Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Giovann'Agnolo Montorsoli

Fra' Giovann'Agnolo Montorsoli

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanfrancesco Rustichi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco detto de' Salviati IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giovanfrancesco Rustichi Francesco detto de' Salviati

VITA DI FRA’ GIOVANN’AGNOLO MONTORSOLI SCULTORE

Nascendo a un Michele d’Agnolo da Poggibonzi, nella villa chiamata Montorsoli, lontana da Firenze tre miglia in sulla strada di Bologna, dove aveva un suo podere assai grande e buono, un figliuolo maschio, gli pose il nome di suo padre cioè Angelo. Il quale fanciullo crescendo et avendo, per quello che si vedeva, inclinazione al disegno, fu posto dal padre, essendo a così fare consigliato dagl’amici, allo scarpellino con alcuni maestri che stavano nelle cave di Fiesole, quasi dirimpetto a Montorsoli, appresso ai quali continuando Angelo di scarpellare in compagnia di Francesco del Tadda, allora giovinetto, e d’altri, non passarono molti mesi che seppe benissimo maneggiare i ferri e lavorare molte cose di quello esercizio. Avendo poi per mezzo del Tadda fatto amicizia con maestro Andrea scultore da Fiesole, piacque a quello uomo in modo l’ingegno del fanciullo, che postogli affezione, gli cominciò a insegnare, e così lo tenne appresso di sé tre anni. Dopo il quale tempo, essendo morto Michele suo padre, se n’andò Angelo in compagnia di altri giovani scarpellini alla volta di Roma, dove essendosi messo a lavorare nella fabrica di San Piero, intagliò alcuni di que’ rosoni che sono nella maggior cornice che gira dentro a quel tempio, con suo molto utile e buona provisione. Partitosi poi di Roma, non so perché, si acconciò in Perugia con un maestro di scarpello, che in capo a un anno gli lasciò tutto il carico de’ suoi lavori. Ma conoscendo Agnolo che lo stare a Perugia non faceva per lui e che non imparava, portasegli occasione di partire se n’andò a lavorare a Volterra nella sepoltura di Messer Raffaello Maffei detto il Volaterranno, nella quale, che si faceva di marmo, intagliò alcune cose, che mostrarono quell’ingegno dovere fare un giorno qualche buona riuscita. La quale opera finita, intendendo che Michelagnolo Buonarroti metteva allora in opera i migliori intagliatori e scarpellini che si trovassero, nelle fabriche della sagrestia e libreria di San Lorenzo, se n’andò a Firenze dove messo a lavorare, nelle prime cose che fece conobbe Michelagnolo in alcuni ornamenti che quel giovinetto era di bellissimo ingegno e risoluto e che più conduceva egli solo in un giorno che in due non facevono i maestri più pratichi e vecchi. Onde fece dare a lui fanciullo il medesimo salario che essi attempati tiravano. Fermandosi poi quelle fabriche l’anno 1527 per la peste e per altre ragioni, Agnolo non sapendo che altro farsi, se n’andò a Poggibonzi, là onde avevano avuto origine i suoi, padre et avolo, e quivi con Messer Giovanni Norchiati suo zio, persona religiosa e di buone lettere, si trattenne un pezzo, non facendo altro che disegnare e studiare. Ma venutagli poi volontà, veggendo il mondo sotto sopra, d’essere religioso e d’attendere alla quiete e salute dell’anima sua, se n’andò a l’eremo di Camaldoli, dove provando quella vita e non patendo que’ disagi e digiuni et astinenze di vita, non si fermò altrimenti. Ma tuttavia nel tempo che vi dimorò, fu molto grato a que’ padri perché era di buona condizione, et in detto tempo il suo trattenimento fu intagliare in capo d’alcune mazze, o vero bastoni, che que’ santi padri portano quando vanno da Camaldoli all’ermo, o altrimenti a diporto per la selva quando si dispensa il silenzio, teste d’uomini e di diversi animali, con belle e capricciose fantasie. Partito dall’eremo con licenzia e buona grazia del maggiore et andatosene alla Vernia, come quelli che ad ogni modo era tirato a essere religioso, vi stette un pezzo, seguitando il coro e conversando con que’ padri. Ma né anco quella vita piacendogli, dopo avere avuto informazioni del vivere di molte religioni in Fiorenza et in Arezzo, dove andò partendosi dalla Vernia, et in niun’altra potendosi accomodare in modo, che gli fusse comodo attendere al disegno et alla salute dell’anima, si fece finalmente frate negl’Ingesuati di Firenze, fuor della porta Pinti, e fu da loro molto volentieri ricevuto con speranza, attendendo essi alle finestre di vetro, che egli dovesse in ciò essere loro di molto aiuto e comodo. Ma non dicendo que’ padri messa secondo l’uso del vivere e Regola loro, e tenendo per ciò un prete che la dica ogni mattina, avevano allora per capellano un fra’ Martino dell’Ordine de’ Servi, persona d’assai buon giudizio e costumi. Costui dunque, avendo conosciuto l’ingegno del giovane e considerato che poco poteva esercitarlo fra que’ padri che non fanno altro che dire paternostri, fare finestre di vetro, stillare acqua, acconciare orti et altri somiglianti esercizii, e non istudiano, né attendono alle lettere, seppe tanto fare e dire, che il giovane, uscito degl’Ingesuati, si vestì ne’ frati de’ Servi della Nunziata di Firenze a’ dì sette d’ottobre l’anno 1530 e fu chiamato fra’ Giovann’Agnolo. L’anno poi 1531, avendo in quel mentre apparato le cerimonie et ufficii di quell’Ordine e studiato l’opere d’Andrea del Sarto che sono in quel luogo, fece, come dicono essi, professione; e l’anno seguente, con piena sodisfazione di quei padri e contentezza de’ suoi parenti, cantò la sua prima messa, con molta pompa et onore. Dopo essendo state da giovani più tosto pazzi che valorosi nella cacciata de’ Medici guaste l’imagini di cera di Leone, Clemente e d’altri di quella famiglia nobilissima, che vi erano posti per voto, deliberando i frati che si rifacessero, fra’ Giovann’Agnolo con l’aiuto d’alcuni di loro, che attendevano a sì fatte opere d’imagini, rinovò alcune che v’erano vecchie e consumate dal tempo e di nuovo fece il papa Leone e Clemente, che ancor vi si veggiono; e poco dopo il re di Bossina et il signor Vecchio di Piombino; nelle quali opere acquistò fra’ Giovann’Agnolo assai. Intanto essendo Michelagnolo a Roma appresso papa Clemente, il qual voleva che l’opera di San Lorenzo si seguitasse e perciò l’avea fatto chiamare, gli chiese Sua Santità un giovane che restaurasse alcune statue antiche di Belvedere, che erano rotte. Per che ricordatosi il Buonarroto di fra’ Giovann’Agnolo, lo propose al Papa e Sua Santità per un suo breve lo chiese al generale dell’Ordine de’ Servi, che gliel concedette, per non poter far altro e mal volentieri. Giunto dunque il frate a Roma, nelle stanze di Belvedere, che dal Papa gli furono date per suo abitare e lavorare, rifece il braccio sinistro che mancava all’Apollo et il destro del Laoconte che sono in quel luogo, e diede ordine di racconciare l’Ercole similmente. E perché il Papa quasi ogni mattina andava in Belvedere per suo spasso e dicendo l’ufficio, il frate il ritrasse di marmo tanto bene, che gli fu l’opera molto lodata e gli pose il Papa grandissima affezione, e massimamente veggendolo studiosissimo nelle cose dell’arte e che tutta la notte disegnava per avere ogni mattina nuove cose da mostrare al Papa, che molto se ne dilettava. In questo mentre essendo vacato un canonicato di San Lorenzo di Fiorenza, chiesa stata edificata e dotata dalla casa de’ Medici, fra’ Giovann’Agnolo, che già avea posto giù l’abito di frate, l’ottenne per Messer Giovanni Norchiati suo zio, che era in detta chiesa cappellano. Finalmente avendo deliberato Clemente che il Buonarroto tornasse a Firenze a finire l’opere della sagrestia e libreria di San Lorenzo, gli diede ordine, perché vi mancavano molte statue, come si dirà nella vita di esso Michelagnolo, che si servisse dei più valentuomini che si potessero avere, e particolarmente del frate, tenendo il medesimo modo che aveva tenuto il San Gallo per finire l’opere della Madonna di Loreto. Condottosi dunque Michelagnolo et il frate a Firenze, Michelagnolo nel condurre le statue del duca Lorenzo e Giuliano si servì molto del frate nel rinettarle e fare certe difficultà di lavori traforati in sotto squadra, con la quale occasione imparò molte cose il frate da quello uomo veramente divino, standolo con attenzione a vedere lavorare et osservando ogni minima cosa. Ora perché fra l’altre statue, che mancavano al finimento di quell’opera, mancavano un San Cosimo e Damiano che dovevano mettere in mezzo la Nostra Donna, diede a fare Michelagnolo a Raffaello Monte Lupo il San Damiano et al frate San Cosimo, ordinandogli che lavorasse nelle medesime stanze dove egli stesso avea lavorato e lavorava. Messovi dunque il frate con grandissimo studio intorno all’opera, fece un modello grande di quella figura che fu ritocco dal Buonarroto in molte parti, anzi fece di sua mano Michelagnolo la testa e le braccia di terra, che sono oggi in Arezzo tenute dal Vasari, fra le sue più care cose, per memoria di tanto uomo. Ma non mancarono molti invidiosi che biasimarono in ciò Michelagnolo, dicendo che in allogare quella statua avea avuto poco iudizio e fatto mala elezzione, ma gl’effetti mostrarono poi, come si dirà, che Michelagnolo avea avuto ottimo giudicio e che il frate era valentuomo. Avendo Michelagnolo finiti con l’aiuto del frate e posti su le statue del duca Lorenzo e Giuliano, essendo chiamato dal Papa, che volea si desse ordine di fare di marmo la facciata di San Lorenzo, andò a Roma; ma non vi ebbe fatto molta dimora che, morto papa Clemente, si rimase ogni cosa imperfetta; onde scopertasi a Firenze con l’altre opere la statua del frate, così imperfetta come era, ella fu sommamente lodata, e nel vero, o fusse lo studio e diligenza di lui, o l’aiuto di Michelagnolo, ella riuscì poi ottima figura e la migliore che mai facesse il frate di quante ne lavorò in vita sua; onde fu veramente degna di essere, dove fu, collocata. Rimaso libero il Buonarroto per la morte del Papa dall’obligo di San Lorenzo, voltò l’animo a uscir di quello che aveva per la sepoltura di papa Giulio Secondo, ma perché aveva in ciò bisogno d’aiuto, mandò per lo frate, il quale non andò a Roma altrimenti prima che avesse finita del tutto l’imagine del duca Alessandro nella Nunziata, la quale condusse fuor dell’uso dell’altre e bellissima, in quel modo che esso signore si vede armato e ginocchioni sopra un elmo alla borgognona e con una mano al petto in atto di raccomandarsi a quella Madonna. Fornita adunque questa imagine et andato a Roma, fu di grande aiuto a Michelagnolo nell’opera della già detta sepoltura di Giulio Secondo. In tanto intendendo il cardinale Ipolito de’ Medici che il cardinale Turnone aveva da menare in Francia per servizio del Re uno scultore, gli mise innanzi fra’ Giovann’Agnolo, il quale essendo a ciò molto persuaso con buone ragioni da Michelagnolo, se n’andò col detto cardinale Turnone a Parigi; dove giunti fu introdotto al Re, che il vide molto volentieri e gl’assegnò poco appresso una buona provisione, con ordine che facesse quattro statue grandi, delle quali non aveva anco il frate finiti i modelli, quando essendo il Re lontano et occupato in alcune guerre ne’ confini del regno con gl’inglesi, cominciò a essere bistrattato dai tesorieri et a non tirare le sue provisioni, né avere cosa che volesse secondo che dal Re era stato ordinato. Per che sdegnatosi e parendogli che quanto stimava quel magnanimo Re le virtù e gli uomini virtuosi, altretanto fussero dai ministri disprezzate e vilipese, si partì, non ostante che dai tesorieri, i quali pur s’avidero del suo mal animo, gli fussero le sue decorse provisioni pagate infino a un quattrino. Ma è ben vero che prima che si movesse, per sue lettere fece asapere così al Re come al cardinale volersi partire. Da Parigi dunque andato a Lione, e di lì per la Provenza a Genova, non vi fé molta stanza ché in compagnia d’alcuni amici andò a Vinezia, Padova, Verona e Mantoa, veggendo con molto suo piacere, e talora disegnando, fabriche, sculture e pitture, ma sopra tutte molto gli piacquero in Mantoa le pitture di Giulio Romano, alcuna delle quali disegnò con diligenza. Avendo poi inteso in Ferrara et in Bologna che i suoi frati de’ Servi facevano capitolo generale a Budrione, vi andò per visitare molti amici suoi e particolarmente maestro Zacheria fiorentino, suo amicissimo, ai preghi del quale fece in un dì et una notte due figure di terra grandi quanto il naturale, cioè la Fede e la Carità, le quali finte di marmo bianco, servirono per una fonte posticcia, da lui fatta con un gran vaso di rame, che durò a gettar acqua tutto il giorno che fu fatto il generale, con molta sua lode et onore. Da Budrione tornatosene con detto maestro Zacheria a Firenze nel suo convento de’ Servi, fece similmente di terra, e le pose in due nicchie del capitolo, due figure maggiori del naturale, cioè Moisè e San Paulo, che gli furono molto lodate. Essendo poi mandato in Arezzo da maestro Dionisio, allora generale de’ Servi, il quale fu poi fatto cardinale da papa Paulo III et il quale si sentiva molto obligato al generale Angelo d’Arezzo che l’avea allevato et insegnatogli le buone lettere, fece fra’ Giovann’Agnolo al detto generale aretino una bella sepoltura di macigno in S. Piero di quella città, con molti intagli et alcune statue, e di naturale sopra una cassa il detto generale Angelo e due putti nudi di tondo rilievo, che piagnendo spengono le faci della vita umana, con altri ornamenti che rendono molto bella quest’opera; la quale non era anco finita del tutto quando, essendo chiamato a Firenze dai proveditori sopra l’apparato che allora faceva fare il duca Alessandro, per la venuta in quella città di Carlo V imperadore che tornava vittorioso da Tunis, fu forzato partirsi. Giunto dunque a Firenze, fece al ponte a Santa Trinita sopra una basa grande una figura d’otto braccia che rappresentava il fiume Arno a giacere, il quale in atto mostrava di rallegrarsi col Reno, Danubio, Biagrada et Ibero fatti da altri, della venuta di sua maestà, il quale Arno dico fu una molto bella e buona figura. In sul canto de’ Carnesecchi fece il medesimo in una figura di dodici braccia Iason duca degl’Argonauti, ma questa per esser di smisurata grandezza et il tempo corto, non riuscì della perfezzione che la prima; come né anco una Ilarità augusta che fece al canto alla Cuculia. Ma considerata la brevità del tempo nel quale egli condusse quest’opere, elle gl’acquistarono grand’onore e nome così appresso gl’artefici come l’universale. Finita poi l’opera d’Arezzo, intendendo che Girolamo Genga avea da fare un’opera di marmo in Urbino, l’andò il frate a trovare, ma non si essendo venuto a conchiudere niuna, prese la volta di Roma, e quivi badato poco, se n’andò a Napoli con speranza d’avere a fare la sepoltura di Iacopo Sanazaro gentiluomo napoletano e poeta veramente singolare e rarissimo. Avendo edificato il Sanazaro a Margoglino, luogo di bellissima vista et amenissimo nel fine di Chiaia sopra la marina, una magnifica e molto commoda abitazione, la quale si godé mentre visse, lasciò venendo a morte quel luogo, che ha forma di convento, et una bella chiesetta all’Ordine de’ frati de’ Servi, ordinando al signor Cesare Mormerio et al signor conte di Lif, esecutori del suo testamento, che nella detta chiesa da lui edificata, e la quale doveva essere ufficiata dai detti padri, gli facessero la sua sepoltura. Ragionandosi dunque di farla, fu proposto dai frati ai detti essecutori fra’ Giovann’Agnolo, al quale, andato egli come s’è detto a Napoli, finalmente fu la detta sepoltura allogata, essendo stati giudicati i suoi modelli assai migliori di molti altri che n’erano stati fatti da diversi scultori, per mille scudi. De’ quali avendo avuto buona partita, mandò a cavare i marmi Francesco del Tadda da Fiesole, intagliatore eccellente, al quale aveva dato a fare tutti i lavori di quadro e d’intaglio che avevano a farsi in quell’opera per condurla più presto. Mentre che il frate si metteva a ordine per fare la detta sepoltura, essendo in Puglia venuta l’armata turchesca e perciò standosi in Napoli con non poco timore, fu dato ordine di fortificare la città e fatti sopra ciò quattro grand’uomini e di migliore giudizio; i quali per servirsi d’architettori intendenti, andarono pensando al frate, il quale avendo di ciò alcuno sentore avuto e non parendogli che ad uomo religioso come egli era istesse bene adoperarsi in cose di guerra, fece intendere a detti essecutori che farebbe quell’opera o in Carrara, o in Fiorenza, e ch’ella sarebbe al promesso tempo condotta e murata al luogo suo. Così dunque condottosi da Napoli a Fiorenza, gli fu subito fatto intendere dalla signora donna Maria, madre del duca Cosimo, che egli finisse il S. Cosimo, che già aveva cominciato con ordine del Buonarroto, per la sepoltura del Magnifico Lorenzo Vecchio. Onde rimessovi mano, lo finì; e ciò fatto, avendo il Duca fatto fare gran parte de’ condotti per la fontana grande di Castello sua villa et avendo quella ad avere per finimento un Ercole in cima che facesse scoppiare Anteo, a cui uscisse in cambio del fiato acqua di bocca che andasse in alto, fu fattone fare al frate un modello assai grandetto, il quale piacendo a sua eccellenza, fu comessogli che lo facesse et andasse a Carrara a cavare il marmo; la dove andò il frate molto volentieri per tirare innanzi con quella occasione la detta sepoltura del Sanazzaro e particolarmente una storia di figure di mezzo rilievo. Standosi dunque il frate a Carrara, il cardinale Doria scrisse di Genova al cardinal Cibo, che si trovava a Carrara, che non avendo mai finita il Bandinello la statua del principe Doria e non avendola a finire altrimenti, che procacciasse di fargli avere qualche valentuomo scultore che la facesse, perciò che avea cura di sollecitare quell’opera. La quale lettera avendo ricevuta Cibo, che molto innanzi avea cognizione del frate, fece ogni opera di mandarlo a Genova, ma egli disse sempre non potere e non volere in niun modo servire sua signoria reverendissima, se prima non sodisfaceva all’obligo e promessa che aveva col duca Cosimo. Avendo mentre che queste cose si trattavano tirata molto innanzi la sepoltura del Sanazzaro et abbozzato il marmo dell’Ercole, se ne venne con esso a Firenze, dove con molta prestezza e studio lo condusse a tal termine, che poco arebbe penato a fornirlo del tutto, se avesse seguitato di lavorarvi; ma essendo uscita una voce che il marmo a gran pezza non riusciva opera perfetta come il modello e che il frate era per averne difficultà a rimettere insieme le gambe dell’Ercole che non riscontravano col torso, Messer Pierfrancesco Riccio maiordomo, che pagava la provisione al frate, cominciò, lasciandosi troppo più volgere di quello che doverebbe un uomo grave, ad andare molto ratenuto a pagargliela, credendo troppo al Bandinello che con ogni sforzo pontava contro a colui, per vendicarsi dell’ingiuria che parea che gl’avesse fatto di aver promesso voler fare la statua del Doria, disobligato che fusse dal Duca. Fu anco openione che il favore del Tribolo, il quale faceva gl’ornamenti di Castello, non fusse d’alcun giovamento al frate, il quale, comunche si fusse, vedendosi essere bistrattato dal Riccio, come collerico e sdegnoso, se n’andò a Genova, dove dal cardinale Doria e dal principe gli fu allogata la statua di esso principe che dovea porsi in sulla piazza Doria; alla quale avendo messo mano senza però intralasciare del tutto l’opera del Sanazzaro, mentre il Tadda lavorava a Carrara il resto degl’intagli e del quadro, la finì con molta sodisfazione del principe e de’ genovesi. E se bene la detta statua era stata fatta per dovere essere posta in sulla piazza Doria, fecero nondimeno tanto i genovesi, che a dispetto del frate ella fu posta in sulla piazza della Signoria, non ostante che esso frate dicesse che avendola lavorata perché stesse isolata sopra un basamento, ella non poteva star bene, né avere la sua veduta a canto a un muro. E per dire il vero non si può far peggio che mettere un’opera fatta per un luogo in un altro; essendo che l’artefice nell’operare si va quanto ai lumi e le vedute accomodando al luogo dove dee essere la sua o scultura o pittura collocata. Dopo ciò vedendo i genovesi e piacendo molto loro le storie et altre figure fatte per la sepoltura del Sanazzaro, vollono che il frate facesse per la loro chiesa catedrale un San Giovanni Evangelista, che finito, piacque loro tanto, che ne restarono stupefatti. Da Genova partito finalmente fra’ Giovann’Agnolo andò a Napoli dove nel luogo già detto mise su la sepoltura detta del Sanazzaro, la quale è così fatta: in sui canti da basso sono due piedistalli, in ciascuno de’ quali è intagliata l’arme di esso Sanazzaro, e nel mezzo di questi è una lapide di braccia uno e mezzo, nella quale è intagliato l’epitaffio che Iacopo stesso si fece, sostenuto da due puttini; di poi sopra ciascuno dei piedistalli è una statua di marmo tonda a sedere, alta quattro braccia, cioè Minerva et Apollo, et in mezzo a queste fra l’ornamento di due mensole, che sono dai lati, è una storia di braccia due e mezzo per ogni verso, dentro la quale sono intagliati di basso rilievo fauni, satiri, ninfe et altre figure, che suonano e cantano nella maniera che ha scritto nella sua dottissima Arcadia di versi pastorali quell’uomo eccellentissimo. Sopra questa storia è posta una cassa tonda di bellissimo garbo e tutta intagliata et adorna molto, nella quale sono l’ossa di quel poeta, e sopra essa in sul mezzo è in una basa la testa di lui ritratta dal vivo con queste parole a piè: "Actius Sincerus", accompagnata da due putti con l’ale a uso d’amori, che intorno hanno alcuni libri. In due nicchie poi, che sono dalle bande nell’altre due facce della cappella, sono sopra due base due figure tonde di marmo ritte e di tre braccia l’una o poco più: cioè San Iacopo apostolo e San Nazzaro. Murata dunque nella guisa che s’è detta quest’opera, ne rimasero sodisfattissimi i detti signori esecutori e tutto Napoli. Dopo ricordandosi il frate d’avere promesso al principe Doria di tornare a Genova, per fargli in San Matteo la sua sepoltura et ornare tutta quella chiesa, si partì subito da Napoli et andossene a Genova, dove arrivato e fatti i modelli dell’opera che dovea fare a quel signore, i quali gli piacquero infinitamente, vi mise mano con buona provisione di danari e buon numero di maestri. E così dimorando il frate in Genova fece molte amicizie di signori et uomini virtuosi e particolarmente con alcuni medici, che gli furono di molto aiuto, perciò che giovandosi l’un l’altro e facendo molte notomie di corpi umani et attendendo all’architettura e prospettiva, si fece fra’ Giovann’Agnolo eccellentissimo. Oltre ciò, andando spesse volte il principe dove egli lavorava e piacendogli i suoi ragionamenti, gli pose grandissima affezione. Similmente in detto tempo di due suoi nipoti che aveva lasciati in custodia a maestro Zacheria gliene fu mandato uno chiamato Angelo, giovane di bell’ingegno e costumato, e poco appresso dal medesimo un altro giovanetto chiamato Martino, figliuolo d’un Bartolomeo sarto, de’ quali ambi due giovani insegnando loro, come gli fussero figliuoli, si servì il frate in quell’opera che avea fra mano. Della quale ultimamente venuto a fine, messe su la cappella, sepoltura e gl’altri ornamenti fatti per quella chiesa; la quale facendo a sommo la prima navata del mezzo una croce e giù per lo manico tre, ha l’altar maggiore nel mezzo et in testa isolato. La cappella dunque è retta ne’ cantoni da quattro gran pilastri, i quali sostengono parimente il cornicione che gira intorno e sopra cui girano in mezzo tondo quattro archi, che posano alla dirittura de’ pilastri; de’ quali archi tre ne sono nel vano di mezzo, ornati di finestre non molto grandi, e sopra questi archi gira una cornice tonda, che fa quattro angoli fra arco et arco ne’ canti, e di sopra fa una tribuna a uso di catino. Avendo dunque il frate fatto molti ornamenti di marmo, dintorno all’altare da tutte quattro le bande, sopra quello pose un bellissimo e molto ricco vaso di marmo per lo Santissimo Sacramento, in mezzo a due Angeli pur di marmo, grandi quanto il naturale; intorno poi gira un partimento di pietre commesse nel marmo con bello e variato andare di mischi e pietre rare, come sono serpentini, porfidi e diaspri. E nella testa e faccia principale della cappella, fece un altro partimento dal piano del pavimento insino all’altezza di simili mischi e marmi, il quale fa basamento a quattro pilastri di marmo che fanno tre vani, in quello del mezzo, che è maggior degl’altri, è in una sepoltura il corpo di non so che Santo, et in quelli dalle bande sono due statue di marmo fatte per due Evangelisti. Sopra questo ordine è una cornice, e sopra la cornice altri quattro pilastri minori che reggono un’altra cornice, che fa spartimento per tre quadretti che ubbidiscono ai vani di sotto; in quel di mezzo, che posa in sulla maggior cornice, è un Cristo di marmo che risuscita, di tutto rilievo e maggiore del naturale. Nelle facce dalle bande ribatte il medesimo ordine, e sopra la detta sepoltura nel vano di mezzo è una Nostra Donna di mezzo rilievo con Cristo morto, la quale Madonna mettono in mezzo Davit re e San Giovanni Battista, e nell’altra è Santo Andrea e Geremia profeta. I mezzi tondi degl’archi sopra la maggior cornice, dove sono due finestre, sono di stucchi con putti intorno, che mostrano ornare la finestra. Negl’angoli sotto la tribuna sono quattro sibille similmente di stucco, sì come è anco lavorata tutta la volta a grottesche di varie maniere; sotto questa cappella è fabricata una stanza sotterranea, la quale, scendendo per scale di marmo, si vede in testa una cassa di marmo con due putti sopra, nella quale doveva essere posto, come credo sia stato fatto dopo la sua morte, il corpo di esso signore Andrea Doria. E dirimpetto alla cassa, sopra un altare, dentro a un bellissimo vaso di bronzo, che fu fatto e rinetto, da chi si fusse che lo gettasse, divinamente, è alquanto del legno della Santissima Croce sopra cui fu crucifisso Gesù Cristo benedetto, il qual legno fu donato a esso principe Doria dal duca di Savoia. Sono le pariete di detta tomba tutte incrostate di marmo e la volta lavorata di stucchi e d’oro con molte storie de’ fatti egregii del Doria, et il pavimento è tutto spartito di varie pietre mischie a corrispondenza della volta; sono poi nelle facciate della crociera della navata, da sommo, due sepolture di marmo con due tavole di mezzo rilievo; in una è sepolto il conte Filippino Doria e nell’altra il signor Giannettino della medesima famiglia. Ne’ pilastri dove comincia la navata del mezzo, sono due bellissimi pergami di marmo; e dalle bande delle navate minori sono spartite nelle facciate con bell’ordine d’architettura alcune cappelle con colonne et altri molti ornamenti, che fanno quella chiesa essere un’opera veramente magnifica e ricchissima. Finita la detta chiesa, il medesimo principe Doria fece mettere mano al suo palazzo e fargli nuove aggiunte di fabriche e giardini bellissimi, che furono fatti con ordine del frate, il quale avendo in ultimo fatto, dalla parte dinanzi di detto palazzo, un vivaio, fece di marmo un mostro marino, di tondo rilievo, che versa in gran copia acqua nella detta peschiera; simile al quale mostro ne fece un altro a que’ signori, che fu mandato in Ispagna al Granvela. Fece un gran Nettunno di stucco, che sopra un piedistallo fu posto nel giardino del Principe; fece di marmo due ritratti del medesimo Principe e due di Carlo Quinto, che furono portati da Coves in Ispagna. Furono molto amici del frate, mentre stette in Genova, Messer Cipriano Palavigino, il quale per essere di molto giudizio nelle cose delle nostre arti ha praticato sempre volentieri con gl’artefici più eccellenti e quelli in ogni cosa favoriti, il signore abbate Negro, Messer Giovanni da Monte Pulvano et il signor Priore di San Matteo, et insomma tutti i primi gentiluomini e signori di quella città, nella quale acquistò il frate fama e ricchezza. Finite dunque le sopra dette opere, si partì fra’ Giovann’Agnolo di Genova e se n’andò a Roma per rivedere il Buonarroto, che già molti anni non aveva veduto, e vedere se per qualche mezzo avesse potuto rapiccare il filo col duca di Fiorenza e tornare a fornire l’Ercole che aveva lasciato imperfetto. Ma arrivato a Roma, dove si comperò un cavalierato di San Piero, inteso per lettere avute da Fiorenza che il Bandinello, mostrando aver bisogno di marmo e facendo a credere che il detto Ercole era un marmo storpiato, l’aveva spezzato con licenzia del maiorduomo Riccio e servitosene a far cornici per la sepoltura del signor Giovanni, la quale egli allora lavorava, se ne prese tanto sdegno, che per allora non volle altrimenti tornare a rivedere Fiorenza, parendogli che troppo fusse sopportata la prosonzione, arroganza et insolenza di quell’uomo. Mentre che il frate si andava trattenendo in Roma avendo i messinesi deliberato di fare sopra la piazza del lor Duomo una fonte con un ornamento grandissimo di statue, avevano mandati uomini a Roma a cercare d’avere uno eccellente scultore; i quali uomini, se bene avevano fermo Raffaello da Monte Lupo, perché s’infermò quando apunto volea partire con esso loro per Messina, fecero altra resoluzione e condussero il frate, che con ogni instanza e qualche mezzo cercò d’avere quel lavoro. Avendo dunque posto in Roma al legnaiuolo Angelo suo nipote che gli riuscì di più grosso ingegno che non aveva pensato, con Martino si partì il frate e giunsono in Messina del mese di settembre 1547, dove, accomodati di stanze e messo mano a fare il condotto dell’acque che vengono di lontano et a fare venire marmi da Carrara, condusse con l’aiuto di molti scarpellini et intagliatori con molta prestezza quella fonte, che è così fatta: ha, dico, questa fonte otto facce, cioè quattro grandi e principali e quattro minori, due delle quali maggiori venendo in fuori fanno in sul mezzo un angolo, e due, andando in dentro, s’accompagnano con un’altra faccia piana che fa l’altra parte dell’altre quattro facce, che in tutto sono otto. Le quattro facce angolari, che vengono in fuori facendo risalto, danno luogo alle quattro piane, che vanno in dentro; e nel vano è un pilo assai grande, che riceve acque in gran copia da quattro fiumi di marmo che accompagnano il corpo del vaso di tutta la fonte intorno alle dette otto facce; la qual fonte posa sopra un ordine di quattro scalee che fanno dodici facce: otto maggiori che fanno la forma dell’angolo, e quattro minori dove sono i pili. E sotto i quattro fiumi sono le sponde alte palmi cinque, et in ciascun angolo (che tutti fanno venti facce) fa ornamento un termine; la circonferenza del primo vaso dall’otto facce è centodue palmi et il diametro è trentaquattro, et in ciascuna delle dette venti facce è intagliata una storietta di marmo in basso rilievo, con poesie di cose convenienti a fonti et acque, come dire il cavallo Pegaso che fa il fonte Castalio, Europa che passa il mare, Icaro che volando cade nel medesimo, Aretusa conversa in fonte, Iason che passa il mare col montone d’oro, Narciso converso in fonte, Diana nel fonte che converte Ateon in cervio, con altre simili. Negl’otto angoli che dividono i risalti delle scale della fonte che saglie due gradi andando ai pili et ai fiumi e quattro alle sponde angolari sono otto mostri marini in diverse forme a giacere sopra certi dadi, con le zampe dinanzi che posano sopra alcune maschere, le quali gettano acqua in certi vasi. I fiumi che sono in sulla sponda et i quali posano di dentro sopra un dado tanto alto, che pare che seggano nell’acqua, sono il Nilo con sette putti, il Tevere circondato da una infinità di palme e trofei, l’Ibero con molte vittorie di Carlo Quinto et il fiume Cumano vicino a Messina, dal quale si prendono l’acque di questa fonte, con alcune storie e ninfe fatte con belle considerazioni. Et insino a questo piano di dieci palmi sono sedici getti d’acqua grossissimi: otto ne fanno le maschere dette, quattro i fiumi e quattro alcuni pesci alti sette palmi, i quali stando nel vaso ritti e con la testa fuora gettano acqua dalla parte della maggior faccia. Nel mezzo dell’otto facce, sopra un dado alto quattro palmi, sono sopra ogni canto una serena con l’ale e senza braccia, e sopra queste, le quali si annodano nel mezzo, sono quattro tritoni alti otto palmi, i quali anch’essi con le code annodate e con le braccia reggono una gran tazza, nella quale gettano acqua quattro maschere intagliate superbamente; di mezzo alla quale tazza surgendo un piede tondo sostiene due maschere bruttissime, fatte per Scilla e Cariddi, le quali sono conculcate da tre ninfe ignude grandi sei palmi l’una, sopra le quali è posta l’ultima tazza, che da loro è con le braccia sostenuta. Nella quale tazza, facendo basamento quattro delfini col capo basso e con le code alte, reggono una palla, di mezzo alla quale per quattro teste esce acqua che va in alto e così dai delfini sopra i quali sono a cavallo quattro putti nudi. Finalmente nell’ultima cima è una figura armata rappresentante Orione, stella celeste, che ha nello scudo l’arme della città di Messina, della quale si dice, o più tosto si favoleggia essere stata edificatrice. Così fatta dunque è la detta fonte di Messina, ancor che non si possa così ben con le parole come si farebbe col disegno dimostrarla. E perché ella piacque molto a’ messinesi, gliene feciono fare un’altra in sulla marina dove è la dogana, la quale riuscì anch’essa bella e ricchissima; et ancor che quella similmente sia a otto facce, è nondimeno diversa dalla sopra detta, perciò che questa ha quattro facce di scale che sagliono tre gradi, e quattro altre minori mezze tonde, sopra le quali dico è la fonte in otto facce; e le sponde della fontana grande di sotto hanno al pari di loro in ogni angolo un piedistallo intagliato, e nelle facce della parte dinanzi un altro in mezzo a quattro di esse. Dalle parte poi dove sono le scale tonde è un pilo di marmo aovato, nel quale per due maschere, che sono nel parapetto sotto le sponde intagliate, si getta acqua in molta copia; e nel mezzo del bagno di questa fontana è un basamento alto a proporzione, sopra il quale è l’arme di Carlo Quinto et in ciascun angolo di detto basamento è un cavallo marino che fra le zampe schizza acqua in alto. E nel fregio del medesimo, sotto la cornice di sopra, sono otto mascheroni che gettano all’ingiù otto polle d’acqua, et in cima è un Nettunno di braccia cinque il quale avendo il tridente in mano posa la gamba ritta a canto a un delfino; sono poi dalle bande sopra due altri basamenti Scilla e Cariddi in forma di due mostri, molto ben fatti, con teste di cane e di furie intorno. La quale opera finita similmente piacque molto a’ messinesi i quali avendo trovato un uomo secondo il gusto loro diedero, finite le fonti, principio alla facciata del Duomo, tirandola alquanto inanzi, e dopo ordinarono di far dentro dodici cappelle d’opera corinzia, cioè sei per banda con i dodici Apostoli di marmo di braccia cinque l’uno, delle quali tutte ne furono solamente finite quattro dal frate, che vi fece di sua mano un San Pietro et un San Paulo, che furono due grandi e molto buone figure. Doveva anco fare in testa della cappella maggiore un Cristo di marmo, con ricchissimo ornamento intorno, e sotto ciascuna delle statue degl’Apostoli una storia di basso rilievo, ma per allora non fece altro. In sulla piazza del medesimo Duomo ordinò con bella architettura il tempio di San Lorenzo, che gli fu molto lodato. In sulla marina fu fatta di suo ordine la torre del fanale, e mentre che queste cose si tiravano innanzi, fece condurre in San Domenico per il capitan Cicala una cappella, nella quale fece di marmo una Nostra Donna grande quanto il naturale, e nel chiostro della medesima chiesa, alla cappella del signor Agnolo Borsa, fece in marmo di basso rilievo una storia, che fu tenuta bella e condotta con molta diligenza; fece anco condurre, per lo muro di Santo Agnolo, acqua per una fontana e vi fece di sua mano un putto di marmo grande che versa in un vaso molto adorno e benissimo accomodato, che fu tenuta bell’opera, et al muro della Vergine fece un’altra fontana, con una Vergine di sua mano che versa acqua in un pilo; e per quella che è posta al palazzo del signor don Filippo Laroca, fece un putto maggiore del naturale d’una certa pietra che s’usa in Messina, il qual putto, che è in mezzo a certi mostri et altre cose marittime, getta acqua in un vaso. Fece di marmo una statua di quattro braccia, cioè una Santa Caterina martire molto bella, la quale fu mandata a Tarumezia, luogo lontano da Messina 24 miglia. Furono amici di fra’ Giovann’Agnolo, mentre stette in Messina, il detto signor don Filippo Laroca e don Francesco della medesima famiglia, Messer Bardo Corsi, Giovanfrancesco Scali e Messer Lorenzo Borghini, tutti tre gentiluomini fiorentini allora in Messina, Serafino da Fermo et il signor gran mastro di Rodi che più volte fece opera di tirarlo a Malta e farlo cavalieri, ma egli rispose non volere confinarsi in quell’isola, senza che pur alcuna volta, conoscendo che faceva male a stare senza l’abito della sua Religione, pensava di tornare. E nel vero so io che quando bene non fusse stato in un certo modo forzato, era risoluto ripigliarlo e tornare a vivere da buono religioso. Quando adunque al tempo di papa Paulo Quarto, l’anno 1557 furono tutti gl’apostati o vero sfratati astretti a tornare alle loro Religioni sotto gravissime pene, fra’ Giovann’Agnolo lasciò l’opere che avea fra mano et in suo luogo Martino suo creato, e da Messina del mese di maggio, se ne venne a Napoli per tornare alla sua Religione de’ Servi in Fiorenza. Ma prima che altro facesse, per darsi a Dio interamente, andò pensando come dovesse i suoi molti guadagni dispensare convenevolmente; e così dopo avere maritate alcune sue nipote fanciulle povere et altre della sua patria e da Montorsoli, ordinò che ad Angelo suo nipote, del quale si è già fatto menzione, fussero dati in Roma mille scudi e comperatogli un cavaliere del giglio; a due spedali di Napoli diede per limosina buona somma di danari per ciascuno; al suo convento de’ Servi lasciò mille scudi per comperare un podere, e quello di Montorsoli stato de’ suoi antecessori: con questo, che a due suoi nipoti frati del medesimo Ordine fussino pagati ogni anno, durante la vita loro, venticinque scudi per ciascuno, e con alcuni altri carichi che di sotto si diranno; le quali cose, come ebbe accomodato, si scoperse in Roma e riprese l’abito con molta sua contentezza e de’ suoi frati, e particolarmente di maestro Zaccheria. Dopo venuto a Fiorenza fu ricevuto e veduto dagl’amici e parenti con incredibile piacere e letizia. Ma ancor che avesse deliberato il frate di volere il rimanente della vita spendere in servigio di Nostro Signore Dio e dell’anima sua e starsi quietamente in pace, godendosi un cavalierato che s’era serbato, non gli venne ciò fatto così presto, perciò che, essendo con istanzia chiamato a Bologna da maestro Giulio Bovio, zio del vascone Bovio, perché facesse nella chiesa de’ Servi l’altar maggiore tutto di marmo et isolato, et oltre ciò una sepoltura con figure e ricco ornamento di pietre mischie et incostrature di marmo, non poté mancargli, e massimamente avendosi a fare quell’opera in una chiesa del suo Ordine. Andato dunque a Bologna e messo mano all’opera, la condusse in ventotto mesi, facendo il detto altare, il quale da un pilastro all’altro chiude il coro de’ frati tutto di marmo dentro e fuori con un Cristo nudo nel mezzo di braccia due e mezzo e con alcun’altre statue dagli lati. È l’architettura di quest’opera bella veramente, e ben partita et ordinata, e commessa tanto bene, che non si può far meglio; il pavimento ancora, dove in terra è la sepoltura del Bovio, è spartito con bell’ordine, e certi candellieri di marmo et alcune storiette e figurine sono assai bene accomodate, et ogni cosa è ricca d’intaglio; ma le figure, oltre che son piccole per la difficultà che si ha di condurre pezzi grandi di marmo a Bologna, non sono pari all’architettura, né molto da essere lodate. Mentre che fra’ Giovann’Agnolo lavorava in Bologna quest’opera, come quello che in ciò non era anco ben risoluto, andava pensando in che luogo potesse più comodamente di quelli della sua Religione consumare i suoi ultimi anni, quando maestro Zaccheria suo amicissimo, che allora era priore della Nunziata di Firenze, disiderando di tirarlo e fermarlo in quel luogo, parlò di lui col duca Cosimo, riducendogli a memoria la virtù del frate e pregando che volesse servirsene; a che, avendo risposto il Duca benignamente e che si servirebbe del frate tornato che fusse da Bologna, maestro Zaccaria gli scrisse del tutto, mandatogli appresso una lettera del cardinale Giovanni de’ Medici, nella quale il confortava quel signore a tornare a fare nella patria qualche opera segnalata di sua mano. Le quali lettere avendo il frate ricevuto, ricordandosi che Messer Pierfrancesco Ricci, dopo essere vivuto pazzo molti anni era morto, e che similmente il Bandinello era mancato, i quali parea che poco gli fussero stati amici, riscrisse che non mancherebbe di tornare quanto prima potesse a servire sua eccellenza illustrissima, per fare in servigio di quella non cose profane, ma alcun’opera sacra, avendo tutto volto l’animo al servigio di Dio e de’ suoi Santi. Finalmente dunque, essendo tornato a Fiorenza l’anno 1561, se n’andò con maestro Zaccheria a Pisa, dove erano il signor Duca et il Cardinale, per fare a loro illustrissime signorie reverenza. Da’ quali signori essendo stato benignamente ricevuto e carezzato, e dettogli dal Duca che nel suo ritorno a Fiorenza gli sarebbe dato a fare un’opera d’importanza, se ne tornò. Avendo poi ottenuto col mezzo di maestro Zaccheria licenza dai suoi frati della Nunziata di potere ciò fare, fece nel capitolo di quel convento, dove molti anni innanzi aveva fatto il Moisè e San Paulo di stucchi, come s’è detto di sopra, una molto bella sepoltura in mezzo per sé e per tutti gl’uomini dell’arte del disegno, pittori, scultori et architettori che non avessono proprio luogo dove essere sotterrati, con animo di lasciare come fece per contratto che que’ frati, per i beni che lascerebbe loro, fussero obligati dire messa alcuni giorni di festa e feriali in detto capitolo, e che ciascun anno, il giorno della Santissima Trinità, si facesse festa solennissima et il giorno seguente un ufficio di morti per l’anime di coloro che in quel luogo fussero stati sotterrati. Questo suo disegno adunque, avendo esso fra’ Giovann’Agnolo e maestro Zacheria scoperto a Giorgio Vasari, che era loro amicissimo, et insieme avendo discorso sopra le cose della Compagnia del disegno che al tempo di Giotto era stata creata et aveva le sue stanze avute in Santa Maria Nuova di Fiorenza, come ne appare memoria ancor oggi all’altar maggiore dello spedale, dal detto tempo insino a’ nostri, pensarono con questa occasione di raviarla e rimetterla su. E perché era la detta Compagnia dall’altar maggiore sopra detto stata traportata (come si dirà nella vita di Iacopo di Casentino) sotto le volte del medesimo spedale in sul canto della via della Pergola, e di lì poi era stata ultimamente levata e tolta loro da don Isidoro Montaguti spedalingo di quel luogo, ella si era quasi del tutto dismessa e più non si ragunava. Avendo, dico, il frate, maestro Zacheria e Giorgio discorso sopra lo stato di detta Compagnia lungamente, poi che il frate ebbe parlato di ciò col Bronzino, Francesco San Gallo, Amannato, Vincenzio de’ Rossi, Michel di Ridolfo et altri molti scultori e pittori de’ primi, e manifestato loro l’animo suo, venuta la mattina della Santissima Trinità, furono tutti i più nobili et eccellenti artefici dell’arte del disegno in numero di quarantotto ragunati nel detto capitolo, dove si era ordinato una bellissima festa e dove già era finita la detta sepoltura e l’altare tirato tanto innanzi, che non mancavano se non alcune figure che v’andavano di marmo. Quivi, detta una solennissima messa, fu fatta da un di que’ padri una bell’orazione in lode di fra’ Giovann’Agnolo e della magnifica liberalità che egli faceva alla Compagnia detta, donando loro quel capitolo, quella sepoltura e quella cappella. Della quale, acciò pigliassero il possesso, conchiuse essersi già ordinato che il corpo del Puntormo, il quale era stato posto in un deposito nel primo chiostretto della Nunziata, fusse primo di tutti messo in detta sepoltura. Finita dunque la messa e l’orazione, andati tutti in chiesa dove in una bara erano l’ossa del detto Puntormo, postolo sopra le spalle de’ più giovani, con una falcola per uno et alcune torce, girando intorno la piazza il portarono nel detto capitolo, il quale dove prima era parato di panni d’oro, trovarono tutto nero, e pieno di morti dipinti et altre cose simili. E così fu il detto Puntormo collocato nella nuova sepoltura. Licenziandosi poi la Compagnia, fu ordinata la prima tornata per la prossima domenica, per dar principio, oltre al corpo della Compagnia, a una scelta de’ migliori e creato un’accademia, con l’aiuto della quale chi non sapeva imparasse, e chi sapeva, mosso da onorata e lodevole concorrenza, andasse maggiormente acquistando. Giorgio intanto, avendo di queste cose parlato col Duca e pregatolo a volere così favorire lo studio di queste nobili arti, come avea fatto quello delle lettere, avendo riaperto lo studio di Pisa, creato un collegio di scolari e dato principio all’Accademia fiorentina, lo trovò tanto disposto ad aiutare e favorire questa impresa quanto più non arebbe saputo disiderare. Dopo queste cose avendo i frati de’ Servi meglio pensato al fatto, si risolverono, e lo fecero intendere alla Compagnia, di non volere che il detto capitolo servisse loro se non per farvi feste, uffici e seppellire, e che in niun altro modo volevano avere, mediante le loro tornate e ragunarsi, quella servitù nel loro convento. Di che avendo parlato Giorgio col Duca e chiestogli un luogo, sua eccellenza disse avere pensato di accomodarne loro uno, dove non solamente potrebbono edificare una Compagnia, ma avere largo campo di mostrare, lavorando, la virtù loro. E poco dopo scrisse e fece intendere per Messer Lelio Torelli al priore e monaci degl’Angeli che accomodassono la detta Compagnia del tempio stato cominciato nel loro monasterio da Filippo Scolari detto lo Spano. Ubbidirono i frati e la Compagnia fu accomodata d’alcune stanze, nelle quali si ragunò più volte, con buona grazia di que’ padri che anco nel loro capitolo proprio gl’accettarono alcune volte molto cortesemente. Ma essendo poi detto al signor Duca che alcuni di detti monaci non erano del tutto contenti che là entro si edificasse la Compagnia, perché il monasterio arebbe quella servitù et il detto tempio, il quale dicevano volere con l’opere loro fornire, si starebbe quanto a loro a quel modo, sua eccellenza fece sapere agl’uomini dell’Accademia, che già aveva avuto principio et avea fatta la festa di San Luca nel detto tempio, che poiché i monaci, per quanto intendeva, non molto di buonavoglia gli volevano in casa, che non mancherebbe di proveder loro un altro luogo. Disse oltre ciò il detto signor Duca, come principe veramente magnanimo che è, non solo voler favorire sempre la detta Accademia, ma egli stesso esser capo, guida e protettore e che per ciò crearebbe, anno per anno, un luogotenente che in sua vece intervenisse a tutte le tornate. E così facendo per lo primo elesse il reverendo don Vincenzio Borghini, spedalingo degl’Innocenti, delle quali grazie et amorevolezze mostrate dal signor Duca a questa sua nuova Accademia fu ringraziato da dieci de’ più vecchi et eccellenti di quella; ma perché della riforma della Compagnia e degl’ordini dell’Accademia si tratta largamente ne’ capitoli che furono fatti dagl’uomini a ciò deputati et eletti da tutto il corpo per riformatori, fra’ Giovann’Agnolo, Francesco da San Gallo, Agnolo Bronzino, Giorgio Vasari, Michele di Ridolfo e Pierfrancesco di Iacopo di Sandro, coll’intervento del detto luogotenente e confermazione di sua eccellenza, non ne dirò altro in questo luogo. Dirò bene, che non piacendo a molti il vecchio sugello et arme o vero insegna della Compagnia, il quale era un bue con l’ali a giacere, animale dell’Evangelista San Luca, e che ordinatosi perciò che ciascuno dicesse o mostrasse con un disegno il parer suo, si videro i più bei capricci e le più stravaganti e belle fantasie che si possano imaginare. Ma non perciò è anco risoluto interamente quale debba essere accettato. Martino intanto, discepolo del frate, essendo da Messina venuto a Fiorenza, in pochi giorni morendosi, fu sotterrato nella sepoltura detta, stata fatta dal suo maestro, e non molto poi, nel 1564, fu nella medesima con onoratissime essequie sotterrato esso padre fra’ Giovann’Agnolo, stato scultore eccellente e dal molto reverendo e dottissimo maestro Michelagnolo publicamente nel tempio della Nunziata lodato con una molto bella orazione. E nel vero hanno le nostre arti, per molte cagioni, grand’obligo con fra’ Giovann’Agnolo, per avere loro portato infinito amore et agl’artefici di quella parimente. E di quanto giovamento sia stata e sia l’Accademia, che quasi da lui, nel modo che si è detto, ha avuto principio, e la quale è oggi in protezione del signor duca Cosimo e di suo ordine si raguna in San Lorenzo nella sagrestia nuova, dove sono tant’opere di scultura di Michelagnolo, si può da questo conoscere che non pure nell’essequie di esso Buonarroto, che furono, per opera de’ nostri artefici e con l’aiuto del Principe, non dico magnifiche, ma poco meno che reali, delle quali si ragionerà nella vita sua, ma in molte altre cose, hanno per la concorrenza i medesimi, e per non essere indegni accademici, cose maravigliose operato. Ma particolarmente nelle nozze dell’illustrissimo signor principe di Fiorenza e di Siena, il signor don Francesco Medici, e della serenissima reina Giovanna d’Austria, come da altri interamente è stato con ordine raccontato e da noi sarà a luogo più comodo largamente replicato. E perciò che non solo in questo buon padre, ma in altri ancora de’ quali si è ragionato disopra, si è veduto e vede continuamente che i buoni religiosi (non meno che nelle lettere, nei publici studii e nei sacri concilii) sono di giovamento al mondo e d’utile nell’arti e negl’esercizii più nobili e che non hanno a vergognarsi in ciò dagl’altri, si può dire non essere per aventura del tutto vero quello che alcuni, più da ira e da qualche particolare sdegno che da ragione mossi e da verità, affermarono troppo largamente di loro: cioè che essi a cotal vita si danno, come quegli che per viltà d’animo non hanno argomento, come gl’altri uomini, di civanzarsi; ma Dio gliel perdoni. Visse fra’ Giovann’Agnolo anni 56, e morì all’ultimo d’agosto 1563.

FINE DELLA VITA DI FRA’ GIOVANN’AGNOLO MONTORSOLI, SCULTORE