Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco detto de' Salviati

Francesco detto de' Salviati

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Giovann'Agnolo Montorsoli Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Daniello Ricciarelli da Volterra IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Fra' Giovann'Agnolo Montorsoli Daniello Ricciarelli da Volterra

VITA DI FRANCESCO DETTO DE’ SALVIATI PITTORE FIORENTINO

Fu padre di Francesco Salviati, del quale al presente scriviamo la vita et il quale nacque l’anno 1510, un buon uomo chiamato Michelagnolo de’ Rossi, tessitore di velluti, il quale, avendo non questo solo, ma molti altri figliuoli maschi e femine, e per ciò bisogno d’essere aiutato, aveva seco medesimo deliberato di volere per ogni modo che Francesco attendesse al suo mestiero di tessere velluti. Ma il giovinetto, che ad altro avea volto l’animo et a cui dispiaceva il mestiero di quell’arte, come che anticamente ella fusse esercitata da persone non dico nobili, ma assai agiate e ricche, malvolentieri in questo seguitava il volere del padre. Anzi praticando nella via de’ Servi, dove aveva una sua casa, con i figliuoli di Domenico Naldini suo vicino e cittadino orrevole, si vedea tutto volto a costumi gentili et onorati e molto inclinato al disegno. Nella qual cosa gli fu un pezzo di non piccolo aiuto un suo cugino chiamato il Diaceto, orefice e giovane che aveva assai buon disegno; imperò che non pure gl’insegnava costui quel poco che sapeva; ma l’accomodava di molti disegni di diversi valentuomini, sopra i quali giorno e notte nascosamente dal padre, con incredibile studio si esercitava Francesco. Ma essendosi di ciò accorto Domenico Naldini, dopo aver bene esaminato il putto, fece tanto con Michelagnolo suo padre, che lo pose in bottega del zio a imparare l’arte dell’orefice; mediante la quale comodità di disegnare fece in pochi mesi Francesco tanto profitto, che ognuno si stupiva. E perché usava in quel tempo una Compagnia di giovani orefici e pittori trovarsi alcuna volta insieme et andare il dì delle feste a disegnare per Fiorenza l’opere più lodate, niuno di loro più si affaticava né con più amore di quello che faceva Francesco; i giovani della qual Compagnia erano Nanni di Prospero delle Corniuole, Francesco di Girolamo dal Prato orefice, Nannoccio da San Giorgio, e molti altri fanciulli che poi riuscirono valentuomini nelle loro professioni. In questo tempo, essendo anco ambidue fanciulli, divennero amicissimi Francesco e Giorgio Vasari in questo modo: l’anno 1523 passando per Arezzo Silvio Passerini cardinale di Cortona, come legato di papa Clemente Settimo, Antonio Vasari suo parente menò Giorgio suo figliuol maggiore a fare reverenza al Cardinale, il quale veggendo quel putto, che allora non aveva più di nove anni, per la diligenza di Messer Antonio da Saccone e di Messer Giovanni Polastra eccellente poeta aretino, essere nelle prime lettere di maniera introdotto, che sapeva a mente una gran parte dell’Eneide di Vergilio, che gliela volle sentire recitare, e che da Guglielmo da Marzilla pittor franzese aveva imparato a disegnare, ordinò che Antonio stesso gli conducesse quel putto a Fiorenza; dove postolo in casa di Messer Niccolò Vespucci cavaliere di Rodi, che stava in sulla coscia del Ponte Vecchio, sopra la chiesa del Sepolcro, et acconciolo con Michelagnolo Buonarruoti, venne la cosa a notizia di Francesco, che allora stava nel chiasso di Messer Bivigliano, dove suo padre teneva una gran casa a pigione, che riusciva il dinanzi in Vachereccia, e molti lavoranti. Onde perché ogni simile ama il suo simile, fece tanto, che divenne amico di esso Giorgio per mezzo di Messer Marco da Lodi gentiluomo del detto cardinale di Cortona, il quale mostrò a Giorgio, a cui piacque molto, un ritratto di mano di esso Francesco, il quale poco innanzi s’era messo al dipintore con Giuliano Bugiardini. Il Vasari intanto, non lasciando gli studii delle lettere, d’ordine del Cardinale si tratteneva ogni giorno due ore con Ipolito et Alessandro de’ Medici, sotto il Pierio lor maestro e valentuomo. Questa amicizia dunque contratta come di sopra fra il Vasari e Francesco, fu tale, che durò sempre fra loro, ancor che per la concorrenza e per un suo modo di parlare un poco altiero, che avea detto Francesco, fusse da alcuni creduto altrimenti. Il Vasari dopo essere stato alcuni mesi con Michelagnolo, essendo quell’eccellente uomo chiamato a Roma da papa Clemente per dargli ordine che si cominciasse la libreria di San Lorenzo, fu da lui, avanti che partisse, acconcio con Andrea del Sarto, sotto el quale attendendo Giorgio a disegnare, accomodava continuamente di nascoso dei disegni del suo maestro a Francesco, che non aveva maggior desiderio che d’averne e studiargli come faceva giorno e notte. Dopo essendo dal Magnifico Ipolito acconcio Giorgio con Baccio Bandinelli, che ebbe caro avere quel putto appresso di sé et insegnargli, fece tanto, che vi tirò anco Francesco, con molta utilità dell’uno e dell’altro, perciò che impararono e fecero stando insieme più frutto in un mese, che non avevano fatto disegnando da loro in due anni; sì come anco fece un altro giovinetto che similmente stava allora col Bandinello, chiamato Nannoccio dalla costa San Giorgio, del quale si parlò poco fa. Essendo poi l’anno 1527 cacciati i Medici di Firenze, nel combattersi il palazzo della Signoria, fu gettata d’alto una purliza per dare addosso a coloro che combattevano la porta; ma quella, come volle la sorte, percosse un braccio del Davit di marmo del Buonarroto, che è sopra la ringhiera a canto alla porta e lo roppe in tre pezzi; per che essendo stati i detti pezzi per terra tre giorni senza esser da niuno stati raccolti, andò Francesco a trovare al Ponte Vecchio Giorgio e dettogli l’animo suo, così fanciulli come erano, andarono in piazza e di mezzo ai soldati della guardia, senza pensare a pericolo niuno, tolsono i pezzi di quel braccio e nel chiasso di Messer Bivigliano gli portarono in casa di Michelagnolo, padre di Francesco; donde avutigli poi il duca Cosimo gli fece col tempo rimettere al loro luogo con perni di rame. Standosi dopo i Medici fuori e con essi il detto cardinale di Cortona, Antonio Vasari ricondusse il figliuolo in Arezzo con non poco dispiacere di lui e di Francesco, che s’amavano come fratelli; ma non stettono molto l’uno dall’altro separati perciò che essendo per la peste, che venne l’agosto seguente, morto a Giorgio il padre et i migliori di casa sua, fu tanto con lettere stimolato da Francesco, il quale fu per morirsi anch’egli di peste, che tornò a Fiorenza, dove con incredibile studio, per ispazio di due anni cacciati dal bisogno e dal disiderio d’imparare, fecero acquisto maraviglioso, riparandosi insieme col detto Nannoccio da San Giorgio tutti e tre in bottega di Raffaello del Brescia pittore, appresso al quale fece Francesco molti quadretti come quegli che avea più bisogno per procacciarsi da poter vivere. Venuto l’anno 1529, non parendo a Francesco che lo stare in bottega del Brescia facesse molto per lui, andò egli e Nannoccio a stare con Andrea del Sarto, e vi stettono quanto durò l’assedio, ma con tanto incommodo, che si pentirono non aver seguitato Giorgio, il quale con Manno orefice si stette quell’anno in Pisa, attendendo per trattenersi quattro mesi all’orefice. Essendo poi andato il Vasari a Bologna, quando vi fu da Clemente Settimo incoronato Carlo Quinto imperadore, Francesco, che era rimaso in Fiorenza, fece in una tavoletta un boto d’un soldato che per l’assedio fu assaltato nel letto da certi soldati per amazzarlo, et ancora che fussi cosa bassa, lo studiò e lo condusse perfettamente; il qual boto capitò nelle mani a Giorgio Vasari non è molti anni che lo donò al reverendo don Vincenzio Borghini spedalingo degli Innocenti, che lo tien caro. Fece ai monaci neri di Badia tre piccole storie in un tabernacolo del Sagramento stato fatto dal Tasso intagliatore, a uso d’arco trionfale; in una delle quali è il sacrifizio d’Abramo, nella seconda la manna e nella terza gl’ebrei, che nel partire d’Egitto mangiano l’agnel pasquale. La quale opera fu sì fatta, che diede saggio della riuscita che ha poi fatto. Dopo fece a Francesco Sertini, che lo mandò in Francia, in un quadro una Dalida che tagliava i capegli a Sansone, e nel lontano quando egli abbracciando le colonne del tempio, lo rovina addosso ai Filistei, il quale quadro fece conoscere Francesco per il più eccellente de’ pittori giovani che allora fussero a Fiorenza. Non molto dopo, essendo a Benvenuto dalla Volpaia, maestro d’oriuoli, il quale allora si trovava in Roma, chiesto dal cardinale Salviati il Vecchio un giovane pittore, il quale stesse appresso di sé, e gli facesse per suo deletto alcune pitture, Benvenuto gli propose Francesco il quale era suo amico e sapeva esser il più sufficiente di quanti giovani pittori conosceva; il che fece anco tanto più volentieri, avendo promesso il Cardinale gli darebbe ogni comodo et aiuto da potere studiare. Piacendo dunque al Cardinale le qualità del giovane, disse a Benvenuto che mandasse per lui e gli diede per ciò danari; e così arrivato Francesco in Roma, piacendo il suo modo di fare et i suoi costumi e maniere al Cardinale, ordinò che in Borgo Vecchio avesse le stanze, e quattro scudi il mese et il piatto alla tavola de’ gentiluomini. Le prime opere che Francesco (al quale pareva avere avuto grandissima ventura) facesse al Cardinale furono un quadro di Nostra Donna, che fu tenuto bello, et in una tela un signor franzese che corre cacciando dietro a una cervia, il quale fuggendo, si salva nel tempio di Diana; della quale opera tengo io il disegno di sua mano, per memoria di lui, nel nostro libro. Finita questa tela, il Cardinale fece ritrarre in un quadro bellissimo di Nostra Donna una sua nipote maritata al signor Cagnino Gonzaga et esso signore parimente. Ora standosi Francesco in Roma e non avendo maggior disiderio che di vedere in quella città l’amico suo Giorgio Vasari, ebbe in ciò la fortuna favorevole ai suo’ disideri, ma molto più esso Vasari. Perciò che, essendosi partito tutto sdegnato il cardinale Ipolito da papa Clemente, per le cagioni che allora si dissero, e ritornandosene indi a non molto a Roma accompagnato da Baccio Valori, nel passare per Arezzo trovò Giorgio che era rimaso senza padre e si andava trattenendo il meglio che poteva. Per che disiderando che facesse qualche frutto nell’arte e di volerlo appresso di sé, ordinò a Tommaso de’ Nerli, che quivi era commessario, che glielo mandasse a Roma subito che avesse finita una cappella, che faceva a fresco ai monaci di S. Bernardo dell’Ordine di Monte Oliveto in quella città. La qual commessione essequì il Nerli subitamente; onde arrivato Giorgio in Roma andò subito a trovare Francesco, il quale tutto lieto gli raccontò in quanta grazia fusse del Cardinale suo signore, e che era in luogo dove potea cavarsi la voglia di studiare, aggiugnendo: "Non solo mi godo di presente, ma spero ancor meglio. Perciò che, oltre al veder te in Roma, col quale potrò come giovane amicissimo considerare e conferire le cose dell’arte, sto con speranza d’andare a servire il cardinale Ipolito de’ Medici, dalla cui liberalità e pel favore del Papa potrò maggiori cose sperare, che quelle che ho al presente, e per certo mi verrà fatto, se un giovane che aspetta di fuori non viene". Giorgio, se bene sapeva che il giovane il quale s’aspettava era egli e che il luogo si serbava per lui, non però volle scoprirsi, per un certo dubbio cadutogli in animo: non forse il Cardinale avesse altri per le mani, e per non dir cosa che poi fusse riuscita altrimenti. Aveva Giorgio portato una lettera del detto commessario Nerli al Cardinale, la quale in cinque dì ch’era stato in Roma non aveva anco presentata. Finalmente andati Giorgio e Francesco a palazzo, trovarono, dove è oggi la sala de’ re, Messer Marco da Lodi, che già era stato col Cardinale di Cortona, come si disse di sopra, et il quale allora serviva Medici. A costui fattosi incontra Giorgio gli disse che aveva una lettera del commessario d’Arezzo, la quale andava al Cardinale e che lo pregava volesse dargliele; la quale cosa mentre prometteva Messer Marco di far tostamente, ecco che appunto arriva quivi il Cardinale. Per che fattosegli Giorgio incontra e presentata la lettera, con basciargli le mani, fu ricevuto lietamente e poco appresso commesso a Iacopone da Bibbiena, maestro di casa, che l’accomodasse di stanze e gli desse luogo alla tavola de’ paggi. Parve cosa strana a Francesco che Giorgio non gl’avesse conferita la cosa, tuttavia pensò che l’avesse fatto a buon fine e per lo migliore. Avendo dunque Iacopone sopra detto dato alcune stanze a Giorgio dietro a Santo Spirito e vicine a Francesco, attesero tutta quella vernata ambidue di compagnia con molto profitto alle cose dell’arte, non lasciando né in palazzo, né in altra parte di Roma, cosa alcuna notabile la quale non disegnassono. E perché quando il Papa era in palazzo non potevano così stare a disegnare, subito che Sua Santità cavalcava, come spesso faceva, alla Magliana, entravano per mezzo d’amici in dette stanze a disegnare, e vi stavano dalla mattina alla sera senza mangiare altro che un poco di pane e quasi assiderandosi di freddo. Essendo poi dal cardinale Salviati ordinato a Francesco che dipignesse a fresco nella cappella del suo palazzo, dove ogni mattina udiva messa, alcune storie della vita di San Giovanni Battista, si diede Francesco a studiare ignudi di naturale e Giorgio con esso lui, in una stufa quivi vicina, e dopo feciono in Camposanto alcune notomie. Venuta poi la primavera, essendo il cardinale Ipolito mandato dal Papa in Ungheria, ordinò che esso Giorgio fusse mandato a Firenze e che quivi lavorasse alcuni quadri e ritratti, che aveva da mandare a Roma. Ma il luglio vegnente fra per le fatiche del verno passato et il caldo della state, amalatosi Giorgio, in ceste fu portato in Arezzo, con molto dispiacere di Francesco, il quale infermò anch’egli e fu per morire. Pure guarito Francesco, gli fu per mezzo d’Antonio Abaco, maestro di legname, dato a fare da maestro Filippo da Siena, sopra la porta di dietro di Santa Maria della Pace, in una nicchia, a fresco un Cristo che parla a San Filippo, et in due angoli la Vergine e l’Angelo che l’annunzia, le quali pitture, piacendo molto a mastro Filippo, furono cagione che facesse fare nel medesimo luogo in un quadro grande che non era dipinto, dell’otto facce di quel tempio, un’Assunzione di Nostra Donna. Onde considerando Francesco avere a fare quest’opera, non pure in luogo publico, ma in luogo dove erano pitture d’uomini rarissimi, di Raffaello da Urbino, del Rosso, di Baldassarri da Siena e d’altri, mise ogni studio e diligenza in condurla a olio nel muro, onde gli riuscì bella pittura e molto lodata, e fra l’altre è tenuta bonissima figura il ritratto che vi fece del detto maestro Filippo con le mani giunte. E perché Francesco stava, come s’è detto, col cardinale Salviati et era conosciuto per suo creato, cominciando a essere chiamato e non conosciuto per altro che per Cecchino Salviati, ha avuto insino alla morte questo cognome. Essendo morto papa Clemente Settimo e creato Paulo Terzo, fece dipignere Messer Bindo Altoviti, nella facciata della sua casa in ponte Sant’Agnolo, da Francesco l’arme di detto nuovo pontefice con alcune figure grandi et ignude, che piacquero infinitamente. Ritrasse ne’ medesimi tempi il detto Messer Bindo, che fu una molto buona figura et un bel ritratto, ma questo fu poi mandato alla sua villa in San Mizzano in Valdarno, dove è ancora; dopo fece per la chiesa di San Francesco a Ripa una bellissima tavola a olio d’una Nunziata, che fu condotta con grandissima diligenza. Nell’andata di Carlo Quinto a Roma l’anno 1535, fece per Antonio da San Gallo alcune storie di chiaro scuro, che furono poste nell’arco che fu fatto a San Marco, le quali pitture, come s’è detto in altro luogo, furono le migliori che fussero in tutto quell’apparato. Volendo poi il signor Pierluigi Farnese, fatto allora signor di Nepi, adornare quella città di nuove muraglie e pitture, prese al suo servizio Francesco, dandogli le stanze in Belvedere, dove gli fece in tele grandi alcune storie a guazzo de’ fatti d’Alessandro Magno che furono poi in Fiandra messe in opera di panni d’arazzo. Fece al medesimo signor di Nepi una grande e bellissima stufa con molte storie e figure lavorate in fresco. Dopo essendo il medesimo fatto duca di Castro, nel fare la prima entrata fu fatto con ordine di Francesco un bellissimo e ricco apparato in quella città et un arco alla porta tutto pieno di storie e di figure e statue fatte con molto giudizio da valentuomini, et in particolare da Alessandro detto Scherano scultore da Settignano. Un altro arco a uso di facciata fu fatto al Petrone et un altro alla piazza, che quanto al legname furono condotti da Batista Botticegli, et oltre all’altre cose fece in questo apparato Francesco una bella scena e prospettiva per una comedia che si recitò. Avendo ne’ medesimi tempi Giulio Camillo, che allora si trovava in Roma, fatto un libro di sue composizioni per mandarlo al re Francesco di Francia, lo fece tutto storiare a Francesco Salviati, che vi mise quanta più diligenza è possibile mettere in simile opera. Il cardinal Salviati, avendo disiderio avere un quadro di legni tinti, cioè di tarsia, di mano di fra’ Damiano da Bergamo converso di S. Domenico di Bologna, gli mandò un disegno come volea che lo facesse, di mano di Francesco, fatto di lapis rosso; il quale disegno, che rappresentò il re Davit unto da Samuello, fu la miglior cosa e veramente rarissima che mai disegnasse Cecchino Salviati. Dopo, Giovanni da Cepperello e Battista gobbo da San Gallo, avendo fatto dipignere a Iacopo del Conte fiorentino, pittore allora giovane, nella Compagnia della Misericordia de’ Fiorentini, di San Giovanni Dicollato sotto il Campidoglio in Roma, cioè nella seconda chiesa, dove si ragunano, una storia di detto San Giovanni Battista, cioè quando l’Angelo nel tempio appare a Zaccheria; feciono i medesimi sotto quella fare da Francesco un’altra storia del medesimo Santo, cioè quando la Nostra Donna visita Santa Lisabetta; la quale opera, che fu finita l’anno 1538, condusse in fresco di maniera, ch’ella è fra le più graziose e meglio intese pitture che Francesco facesse mai, da essere annoverata nell’invenzione, nel componimento della storia e nell’osservanza et ordine del diminuire le figure con regola, nella prospettiva et architettura de’ casamenti, negl’ignudi, ne’ vestiti, nella grazia delle teste et in somma in tutte le parti, onde non è maraviglia se tutta Roma ne restò ammirata. Intorno a una finestra fece alcune capricciose bizzarrie finte di marmo et alcune storiette, che hanno grazia maravigliosa; e perché non perdeva Francesco punto di tempo, mentre lavorò quest’opera, fece molte altre cose e disegni e colorì un Fetonte con i cavalli del sole, che aveva disegnato Michelagnolo. Le quali tutte cose mostrò il Salviati a Giorgio, che dopo la morte del duca Alessandro era andato a Roma per due mesi, dicendogli che finito che avesse un quadro d’un San Giovanni giovinetto, che faceva al cardinale Salviati suo signore, et una Passione di Cristo in tele, che s’aveva a mandare in Ispagna, et un quadro di Nostra Donna, che faceva a Raffaello Acciaiuoli, voleva dare di volta a Fiorenza a rivedere la patria, i parenti e gl’amici, essendo anco vivo il padre e la madre, ai quali fu sempre di grandissimo aiuto e massimamente in allogare due sue sorelle, una delle quali fu maritata e l’altra è monaca nel monasterio di Monte Domini. Venendo dunque a Firenze, dove fu con molta festa ricevuto dai parenti e dagl’amici, s’abbatté a punto a esservi quando si faceva l’apparato per le nozze del duca Cosimo e della signora donna Leonora di Tolledo. Per che, essendogli data a fare una delle già dette storie che si feciono nel cortile, l’accettò molto volentieri: che fu quella dove l’Imperatore mette la corona ducale in capo al duca Cosimo. Ma venendo voglia a Francesco, prima che l’avesse finita, d’andare a Vinezia, la lasciò a Carlo Portegli da Loro, che la finì secondo il disegno di Francesco; il quale disegno, con molti altri del medesimo, è nel nostro libro. Partito Francesco di Firenze e condottosi a Bologna vi trovò Giorgio Vasari, che di due giorni era tornato da Camaldoli, dove aveva finito le due tavole che sono nel tramezzo della chiesa e cominciata quella dell’altare maggiore, e dava ordine di fare tre tavole grandi per lo refettorio de’ padri di San Michele in Bosco, dove tenne seco Francesco due giorni. Nel qual tempo fecero opera alcuni amici suoi che gli fusse allogata una tavola, che avevano da far fare gl’uomini dello spedale della Morte, ma con tutto che il Salviati ne facesse un bellissimo disegno, quegl’uomini, come poco intendenti, non seppono conoscere l’occasione che loro aveva mandata Messer Domenedio di potere avere un’opera di mano d’un valentuomo in Bologna. Per che, partendosi Francesco quasi sdegnato, lasciò in mano di Girolamo Fagiuoli alcuni disegni molto begli perché gl’intagliasse in rame e gli facesse stampare. E giunto in Vinezia, fu raccolto cortesemente dal patriarca Grimani e da Messer Vettor suo fratello, che gli fecero infinite carezze. Al quale patriarca, dopo pochi giorni fece a olio in uno ottangolo di quattro braccia una bellissima Psiche alla quale, come a dea, per le sue bellezze sono offerti incensi e voti; il quale ottangolo fu posto in un salotto della casa di quel signore, dove è un palco nel cui mezzo girano alcuni festoni fatti da Camillo Mantovano, pittore in fare paesi, fiori, frondi, frutti, et altre sì fatte cose eccellente; fu posto dico il detto ottangolo in mezzo di quattro quadri di braccia due e mezzo l’uno, fatti di storie della medesima Psiche, come si disse nella vita del Genga, da Francesco da Furlì. Il quale ottangolo è non solo più bello senza comparazione di detti quattro quadri, ma la più bell’opera di pittura che sia in tutta Vinezia. Dopo fece in una camera, dove Giovanni Ricamatore da Udine aveva fatto molte cose di stucchi, alcune figurette a fresco ignude e vestite, che sono molto graziose; parimente in una tavola che fece alle monache del Corpus Domini in Vinezia, dipinse con molta diligenza un Cristo morto con le Marie et un Angelo in aria che ha i misterii della Passione in mano. Fece il ritratto di Messer Pietro Aretino, che come cosa rara fu da quel poeta mandato al re Francesco con alcuni versi in lode di chi l’aveva dipinto. Alle monache di Santa Cristina di Bologna dell’Ordine di Camaldoli dipinse il medesimo Salviati, pregato da don Giovanfrancesco da Bagno loro confessore, una tavola con molte figure, che è nella chiesa di quel monasterio, veramente bellissima. Essendo poi venuto a fastidio il vivere di Vinezia a Francesco, come a colui che si ricordava di quel di Roma, e parendogli che quella stanza non fusse per gl’uomini del disegno se ne partì per tornare a Roma. E dato una giravolta da Verona e da Mantova, veggendo in una quelle molte antichità che vi sono e nell’altra l’opere di Giulio Romano, per la via di Romagna se ne tornò a Roma e vi giunse l’anno 1541. Quivi posatosi alquanto, le prime opere che fece furono il ritratto di Messer Giovanni Gaddi e quello di Messer Anniballe Caro suoi amicissimi, e quelli finiti fece per la cappella de’ cherici di camera nel palazzo del papa una molto bella tavola, e nella chiesa de’ tedeschi cominciò una cappella a fresco per un mercatante di quella nazione, facendo di sopra nella volta degl’Apostoli che ricevono lo Spirito Santo, et in un quadro che è nel mezzo alto Gesù Cristo che risuscita, con i soldati tramortiti intorno al sepolcro in diverse attitudini, e che scortano con gagliarda e bella maniera. Da una banda fece Santo Stefano e dall’altra San Giorgio in due nicchie; da basso fece San Giovanni limosinario che dà la limosina a un poverello nudo et ha a canto la Carità, e dall’altro lato Santo Alberto frate carmelitano in mezzo alla Loica et alla Prudenza; e nella tavola grande fece ultimamente a fresco Cristo morto con le Marie. Avendo Francesco fatto amicizia con Piero di Marcone orefice fiorentino, e divenutogli compare, fece alla comare e moglie di esso Piero, dopo il parto, un presente d’un bellissimo disegno, per dipignerlo in un di que’ tondi nei quali si porta da mangiare alle donne di parto. Nel quale disegno era in un partimento riquadrato et accomodato sotto e sopra, con bellissime figure, la vita dell’uomo, cioè tutte l’età della vita umana, che posavano ciascuna sopra diversi festoni appropriati a quella età secondo il tempo. Nel quale bizzarro spartimento erano accomodati in due ovati bislunghi la figura del sole e della luna, e nel mezzo Isais città d’Egitto che dinanzi al tempio della dea Pallade dimandava sapienza; quasi volendo mostrare che ai nati figliuoli si doverebbe inanzi ad ogni altra cosa pregare sapienza e bontà. Questo disegno tenne poi sempre Piero così caro, come fusse stato, anzi come era, una bellissima gioia. Non molto dopo, avendo scritto il detto Piero et altri amici a Francesco che avrebbe fatto bene a tornare alla patria, perciò che si teneva per fermo che sarebbe stato adoperato dal signor duca Cosimo, che non aveva maestri intorno se non lunghi et irresoluti, si risolvé finalmente (confidando anco molto nel favore di Messer Alamanno fratello del Cardinale e zio del Duca) a tornarsene a Fiorenza. E così venuto, prima che altro tentasse, dipinse al detto Messer Alamanno Salviati un bellissimo quadro di Nostra Donna, il quale lavorò in una stanza che teneva nell’Opera di Santa Maria del Fiore Francesco dal Prato, il quale allora di orefice e maestro di tausia s’era dato a gettare figurette di bronzo et a dipignere con suo molto utile et onore. Nel medesimo luogo dico, il quale stava colui, come ufficiale sopra i legnami dell’Opera, ritrasse Francesco l’amico suo Piero di Marcone et Aveduto del Cegia Vaiaio e suo amicissimo, il quale Aveduto, oltre a molte altre cose che ha di mano di Francesco, ha il ritratto di lui stesso fatto a olio e di sua mano naturalissimo. Il sopra detto quadro di Nostra Donna, essendo, finito che fu, in bottega del Tasso intagliatore di legname et allora architettore di palazzo, fu veduto da molti e lodato infinitamente. Ma quello che anco più lo fece tenere pittura rara, si fu che il Tasso, il quale soleva biasimare quasi ogni cosa, la lodava senza fine, e, che fu più, disse a Messer Pierfrancesco maiordomo che sarebbe stato ottimamente fatto che il Duca avesse dato da lavorare a Francesco alcuna cosa d’importanza. Il quale Messer Pierfrancesco e Cristofano Rinieri, che avevano gli orecchi del Duca, fecero sì fatto ufficio, che parlando Messer Alamanno a sua eccellenza e dicendogli che Francesco desiderava che gli fusse dato a dipignere il salotto dell’udienza, che è dinanzi alla capella del palazzo ducale, e che non si curava d’altro pagamento, ella si contentò che ciò gli fusse conceduto. Per che, avendo Francesco fatto in disegni piccoli il trionfo e molte storie de’ fatti di Furio Camillo, si mise a fare lo spartimento di quel salotto, secondo le rotture dei vani delle finestre e delle porte, che sono quali più alte e quali più basse. E non fu piccola difficultà ridurre il detto spartimento in modo che avesse ordine e non guastasse le storie. Nella faccia dove è la porta per la quale si entra nel salotto rimanevano due vani grandi divisi dalla porta; dirimpetto a questa, dove sono le tre finestre che guardano in piazza ne rimanevano quattro, ma non più larghi che circa tre braccia l’uno. Nella testa che è a man ritta entrando, dove sono due finestre che rispondono similmente in piazza, da un altro lato erano tre vani simili, cioè di tre braccia circa, e nella testa, che è a man manca dirimpetto a questa, essendo la porta di marmo che entra nella capella et una finestra con una grata di bronzo, non rimaneva se non un vano grande da potervi accommodare cosa di momento. In questa facciata adunque della capella dentro a un ornamento di pilastri corinti che reggono un architrave, il quale ha uno sfondato di sotto dove pendono due ricchissimi festoni e due pendagli di variate frutte molto bene contrafatte e sopra cui siede un putto ignudo che tiene l’arme ducale, cioè di casa Medici e Tolledo, fece due storie: a man ritta Camillo che comanda che quel maestro di scuola sia dato in preda a’ fanciulli suoi scolari, e nell’altra il medesimo, che mentre l’esercito combatte et il fuoco arde gli steccati et alloggiamenti del campo, rompe i Galli; et a canto dove seguita il medesimo ordine di pilastri fece grande quanto il vivo una Occasione che ha preso la Fortuna per lo crine, et alcune imprese di sua eccellenza, con molti ornamenti fatti con grazia maravigliosa. Nella facciata maggiore, dove sono due gran vani divisi dalla porta principale, fece due storie grandi e bellissime. Nella prima sono Galli, che pesando l’oro del tributo, vi aggiungono una spada, acciò sia il peso maggiore, e Camillo che sdegnato con la virtù dell’armi si libera dal tributo, la qual storia è bellissima, copiosa di figure, di paesi, d’antichità e di vasi benissimo et in diverse maniere finti d’oro e d’argento. Nell’altra storia a canto a questa è Camillo sopra il carro trionfale tirato da quattro cavalli, et in alto la Fama che lo corona. Dinanzi al carro sono sacerdoti con la statua della dea Giunone, con vasi in mano, molto riccamente abbigliati e con alcuni trofei e spoglie bellissime; d’intorno al carro sono infiniti prigioni in diverse attitudini, e dietro i soldati dell’esercito armati, fra i quali ritrasse Francesco se stesso tanto bene, che par vivo. Nel lontano dove passa il trionfo è una Roma molto bella, e sopra la porta è una Pace di chiaro scuro con certi prigioni, la quale abrucia l’armi; il che tutto fu fatto da Francesco con tanta diligenza e studio, che non può vedersi più bell’opra. Nell’altra faccia, che è volta a ponente, fece nel mezzo e ne’ maggior vani in una nicchia Marte armato, e sotto quello una figura ignuda finta per un Gallo con la cresta in capo simile a quella de’ galli naturali, et in un’altra nicchia Diana succinta di pelle, che si cava una freccia del turcasso, e con un cane. Ne’ due canti di verso l’altre due facciate sono due Tempi, uno che aggiusta i pesi con le bilance e l’altro che tempra, versando l’acqua di due vasi l’uno nell’altro. Nell’ultima facciata, dirimpetto alla capella, la quale volta a tramontana, è da un canto a man ritta il sole figurato nel mo’ che gli ... egizzii il mostrano, e dall’altro la luna nel medesimo modo; nel mezzo è il Favore finto in un giovane ignudo in cima alla ruota, et in mezzo da un lato all’Invidia, all’Odio et alla Maladicenza e dall’altro agli Onori, al Diletto et a tutte l’altre cose descritte da Luciano. Sopra le finestre è un fregio tutto pieno di bellissimi ignudi, grandi quanto il vivo et in diverse forme et attitudini, con alcune storie similmente de’ fatti di Camillo, e dirimpetto alla Pace, che arde l’arme, è il fiume Arno che avendo un corno di dovizia abbondantissimo, scuopre (alzando con una mano un panno) una Fiorenza e la grandezza de’ suoi pontefici e gli eroi di casa Medici. Vi fece oltre di ciò un basamento che gira intorno a queste storie e nicchie con alcuni termini di femina che reggono festoni, e nel mezzo sono certi ovati con storie di popoli che adornano una Sfinge et il fiume Arno. Mise Francesco in fare quest’opera tutta quella diligenza e studio che è possibile, e la condusse felicemente ancora che avesse molte contrarietà, per lasciar nella patria un’opra degna di sé e di tanto prencipe. Era Francesco di natura malinconico, e le più volte non si curava quando era a lavorare d’avere intorno niuno. Ma nondimeno quando a principio cominciò quest’opera, quasi sforzando la natura e facendo il liberale, con molta dimestichezza lasciava che il Tasso et altri amici suoi, che gli avevano fatto qualche servizio, stesseno a vederlo lavorare, carezzandogli in tutti i modi che sapeva. Quando poi ebbe preso, secondo che dicono, pratica della corte e che gli parve essere in favore, tornando alla natura sua colorosa, mordace, non aveva loro alcun rispetto; anzi, che era peggio, con parole mordacissime, come soleva (il che servì per una scusa a’ suoi avversarii), tassava e biasimava l’opere altrui, e sé e le sue poneva sopra le stelle. Questi modi, dispiacendo ai più e medesimamente a certi artefici, gl’acquistarono tanto odio, che il Tasso e molti altri che d’amici gli erano divenuti contrarii, gli cominciarono a dar che fare e che pensare; perciò che, se bene lodavano l’eccellenza che era in lui dell’arte e la facilità e prestezza con le quali conduceva l’opere interamente e benissimo, non mancava loro dall’altro lato che biasimare. E perché, se gli avesseno lasciato pigliar piede et accommodare le cose sue, non avrebbono poi potuto offenderlo e nuocergli, cominciarono a buon’ora a dargli che fare e molestarlo. Per che ristrettisi insieme molti dell’arte et altri e fatta una setta, cominciarono a seminare fra i maggiori che l’opera del salotto non riusciva, e che lavorando per pratica non istudiava cosa che facesse. Nel che il laceravano veramente a torto, perciò che se bene non istentava a condurre le sue opere, come facevano essi, non è però che egli non istudiasse e che le sue cose non avessero invenzione e grazia infinita, né che non fussero ottimamente messe in opera. Ma non potendo i detti aversarii superare con l’opere la virtù di lui, volevano con sì fatte parole e biasimi sotterrarla, ma ha finalmente troppa forza la virtù et il vero. Da principio si fece Francesco beffe di cotali rumori, ma veggendoli poi crescere oltre il convenevole, se ne dolse più volte col Duca. Ma non veggendosi che quel signore gli facesse in apparenza quegli favori ch’egli arebbe voluto, e parendo che non curasse quelle sue doglienze, cominciò Francesco a cascare di maniera, che presogli i suoi contrarii animo addosso, missono fuori una voce che le sue storie della sala s’avevano a gettare per terra e che non piacevano, né avevano in sé parte niuna di bontà. Le quali tutte cose, che gli pontavano contra, con invidia e maledicenza incredibile de’ suoi avversarii, avevano ridotto Francesco a tale, che se non fusse stata la bontà di Messer Lelio Torelli, di Messer Pasquino Bertini e d’altri amici suoi, egli si sarebbe levato dinanzi a costoro, il che era a punto quello che eglino desideravano. Ma questi sopra detti amici suoi confortandolo tuttavia a finire l’opera della sala et altre che aveva fra mano, il rattennono, sì come feciono anco molti altri amici suoi fuori di Firenze, ai quali scrisse queste sue persecuzioni, e fra gli altri Giorgio Vasari in rispondendo a una lettera, che sopra ciò gli scrisse il Salviati, lo confortò sempre ad aver pazienza, perché la virtù perseguitata raffinisce come al fuoco l’oro, aggiungendo che era per venir tempo che sarebbe conosciuta la sua virtù et ingegno, che non si dolesse se non di sé, che anco non conosceva gli umori e come son fatti gli uomini et artefici della sua patria. Nonostante dunque tante contrarietà e persecuzioni che ebbe il povero Francesco, finì quel salotto, cioè il lavoro che aveva tolto a fare in fresco nelle facciate, perciò che nel palco o vero soffittato non fu bisogno che lavorasse alcuna cosa, essendo tanto riccamente intagliato e messo tutto d’oro, che per sì fatta non si può vedere opera più bella. E per accompagnare ogni cosa fece fare il Duca di nuovo due finestre di vetro con l’imprese et arme sue e di Carlo V, che si può far di quel lavoro meglio, che furono condotte da Batista dal Borro, pittore aretino raro in questa professione. Dopo questa fece Francesco per sua eccellenza il palco del salotto ove si mangia il verno, con molte imprese e figurine a tempera, et un bellissimo scrittoio che risponde sopra la camera verde. Ritrasse similmente alcuni de’ figliuoli del Duca, et un anno per carnovale fece nella sala grande la scena e prospettiva d’una comedia, che si recitò, con tanta bellezza e diversa maniera da quelle che erano state fatte in Fiorenza insino allora, che ella fu giudicata superiore a tutte. Né di questo è da maravigliarsi, essendo verissimo che Francesco in tutte le sue cose fu sempre di gran giudizio, vario e copioso d’invenzione, e che, più, possedeva le cose del disegno et aveva più bella maniera che qualunche altro fusse allora a Fiorenza et i colori maneggiava con molta pratica e vaghezza. Fece ancora la testa o vero ritratto del signor Giovanni de’ Medici, padre del duca Cosimo, che fu bellissima, la quale è oggi nella guardaroba di detto signor Duca. A Cristofano Rinieri, suo amicissimo, fece un quadro di Nostra Donna molto bello che è oggi nell’udienza della decima; a Ridolfo Landi fece in un quadro una Carità, che non può esser più bella, et a Simon Corsi fece similmente un quadro di Nostra Donna, che fu molto lodato; a Messer Donato Acciaioli cavalier di Rodi, col quale tenne sempre singular dimestichezza, fece certi quadretti, che sono bellissimi. Dipinse similmente in una tavola un Cristo che mostra a San Tomaso, il quale non credeva che fusse nuovamente risuscitato, i luoghi delle piaghe e ferite che aveva ricevute dai giudei, la quale tavola fu da Tomaso Guadagni condotta in Francia e posta in una chiesa di Lione alla capella de’ Fiorentini. Fece parimente Francesco a riquisizione del detto Cristofano Rinieri e di maestro Giovanni Rosto, arazziere fiamingo, tutta la storia di Tarquinio e Lucrezia romana in molti cartoni, che essendo poi messi in opera di panni d’arazzo fatti d’oro, di seta e filaticci, riuscì opera maravigliosa. La qual cosa intendendo il Duca, che allora faceva fare panni similmente d’arazzo al detto maestro Giovanni in Fiorenza per la sala de’ Dugento tutti d’oro e di seta, et aveva fatto far cartoni delle storie di Ioseffo ebreo al Bronzino et al Pontormo, come s’è detto, volle che anco Francesco ne facesse un cartone, che fu quello dell’interpretazione delle sette vacche grasse e magre. Nel quale cartone, dico, mise Francesco tutta quella diligenza che in simile opera si può maggiore e che hanno di bisogno le pitture che si tessono: invenzioni capricciose, componimenti varii vogliono aver le figure, che spicchino l’una dall’altra, perché abbiano rilievo e venghino allegre ne’ colori, ricche nelli abiti e vestiri. Dove essendo poi questo panno e gli altri riusciti bene, si risolvé sua eccellenza di mettere l’arte in Fiorenza e la fece insegnare a alcuni putti, i quali cresciuti fanno ora opere eccellentissime per questo Duca. Fece anco un bellissimo quadro di Nostra Donna pur a olio, che è oggi in camera di Messer Alessandro figliuolo di Messer Ottaviano de’ Medici. Al detto Messer Pasquino Bertini fece in tela un altro quadro di Nostra Donna, con Cristo e San Giovanni fanciulletti che ridono d’un papagallo che hanno tra mano, il quale fu opera capricciosa e molto vaga. Et al medesimo fece un disegno bellissimo d’un Crucifisso alto quasi un braccio con una Madalena a’ piedi, in sì nuova e vaga maniera, che è una maraviglia. Il qual disegno, avendo Messer Salvestro Bertini accommodato a Girolamo Razzi suo amicissimo, che oggi è don Silvano, ne furono coloriti due da Carlo da Loro, che n’ha poi fatti molti altri che sono per Firenze. Avendo Giovanni e Piero d’Agostino Dini fatta in Santa Croce, entrando per la porta di mezzo a man ritta, una capella di macigni molto ricca et una sepoltura per Agostino et altri di casa loro, diedero a fare la tavola di quella a Francesco, il quale vi dipinse Cristo che è deposto di croce da Ioseffo Baramatia e da Nicodemo, et a’ piedi la Nostra Donna svenuta con Maria Madalena, San Giovanni e l’altre Marie. La quale tavola fu condotta da Francesco con tanta arte e studio, che non solo il Cristo nudo è bellissimo, ma insieme tutte l’altre figure ben disposte e colorite con forza e rilievo. Et ancora che da principio fusse questa tavola dagli avversarii di Francesco biasimata, ella gl’acquistò nondimeno gran nome nell’universale, e chi n’ha fatto dopo lui a concorrenza, non l’ha superato. Fece il medesimo avanti che partisse di Firenze il ritratto del già detto Messer Lelio Torelli et alcune altre cose di non molta importanza, delle quali non so i particolari, ma fra l’altre cose diede fine a una carta, la quale aveva disegnata molto prima in Roma della conversione di San Paolo, che è bellissimo, il quale fece intagliar in rame da Enea Vico da Parma in Fiorenza. Et il Duca si contentò trattenerlo infino a che fusse ciò fatto in Fiorenza, con i suoi soliti stipendii e provisione. Nel qual tempo, che fu l’anno 1548, essendo Giorgio Vasari in Arimini a lavorare a fresco et a olio l’opere delle quali si è favellato in altro luogo, gli scrisse Francesco una lunga lettera, ragguagliandolo per apunto d’ogni cosa e come le sue cose passavano in Fiorenza, et in particolare d’aver fatto un disegno per la capella maggiore di San Lorenzo, che di ordine del signor Duca s’aveva a dipignere; ma che intorno a ciò era stato fatto malissimo ufficio per lui appresso sua eccellenzia, e che oltre all’altre cose, teneva quasi per fermo che Messer Pierfrancesco maiordomo non avesse mostro il suo disegno, onde era stata allogata l’opera al Pontorno; et ultimamente, che per queste cagioni se ne tornava a Roma, malissimo sodisfatto degl’uomini et artefici della sua patria. Tornato dunque in Roma, avendo comperata una casa vicina al palazzo del cardinale Farnese, mentre si andava trattenendo con lavorare alcune cose di non molta importanza, gli fu dal detto cardinale, per mezzo di Messer Annibale Caro e di don Giulio Clovio, data a dipignere la capella del palazzo di San Giorgio. Nella quale fece bellissimi partimenti di stucchi et una graziosa volta a fresco con molte figure e storie di San Lorenzo, et in una tavola di pietra a olio la Natività di Cristo, accommodando in quell’opera, che fu bellissima, il ritratto di detto Cardinale. Dopo essendogli allogato un altro lavoro nella già detta Compagnia della Misericordia, dove aveva fatto Iacopo del Conte la predica et il battesimo di San Giovanni, nelle quali, se bene non aveva passato Francesco, si era portato benissimo, e dove avevano fatto alcune altre cose Battista Franco viniziano e Pirro Ligorio, fece Francesco in questa parte, che è a punto a canto all’altra sua storia della Visitazione, la natività di esso San Giovanni, la quale, se bene condusse ottimamente, ella nondimeno non fu pari alla prima. Parimente in testa di detta Compagnia fece per Messer Bartolomeo Pussotti due figure in fresco, cioè Santo Andrea e San Bartolomeo Apostoli, molto belli, i quali mettono in mezzo la tavola dell’altare, nella quale è un Deposto di croce di mano del detto Iacopo del Conte, che è bonissima pittura e la migliore opera che infino allora avesse mai fatto. L’anno 1550 essendo stato eletto sommo pontefice Giulio Terzo, nell’apparato della coronazione, per l’arco che si fece sopra la scala di San Piero, fece Francesco alcune storie di chiaro scuro molto belle, e dopo essendosi fatto nella Minerva, dalla Compagnia del Sacramento, il medesimo anno, un sepolcro con molti gradi et ordini di colonne, fece in quello alcune storie e figure di terretta, che furono tenute bellissime; in una capella di San Lorenzo in Damaso fece due Angeli in fresco che tengono un panno, d’uno de’ quali n’è il disegno nel nostro libro. Dipinse a fresco nel reffettorio di San Salvatore del Lauro a Monte Giordano, nella facciata principale, le nozze di Cana galilea, nelle quali fece Gesù Cristo dell’acqua vino, con gran numero di figure, e dalle bande alcuni Santi e papa Eugenio Quarto che fu di quell’ordine et altri fondatori. E di dentro sopra la porta di detto reffettorio fece in un quadro a olio San Giorgio che ammazza il serpente, la quale opera condusse con molta pratica, finezza e vaghezza di colori. Quasi ne’ medesimi tempi mandò a Fiorenza a Messer Alamanno Salviati un quadro grande, nel quale sono dipinti Adamo et Eva che nel Paradiso terrestre mangiano d’intorno all’albero della vita il pomo vietato, che è una bellissima opera. Dipinse Francesco al signor Ranuccio cardinale Sant’Agnolo di casa Farnese, nel salotto che è dinanzi alla maggior sala del palazzo de’ Farnesi, due facciate, con bellissimo capriccio: in una fece il signor Ranuccio Farnese il Vecchio che da Eugenio Quarto riceve il bastone del capitanato di Santa Chiesa, con alcune virtù, e nell’altra papa Paolo Terzo Farnese che dà il bastone della Chiesa al signor Pier Luigi, e mentre si vede venire da lontano Carlo Quinto imperatore, accompagnato da Alessandro cardinale Farnese e da altri signori ritratti di naturale. Et in questa, oltra le dette e molte altre cose, dipinse una Fama et altre figure, che sono molto ben fatte. Ma è ben vero che quest’opera non fu del tutto finita da lui, ma da Taddeo Zucchero da Sant’Agnolo, come si dirà a suo luogo. Diede proporzione e fine alla capella del Popolo, che già fra’ Bastiano Viniziano aveva cominciata per Agostino Chigii, che non essendo finita, Francesco la finì, come s’è ragionato in fra’ Bastiano nella vita sua. Al cardinale Riccio da Monte Pulciano dipinse nel suo palazzo di strada Giulia una bellissima sala, dove fece a fresco in più quadri molte storie di Davit, e fra l’altre una Bersabè in un bagno che si lava con molte altre femine, mentre Davit la sta a vedere: è una storia molto ben composta, graziosa e tanto piena d’invenzione, quanto altra che si possa vedere. In un altro quadro è la morte d’Uria, in uno l’arca a cui vanno molti suoni inanzi, et insomma dopo alcune altre una battaglia che fa Davit con i suoi nimici, molto ben composta; e per dirlo brevemente, l’opera di questa sala è tutta piena di grazia, di bellissime fantasie e di molte capricciose et ingegnose invenzioni. Lo spartimento è fatto con molte considerazioni et il colorito è vaghissimo, e per dire il vero, sentendosi Francesco gagliardo e copioso d’invenzione et avendo la mano ubbidiente all’ingegno, arebbe voluto sempre avere opere grandi e straordinarie alle mani. E non per altro fu strano nel conversare con gli amici, se non perché essendo vario et in certe cose poco stabile, quello che oggi gli piaceva, domani aveva in odio, e fece pochi lavori d’importanza che non avesse in ultimo a contendere del prezzo; per le quali cose era fuggito da molti. Dopo queste opere, avendo Andrea Tassini a mandar un pittore al re di Francia, et avendo l’anno 1554 in vano ricercato Giorgio Vasari, che rispose non volere, per qual si voglia gran provisione o promesse o speranza, partirsi dal servizio del duca Cosimo suo signore, convenne finalmente con Francesco e lo condusse in Francia, con obligare di satisfarlo in Roma, non lo satisfacendo in Francia. Ma prima che esso Francesco partisse di Roma, come quello che pensò non avervi mai più a ritornare, vendé la casa, le masserizie et ogni altra cosa, eccetto gli ufficii che aveva. Ma la cosa non riuscì come si aveva promesso, perciò che arrivato a Parigi, dove da Messer Francesco Primaticcio abbate di San Martino e pittore et architetto del Re fu ricevuto benignamente e con molte cortesie, fu subito conosciuto per quello che si dice per un uomo così fatto. Conciò fusse che non vedesse cosa né del Rosso, né d’altri maestri, la quale egli alla scoperta o così destramente non biasimasse. Per che aspettando ognuno da lui qualche gran cosa, fu dal cardinale di Loreno, che là l’aveva condotto, messo a fare alcune pitture in un suo palazzo a Dampiera, per che avendo fatto molti disegni, mise finalmente mano all’opra facendo alcuni quadri di storie a fresco sopra cornicioni di camini et uno studiolo pieno di storie, che dicono che fu di gran fattura. Ma che che se ne fusse cagione, non gli furono cotali opere molto lodate. Oltre di questo non vi fu mai Francesco molto amato, per esser di natura tutto contraria a quella degli uomini di quel paese, essendo che, quanto vi sono avuti cari et amati gli uomini allegri, gioviali, che vivono alla libera e si trovano volentieri in brigata et a far banchetti, tanto vi sono, non dico fuggiti, ma meno amati e carezzati coloro che sono come Francesco era, di natura malinconico, sobrio, malsano e stitico. Ma d’alcune cose arebbe meritato scusa, però che se la sua complessione non comportava che s’avilupasse ne’ pasti e nel mangiar troppo e bere, arebbe potuto essere più dolce nel conversare. E, che è peggio, dove suo debito era, secondo l’uso del paese e di quelle corti, farsi vedere e corteggiare, egli arebbe voluto, e parevagli meritarlo, essere da tutto il mondo corteggiato. In ultimo, essendo quel re occupato in alcune guerre e parimente il Cardinale, e mancando le provisioni e promesse, si risolvé Francesco, dopo essere stato là venti mesi, a ritornarsene in Italia. E così condottosi a Milano (dove dal cavalier Lione Aretino fu cortesemente ricevuto in una sua casa, la quale si ha fabricata ornatissima e tutta piena di statue antiche e moderne e di figure di gesso, formate da cose rare come in altro luogo si dirà) dimorato che quivi fu quindici giorni e riposatosi, se ne venne a Fiorenza, dove avendo trovato Giorgio Vasari e dettogli quanto aveva ben fatto a non andare in Francia, gli contò cose da farne fuggire la voglia a chiunque d’andarvi l’avesse maggiore. Da Firenze tornatosene Francesco a Roma, mosse un piato a’ mallevadori, che erano entrati per le sue provisioni del cardinale di Loreno, e gli strinse a pagargli ogni cosa, e riscosso i danari comperò, oltre ad altri che vi avea prima, alcuni uffizii, con animo risoluto di voler badare a vivere, conoscendosi malsano et avere in tutto guasta la complessione. Ma ciò nonostante, avrebbe voluto essere impiegato in opere grandi, ma non gli venendo fatto così presto, si trattenne un pezzo in facendo quadri o ritratti. Morto papa Paulo Quarto, essendo creato Pio similmente Quarto, che dilettandosi assai di fabricare si serviva nelle cose d’architettura di Pirro Ligorio, ordinò Sua Santità che il cardinale Alessandro Farnese e l’Emulio facessono finire la sala grande, detta dei re, a Daniello da Volterra, che l’aveva già cominciata. Fece ogni opera il detto reverendissimo Farnese perché Francesco n’avesse la metà; nel che fare essendo lungo combattimento fra Daniello e Francesco e massimamente adoperandosi Michel Agnolo Buonarroti in favore di Daniello, non se ne venne per un pezzo a fine. Intanto essendo andato il Vasari con Giovanni cardinale de’ Medici, figliuolo del duca Cosimo, a Roma, nel raccontargli Francesco molte sue disaventure e quelle particolarmente nelle quali, per le cagioni dette pur ora, si ritrovava, gli mostrò Giorgio, che molto amava la virtù di quell’uomo, che egli si era insino allora assai male governato e che lasciasse per l’avenire fare a lui, perciò che farebbe in guisa, che per ogni modo gli toccarebbe a fare la metà della detta sala de’ re, la quale non poteva Daniello fare da per sé, essendo uomo lungo et irresoluto, e non forse così gran valentuomo et universale come Francesco. Così dunque stando le cose, e per allora non si facendo altro, fu ricerco Giorgio non molti giorni dopo dal Papa di fare una parte di detta sala; ma avendo egli risposto che nel palazzo del duca Cosimo suo signore aveva a farne una tre volte maggiore di quella, et oltra ciò che era sì male stato trattato da papa Giulio Terzo, per lo quale aveva fatto molte fatiche alla vigna al monte et altrove, che non sapeva più che si sperare da certi uomini, aggiugnendo che (avendo egli fatta al medesimo senza esserne stato pagato una tavola in palazzo, dentrovi Cristo che nel mare di Tiberiade chiama dalle reti Pietro et Andrea, la quale gl’era stata levata da papa Paulo Quarto da una capella, che aveva fatta Giulio sopra il corridore di Belvedere, e doveva essere mandata a Milano) Sua Santità volesse fargliela o rendere o pagare. Alle quali cose rispondendo il Papa disse (o vero, o non vero che così fusse) non sapere alcuna cosa di detta tavola, e volerla vedere; per che fattala venire, veduta che Sua Santità l’ebbe a mal lume, si contentò che ella gli fusse renduta. Dopo rapiccatosi il ragionamento della sala, disse Giorgio al Papa liberamente che Francesco era il primo e miglior pittore di Roma, e che non potendo niuno meglio servirlo di lui, era da farne capitale. E che se bene il Buonarroto et il cardinale di Carpi favorivano Daniello, lo facevano più per interesse dell’amicizia, e forse come appassionati, che per altro. Ma per tornare alla tavola, non fu sì tosto partito Giorgio dal Papa, che l’ebbe mandata a casa di Francesco, il quale poi di Roma gliela fece condurre in Arezzo, dove come in altro luogo abbiam detto, è stata dal Vasari con ricca et onorata spesa nella Pieve di quella città collocata. Stando le cose della sala de’ re nel modo che si è detto di sopra, nel partire il duca Cosimo da Siena per andar a Roma, il Vasari, che era andato insin lì con sua eccellenza, gli raccomandò caldamente il Salviati, acciò gli facesse favore appresso al Papa, et a Francesco scrisse quanto aveva da fare, giunto che fusse il Duca in Roma. Nel che non uscì punto Francesco del consiglio datogli da Giorgio, per che andando a far reverenza al Duca, fu veduto con bonissima cera da sua eccellenza, e poco appresso fatto tale ufficio per lui appresso Sua Santità, che gli fu allogata mezza la detta sala, alla quale opera mettendo mano, prima che altro facesse, gettò a terra una storia stata cominciata da Daniello, onde furono poi fra loro molte contese. Serviva come s’è già detto questo Pontefice nelle cose d’architettura Pirro Logorio, il quale aveva molto da principio favorito Francesco, et arebbe seguitato; ma colui non tenendo più conto né di Pirro, né d’altri, poi che ebbe cominciato a lavorare, fu cagione che d’amico gli divenne in un certo modo avversario, e se ne videro manifestissimi segni; perciò che Pirro cominciò a dire al Papa, che essendo in Roma molti giovani pittori e valentuomini, che a voler cavare le mani di quella sala sarebbe stato ben fatto allogar loro una storia per uno e vederne una volta il fine. I quali modi di Pirro, a cui si vedeva che il Papa in ciò acconsentiva, dispiacquero tanto a Francesco, che tutto sdegnato si tolse giù dal lavoro e dalle contenzioni, parendogli che poca stima fusse fatta di lui. E così montato a cavallo, senza far motto a niuno, se ne venne a Fiorenza, dove tutto fantastico, senza tener conto d’amico che avesse, si pose in uno albergo, come non fusse stato di questa patria e non vi avesse né conoscenza, né chi fusse in cosa alcuna per lui. Dopo, avendo baciato le mani al Duca, fu in modo accarezzato, che si sarebbe potuto sperare qualche cosa di buono, se Francesco fusse stato d’altra natura e si fusse attenuto al consiglio di Giorgio, il quale lo consigliava a vendere gl’ufficii che aveva in Roma e ridursi in Fiorenza a godere la patria e gl’amici, per fuggire il pericolo di perdere insieme con la vita tutto il frutto del suo sudore e fatiche intollerabili. Ma Francesco guidato dal senso, dalla còllora e dal desiderio di vendicarsi, si risolvette volere tonare a Roma ad ogni modo fra pochi giorni. In tanto levandosi di su quell’albergo a’ prieghi degl’amici si ritirò in casa di Messer Marco Finale priore di Santo Apostolo, dove fece, quasi per passarsi tempo, a Messer Iacopo Salviati sopra tela d’argento, una Pietà colorita, con la Nostra Donna e l’altre Marie, che fu cosa bellissima; rinfrescò di colori un tondo d’arme ducale, che altra volta avea fatta a posta sopra la porta del palazzo di Messer Alamanno, et al detto Messer Iacopo fece un bellissimo libro di abiti bizzarri et acconciature diverse d’uomini e cavalli per mascherate, per che ebbe infinite cortesie dall’amorevolezza di quel signore, che si doleva della fantastica e strana natura di Francesco, il quale non poté mai questa volta, come l’altre avea fatto, tirarselo in casa. Finalmente avendo Francesco a partire per Roma, Giorgio come amico gli ricordò che essendo ricco d’età, mal complessionato e poco più atto alle fatiche, badasse a vivere quietamente e lasciare le gare e le contenzioni; il che non arebbe potuto fare commodamente, avendosi acquistato roba et onore a bastanza, se non fusse stato troppo avaro e disideroso di guadagnare. Lo confortò oltre ciò a vendere gran parte degl’ufficii che aveva et a accommodare le sue cose, in modo che in ogni bisogno o accidente che venisse, potesse ricordarsi degli amici e di coloro che l’avevano con fede e con amore servito. Promise Francesco di ben fare e dire e confessò che Giorgio gli diceva il vero, ma come al più degl’uomini adiviene, che danno tempo al tempo, non ne fece altro. Arrivato Francesco in Roma, trovò che il cardinale Emulio aveva allogate le storie della sala e datone due a Taddeo Zucchero da Sant’Agnolo, una a Livio da Forlì, un’altra a Orazio da Bologna, una a Girolamo Sermoneta, e l’altre ad altri; la qual cosa avisando Francesco a Giorgio e dimandando se era bene che seguitasse quella che avea cominciata, gli fu risposto che sarebbe stato ben fatto, dopo tanti disegni piccoli e cartoni grandi, che n’avesse finita una; nonostante che a tanti da molto meno di lui fusse stata allogata la maggior parte, e che facesse sforzo d’avicinarsi con l’operare, quanto potesse il più, alle pitture della facciata e volta del Buonarroto nella capella di Sisto et a quelle della Paulina, perciò che veduta che fusse stata la sua, si sarebbono l’altre mandate a terra e tutte con sua molta gloria allogate a lui; avvertendolo a non curarsi né d’utile, né di danari, o dispiacere che gli fusse fatto da chi governava quell’opera; però che troppo più importa l’onore, che qualunche altra cosa. Delle quali tutte lettere e proposte e risposte, ne sono le copie e gl’originali fra quelle che tenghiamo noi per memoria di tant’uomo, nostro amicissimo, e per quelle che di nostra mano deono essere state fra le sue cose ritrovate. Stando Francesco dopo queste cose sdegnato e non ben risoluto di quello che fare volesse, afflitto dell’animo, malsano del corpo et indebolito da continuo medicarsi, si amalò finalmente del male della morte, che in poco tempo il condusse all’estremo, senza avergli dato tempo di potere disporre delle sue cose interamente. A un suo creato chiamato Annibale, figliuolo di Nanni di Baccio Bigio, lasciò scudi sessanta l’anno in sul Monte delle Farine, quattordici quadri e tutti i disegni et altre cose dell’arte; il resto delle sue cose lasciò a suor Gabriella sua sorella monaca, ancor che io intenda che ella non ebbe, come si dice, del sacco le corde; tuttavia le dovette venire in mano un quadro dipinto sopra tela d’argento con un ricamo intorno, il quale aveva fatto per lo Re di Portogallo o di Polonia, che e’ si fusse, e lo lasciò a lei, acciò il tenesse per memoria di lui. Tutte l’altre cose, cioè gl’ufficii che aveva dopo intolerabili fatiche comperati, tutti si perderono. Morì Francesco il giorno di San Martino a’ dì 11 di novembre l’anno 1563, e fu sepolto in San Ieronimo, chiesa vicina alla casa dove abitava. Fu la morte di Francesco di grandissimo danno e perdita all’arte, perché se bene aveva cinquantaquattro anni et era malsano, ad ogni modo continuamente studiava e lavorava, et in questo ultimo s’era dato a lavorare di musaico, e si vede che era capriccioso et avrebbe voluto far molte cose, e s’egli avesse trovato un principe che avesse conosciuto il suo umore e datogli da far lavori secondo il suo capriccio, avrebbe fatto cose maravigliose, perché era, come abbiam detto, ricco, abondante e copiosissimo nell’invenzione di tutte le cose et universale in tutte le parti della pittura. Dava alle sue teste, di tutte le maniere, bellissima grazia, e possedeva gli ignudi bene quanto altro pittore de’ tempi suoi; ebbe nel fare de’ panni una molto graziata e gentile maniera, acconciandogli in modo che si vedeva sempre nelle parti dove sta bene l’ignudo et abbigliando sempre con nuovi modi di vestiri le sue figure; fu capriccioso e vario nell’acconciature de’ capi, ne’ calzari et in ogni altra sorte d’ornamenti. Maneggiava i colori a olio, a tempera et a fresco in modo che si può affermare lui essere stato uno de’ più valenti, spediti, fieri e solleciti artefici della nostra età; e noi, che l’abbiamo praticato tanti anni, ne possiamo fare rettamente testimonianza. Et ancora che fra noi sia stata sempre per lo desiderio che hanno i buoni artefici di passare l’un l’altro qualche onesta emulazione, non però mai, quanto all’interesse dell’amicizia appartiene, è mancato fra noi l’affezzione e l’amore, se bene dico ciascuno di noi a concorrenza l’un dell’altro ha lavorato ne’ più famosi luoghi d’Italia, come si può vedere in un infinito di numero di lettere, che appresso di me sono, come ho detto, di mano di Francesco. Era il Salviati amorevole di natura, ma sospettoso, facile a credere ogni cosa, acuto, sottile e penetrativo, e quando si metteva a ragionare d’alcuni delle nostre arti, o per burla o da dovero, offendeva alquanto e talvolta toccava insino in sul vivo. Piacevagli il praticare con persone letterate e con grand’uomini, et ebbe sempre in odio gl’artefici plebei, ancor che fussino sempre in alcuna cosa virtuosi; fuggiva certi che sempre dicono male, e quando si veniva a ragionamento di loro gli lacerava senza rispetto; ma sopra tutto gli dispiacevano le giunterie che fanno alcuna volta gl’artefici, delle quali, essendo stato in Francia et uditone alcune, sapeva troppo bene ragionare. Usava alcuna volta (per meno essere offeso dalla malinconia) trovarsi con gl’amici e far forza di star allegro. Ma finalmente quella sua sì fatta natura irresoluta, sospettosa e soletaria non fece danno se non a lui. Fu suo grandissimo amico Manno fiorentino orefice in Roma, uomo raro nel suo esercizio et ottimo per costumi e bontà, e perché egli è carico di famiglia, se Francesco avesse potuto disporre del suo e non avesse spese tutte le sue fatiche in ufficii per lasciargli al Papa, ne arebbe fatto gran parte a questo uomo da bene et artefice eccellente. Fu parimente suo amicissimo il sopradetto Aveduto dell’Aveduto Vaiaio, il quale fu a Francesco il più amorevole et il più fedele di quanti altri amici avesse mai; e se fusse costui stato in Roma quando Francesco morì, si sarebbe forse in alcune cose con migliore consiglio governato che non fece. Fu suo creato ancora Roviale spagnuolo, che fece molte opere seco, e da sé nella chiesa di Santo Spirito di Roma una tavola, dentrovi la conversione di San Paolo. Volle anco gran bene il Salviati a Francesco di Girolamo dal Prato, in compagnia del quale, come si è detto di sopra, essendo anco fanciullo, attese al disegno. Il quale Francesco fu di bellissimo ingegno e disegnò meglio che altro orefice de’ suoi tempi, e non fu inferiore a Girolamo suo padre, il quale di piastra d’argento lavorò meglio qualunche cosa, che altro qual si volesse suo pari. E secondo che dicono, veniva a costui fatto agevolmente ogni cosa, perciò che battuta la piastra d’argento con alcuni stozzi e quella messo sopra un pezzo d’asse e sotto cera, sego e pece, faceva una materia fra il duro et il tenero, la quale spignendo con ferri in dentro et in fuori, gli faceva riuscire quello che voleva: teste, petti, braccia, gambe, schiene e qualunche altra cosa voleva o gli era addimandata da chi faceva far voti, per appendergli a quelle sante imagini che in alcun luogo, dove avessero avuto grazie o fussero stati esauditi, si ritrovavano. Questo Francesco dunque, non attendendo solamente a fare boti, come faceva il padre, lavorò anco di tausia et a commettere nell’acciaio oro et argento alla damaschina, facendo fogliami, lavori, figure e qualunche altra cosa voleva. Della qual sorte di lavoro fece un’armadura intera e bellissima da fonte a piè al duca Alessandro de’ Medici, e fra molte altre medaglie che fece il medesimo, quelle furono di sua mano e molto belle che con la testa del detto duca Alessandro furono poste ne’ fondamenti della fortezza della porta a Faenza, insieme con altre, nelle quali era da un lato la testa di papa Clemente Settimo e dall’altro un Cristo ignudo, con i flagelli della sua Passione. Si dilettò anco Francesco dal Prato delle cose di scultura e gittò alcune figurette di bronzo, le quali ebbe il duca Alessandro, che furono graziosissime; il medesimo rinettò, e condusse a molta perfezione, quattro figure simili fatte da Baccio Bandinelli, cioè una Leda, una Venere et un Ercole et un Apollo, che furono date al medesimo Duca. Dispiacendo adunque a Francesco l’arte dell’orefice e non potendo attendere alla scultura, che ha bisogno di troppe cose, si diede, avendo buon disegno, alla pittura; e perché era persona che praticava poco, né si curava che si sapesse più che tanto che egli attendesse alla pittura, lavorò da sé molte cose. Intanto, come si disse da principio, venendo Francesco Salviati a Firenze, lavorò nelle stanze che costui teneva nell’Opera di Santa Maria del Fiore, il quadro di Messer Alamanno; onde con questa occasione vedendo costui il modo di fare del Salviati, si diede con molto più studio, che insino allora fatto non aveva, alla pittura; e condusse in un quadro molto bello una conversione di San Paolo, la quale oggi è appresso Guglielmo del Tovaglia. E dopo in un quadro della medesima grandezza, dipinse le serpi che piovono addosso al popolo ebreo; in un altro fece Gesù Cristo che cava i Santi Padri del limbo, i quali ultimi due, che sono bellissimi, ha oggi Filippo Spini, gentiluomo che molto si diletta delle nostre arti. Et oltre a molte altre cose piccole che fece Francesco dal Prato, disegnò assai, e bene, come si può vedere in alcuni di sua mano che sono nel nostro libro de’ disegni. Morì costui l’anno 1562 e dolse molto a tutta l’accademia, perché oltre all’esser valentuomo nell’arte, non fu mai il più da bene uomo di lui. Fu allievo di Francesco Salviati Giuseppo Porta da Castel Nuovo della Garfagnana, che fu chiamato anch’egli per rispetto del suo maestro, Giuseppo Salviati. Costui giovanetto, l’anno 1535 essendo stato condotto in Roma da un suo zio, segretario di monsignor Onofrio Bartolini arcivescovo di Pisa, fu acconcio col Salviati, appresso al quale imparò in poco tempo, non pure a disegnare benissimo, ma ancora a colorire ottimamente. Andato poi col suo maestro a Vinezia, vi prese tante pratiche di gentiluomini, che essendovi da lui lasciato fece conto di volere che quella città fusse sua patria, e così presovi moglie, vi si è stato sempre et ha lavorato in pochi altri luoghi che a Vinezia. In sul campo di S. Stefano dipinse già la facciata della casa de’ Loredani di storie colorite a fresco molto vagamente, e fatte con bella maniera; dipinse similmente a San Polo quella de’ Bernardi, et un’altra dietro a San Rocco, che è opera bonissima. Tre altre facciate di chiaro scuro ha fatto molto grandi, piene di varie storie: una a San Moisè, la seconda a San Cassiano e la terza a Santa Maria Zebenigo. Ha dipinto similmente a fresco in un luogo detto Treville, appresso Trevisi, tutto il palazzo de’ Priuli, fabrica ricca e grandissima, dentro e fuori, della quale fabrica si parlerà a luogo nella vita del Sansovino. A Pieve di Sacco ha fatto una facciata molto bella et a Bagnuolo, luogo de’ frati di Santo Spirito di Vinezia, ha dipinto una tavola a olio, et ai medesimi padri ha fatto nel convento di Santo Spirito il palco, o vero soffittato del loro refettorio, con uno spartimento pieno di quadri dipinti, e nella testa principale un bellissimo cenacolo. Nel palazzo di San Marco ha dipinto nella sala del doge le sibille, i profeti, le virtù cardinali e Cristo con le Marie, che gli sono state infinitamente lodate. E nella già detta libraria di San Marco, fece due storie grandi, a concorrenza degli altri pittori di Vinezia, de’ quali si è ragionato di sopra. Essendo chiamato a Roma dal cardinale Emulio, dopo la morte di Francesco, finì una delle maggiori storie che sieno nella detta sala dei re, e ne cominciò un’altra, e dopo essendo morto papa Pio Quarto, se ne tornò a Venezia, dove gli ha dato la Signoria a dipignere in palazzo un palco pieno di quadri a olio, il quale è a sommo delle scale nuove. Il medesimo ha dipinto sei molto belle tavole a olio: una in San Francesco della Vigna, all’altare della Madonna; la seconda nella chiesa de’ Servi all’altar maggiore; la terza ne’ fra’ minori; la quarta nella Madonna dell’Orto; la quinta a San Zacaria e la sesta a San Moisè, e due n’ha fatto a Murano, che sono belle e fatte con molta diligenza e bella maniera. Di questa Giuseppe, il quale ancor vive e si fa eccellentissimo, non dico altro per ora, se non che, oltre alla pittura, attende con molto studio alla geometria, e di sua mano è la voluta del capitel ionico che oggi mostra in stampa come si deve girare secondo la misura antica; e tosto doverà venire in luce un’opra che ha composto delle cose di geometria. Fu anche discepolo di Francesco un Domenico Romano, che gli fu di grande aiuto nella sala che fece in Fiorenza, et in altre opere, et il quale sté l’anno 1550 col signor Giuliano Cesarino e non lavora da sé solo.

FINE DELLA VITA DI FRANCESCO SALVIATI, PITTORE FIORENTINO