Otello/Atto primo

Atto primo

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William Shakespeare - Otello (1604)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Atto primo
Interlocutori Atto secondo
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OTELLO




ATTO PRIMO



SCENA I.

Venezia — Una strada.


Entrano Rodrigo e Jago.

Rodr. Taci; non me ne dir più motto. Trovo indegno di te, che disponi delle mie sostanze a tuo senno, di aver permesso che ciò avvenisse.

Jago. Pel Cielo! ma non vorrete intendermi!.... Se mai mi entrò sospetto di cosa tale, abborritemi, che l’avrò meritato.

Rodr. Mi avevi detto che in lui era posto tutto il tuo odio.

Jago. Sprezzatemi, se ciò non è vero. Tre Grandi di questa città, per farmi ottenere il grado di suo luogotenente, degnarono essi stessi pregarlo, nè furono schivi d’inchinare dinnanzi a lui il loro capo scoperto; e, in fè di valoroso, che al di sotto io non era della carica che chiedevano per me. Ma egli, pieno d’orgoglio, e tenace delle proprie sentenze, gli ha congedati con enfasi superba, con parole gravide di cose insultanti, dicendo: Io ve’l dichiaro; ho già scelto il mio uffiziale. E questo uffiziale chi è?... Un Michel Cassio, un fiorentino, uomo effeminato, servo della sua bellezza; che non mai guidò una schiera in battaglia; che ignora gli ordinamenti di un esercito, come gli ignora colei che condusse la vita fra gli aghi e la conocchia. Ma teorico sommo è costui, dotto nei libri di Marte, e atto a parlar di guerra con quell’acume che, trattando di essa, spiegherebbero i nostri antichi Senatori. Ecco l’uomo che il Moro mi preferì; ecco colui, il cui gergo vinse tutta la mia scienza: ed io, che fui visto [p. 288 modifica]da Otello combattere a Cipro, a Rodi, e in altre contrade infedeli e cristiane, da lui mi trovo reietto e compensato colle vane parole: So quel che vi debbo; siate paziente, e un dì vi compenserò. Ma io dovrò tacere? E colui, quell’inutile cianciatore, nel dì dei premii diverrà suo luogotenente, mentr’io rimarrò alfiere (rinneghi Iddio questo titolo!) di sua moresca Signoria?

Rodr. Pel Cielo! meglio avrei amato d’esser suo carnefice.

Jago. Ma non v’è più riparo; tale oggidì è la sorte di chi obbedisce. La promozione segue la briga e il favore, non già il merito e il dritto di chi molto servi. Giudicate ora voi stesso, se m’è possibile di amare il Moro.

Rodr. Ma perchè continuare allora a’ suoi stipendii?

Jago. Uditemi e sarete pago. Con lui rimango soltanto per rendergli i servigi che gli debbo: non a tutti è dato il farla da signori, nè tutti i signori sono serviti con fedeltà. Osservando, vedrete gran numero di schiavi officiosi che accarezzano la loro servitù, baciano le loro catene, e spendono i dì della vita come la bestia da soma, senz’altro profitto che il foraggio della giornata. Invecchiano poi? ignominiosamente si discacciano. Punite costoro; flagellate gli onesti schiavi. Ve ne sono altri però, i quali simulando la maschera e i segni di un profondo affetto, non hanno in cale, nel fondo dell’anima, che loro medesimi; e se prodigano a’ lor signori dimostrazioni di zelo, lo fanno solo per prosperare a loro scapito, rendendo omaggio non ad altri che a se stessi, dacchè han dorate le frangie de’ loro vestimenti. Questi ultimi hanno anima; ed è fra questi ch’io mi colloco. Ora, signore, come vero è che voi siete Rodrigo, così è certo che se io fossi il Moro, non vorrei vedermi intorno un Jago. Servendolo, servo me solo; e il Cielo me n’è testimonio! Nè sono già io che gli mostro amore, ma solo il volto mio; e ciò per vedute mie proprie. Ah! sì, sì; quando il mio atto esprimerà il mio pensiero quando il mio esteriore lascierà trasparir la mia anima, allora ancora io porterò il cuor nudo in mano per farne copia a tutti i malvagi e agli stolti. No, non sono quello che sembro.

Rodr. Qual felicità suprema per quel Moro labbrate, se può condurla seco!

Jago. Avvertitene il padre; mettete il campo a romore in casa stia; avvelenate ogni gioia del Moro; e fate che ad accorr’uomo sì gridi per le strade il suo nome. Svegliate i sospetti ne’parenti, suscitate mille insetti divoratori nel paradiso ov’ei riposa, intorbidate ogni suo tripudio; e se mestieri è pure ch’ei gusti la felicità, la gusti almeno mescolata d’amarezze e di terrori. [p. 289 modifica]

Rodr. Ecco la casa del di lei padre; lo chiamerò ad alta voce.

Jago. Chiamatelo con grida di spavento, con accenti di disperazione, quali s’odono fra un incendio che la trascuranza e la notte hanno sparso in seno a una popolosa città.

Rodr. Olà! oh! Brabanzio! messer Brabanzio! oh! oh!

Jago. Destatevi, Brabanzio, destatevi! Ladri! ladri! ladri! Attendete alla vostra casa, alla vostra figlia, alle vostre masserizie! Ladri! ladri!               (Brabanzio dal verone)

Brab. Qual è il motivo di queste orribili grida? che v’è?

Rodr. Signore, tutta la vostra famiglia è essa raccolta?

Jago. Son chiuse le vostre porte?

Brab. Che volete dire? perchè mi fate simili inchieste?

Jago. Affè, signore, perchè siete derubato, per pietà, indossate le vostre vesti; un pugnale vi si dirizza al cuore; la metà della vostr’anima è perduta; in questo medesimo istante un nero avoltoio si pasce nel sangue della vostra pura agnella. Sorgete, sorgete; date il segnale alla città, o il diavolo farà di voi un nonno. Sorgete, dico!

Brab. Oh! avreste perduta la ragione?

Rodr. Venerabile signore, conoscete la mia voce?

Brab. No. Chi siete voi?

Rodr. Il mio nome è Rodrigo.

Brab. In malora veniste. Già io vi aveva vietato di errare intorno alla mia casa, e vi avevo ammonito con schietta franchezza, che la mia figlia non era per voi. Ora a che venite, ebbro ancor del banchetto, a disprezzar la mia collera, e ad interrompere i miei sonni.

Rodr. Signore, signore, signore...

Brab. Ma siate certo che ho bastante coraggio e potenza per farvi pentire di quest’oltraggio.

Rodr. Calmatevi, signore.

Brab. Che mi dite di ladri? quest’è Venezia; la mia casa non è in un deserto.

Rodr. Valente Brabanzio, io venni da voi con pure intenzioni.

Jago. Affè, messere! voi siete un di coloro che rifiuterebbero di servir Dio, se il diavolo ad essi lo comandasse. Perchè venimmo per farvi servigio, voi ne prendete per scellerati. Ebbene, poichè lo volete, vostra figlia diverrà madre di mostri africani; udrete gli strani ruggiti de’ vostri nipoti; e una famiglia di bruti consolerà la vostra vecchiaia1. [p. 290 modifica]

Brab. Qual miserabile profanatore sei tu?

Jago. Io son uno, signore, che venni da voi per dirvi che vostra figlia e il Moro stanno ora facendo la bestia a due dorsi.

Brab. Tu sei uno scellerato.

Jago. Voi un Senatore.

Brab. Di ciò mi darai conto. Quanto a te poi, ti conosco, Rodrigo.

Rodr. Di tutto risponderò, signore; ma ve ne supplico, ditemi se è vero, come io incomincio a crederlo, che col consenso vostro la bella Desdemona esca a tale ora indebita, fra le più nere tenebre della notte; e senza scorta, e senz’altro custode che un vil salariato domestico e un gondoliere, vada ad assoggettar suoi vezzi agli amplessi profani d’un lascivo Moro. Se di ciò siete instrutto, se a ciò consentite, v’abbiamo senza dubbio fatto un oltraggio sanguinoso; ma se da noi è che apprendete queste novelle, la mia condotta parla per me, e rende manifesta la vostra ingiustizia. Nè crediate che, scevro d’ogni buon riguardo, io volessi farmi giuoco di voi; no. Vostra figlia, io ripeto, se si è assentata senza vostro consenso, ha commesso un grande errore, sacrificando i suoi doveri, la sua bellezza, i suoi talenti, la sua fortuna ad un vagabondo, straniero qui, come nel resto della terra. Accertatevi senza indugio di quanto vi dico; e se la trovate nella sua stanza, o in casa, scatenate contro di me le folgori dello Stato, per avervi si crudelmente schernito.

Brab. Accendete i lumi..... olà! olà! le faci. Chiamate tutti i miei..... Ho trasognato quest’avventura; e il dubbio che possa essere vera, m’opprime di già! Lumi! lumi!     (si ritira dal verone)

Jago. (a Rodrigo) Addio; ora debbo lasciarvi. Restando sarei costretto a farla da testimonio contro il generale; cosa sì poco dicevole al mio grado, quanto pericolosa per me. Se la briga suscitata contro di lui gli attira qualche sinistro, non per questo il Senato oserà destituirlo in tempi sì torbidi. La guerra di Cipro lo rende necessario; e le vaste cognizioni ch’egli ha di que’ mari gli danno tanta importanza, che, al dire di tutti i Senatori, non v’è uomo che potesse degnamente entrare al suo posto. Perciò, sebbene lo abborra come abborro l’inferno, la mia condizione mi costringe a far pompa di zelo, e a deluderlo con dimostrazioni d’interesse e d’affetto. Ond’esser sicuro di sorprenderlo, guidate il [p. 291 modifica]vecchio al Sagittario2, ov’io sarò con lui. Addio, (esce; Brabanzio ricompare al verone con servi che portano faci accese)

Brab. La mia sventura è pur troppo vera!... Ella è partita...! e i giorni di disonorata vecchiezza che mi avanzano, non saranno aspersi che d’amarezza e di dolore. Rodrigo, dove la vedeste?... Oh disgraziata figlia!... Col Moro, dite?... Ah! chi vorrebbe esser padre?... E come t’accorgesti di lei?... Ma tu m’ingannasti... E cheti disse?... Quanto sarei stato lungi dal pensare... Accendete altri fanali... altri, altri ancora... Svegliate tutti i miei parenti.. E li credete voi maritati?

Rodr. In verità così credo.

Brab. Oh Cielo! E come uscì ella? Oh tradimento del mio sangue! Padri, non giudicate omai più del cuore delle vostre figlie dalle virtù di che s’abbelliscono ai vostri occhi. Ma un sortilegio non è, non una magica arte, colla quale corromper si possa la verginità e la giovinezza? Rodrigo, non intendeste mai che tale arte esistesse?

Rodr. Sì, in verità, signore; e ne lessi trattati.

Brab. Chiamate mio fratello... Oh quanto desidererei ora averlavi data... Su, su; prendiamo questa via... voi un’altra... Sapete ove potremo sorprenderla insieme col Moro?

Rodr. Spero scoprirlo, se mi volete prestar mano e seguitarmi.

Brab. Ah! ve ne prego, guidatemi. Ad ogni casa griderò... io ho qui comando... armatevi, corriamo. Unitevi a qualche Ufficiale... Andate. Buon Rodrigo, vo’ meritarmi le pene che vi prendeste per me.     (escono)

SCENA II.

Un’altra strada.

Entrano Otello, Jago, e seguito.

Jago. Sebbene, seguendo la via dell’armi, accaduto mi sia talvolta d’uccider uomini; pure reputo che nell’intimo della coscienza umana esista un orrore per l’omicidio premeditato: e talvolta non ho neppur bastante cruccio onde difender me stesso. Dieci volte fui tentato d’immergergli nel fianco la mia spada.

Ot. Meglio fa che ciò non avvenisse.

Jago. Sia: nondimeno la sua lingua trascorse, e proferì tante ingiurie contro di voi, che la poca santità, di cui vo fornito, mi [p. 292 modifica]contenne a stento. Ma ditemi, signore, ve ne prego, siete voi veramente ammogliato? Pensate bene a ciò: il Magnifico3 è molto amato; la sua voce nei Consigli è potente più di quella del Doge: egli o vi costringerà al divorzio, o vi schiaccierà sotto il peso delle leggi afforzate dal suo credito personale.

Ot. Lascia che si affatichi per nuocermi: i servigi che ho renduto alla Signoria parleranno più forte delle sue lagnanze. S’ignora ancora un fatto che farò pubblico, se verrò in cognizione che a tal vana cosa si congiunga molto onore: ciò è, che traggo la mia origine da avi che un dì regnarono. Cosi le mie opere possono esser giustificate e fatte manifeste, senza che me ne venga alcun disonore. E tieni per fermo, Jago, che senza la tenerezza che io provo per la gentile Desdemona, non vorrei, a prezzo di tutti i tesori del mondo, metter freno alla mia esistenza libera e spontanea sopra la terra. — Ma che lumi sono quelli che si veggono laggiù? (entra Cassio in distanza con alcuni Uffiziali recanti torcie)

Jago. La brigata ha per duce il padre, che accorre co’ suoi. Ben fareste rientrando.

Ot. No; meglio è che mi trovi il mio carattere, il mio titolo, la mia coscienza incontaminata mi mostreranno quale sono. Ma t’apponesti credendolo il padre?

Jago. Per Giano! credo di no.

Ot. Gli uffiziali del Doge col mio luogotenente?... La notte vi sia propizia, amici: quali novelle?

Cass. Il Doge vi saluta, Generale, e chiede all’istante di voi.

Ot. Sapete a quale oggetto?...

Cass. Novelle di Cipro, per quanto io posso congetturare, lo muovono a ciò. Stanotte stessa le galee inviarono fin dodici messaggieri l’un dopo l’altro; già molti consiglieri son radunati nel palazzo ducale; e molte volte voi pure foste richiesto; onde di voi ci si mandò in traccia.

Ot. Ben è che trovato m’abbiate: entro in questa casa un istante, e poi vi seguo.     (esce)

Cass. Alfiere, che faceva egli in questi luoghi?

Jago. Pel Cielo, che ottenne stanotte una bella presa! e s’ella è dichiarata legittima, avrà immersa l’ancora per sempre.

Cass. Non v’intendo.

Jago. È ammogliato.

Cass. E con chi? [p. 293 modifica]

Jago. Con... Su, su, Generale, partiamo.     (rientra Otello)

Ot. Venite, amici

Cass. Ecco altra gente che viene in traccia di voi. (entrano Brabanzio, Rodrigo, ed uffiziali con torcie ed armi)

Jago. È Brabanzio... Generale, siate cauto; egli verrà con cattivi proponimenti

Ot. Olà! fermatevi!

Rodr. Signore, è il Moro.

Brab. Avventatevi sopra il ladro! (da ambe le parti si mette mano alle spade)

Jago. Rodrigo a noi! Combatterò vosco.

Ot. Rimettete nei foderi le vostre spade scintillanti; la guazza notturna le arrugginerà. Buon signore, meglio comanderete qui colla vostra età, che colle armi.

Brab. infame rapitore, ove nascondesti mia figlia? Anima d’inferno, i tuoi malefizi la vinsero; perchè, ne chiamo a testimonii tutti gli esseri ragionevoli, se l’ascendente d’un magico potere non l’avesse ammaliata, mia figlia, fanciulla sì giovane, sì felice, sì bella, sì avversa al matrimonio da avere sprezzati gli amanti più ricchi e più nobili del nostro Stato, avrebb’ella mai osato esporsi allo scherno pubblico, ruggendo dalle braccia paterne per andar fra quelle d’un mostro color di piombo, atto ad atterrire, non mai ad allettare? Universo, sii mio giudice. Non è evidente che su di lei compisti sortilegi infami? che hai affascinata la sua tenera giovinezza, abusando di minerali e di droghe che tolgono la ragione? — A ciò risponderai; sì, ti prepara a rispondere a ciò. Intanto io ti fo prigioniero, come corruttore dell’innocenza, come professante un’arte proscritta, e in orrore allo Stato. Impadronitevi di lui; e se resiste, sottomettetelo, a rischio della sua vita.

Ot. Olà! fermatevi e voi che assumete le mie difese, e voi che volete offendermi. Se fosse mio dovere il combattere, l’avrei conosciuto senza il vostro esempio, (a Brabanzio) Dove volete ch’io vada per rispondere alla vostra accusa?

Brab. In carcere, finchè il tempo prescritto dalla legge e le forme del tribunale ti chiamino per difenderti.

Ot. Ma come, rassegnandomi a ciò, obbedirei agli ordini del Doge? Ei mi vuole per importante bisogna: ecco i suoi messi, che vengono per condurmi da lui.

Uff. (a Brabanzio) Ciò è vero, degno signore: il Doge è in Consiglio; e sono certo che voi pure siete da lui aspettato.

Brab. Il Doge in Consiglio? a quest’ora? Bene sta: è innanzi [p. 294 modifica]ad esso che costui mi darà ragione. La mia causa non è di lieve importanza: il Doge e tutti i miei colleghi non possono astenersi dal risentir quest’offesa come offesa ad essi personale. Se tali attentati rimanessero impuniti, gli schiavi e gli infedeli diverrebbero in breve signori di noi e della Repubblica.     (escono)


SCENA III.

Sala del Consiglio.

Il Doge, e molti Senatori seduti intorno ad una tavola; vari Ufficiali in piedi a qualche distanza.

Doge. Fra queste notizie non è alcuna conformità che valga a dar loro credito.

Sen. Infatti ripugnano. Le lettere mie annunziano centosette galee.

Doge. E le mie cenquaranta.

Sen. Dugento, venne a me detto; ma sebbene differiscano nel numero, come sempre accade che il medesimo oggetto veduto da lungi dagli uomini produce differenze nei loro racconti, tutte però confermano che un naviglio ottomano occupa il mare, e veleggia su Cipro.

Doge. In ciò è bastante verosimiglianza perchè ce ne intratteniamo; nè a rassicurarmi varranno alcune novelle contraddittorie. La sostanza del racconto e il sentimento d’un giusto timore lo rendono certo per me. (odonsi marinai al di dentro che gridano per essere ammessi nella sala del Consiglio: entra un Ufficiale con un marinaio)

Uff. Un messaggero del navilio.

Doge. Ancora! Ebbene, che arrechi?

Mar. La squadra turca minaccia l’isola di Rodi; Angelo mi commise di venirvelo a dichiarare.

Doge. Che pensate, signori, di questo cambiamento?

Sen. Che non può esser vero, poichè è contro ogni ragione. Un laccio è questo che ne fu teso, e che manifesto appare allorchè si voglia considerare di quale importanza sia Cipro al Turco, e quanto quell’isola debba essergli meglio accetta di Rodi, che, povera e ben difesa, gli offrirebbe un inutile e costoso conquisto; mentre ricca l’altra, e snudata d’ogni guerresco apparecchio, sarebbe per lui una facile e pingue preda. Tali circostanze bilanciate, parmi inducano a credere impossibile che nel [p. 295 modifica]Turco covi tanta stoltezza da trasandare un bello e facile bottino, per un’impresa inutile e perigliosa.

Doge. Sì, è certo che il Turco non intende a Rodi.

Uff. Ecco altre novelle.     (entra un messaggiere)

Mess. Gli Ottomani, magnifico signore, veleggianti su Rodi, ricevettero in quelle spiaggie un secondo sussidio al loro navilio.

Sen. L’avea preveduto. — E di qual forza lo riputate?

Mess. Di trenta vele, che, naviganti di fianco, si avventano ora libere sulle prode di Cipro. Montano, vostro fido e valoroso generale, v’invia questa novella, che vuole, sulla sua fede, abbiate in conto di vera.

Doge. Eccone adunque certi che le minaccie cadono su di Cipro. Marco Lucchese non è in città?

Sen. È ora a Firenze.

Doge. Scrivetegli per conto nostro, che venga qui tosto. Ite.

Sen. Brabanzio col prode Moro dirigono qui il passo, (entrano Brabanzio, Otello, Jago, Rodrigo, ed Uffiziali)

Doge. Valoroso Otello, abbiamo bisogno dell’opera vostra. Il Turco ne minaccia: e attendiamo salvezza da voi. (a Brabanzio) Siate il benvenuto, signore; i vostri consigli ci mancavano, e ben ne sentivamo l’importanza in questa terribile notte.

Brab. Io pure abbisogno de’ vostri; e Vostra Grandezza mi perdoni, se gli ufficii dell’impiego mio, o nulla che avesse attinenza colla bisogna che qui vi raduna, non furono i motivi che m’indussero ad abbandonare il letto; se infine la cosa pubblica è fatta muta al mio cuore, dacchè il mio privato dolore è sì profondo, che assorbe e fa tacere ogni altro dolore.

Doge. Qual mai sventura vi accadde?

Brab. Mia figlia! oh figlia mia!

Senat. Sarebb’ella morta?

Brab. Morta è per me, dacchè mi fu rapita; e vinta rimase da prestigi e da bevande diaboliche. Perocchè, lo ripeto, è impossibile che la natura cada in tanto errore, allorchè è sana e pura, ed ha occhi per vedere, e mente per giudicare...

Doge. Qualunque sia l’uomo che con sì barbare frodi privò vostra figlia della ragione, e vi tolse quel tesoro, voi stesso leggerete il libro sanguinoso delle leggi; voi stesso proferirete la pena scritta nel suo testo severo: sì, se il colpevole fosse anche un nostro figlio.

Brab. Ve ne ringrazio, signore. Ecco ora il reo: questo Moro che faceste chiamare espressamente dinnanzi a voi.

Doge e Sen. Ne proviam dolore per lui. [p. 296 modifica]

Doge. (a Otello) E voi, che potete rispondere a quest’accusa?

Brab. Nulla; perocchè è vera.

Ot. Illustri e venerandi signori, e voi miei nobili e generosi colleghi, ch’io abbia allontanata la figlia di questo vecchio dalla sua casa, è vero; ma ch’io l’abbia anche sposata, è vero pure, ed in ciò sta tutta la mia offesa. Selvaggio e rozzo ne’ miei discorsi, io sono mal atto a parlare il linguaggio delle corti; imperocchè dall’età di sette anni, in cui incominciarono a farsi nerborute queste braccia, infino ad ora, la mia vita trascorse nei campi fra le guerre e gli assedii, talchè inetto mi trovo ad ogni altro linguaggio, che di guerra non sia; inetto a parlare per la mia difesa. Nondimeno, se la vostra pazienza vuole ascoltarmi, io vi farò senza pompa la narrazione ingenua e schietta di tutta la storia de’ miei amori, e vi dirò con quali malefizi, perocchè tale è il delitto di cui vengo tassato, con quali talismani, con quai prestigi sia riescito a captivarmi il cuore di sua figlia.

Brab. Fanciulla sì timida, sì modesta, che tremava al suono della propria voce, che arrossiva ad ogni movimento, potea far violenza alla natura, all’età, al suo paese, al suo nome, a tutto infine, per restar presa d’amore per un oggetto che non poteva mirare senza spavento?... Occorre un giudizio stolto o pravo per dire che natura sì perfetta abbia potuto errare contro tutte le proprie leggi; e fallo sì grande chiarisce abbastanza, che la causa dee ricercarsene fra i segreti d’un’arte infernale. Insisto quindi ed affermo, che fu solo colla forza d’infami droghe che corrompono il sangue, o con parole piene di sacrilegi e d’empietà, che questo Moro pervenne a trionfare di lei.

Doge. Affermare non è dar prove; e di positive se ne richieggono e certe; nè voglionsi qui vaghe congetture, o sospetti da volgo.

Sen. Ma voi, Otello, parlate; avete voi con mezzi iniqui e violenti sottomesse e corrotte le affezioni di quella fanciulla, o l’avete vinta solo colla preghiera, e con quella simpatia che lega insieme due cuori?

Ot. Inviate qualcuno al Sagittario, signori, e fate ch’ella venga qui; ve ne scongiuro: parli ella stessa di me dinanzi a suo padre. Se il racconto di lei mi farà apparir colpevole, toglietemi non solo la vostra fiducia e la carica ch’io riempio, ma la vita.

Doge. Qui venga Desdemona.

Ot. Alfiere, ite a prenderla: voi sapete dov’è; (Jago esce con alcuni altri) e nell’intervallo che si frappone al suo arrivo, colla sincerità con cui confesso al Cielo gli errori della mia vita, [p. 297 modifica]esporrò a questo venerando consesso come imparai ad amare quella fanciulla, e come ne fui riamato.

Doge. Ditelo, Otello.

Ot. Il padre di lei, che mi teneva in estimazione, e spesso mi voleva con sè, m’interrogava sempre sull’istoria della mia vita, sulle battaglie a cui ero intervenuto, sugli assedii che aveva condotti, sui pericoli tutti da me corsi. Riandando la mia vita dai dì della fanciullezza fino all’istante del mio racconto, io facea lunga narrazione di svariate avventure, di dolorosi infortunii, sofferti così in mare che in campo; di tremendi pericoli affrontati or sulle breccie sanguinose, ora sulle navi squarciate. Esponendo come io era rimasto preso da un orgoglioso nemico, venduto schiavo, e poscia ricompro, doveva toccar di tutta la serie de’ miei viaggi, di tutte le cose da me vedute: antri foschi, deserti immensi, aridi scogli, montagne elevate al cielo, cannibali divoratori d’umana carne, e mostri che avevano il capo men alto delle spalle. Mentre seguivano quei racconti, Desdemona pendeva dal mio labbro, ma di sovente le domestiche cure venivano a distrarla; e costretta d’accudirvi, perdeva spesso, con molto suo dolore, il filo della narrativa. Avvistomi di ciò, colsi un dì l’istante propizio, e trovar mezzo per disporre il suo cuore a farmi una preghiera, quella di narrarle il mio pellegrinaggio per l’universo, di cui molti particolari avea ella bensì intesi, ma non mai di seguito tutta l’istoria. Acconsentii; e compiacendola, vidi spesso brillar ne’ suoi occhi le lagrime, allorchè ricordava qualche infelice vicenda di mia giovinezza. Terminato il mio dire, ella sospirò dal cuore profondo, esclamò: che assai strane erano le mie avventure; che ben degna era la mia sorte della più tenera pietà; ch’ella avrebbe allora desiderato ignorarle; e che sarebbe stata nondimeno lieta se il Cielo l’avesse fatta nascere uomo, e messa al posto mio. Mi ringraziò quindi, e mi disse che se un amico avessi avuto che di lei fosse stato vago, gl’insegnassi a raccontare mia storia, che ciò sarebbe bastato per renderla amorosa. A quell’ingenuo abbandono parlai: ella m’amò pei pericoli che aveva corsi; io l’amai per la compassione che sentiva delle mie sventure: tali sono state le mie malìe. Desdemona si avanza: confermi ella stessa quanto dissi fin qui (entrano Desdemona, Jago, e seguito)

Doge. Credo che un tal racconto catturato si sarebbe anche il cuor di mia figlia. Caro Brabanzio, prendete quanto resta di bene in un male irreparabile. Anche col tronco d’una lancia spezzata l’uomo è più forte, che noi sia colle mani vuote.

Brab. Vogliate, ve ne prego, udir lei pure, signore; e s’ella [p. 298 modifica]confessa d’essere stata a parte d’un tal fallo, cada su di me la distruzione, se i miei ingiusti rimproveri saran più diretti a lui — Avvicinatevi, gentile fanciulla; e ditene a chi fra di noi qui raccolti dovete obbedienza.

Desd. Mio nobile padre, veggo che la mia sommessione ha da essere qui divisa: a voi debbo la vita e l’educazione; e l’educazione e la vita che da voi ricevei m’insegnano a riverirvi. Sottomessa fin qui ai doveri di figlia, vidi in voi il mio signore; ma ecco adesso il mio sposo. Mia madre abbandonò per voi il padre suo. La stessa obbedienza ch’ella vi rese, io debbo e dimando che ad esempio suo, concesso mi sia di rendere al Moro mio signore.

Brab. Dio sia con voi!... Non mi resta altro da dire. — Passiamo, signori, se vi piace, alla cosa pubblica. — Meglio sarebbe stato che avessi adottato un fanciullo, piuttostochè darle la vita. — Moro, avvicinati: di tutto cuore ti cedo questa creatura, che vorrei... ma già la possiedi... che di tutto cuore vorrei poter da te riscattare. — Quanto a voi, tesoro di saviezza, voi mi fate sentir la gioia di non aver altri figli. La vostra evasione m’avrebbe insegnato a tenerli, da tiranno, fra catene di ferro. Ho finito, signore.

Doge. Permettetemi di parlar per voi; lasciate che vi ricordi una verità fatta per aprire il vostro cuore alla clemenza, e ricondurlo verso questi due amanti. Allorchè tentati si sono tutti i ripari, e che sull’anima è caduto il fatal colpo, che la speranza teneva ancora sospeso, tutti i dolori sono finiti. Deplorare una sventura che passò, è mezzo sicuro a rinnovarsela perpetuamente. Tolto n’è di possedere un bene, di cui la fortuna ci spoglia? Se abbiamo virtù, riderem dell’insulto della fortuna. L’uomo che vede con fronte serena rapirsi il suo tesoro, ne conserva nell’anima uno ben maggiore, e delude il rapitore; ma quegli che si consuma fra inutili lamenti, quegli solo ruba a sè parte di se stesso.

Brab. Oh sì veramente! Lasciamo che il Turco ne tolga Cipro, e perduto non l’avremo finchè rimarranno serene le nostre fronti. Questi precetti si possono udire quando la sola pena che se n’ha, sta nell’ascoltarli; ma si raddoppia il fardello dei dolori nel doverli intendere con pazienza, mentre il cuore dà sangue. Tutte queste massime, applicate, ed egualmente forti, in senso contrario, sono volta a volta balsamo e fele alla piaga; ma le parole non sono che parole, nè mai udii che il cuore mortalmente ferito fosse sanato dall’orecchio. — Ve ne scongiuro perciò: ventiliamo le cose dello Stato. [p. 299 modifica]

Doge. Il Turco minaccia Cipro con un formidabile navilio. Otello, voi conoscete meglio d’ogni altro le difese di quell’isola. In essa sta, è vero un ufficiale istrutto, e degno del suo grado; ma l’opinione, regina degli avvenimenti, crede, dandovi il suo suffragio, assicurare il successo. Sappiate adunque, che v’è d’uopo interrompere le dolcezze della vostra novella felicità, per andare a quella spedizione piena di fatiche e di pericoli.

Ot. Venerandi senatori, l’abito, quel gran tiranno dell’uomo, ha cangiato per me lo strato ferreo dei campi in un letto di piume. Ho in me quell’ardore, quell’alacrità naturale, che svegliano le dubbie imprese: assumo questa guerra; e prostrandomi dinnanzi a voi, non chieggo che un provvedimento per la mia sposa, che valga ad assicurarle uno stato degno della sua nascita.

Doge. A che? non abiterà ella la casa di suo padre?

Brab. Non voglio che ciò sia.

Ot. Né io pure.

Desd. E a me ancora sarebbe di dolore il restar con mio padre, per essergli perpetuamente cagione di cruccio e di collera. Doge generoso, porgete propizio orecchio alle mie parole, e avvalorate coll’approvazione vostra la mia dimanda.

Doge. Che chiedete, Desdemona?

Desd. Ch’io abbia abbastanza amato Otello per passar con lui la mia vita, è cosa che attestar possono al mondo e il totale abbandono di me stessa, e le tempeste a cui espongo la mia vita. Il mio cuore si è sottomesso alle rare qualità del mio sposo: guardando Otello, non veggo che la sua anima; ed ho consacrata la mia alle sue virtù guerriere, alla sua gloria. Così, o illustri Senatori, se, mentre ei parte per la guerra, rimango qui derelitta come inutile arnese di pace, mi veggo frustrata dei beni che me lo fanno amare, che furono pegno di nostra unione: e in dolorosa solitudine condurrò tutto il tempo della sua assenza. Ch’io parta dunque con lui.

Ot. Acconsentite, signori; ve ne scongiuro: accordatele ciò che desidera. Nol chieggo, e il Cielo ne attesto, per l’interesse del mio amore, né per l’impazienza di soddisfare i primi impeti d’una passione novella: è per lei che ve lo dimando; è per mostrarmi indulgente e propizio a’ suoi voti Forseché, avendola con me, trasanderò gli affari dello Stato? Iddio preservi le vostre giuste anime dal crederlo. No; quando le tresche del fanciullo Amore corromperanno i miei doveri; quando in molle inerzia l’ebbrezza del piacere m’impedirà di far disegni di guerra o di combattere, accondiscendo che allora le vostre femmine pongano [p. 300 modifica]fra i loro attrezzi muliebri il mio elmo disonorato, e che tutte le ingiurie più vituperevoli siano proferite contro la mia fama.

Doge. (a Otello) Decidete voi stesso s’ella debbe restare, o seguitarvi. Ma il pericolo è imminente; lo Stato vi chiama; la vostra operosità risponda a’ suoi pericoli. Convien partir questa notte.

Desd. Questa notte, signore?

Doge. Lo dissi.

Ot. E con tutto il cuore.

Doge. Dimani, signori, ci raduneremo alle nove del mattino. Otello, lasciatene un de’ vostri ufficiali: ei v’arrecherà i nostri ordini, e assumerà le altre bisogne che vi riguardano.

Ot. Lasci ero il mio alfiere, se vi piace; uomo pieno d’onore e di fedeltà, a cui affiderò la mia sposa, e tutti i dispacci che le Eccellenze Vostre giudicheranno conveniente d’inviarmi.

Doge. Così sia. — Signori, vi saluto; e (a Brabante) se vero è, o nobile uomo, che la virtù sia sempre bella, il volto del vostro genero è più avvenente, che non sia nero.

Sen. Addio, valente Moro; rendete felice Desdemona.

Brab. Veglia su di lei, Moro; osserva tutti i suoi passi: ella ingannò suo padre, e ben potrà ingannare te pure. (escono il Doge, i Senatori, gli Ufficiali, ecc., ecc.)

Ot. La mia vita per la sua fede! Onesto Jago, bisogna ch’io ti lasci la mia Desdemona. Dàlle, te ne prego, tua moglie per compagna; e scegli per condurmela, il tempo più acconcio. — Vieni, Desdemona; non mi rimane che un’ora per parlarti d’amore, e dell’avvenire che ci aspetta. Obbediamo al tempo.

(escono)

Rodr. Jago!

Jago. Che dici, nobile cuore?

Rodr. Tu puoi divinare quello ch’io penso.

Jago. Tu brami coricarti, e dormire.

Rodr. Voglio tosto annegarmi.

Jago. Se lo fai, non t’amerò più. E perchè, gentiluomo insensato?

Rodr. Perchè è pazzia il vivere, quando la vita è un tormento; e abbiam precetto di morire, allorchè la morte è una medicina.

Jago. Oh vile! Ventotto anni omai son corsi ch’io osservo questo mondo; e da che ho saputo distinguere un benefizio da un’ingiuria, non vidi mai uomo che sapesse ben amare se stesso. Prima ch’io dovessi dir d’annegarmi per amore d’una [p. 301 modifica]concubina, vorrei cambiar la mia natura umana in quella di una scimmia.

Rodr. Che dovrò fare? Ho vergogna, lo confesso, d’esser così debole; ma non è della mia virtù il correggermi.

Jago. Virtù? follia! Sta sempre in noi l’esser in un modo, piuttosto che nell’altro. Il nostro corpo è il giardino; la volontà nostra il giardiniere che lo coltiva. Ch’ei vi semini l’ortica o grani utili, l’issopo o il timo, piante svariate, o d’una sola specie; che lo renda sterile coll’inerzia, o colla industria lo fecondi; in lui solo sta sempre la potenza di dare al terreno quella forma che più gli piace, e di cangiarla a suo senno. Se la bilancia della vita non avesse il peso della ragione da contraporre a quello delle passioni, la foga del sangue e la bassezza delle nostre tendenze ne porterebbero alle più assurde opere; ma noi abbiamo la ragione per calmare i furori dei sensi, per spuntare il pungolo dei desiderii, e domare le voglie sfrenate: dal che conchiudo, che quello che voi dite amore non cresce nel nostro seno che come una spina selvaggia, o un pollone parassito.

Rodr. Non può essere.

Jago. Sì; quest’amore non è che una libidine del sangue, cui tollera la volontà. Orsù, siate uomo! Annegarvi? i gatti s’annegano coi loro ciechi nati. Mi dichiarai tuo amico; e affermo che il merito tuo mi lega a te con catene indissolubili. Non avrei mai potuto metterti in miglior condizione di quella in cui ora sei. Poni danaro nella tua borsa; seguine a questa guerra; con finta barba trasforma la tua giovinezza in età più provetta. Te ’l ripeto: provvedi danaro. E impossibile che la passione di Desdemona pel Moro duri lungo tempo nè l’amor del Moro per lei.... Il principio ne fu troppo violento; e vedrai che con eguale violenza finirà in breve..... ma abbi danaro. — Questi Mori son instabili ne’ loro desiderii..... empi bene il tuo borsellino di monete e il frutto ch’egli oggi trova dolce come favo d’Ibla, gli simiglierà fra poco amaro come colloquintida. Quando ella sarà fastidita delle sue carezze, vedrà l’errore della scelta, e desidererà migliorarla: allora, oh! allora abbi molto danaro nella tua saccoccia, e, se pur desideri dannarti, cògli almeno una più dolce opportunità per farlo, che non te l’apprestasse un gelido bagno. Converti in moneta ogni tua masserizia; e, a meno che la santità del fragile voto, che lega un Barbaro errante ad un’astuta Veneziana, non sia troppo tenace pel mio Genio, secondato da tutte le potenze dell’abisso, tu la possederai; ma danaro; fa danaro di quanto possiedi. Al diavolo ora l’idea d’annegarti! ch’è [p. 302 modifica]idea contro ragione; e cerca di morir di piacere fra le braccia della tua bella, piuttosto che abbandonare questa vita senza di lei.

Rodr. Vorrai tu fermamente secondar le mie speranze, se acconsento d’aspettarne il successo?

Jago. Vivi certo di me. — Va, fa moneta. — Spesso ti dissi, e te lo ridico ora, che abborro il Moro: le mie ragioni partono dal cuore; le tue non sono meno legittime. Colleghiamoci dunque per la nostra comune vendetta. Se tu lo puoi disonorare, ciò farai traendone gran diletto, e causando a me una grata satisfazione. Molti avvenimenti posano in germe in seno al tempo, che debbono schiudersi in fiore. Va, vendi, fa oro; con maggior agio parleremo dimani di ciò. Addio.

Rodr. Dove ci vedremo dimani?

Jago. In mia casa.

Rodr. Di buon’ora verrò.

Jago. Sia pure; addio. Intendesti, Rodrigo?

Rodr. Che dite?

Jago. Non pensare più ad annegarti: intendesti?

Rodr. Son mutato: corro a vendere tutte le mie terre.

Jago. Bene sta; addio: abbi moneta a profusione; (Rodrigo esce) e così, o stolto, ne farai me ricco. Follia sarebbe profanar la mia esperienza, questo tesoro di cui vo fornito, per un tale idiota, senza diletto o profìtto. Abborro il Moro, che voce andò per Venezia ch’ei riempisse gli ufficii miei fra le coltri del mio letto; e sebbene ignori la verità di tal voce, pure il sospettò m’è bastante, onde operare come opererei per la certezza del fatto. — Ei mi stima..... ciò farà che potrò ingannarlo meglio. — Cassio è l’uomo che mi abbisogna..... Vediamo appresso..... Ottenere il suo posto, e dar pieno sfogo alle mie vendette. Doppia astuzia ma qual modo?.... Esaminiamo di sangue freddo. Fra qualche tempo insinuare all’orecchio ingannato del Moro, che Cassio usa modi troppo familiari colla sua donna..... Cassio ha un’avvenenza, una venustà che accrediteranno il sospetto: tale egli è da rendere le donne infedeli..... Il Moro è per natura schietto ed aperto; facile a credere onesti gli uomini, dacchè si danno la briga di parerlo; onde si lascierà guidare sull’orlo della fossa senza opposizione, come lo stupido giumento obbedisce alla mano che lo regge. È trovato..... la tela è ordita..... l’inferno e la notte faran germogliare alla luce questo frutto mostruoso.     (esce)

Note

  1. Qui abbiamo dovuto scostarci dal testo che portava così: You’ll have your daughter covered with a Barbary horse: you’ll have your nephew neigh in you: you’ll have coursers for cousins, and ginnets for germans. Lo che, tradotto alla lettera, equivaleva a questo: Avrete la vostra figlia c.. da un cavallo di Barberia; avrete nipoti che vi nitriranno d’intorno; avrete puledri far cugini, e ginnetti per parenti.
  2. Nome di un albergo veneziano.
  3. Titolo dato a Brabanzio come senatore.