son troppo ardito, ma i meriti delle virtú vostre e l’affezzione estrema portata a voi e madonna Cassandra, vostra onorata sorella, ed il debito a che io son tenuto mi costringano a questo; laonde spero trovar appo voi perdono. Forse poi, riprendendo vigore, tempo verrá che io, piú sicuramente allargando i vanni per l’aer sereno de’ vostri onori, suplirò a quello che al presente non posso, per esser solo, sostenere.

Di Vinegia, il di iti di gennaio 1545.