Necrologia del cavaliere Antonio Coppi

Nicola Roncalli

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NECROLOGIA

DEL CAVALIERE

ANTONIO COPPI

SCRITTA

DAL CONTE NICOLA RONCALLI

ROMA

COI TIPI DEL SALVIUCCI

1870

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Il ridir tutto, che ci chiama al compianto della perdita del Cavaliere Antonio Coppi, qui lungo sarebbe.

Le opere sue, variate e molte assai copiose di senno e di erudizione storica ed archeologica, hanno bella fama in Italia. Nè per toccar di tulle ricorderò soltanto quella interessantissima degli Annali d’Italia al seguito del Muratori, che a dir vero lo resero cotanto benemerito nel mondo letterario, sia per la verità, chiarezza, concisione e piano stile, con che seppe condurne gl’interessanti periodi storici: lavoro reputato già di utilità pubblica, e sol questo sufficiente ad eternare la sua memoria.

Ma tacendomi per brevità su ciò, quanto alla sua vita, non meno priva d’interesse, mi piace dire che trasse i suoi natali in Andezeno, terra della provincia di Torino, ai 22 di aprile 1783 da Vittorio e Maria Cocchis, di civile condizione e di limitate fortune.

Una lieve imperfezione naturale lo rese alquanto balbuziente e perciò difficoltoso nel parlare e non sempre facile per esser compreso. [p. 4 modifica]

Nella sua terra natale frequentò, fanciullo, le pubbliche scuole; gli erudimenti grammaticali li apprese nel prossimo villaggio di Riva, la Umanità la Rettorica e la Filosofia nel Collegio di Chieri, dove incominciò a dar saggio di buon volere e di bel profitto.

Consigliato dal Parroco del suo paese deliberò dedicarsi alla vita ecclesiastica e nel 1799 entrò nel Seminario di Torino dove applicossi alla Teologìa.

Nel 1800 essendo il Piemonte invaso dai Francesi, che allora erano rivoluzionarii, perciò sconcertatesi le pubbliche e private cose, dovette uscirne e ritirarsi nuovamente nella casa paterna. E fu allora, in quegli ozii che dedicossi alla lettura d’istorie e con molto diletto ed interesse scorse gli Annali d’Italia del Muratori, le rivoluzioni d’Italia del Denina.

La casa abitata dai suoi genitori era ad essi pervenuta in legato di un pro-zio materno (Carlo Borio, morto nel 1790) ex Gesuita, che avevala già ereditata da un antenato, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù. In essa con le mobilia e varii libri degli antichi Gesuiti, si conservavano memorie, che impressero nel di lui animo una venerazione tale per la soppressa Compagnia, che la estimò per una tra le più perfette della umana società.

Egli deliberò di recarsi a Roma col progetto di associarsi alla medesima.

In fatti nel Novembre del 1803 abbandonò Andezeno sua patria e si condusse a Roma, raccomandato ad un Cavalier Cordero di Vonzo, Colonnello Piemontese il quale aveva seguito nell’esiglio la Corte di Savoja, che allora trovavasi in Roma.

Questi accolse di buon grado le preghiere del Coppi [p. 5 modifica]e spese buoni officj col Padre Angelini, personaggio di alta prudenza, venuto da Russia a Roma per promuovere nelle alte sfere gl’interessi della Compagnia. Prese convegno col medesimo per presentargli l’aspirante giovinetto Piemontese, ma per mancata parola dell’Angelini, la presentazione non si effettuò.

Del che adontatosi il Cav. Cordera consigliò il Coppi ad abbandonare il pensiero di recarsi in Russia ed invece far le prattiche opportune per essere ricevuto in Roma stessa in una Compagnia che esisteva, denominata della Fede di Gesù, diretta da un Niccola Paccanari, la quale viveva colle regole di S. Ignazio ed era protetta dalla Arciduchessa Marianna d’Austria. Aveva varie case in diversi stati di Europa ed una di queste a S. Silvestro presso il Quirinale.

Il Cav. Cordero condusse il giovine Coppi al Rettore della medesima, che era un Negoletti, Piemontese, e senz’altro ricevuto, nel mese di dicembre fu mandato a Spoleto a fare il noviziato.

Quivi il Coppi conversava specialmente ed in fine contrasse amicizia, col sacerdote Mariano Manfredi Romano che era altro novizio, uomo colto e di molto spirito e che dopo alcuni mesi ne uscì tornandosene a Roma.

Nella primavera del 1804 il noviziato da Spoleto fu trasferito a Roma e Pio VII in quell’anno stesso ristabiliva la Compagnia di Gesù nelle Due Sicilie ed allora il Coppi desiderò ansiosamente di andare ad iscriversi tra veri Gesuiti.

E nel Gennajo 1805 congedatosi dai Religiosi della Fede di Gesù (non aveva fatto alcun voto) partì per Napoli e così si presentò al Padre Pignatelli Provinciale. [p. 6 modifica]Questi però si oppose di accettarlo nella Compagnia come quegli che alquanto balbuziente, non poteva essere atto alla predicazione ed allo insegnamento e con siffatta imperfezione di poca utilità alla Compagnia.

Tornatosene pertanto a Roma si recò dal suo amico, Mariano Manfredi, conosciuto già nel noviziato di Spoleto, interessandolo a procurargli qualche occupazione. Questi che aveva un fratello, anziano di età, Procuratore Rotale, mancante di prole, desiderava di formarsi un’allievo il quale come nell’esercizio del Foro, così lo assistesse nella sua vecchiaja.

Egli animato e fermo in tal proposito stabilì al Coppi un tenue assegnamento con cui potersi mantenere ed attendere frattanto agli studj legali, per poi essergli un giorno di efficace sussidio nell’esercizio del foro. E così facendo, mentre non trascurava la frequenza alla Università Romana e pubbliche scuole di diritto, assisteva assiduamente il suo protettore benefico, in quanto ne lo richiedeva.

Il Prelato Nicola Maria Nicolai, celebre per l’opera pubblicata nel MDCCC dei Bonificamenti delle terre Pontine e per l’altra delle Memorie sulle Campagne Romane nel MDCCCIII concepì l’idea di compilare una storia dei luoghi una volta abitati ed ora deserti dell’Agro Romano.

Per questo oggetto nel 1811 commise a Travostini, Legale Piemontese, stabilito in Roma, di cercargli un giovine che raccogliesse memorie e documenti necessarii all’uopo. Il Travostini che molto stimava il suo compaesano ed amico, Antonio Coppi, il propose al medesimo e così assunse un tale lavoro.

Accintosi all’opera consultò i classici latini, esaminò [p. 7 modifica]quanto aveva scritto il Volpi sull’antico e profano Lazio che comprendeva una parte dell’Agro Romano sulla riva sinistra del Tevere. Raccolse documenti negli archivj di S. Maria Nuova, degli Orsini e del Campidoglio, nella Biblioteca Barberina e nella Vaticana. In quest’ultima esaminò specialmente li 143 volumi dei manoscritti di Monsignor Pier Luigi Galletti, il quale aveva raccolto una numerosa quantità di notizie e di documenti Romani. Visitò le rovine tuttora esistenti di Ostia, Laurento, Gabio, Fidene, Vejo, Ceri e Porto. Fece finalmente escursioni per i Castelli costrutti nel Medio Evo ed ora abbandonati.

Con questi elementi, il Nicolai, dal 1817 al 1832 lesse nell’Accademia Archeologica undici memorie che furono inserite nei primi quattro volumi degli atti stampati.

Dopo la morte del Nicolai, Antonio Coppi, continuò l’opera e ne lesse altre tredici che trovansi stampate nei Vol. V-X.

Intanto nel 1813 si fondò l’Accademia Tiberina avente per precipuo scopo di occuparsi delle cose di Roma. Per tale oggetto il Cav. Coppi propose che la medesima si consagrasse principalmente a compilare una storia civile della Città del Medio Evo e per questo oggetto raccolse documenti, mentre radunava in pari tempo quelli per le campagne Romane.

Nel mese di Luglio 1813 incominciò tale storia, ma subito lo spaventò il prospetto dell’immenso lavoro, cui si accingeva. D’altronde dovendo attendere ad occupazioni amministrative e legali gli fu d’uopo di sospendere la continuazione.

Si limitò ad ordinare i materiali in modo cronologico. Fra questi ne scelse 225 dal 608 al 1527 che ai [p. 8 modifica]9 gennajo 1862 comunicò all’Accademia Archeologica affinchè venissero inseriti negli atti. Difatti furono stampali nel Tom. XV dalla pag. 173— 368.

Educato fra le amene campagne di Andezeno e di Chieri, divenuto conoscitore, che i luoghi ora deserti nell’Agro Romano, un tempo erano popolati, nulla più ardentemente desiderava che tornassero a nuova esistenza. E qual ricercatore indefesso delle cose antiche, colla sua laboriosa industria si sforzò di riavvicinare i tempi trascorsi nell’oblio, facendo nostre molte cognizioni di antiche città, di cui non restavano che frantumi informi e quasi scomparsi.

A buon diritto possiam ripetere del Coppi coll’Eccles. 39, «Sapientiam antiquorum exquirit sapiens

Egli colla viva facoltà dell’intendimento prendevasi diletto di risalire a secoli andati per rendere alla luce avvenimenti già dal tempo sepolti nelle tenebre, per quindi tener dietro ai progressi delle umane generazioni, dalla sua infanzia, sino alla età nostra.

È con tale intendimento che lesse molti discorsi nell’Accademia Archeologica e nella Tiberina.

Nel 1843 riuscì far promotore di una Società Agraria l’Eminentissimo Cardinale Massimo di ch. me. e che prese vita sotto la denominazione di Pontificio Istituto Statistico Agrario e d’incoraggiamento. Questa aveva per oggetto di migliorare possibilmente le campagne Romane ed il Coppi ne fu Segretario sino a che le vicende politiche del 1818 non distrussero questo utile ed interessante Istituto.

Il Nicolai serbava una speciale ammirazione alla Basilica di S. Paolo sulla Via Ostiense, presso la quale possedeva una amenissima vigna ed aveva raccolto me[p. 9 modifica]morie per illustrare quel magnifico monumento. Nel 1814 le comunicò al Coppi incaricandolo di esaminarle ed accrescerle, onde potesse compiere la ideata illustrazione.

Il Coppi difatti ne aggiunse altre, specialmente relative alla Città di Giannipoli, che un tempo circondava la Basilica.

Chiamò quindi in ajuto l’archeologo Antonio Nibby e da questo coadiuvalo trascrisse tutte le iscrizioni antiche e moderne esistenti nel tempio e nell’attiguo Chiostro, ascendenti al numero di 1321.

Propose quindi al Nicolai di ampliare la sua primitiva idea e commettere ad un’Architetto di misurare la Basilica, farne la pianta e la descrizione, incaricare artisti di disegnare ed incidere in rame i magnifici musaici che l’adornano, come anche alcuni antichi monumenti in essa esistenti. Così si fece e nel 1815 il Nicolai con grave dispendio pubblicò la prediletta sua opera «della Basilica di San Paolo con piante e disegni incisi. Vol. in fol. di pag. 311-VII.

Il deplorabile incendio della Basilica, avvenuto nel 1823, accrebbe il pregio di quell’opera che conservò ai posteri tante pregevoli memorie della medesima.

Il Prelato Nicolai godeva fama di essere un’abilissimo economo; e nel 1816 fu invitato dal Principe Filippo Colonna ad assumere l’amministrazione de’ suoi patrimonj. L’accettò e presto conobbe il bisogno di un’assistente speciale per ordinare l’archivio e prendere esatta cognizione dei moltiplici affari. Propose a tale officio Antonio Coppi ed il Principe vi acconsentì.

Il Principe Colonna possedeva beni nello Stato Pontificio, nel Regno di Napoli ed in Sicilia. Proveniva [p. 10 modifica]quest’ultimi dalla casa Gioeni e se ne ignorava la estensione e di alcuni perfino la denominazione. Sapevasi bensì che erano molestati da due liti passive e gravissime. Una col Principe di Villafranca, cominciata nel 1790 e l’altra col Duca di Angiò che aveva avuto principio nel 1640. Conoscevasi inoltre che quei beni erano gravati da molti pesi, detti soggiogazioni e s’ignorava peraltro il significato di tale parola. Il tutto si riduceva ad alcune rare e laconiche lettere del Procuratore generale residente in Palermo, delle quali talvolta non si comprendevano le espressioni Siciliane, perchè ignote in Roma.

Il Principe che aveva tre figlie senza alcun maschio, rimanevasi incerto chi dovesse succedere al patrimonio di Sicilia, dove la legislazione era differente dalla Romana.

Si ravvisò quindi necessario d’inviare in Sicilia un’incaricato che prendesse esatta cognizione di ogni cosa e tale delicato incarico fu affidato al Coppi. Attivo, zelante e circospetto nel suo agire assunse qualsiasi notizia necessaria, visitò i feudi sparsi in varie parti dell’Isola e conobbe che ascendevano alla quantità di salme 12 mila (pari ad ettare 20,000). Esaminati i conti di cassa in Palermo rilevò che nel 1809 erano mancate onze 9000 (lire 108 mila) per il che credette prudente ed insieme necessario di allontanare da quella amministrazione gl’impiegati sospetti.

Intanto il Principe Colonna, cui era stata mossa una grave ed intrigata lite fin dal 1790 dal Principe di Villafranca ed altri suoi parenti per alcuni diritti ereditarii, vidde la necessità di transiggere coi medesimi. Il Coppi trattò, con tale e tanta circospezione siffatto negozio, che di onze quarantamila (lire 480 mila) che le parti [p. 11 modifica]avversarie chiedevano, riuscì di transiggere per sole onze 28,800 (lire 355,600.)

Frattanto il Principe Colonna nella primavera del 1818 infermatosi gravemente, mostrava molto interesse di conoscere, se nel patrimonio di Sicilia dovessero succedere le figlie che tanto prediliggeva, o pure un nepote agnato. Il Coppi compilò una legale relazione indicante l’acquisto di tutti i feudi nel secolo XIV, il tenore delle investiture e citando le vigenti leggi ne sottometteva il suo legale parere nel senso che Margherita, figlia primo-genita (moglie di D. Giulio Cesare Rospigliosi Duca di Zagarolo) aveva esclusivamente il diritto di successione al patrimonio Gioeni, tranne onze 46,000 che sembravano soggette alla primogenitura Colonna di Roma.

Il Principe cessò di vivere ai 26 di giugno e la sua figlia primogenita succedette al Principato di Castiglione. La illustre Principessa, decoro della Romana nobiltà, che sapeva apprezzare gli onorati ed interessanti servigi resi dal Coppi, lo confermò nella amministrazione e gli conferì inoltre pieni poteri, con illimitata fiducia; e perchè potesse vivere onoratamente ed indipendente da altre occupazioni, con munificenza degna degli avi suoi e delle storiche generose gesta de’ Colonnesi, gli assegnò un cospicuo onorario.

Intanto il Coppi che dimorava stabilmente in Sicilia, chiese alla Principessa di Castiglione di poter far ritorno a Roma e recarsi nella Sicilia soltanto in circostanza che la di lui presenza vi fosse necessaria, e così dal 1817 al 1854 ventidue volte fece il viaggio da Roma a Palermo.

Nel 1818 Ferdinando I. abolì in Sicilia le Primogeniture ed i fidecommessi e nel 1821 li autorizzò a li[p. 12 modifica]berarsi dalle soggiogazioni, le quali erano censi passivi aventi ipoteca generale. Il Re dispose che ai creditori delle medesime si assegnassero fondi stabili. La Principessa di Castiglione approfittò di tali provvide leggi, liberò i suoi fondi da ogni peso ed ordinò al Coppi di venderli e rinvestire i capitali in Roma, lo che fu effettuato.

Il Coppi fra le tante sue soddisfazioni ebbe pur quella di riportare splendida vittoria nel 1862 sull’annona lite che esisteva contro gli Angiò, lite che ricordava il suo principio dal 1640.

La illustre Principessa, col compianto di quanti ammiravano le sue esimie virtù, nel 1864, passò agli eterni riposi e mai sempre generosa Le piacque, in migliore attestato della sua soddisfazione, per l’operato del Coppi, di disporre al medesimo, in onorifico legato, il suo orologio a ripetizione ed il proseguimento del vistoso onorario assegnatogli.

Ma maggiore onoranza torna a questa magnanima Principessa, e pubblica riconoscenza Le si debbo in quanto che, come il defunto stesso lasciò scritto «mercè il cospicuo assegnamento della Principessa Colonnese indirettamente Le è dovuto, se egli potè attendere con tranquillità agli studj storici e scrivere con indipendenza politica gli Annali d’Italia, le Memorie Colonnesi, dissertazioni storiche ed agrarie ec.»

Nè i soli interessi della Eccellentissima Casa Colonna ebbe a trattare il Coppi; imperciocchè la fama della sua perizia ed onestà trassero clienti illustri a valersi della di lui sperimentata capacità.

Infatti occupandosi egli nella Sicilia degli affari Colonnesi, il Conte Bolognetti Cenci e Bonaparle di Canino; [p. 13 modifica]Boncompagni, Principe di Piombino, Caetani Duca di Sermoneta, il Principe Doria Pamphily, i Principi Rospigliosi Pallavicini ed il Balì Bartolomeo de’ Principi Ruspoli, quali tutti che colà avevano affari pendenti, lo incaricarono di assisterli.

Anche il Principe Francesco Borghese diede al Coppi l’incarico di trattargli la vendita dei fondi del Principato di Rossano che possedeva in Calabria e vi riuscì felicemente.

Nè mancarono al Coppi pubblici e privati officj cui fosse chiamato a sostenere. Imperocchè ai 15 di marzo del 1847 fu nominalo Membro del Consiglio di Censura per le stampe pubbliche relative alla politica.

Ai 22 di marzo dello stesso anno fu prescelto ad assumere l’officio di Segretario del Pontificio Istituto Statistico Agrario e d’incoraggiamento.

Ai 6 di novembre dello stesso anno fu annoverato tra Consiglieri del Comune di Roma.

Ai 17 gennajo del 1848 fu nominato Direttore della nuova Gazzetta di Roma, sostituita all’antico Diario, e quindi nel 1849 confermato Direttore del Giornale di Roma.

Ai 31 decembre 1852 ebbe la nomina di Membro della Giunta Provinciale di Statistica.

Ai 15 di novembre 1854 quella di Membro di una Commissione consultiva per gli studj onde ripopolare le Campagne Romane.

Appartenne a varie Accademie e fu uno dei fondatori di quella Tiberina creatasi nel 1813, la cui prima adunanza ebbe ad onore di tener in sua casa e ne fu Presidente per il primo anno. [p. 14 modifica]

Nel 1833 venne ascritto all’Accademia di Archeologia.

Nel 1838 a quella Reale delle scienze di Torino.

Nello stesso anno all’altra dei Georgofili di Firenze.

Nel 1847 ai nuovi Lincei.

II Cavalier Antonio Coppi pubblicò (come abbiamo detto in principio) varie ed interessanti opere, ma la più pregevole è

La continuazione degli Annali d’Italia del Muratori. Diede alle stampe XV volumi comprendenti gli avvenimenti dal 1750 al 1861.

Pubblicò in cinque Tomi, negli Atti dell’Accademia Romana di Archeologia, XIV Memorie sui luoghi abitati ed ora deserti nell’Agro Romano.

Lesse nell’Accademia Tiberina, ed alcuni ne stampò, molti discorsi agrarii, economici ec. tra cui

Sull’equilibrio politico di Europa.

Osservazioni sulla Liguria

Saggio sulle rivoluzioni

Notizie della vita ed opere di Gaetano Marini

Sul Carnevale di Roma

Memorie di alcuni monumenti di Tindari

Memorie storiche di alcune pestilenze

Sull’agricoltura dell’Agro Romano

Sull’agricoltura di Sicilia

Memorie storiche di Caprocoro

Sulla fondazione dell’Accademia Tiberina

Sulla servitù e libera proprietà dei fondi

Sopra alcuni stabilimenti e miglioramenti agrarii

Sopra alcune tasse ed operazioni di finanza degli antichi Romani [p. 15 modifica]

Notizie di un Quadro del Correggio, ossia sulla Leda

Sul Consiglio e Senato di Roma

Sulle Finanze di Roma nei secoli di mezzo

Sopra una idea di tenuta modella

Relazione sulla Tariffa e la libertà di fare e di vendere il pane

Sul cinquantenario dalla fondazione dell’Accademia Tiberina

Sul brigantaggio

Le Memorie Colonnesi. Lavoro di molto studio e che fu ben giudicato per la importanza storica.

Il suo merito letterario gli procacciò le seguenti onorificenze:

Ai 25 di settembre 1839 una medaglia di grande dimensione, da Carlo Alberto Re di Sardegna colle epigrafe «a . coppi . rerum . italicarum . scriptori».

Ai 21 gennajo del 1840 una tabacchiera di oro dalla Regina Maria Cristina di Borbone Vedova di Sardegna.

Ai 17 settembre 1840 la stessa Regina fece scolpire il ritratto di Lui in marmo.

Ai 29 giugno 1841 medaglia di oro dal Governatore di Roma per l’opera prestata nella direzione di un’Istituto agrario.

Ai 27 giugno 1847 medaglia di oro da Pio IX per la operosità nell’officio di censura politica.

Ai 3 agosto 1854 Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, dato personalmente da Vittorio Emmanuele II Re di Sardegna.

Ai 12 gennaro 1856 ebbe una medaglia di oro dal Re di Prussia Federico Guglielmo IV, per merito letterario. [p. 16 modifica]

Ai 16 ottobre 1862 Ordine del merito civile di Savoja conferito dallo stesso Re Vittorio Emmanuele II.

Ai 20 aprile 1863 Medaglia di argento decretata dall’Accademia Tiberina colla epigrafe

antonio . coppi
alteri . ex . fundat.
et . historiographo
pont . accad . tiberinae
grati . animo . ergo
anno . mdccclxiii
a . fundatione
anno . l.


Ai 6 maggio 1866 fu insignito dal Re di Napoli della Croce di giustizia del Reale e Militare Ordine Costantiniano.

La Santità di N. S. Papa Pio IX, inoltre, spesse volte nella sua benignità, in ricevendo i lavori del Coppi per mezzo dell’Eminentissimo Segretario di Stato, degnavasi d’esprimergli i sensi dell’alta sua soddisfazione, con amorevoli e belle parole di encomio ed incoraggiamento.

Accolto mai sempre con interesse nelle radunanze de’ dotti e con distinzione nell’alta Società, frequentava periodicamente quelle dei Principi Aldobrandini, Borghese, Doria, Orsini, Salviati ec. ed in quella dei Rospigliosi, considerato qual membro di famiglia, come colui che aveva veduto nascere gl’illustri figli del Principe D. Giulio e della Principessa Colonnese, quivi era qual’amico ed il vivente Principe D. Clemente conservò tanta venerazione ed amore pel Coppi, che continuamente [p. 17 modifica]ed in ogni infermità onorollo di sue frequenti visite, mettendo a di lui disposizione, mezzi dove occorressero, offrendosi a tutto; ed allorchè vidde il buon vegliardo prossimo a morte, ne pianse di rammarico.

La società serale poi che distraeva il suo spirito, cui si stette ligio in frequenza fino agli ultimi giorni della sua vita, era quella della Clementina Carnevali Vedova Mongardi, dove fu sempre il convegno di uomini distinti e del bel fiore della cittadinanza italiana, attratti dalla non comune coltura ed isquisita amabilità di questa distinta Dama. Il Coppi conservò per la medesima illimitata stima ed amicizia e ne aveva ben donde, perchè innumerevoli ed in ogni tempo furono le cordiali dimostrazioni, che n’ebbe, e segnatamente nell’ultima sua infermità.

I Cardinali ed altri personaggi di merito, nostrani ed esteri, i più celebrati diplomatici, furono sempre in rapporti seco lui; così mantenne inveterata relazione ed intimità amichevole, coll’Eminentissimo Cardinale Di Pietro, ch’egli apprezzava sommamente qual profondo diplomatico e sapiente giureconsulto, non che con gli ora Cardinali Barili, e Ferieri, quali tutti allorchè Nunzj, suoleva dilettare con un periodico di notizie Romane che loro trasmetteva. Nella Prelatura del pari, tra i moltissimi, aveva speciale attaccamento e stima per il suo connazionale Monsignor Di San Marzano, personaggio distintissimo per natali ed apprezzalo per dottrina, il quale tanto corrispondeva al Coppi di affezione, che fu dolentissimo di non essersi trovato al suo letto di morte, per averne ignorato la malattia di lui.

E tra gli uomini preclari prossimi al cuor suo, non dovrà preterirsi il Commendatore Benedetto Trompeo, di [p. 18 modifica]cui faceva spesso e sempre onoranda ricordanza per i pregi della sua molta dottrina, avendolo inoltre in bel conto di suo antico e leale amico del chiarissimo Conte F. Sclopis di Salerano, del Conte Bertone di Sambuy, del Marchese Alfieri di Sostegno, del Barone Ricasoli o del Marchese del Toscano, dei quali teneva in ben dovuta valutazione i lumi e grandi meriti. E più ancora il dottissimo Cav. Prof. Salvatore Betti, che il Coppi, facendo giusto omaggio a questa celebrità, dalla Provvidenza serbataci ancora a ristoro delle disastrose perdite, aveva tolto a consigliere de’ suoi lavori letterarii e gli era legato in intima amistà; così del pari faceva molto assegnamento sull’amicizia, cui rendeva giusta pariglia di famigliarità, del possidente agronomo Fabio Cavalletti, che estimandolo qual peritissimo in materie agrarie e finanziere, lo toglieva spesso a consiglio.

Che se tutte si dovessero enumerare le persone di molto conto che distinsero il Coppi, tale sarebbe impresa come futile, così inopportuna.

Del resto il Cavaliere Antonio Coppi, giunto felicemente all’ottantacinquesimo anno della età sua, incominciò a farglisi meno la vista, e quindi quasi perduta; così l’udito e le gambe indebolite, tal che gli rendevano siffatte alterazioni impedita presso chè ogni operazione mentale e quindi costretto di rinunziare anche alle più care abitudini sue.

Del che il Coppi, senza punto gravarsene, cedeva ad una cotal prostrazione morale che si faceva, per la inoperosità, aderente a quella fisica; e null’altro potendo, come da due anni precedenti aveva incominciato a dare assetto a tutti interessi letterarii con esteri corrispondenti, annunziando loro, senza iperboli, lo avvicinarsi del pros[p. 19 modifica]simo suo fine, dedicossi ad attendere solo religiosamente e pacificamente al termine di sua vita. Sicchè, con la freddezza sua caratteristica, si accinse a dare di per se, ancor vivente, esecuzione ad alcuni legati contenuti nella testamentaria disposizione.

Aveva disposto che tutti i suoi manoscritti e collezioni giornalistiche, che sono pregevolissimi, dovessero essere inviati alla famosa Casanatense, Biblioteca dei PP. Domenicani in S. Maria sopra Minerva, di molta rinomanza, la quale il Coppi tanto e sì utilmente aveva consultato nei suoi studj. Alcuni mesi prima di morire, in parte soddisfece al suo desiderio; così del pari inviò all’Accademia Tiberina la rarissima raccolta dei giornali di Roma dalla primitiva sua istituzione e ciò nello intendimento di rendere all’erede minori imbarazzi.

Inoltre prevvidente siccome era, per non rimanersi, all’ora estrema, senza alcun del proprio sangue, libero non essendo il suo nepote Vittorio Coppi perchè conjugato ed esercente l’avvocatura in Torino; nè un maggior pro-nepote, Giuseppe Amerio da Baldissero (figlio di un medico-chirurgo di quella terra, di buona fama) poichè nella carriera militare e già sotto Uffiziale di belle speranze, perciò tolse dagli studj del Seminario di Giaveno, Luigi, fratello di esso, tutto che minorenne, fecelo venire in Roma a proseguirli ed insieme ad essergli di assistenza.

La tempra sua linfatica aveva da varii anni consigliato, co’ mezzi dell’arte, tenere aperta una via agli umori che lentamente gli tendevano insidia ed a questo savio spediente del suo cerusico, Ricci, si debbono gli altri anni che si protrasse la preziosa sua esistenza.

Quindi alla più lieve inavvertenza, sopra un regolato [p. 20 modifica]e rigido regime di vita prescrittogli, tantosto si succedevano periodi di sfinimenti nervosi; ed un umore erpetico, che aveva fermato la sua sede sul piede destro, laddove accennava salutare beneficio, non era che foriero della morte.

Imperocchè diminuitosi e poscia scomparso, ridottosi il Coppi al letto con leggera febbre di apparente indole reumatica, apparve subito che quella lampa, già sì fulgente, fattasi arida, era per oscurarsi ed ispegnersi.

Tranquillo e rassegnato risguardava il transito della sua vita con cristiana filosofia, tanto che la gravezza degli anni, cogli inerenti incomodi ognor crescenti, chiamando i conforti della SS. Religione, il 24 di febbrajo accolse con serenità d’animo il Revdo Parroco dei SS. Quirico e Giulitta e si dispose piamente a ricevere il Santissimo Viatico.

Il dì seguente, che fu poi il nefasto della morte, conservando limpide le facoltà intellettuali, al medesimo che disponevalo alla Estrema Unzione, con accento stentato, ma fermo rivolse le seguenti parole dell’epistola di S. Giacomo «Infirmatur quis in vobis? inducat Praesbiteros Ecclesiae et orent super eum urgentes cum oleo de nomine Domini et oratio fidei salvabit infirmum et allievabit eum Dominus et si in peccatis sit, remittentur ei». Quindi soggiunse «Mi sembra che non sia però giunto un tale bisogno, non ostante vi siate così, jeri, affrettato di amministrarmi i SS. SACRAMENTI; credeste ad un pericolo imminente, che, come vedete, non era».

Ricevuto anche tale estremo Sagramento, gli umori retrocessi affollandosi al petto facevano indizio della sua prossima perdita ed un’ora prima che rendesse l’anima [p. 21 modifica]sua al Creatore, conservava i sentimenti e rispondeva a qualsiasi parola gli veniva diretta.

Giunte le ore 9 ed un quarto antimeridiane del dì 26 febbrajo 1870 placidamente se ne spirò nella pace del Signore.

L’assistenza la più amorevole gli fu apprestata, non pure da suoi amatissimi nepoti, Luigi e Giuseppe Amerio (quest’ultimo giunto in Roma soltanto da pochi dì in breve congedo) ma eziandio dal suo esecutore testamentario, Pietro Carboni, maestro di Casa del Principe Rospigliosi, non che dal Segretario di lui, i quali tutti, insieme ai suoi amici ed illustri compigionanti, avevano offerto e consagrato l’opera loro.

Delle modeste fortune, che si era procacciato con onorati sudori, facendo erede universale il pro-Nipote Luigi Amerio, che aveva chiamato a starsi in Roma presso di lui, ne dispose con varii legati in favore del nipote Avvocato Vittorio Coppi e di tutti gli altri pro—nepoti.

Come in vita così dopo morto volle conservare la sua modestia e lasciò scritto che il cadavere fosse associato quasi more pauperum e senza pompa veruna. Se non che i nepoti, per convenienza del suo nome conservando la sostanza del disposto, vollero renderlo alquanto più onorifico.

Nel dì 28 nella Chiesa Parrocchiale dei SS. Quirico e Giulitta si celebrarono i funerali, dove intervenne il Principe D. Clemente Rospigliosi, l’Illustrissimo e Reverendissimo Mons. Di San Marzano, varii membri dell’accademie di Archeologia e Tiberina, le sue compigionanti Marchesa Tiberj e Contessa Truzzi, i nepoti, l’esecutore testamentario e il Segretario. Nella sera la sua salma fu accompagnata al Campo Santo, [p. 22 modifica]dove sarà posta la seguente iscrizione che il Coppi stesso compose:

A . COPPI
NAT . ANTICELLI . PROV . TAURINEN
DIE . XXII . APRILIS . MDCCLXXXIII
SCRIPTOR . RERUM . ITALICARUM
RUSTICARUM . AGRI . ROMANI
OBIIT . ROMAE . DIE . XXVI . FEBRUARII
MDCCCLXX.


Visse nel celibato e fu buon Cattolico, di carattere ilare, di maniere semplici, di poche parole e laconico come i suoi scritti, sobrio ed oltremodo modesto. Giammai fece pompa delle onorificenze, nascondendole perfino ai suoi più intimi; si tenne mai sempre nella oscurità e da povero agronomo com’egli diceva. Sul suo peculio prelevava mensilmente alcuni assegni di sovvenzioni a persone povere e tutti avevano facile accesso presso di lui per consiglio e per appoggio.

Ebbe a suo segretario, per gli affari amministrativi e letterarii, il Conte Nicola Roncalli che fu prescelto a tale officio sin dall’anno 1840 e che per il lasso di un trentennio indefessamente lo coadiuvò nella compilazione degli annali d’Italia ed in altri lavori letterarii.

I nepoti cotanto beneficati, gloriosi di portare la memoria di un uomo che coll’ingegno, colla virtù, col modesto vivere, seppe procacciarsi un grado sì elevato nella società; e per celebrata fama illustrare il lor paese, sulle orme da esso tracciate, ben degni si faranno del nome di Antonio Coppi, rendendo così omaggio alla Provvidenza Divina che destinolli a tanto beneficio. [p. 23 modifica]

E tu, uomo preclaro per scienze e per virtù cristiane, vero decoro della tua terra natale, che certo al guiderdone che qui n’avesti, hai aggiunto or quello del Cielo, accogli, nella patria de’ giusti, queste rozze parole, le quali con espansione di cuore, e sincerità di affetto, unico tributo, che lo mi potessi, volli a te consacrare. [p. 25 modifica]

sia sempiterno gaudio allo spirito
e onore non perituro alla memoria di antonio coppi
il quale
natìo di andezeno in piemonte
fino da giovanissima età
per sua seconda patria ebbe roma
e salitovi in rinomanza di probo e diligente annalista
modesto caritatevole placidissimo
ivi piamente morì a xxvi di febbraio mdccclxx
di anni lxxxvi mesi x e vi giorni

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CELEBRANDOSI IN SAN QUIRICO
CORDIALISSIME E DECOROSISSIME ESEQUIE
AD ANTONIO COPPI
GIÀ CAVALIERE DI MERITO
PERCHÈ VALENTE ARCHEOLOGO
CULTORE DI STUDII AGRARII E STORIOGRAFO
il suo vecchio amico e collega tiberino
francesco spada1


Mentr’io veniavi asterso al sacro fonte,
     Questo tempio echeggiò de’ miei vagiti:
     Sei volte dodici anni indi compiti,
     Mesto vi torno e con dimessa fronte.

Or tu, scrittor d’opre onorate e conte
     Che a pianger sul tuo fèretro m’inviti,
     Ve’ fra color che più ti fur graditi
     S’io lagrime veraci ho per te pronte!

Tu de’ gravi anni tuoi cedesti al pondo:
     Io de’ men gravi miei stanco mi sento,
     E presso a dar l’estremo vale al mondo...

Forse pochi altri dì, forse un momento
     Agguaglieran tra noi primo e secondo,
     Siccome foglie che rapisce il vento!!


Note

  1. F. Spada fu battezzato nella medesima chiesa pressoché allo spirare dei 1797.