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Le Mille ed una Notti/Storia del principe Zeyn Alasnam e del re de' Geni

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Storia del principe Zeyn Alasnam e del re de' Geni
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NOTTE CCLXXVII

STORIA


DEL PRINCIPE ZEYN ALASNAM

E DEL RE DE’ GENI.


— Un re di Balsora possedeva immense ricchezze. Era amato da’ suoi sudditi, ma non avea figliuoli, e ciò lo affliggeva moltissimo. Infine egli indusse, con magnifici donativi, tutti i santi personaggi dei suoi stati a domandare al cielo un figlio per lei; nè inutili tornarono le loro preghiere; la regina si trovò incinta, e sgravossi felicemente d’un principe, che fu chiamato Zeyn Alasnam, cioè l’ornamento delle statue.

«Il re fece adunare tutti gli astrologhi del regno, ed ingiunse loro di tirar l’oroscopo del fanciullo. Scoprirono essi colle loro osservazioni che vivrebbe a lungo, sarebbe valoroso, ma che avrebbe bisogno appunto di coraggio per sostenere con fermezza le sciagure che lo minacciavano. Il re non si spaventò di quella predizione. — Mio figlio,» disse, «non è [p. 238 modifica] da compiangere se dev’essere coraggioso: conviene che i principi provino le disgrazie: l’avversità ne purifica la virtù, e così sanno meglio regnare. —

«Ricompensati gli astrologhi, li congedò. Fece educare Zeyn con tutta la possibile cura, e gli diede maestri, appena lo vide in età di approfittare delle loro lezioni; finalmente proponevasi di farne un principe compito, quando d’improvviso il buon re cadde infermo, e di tal male che i suoi medici non seppero guarire. Vedendosi al punto di morte, chiamò il figlio, e gli raccomandò, fra le altre cose, di procurar di farsi amare piuttosto che temere dal suo popolo, di non prestar orecchio agli adulatori, e d’essere lento a premiare quanto a punire, accadendo spesso che i re, sedotti dalle false apparenze, colmino di benefizi i cattivi, opprimendo l’innocenza.

«Appena spirato il re, il principe Zeyn prese il lutto, e portatolo sette giorni, nell’ottavo salì al soglio, trasse dal tesoro reale il sigillo di suo padre per mettervi il proprio (1), e cominciò a gustar la dolcezza del regnare. Il piacere di vedersi piegar dinanzi tutti i cortigiani, e farsi unico studio di comprovargli l’obbedienza e lo zelo loro; in una parola, il potere sovrano ebbe per lui troppo attrattive. Non badò se non a quello che i suoi sudditi gli dovevano, senza pensare a ciò ch’ei doveva loro: si diede poco pensiero di ben governarli: s’immerse in ogni sorta di disordini con giovani voluttuosi: li rivestì delle prime cariche dello stato; non ebbe più regola, ed essendo per natura prodigo, non mise alcun freno alle sue liberalità, ed insensibilmente le donne ed i favoriti esaurirono i suoi tesori.

«La regina sua madre vivea ancora. Principessa [p. 239 modifica] saggia e prudente, aveva varie volte tentato indarno di arrestare il corso delle prodigalità e dei disordini del figliuolo, dimostrandogli che se non cangiava condotta, non solo dissiperebbe le ricchezze, ma si alienerebbe eziandio l’animo dei popoli, e sarebbe causa d’una rivoluzione che costerebbegli forse la corona e la vita. Poco mancò che quanto la donna avea predetto, non accadesse: i popoli cominciarono a mormorare contro il governo, e le mormorazioni sarebbero state infallibilmente seguite da una rivolta generale, se la regina non avesse avuta la destrezza di prevenirla; questa principessa, informata della cattiva disposizione delle cose, ne avvertì il re, il quale, lasciatosi finalmente persuadere, affidò il ministero a saggi vecchi, che ben seppero ritener i sudditi ne’ limiti del dovere.

«Intanto Zeyn, vedendo consumate tutte le sue dovizie, si pentiva di non averne fatto miglior uso, e caduto in una melanconia mortale, nulla valeva a consolarlo. Una notte, vide in sogno un venerabile vecchio, il quale, inoltrandosi verso di lui, gli disse in aria ridente:

«— O Zeyn! sappi non esservi dolore che seguito non sia da allegrezza: nessuna disgrazia che non tragga seco qualche gioia. Se vuoi vedere il fine della tua afflizione, alzati, parti per l’Egitto, vanne al Cairo: una grande fortuna colà ti aspetta. —

«Il principe, svegliandosi, rimase colpito da quel sogno, e ne parlò seriamente alla regina sua madre, la quale non fece che riderne. — Che! vorreste, o figlio,» gli diss’ella, «andar in Egitto sulla fede di questo bel sogno? — Perchè no, o signora?» rispose Zeyn; «credete voi che tutti i sogni siano chimerici? No, no, ve ne sono di misteriosi. I miei precettori mi hanno raccontato mille storie che non mi permettono [p. 240 modifica] ùdi dubitarne (2). D’altra parte, quando pure non ne fossi persuaso, non potrei trattenermi dall’ascoltare il mio sogno. Il vecchio che m’apparve aveva qualche cosa di soprannaturale, ned è di quegli uominj che la sola vecchiaia rende rispettabili; non so qual aria divina scorgeasi sparsa su tutta la sua persona. Era tale in fine qual ci si rappresenta il gran Profeta; e se volete che vi palesi il mio pensiero, credo essere egli medesimo in persona, il quale, mosso da’ miei affanni, voglia alleviarli. Confido nella fiducia che seppe ispirarmi: spero nelle sue promesse, ed ho risoluto di seguirne il consiglio.» Procurò la regina di distornelo; ma non avendo potuto riuscirvi, il principe le lasciò il governo del regno, uscì una notte segretamente dal palazzo, e prese la strada del Cairo, senza voler essere accompagnato da nessuno.

«Dopo molte fatiche e stenti, giunto a quella famosa città, che ha poche rivali al mondo per la grandezza e la beltà, andò a smontare alla porta d’una moschea, dove, sentendosi assai stanco, si coricò. Appena si fu addormentato, vide il medesimo vecchio che gli disse:

«— O figlio! sono contento di te per aver prestato fede alle mie parole. Sei venuto qui senza che la lunghezza e la difficoltà delle strade ti abbiano ributtato; ma sappi che non ti feci fare sì lungo viaggio se non per provarti. Or veggo che hai coraggio e fermezza, e meriti che ti renda il più ricco ed insieme il più felice principe della terra. Torna a Balsora; troverai nel tuo palazzo immense ricchezze: giammai re ne ha possedute d’eguali. —

[p. 241 modifica]«Il principe non fu soddisfatto d’un tal sogno. — Aimè!» disse, svegliandosi; «qual fu l’error mio! questo vecchio, ch’io credeva il nostro gran profeta, non è che l’effetto della mia riscaldata immaginazione. Ne aveva tanto piena la mente, da non sorprendermi se io l’abbia sognato un’altra volta. Torniamo a Balsora. Che cosa dovrei far io qui più a lungo? Sono ben avventurato di non aver detto ad alcuno, fuorchè a mia madre, il motivo del mio viaggio; diverrei la favola de’ miei popoli se lo sapessero. —

«Riprese dunque la strada del suo regno, e giuntovi, la regina gli chiese se tornasse contento. Allora le raccontò l’accaduto, e parve tanto mortificato di essere stato troppo credulo, che quella principessa, invece di accrescerne con rimproveri o motteggi il dispiacere, cercò consolario. — Cessate di rammaricarvi, figliuolo,» gli disse; «se Iddio vi destina ricchezze, le acquisterete senza stento. State in pace: tutto ciò che vi debbo raccomandare è d’essere virtuoso. Rinunziato alle delizie della danza, degli organi e del vino color di porpora; fuggite codesti piaceri, i quali poco mancò non vi perdessero. Dedicatevi a rendere felici i vostri sudditi; formando il loro ben essere, assoderete il vostro. —

«Il principe Zeyn giurò di seguire omai in tutto i consigli della madre e de’ saggi visiri, scelti da lei medesima per aiutarlo a sostenere il peso del governo. Ma subito la prima notte ch’ei fu di ritorno nel palazzo, vide in sogno per la terza volta il Vecchio, il quale gli disse:

«— O coraggioso Zeyn! il tempo della tua prosperità è finalmente venuto. Domattina, appena sarai alzato, piglia una zappa, e va a scavare nel gabinetto del defunto re; vi scoprirai un gran tesoro. —

«Appena desto, il principe si alzò, e correndo all’appartamento della regina, le raccontò con molta [p. 242 modifica] vivacità il nuovo sogno da lui fatto. — In verità, figliuolo,» disse la regina sorridendo, «ecco un vecchio assai ostinato: non è contento d’avervi corbellato due volte; sentite voglia di fidarvene ancora? — No, signora,» rispose Zeyn; «non credo menomamente a ciò che m’ha detto, ma voglio per curiosità visitare il gabinetto di mio padre. — Oh! me l’immaginava,» sclamò la regina, prorompendo in una risata; «andate pure, figliuol mio, contentate le vostre brame. Ciò che mi consola è che la cosa non è poi tanto faticosa quanto il viaggio d’Egitto.

«— Or bene, madama,» ripigliò il re, «devo confessarlo, questo terzo sogno mi restituì la mia fiducia; esso si collega ai due altri. Poichè insomma, esaminando tutte le parole del vecchio, egli mi ha prima ordinato di recarmi in Egitto; ivi mi disse d’avermi fatto fare quel viaggio soltanto per provarmi. ««Torna a Balsora,» mi disse poscia; «è là che troverai i tesori.»» Questa notte ei venne a palesarmi precisamente il sito dove si trovano. Questi tre sogni, mi sembra, sono in relazione fra loro; non hanno nulla d’equivoco, e non c’è nessuna circostanza che imbarazzi. Possono, è vero, essere chimerici; ma preferisco fare una ricerca vana, anzichè rimproverarmi per tutta la vita d’aver perduto forse grandi ricchezze, facendo mal a proposito lo spirito forte. —

«Ciò detto, uscì dall’appartamento della madre, si fece dare una zappa, ed entrato solo nel gabinetto del defunto re, si mise a scavare, e levò più della metà dai mattoni del pavimento, senza scoprire la minima ombra di tesoro. Tralasciò il lavoro per riposare un istante, dicendo fra sè: — Temo davvero che mia madre non abbia avuto ragione di beffarsi di me.» Nondimeno, ripreso coraggio, continuò il suo lavoro, nè ebbe motivo di pentirsene, scoprendo d’improvviso una pietra bianca, sollevata la quale, vi trovò sotto una porta chiusa da un catenaccio d’acciaio...»

[p. 243 modifica]La notte seguente, Scheherazade, volgendo la parola al sultano suo sposo:


NOTTE CCLXXVIII


— Sire,» disse, «Zeyn ruppe a colpi di zappa ed aprì la porta, la quale ricopriva una scala di marmo bianco. Acceso tosto un lume, discese per quella scala in una camera col pavimento di porcellana della China, e dove le pareti e la soffitta erano di cristallo; ma egli si mise particolarmente a guardare quattro palchi, su ciascuno dei quali stavano dieci anfore di porfido. Immaginando che fossero piene di vino: — Buono,» disse; «quel vino dev’essere molto vecchio; non dubito che non sia squisito.» Si avvicinò ad una di quelle anfore, ed alzatone il coperchio, vide con altrettanta sorpresa che gioia, ch’era piena di monete d’oro. Visitò le altre ad una ad una, e le trovò piene di zecchini. Presone allora una manata, la recò alla regina.

«Rimase quella principessa in uno sbalordimento che ognun si potrà immaginare, quanto sentì il racconto che il re le fece di tutto ciò che aveva veduto. — Oh figlio! «sclamò allora; «guardatevi dal dissipare follemente tutte queste dovizie, come già faceste di quelle del tesoro reale! Non abbiano i vostri nimici motivo di rallegrarsene. — No, signora,» rispose Zeyn; «vivrò ormai in un modo che vi farà contenta. —

«La regina pregò il figliuolo di condurla in quello stupendo sotterraneo, dal defunto suo marito fatto fare con tal segretezza, ch’ella non ne aveva mai udito parlare. Zeyn la condusse nel gabinetto, ed aiutatala a discendere la scala di marmo, la fece [p. 244 modifica] entrare nella camera in cui stavano le anfore; la donna, guardando tutte le cose con occhio curioso, notò in un angolo una picciola anfora della medesima materia dell’altre, cui il principe non aveva ancora osservata. La prese egli, ed apertala, vi trovò dentro una chiave d’oro. — Figlio mio,» disse allora la regina, «senza dubbio questa chiave racchiude qualche nuovo tesoro. Cerchiamo dappertutto; vediamo se non potremo discoprire a qual uso sia destinata. —

«Esaminarono con estrema attenzione la camera, e finalmente trovarono una serratura nel mezzo d’una tappezzeria, che giudicarono esser quella di cui possedevano la chiave; il re ne fece la prova sul momento. Subito una porta si schiuse, e lasciò vedere un’altra camera, in mezzo alla quale ergevansi nove piedestalli d’oro massiccio, otto de’ quali sostenevano ciascheduno una statua fatta d’un sol diamante; quelle statue mandavano tanto splendore, che tutta la stanza ne rimaneva rischiarata.

«— Oh cielo!» sclamò Zeyn tutto sorpreso; «dove mai ha potuto mio padre trovare tante stupende cose?» Ma il nono piedestallo ne raddoppiò lo stupore, poichè vi stava sopra un pezzo di raso bianco, su cui trovò scritte queste parole:

««O mio caro figlio! queste otto statue mi costarono, onde acquistarle, grandissime fatiche. Ma benchè siano di bellezza senza pari, sappi esistervene al mondo una nona che tutte le supera, e ch’essa sola val più di mille come quelle che qui vedi. Se tu brami di rendertene possessore, recati nella città del Cairo in Egitto. Ivi sta uno de’ miei antichi schiavi chiamato Mobarec; non avrai difficoltà a trovarlo: la prima persona che incontrerai te ne insegnerà la dimora. Va da lui: digli tutto ciò che ti è accaduto. Ti riconoscerà per mio figliuolo, e ti condurrà fino al luogo dove sta [p. 245 modifica] la maravigliosa statua, che ti acquisterai coll’eterna salute.»»

«Letto ch’ebbe il principe quelle parole, disse alla regina: — Non voglio che mi manchi questa nona statua. È d’uopo che sia una cosa assai rara, poichè queste tutte insieme non la equivalgono. Vo subito al Gran Cairo, nè credo, o signora, che vogliate combattere la mia risoluzione. — No, figliuolo,» rispose la regina, «io non mi ci oppongo. Voi siete senza dubbio sotto la protezione del nostro gran profeta; egli non permetterà certo che abbiate a perire, in questo lungo viaggio. Partite quando vi piaccia. I vostri visiri ed io governeremo insieme lo stato durante la vostra assenza.» Fece il principe allestire il suo equipaggio, ma non volle condur seco se non un picciol numero di schiavi...»

Questa notte la sultana non potè dirne di più; la domane, essa ripigliò in codesti termini il seguito del racconto:


NOTTE CCLXXIX


— Sire, il re Zeyn non trovò ostacoli per via, e giunto al Cairo, fece subito ricerca di Mobarec. Gli dissero ch’era uno de’ più ricchi cittadini della città, che viveva da gran signore, e che la sua casa era aperta specialmente ai forestieri. Zeyn vi si fece condurre, e bussato alla porta, uno schiavo venne ad aprire, dandogli: — Che cosa desiderate, e chi siete? — Sono forastiero,» rispose il principe. «Ho inteso parlare della generosità del signor Mobarec, e vengo a chiedergli ospitalità.» Lo schiavo pregò Zeyn di [p. 246 modifica] aspettar un momento, ed andato a riferire la cosa al padrone, questi gl’impose di far entrare il forestiero; tornò l’altro alla porta, e disse al principe ch’era il benvenuto.

«Allora Zeyn entrò, ed attraversato un ampio cortile, fu introdotto in una magnifica sala dove Mobarec, che attendevalo, lo ricevè cortesemente, e ringraziollo dell’onore che gli faceva di voler alloggiare presso di lui. Il principe, risposto in prima a quel complimento, disse a Mobarec: — Io sono figlio del defunto re di Balsora, e mi chiamo Zeyn Alasnam. — Quel re,» soggiunse Mobarec, «è stato altre volte mio padrone; ma io, o signore, non gli conobbi alcun figlio. Che età avete? — Vent’anni,» rispose il principe. «Da quanto tempo lasciaste la corte di mio padre? — Sono quasi ventidue anni,» disse Mobarec. «Ma come mi persuaderete di essere suo figliuolo? — Mio padre,» ripigliò Zeyn, «aveva sotto il suo gabinetto un sotterraneo nel quale trovai quaranta anfore di porfido tutte piene d’oro. — E che cosa c’è d’altro?» ripigliò Mobarec. — Vi sono,» rispose il principe, «nove piedestalli d’oro massiccio, otto de’ quali sostengono otto statue di diamante, ed il nono, invece, un pezzo di raso bianco, su cui mio padre ha scritto ciò che debbo fare per acquistarmi la nona statua più preziosa di tutte le altre insieme. Voi sapete il luogo ove si trova questa statua, essendo notato sul raso che voi mi ci condurrete. —

«Non ebbe appena finite queste parole, che Mobarec si gettò a’ suoi ginocchi, e baciandogli a più riprese la mano: — Rendo grazie a Dio,» sclamò, «di avervi fatto qui venire. Vi riconosco per figliuolo del re di Balsora. Se volete recarvi al luogo dove trovasi la statua maravigliosa, io vi sarò di guida. Ma bisogna prima che riposiate qui per alcuni giorni. [p. 247 modifica] Oggi io ho convitato i grandi del Cairo, ed eravamo a tavola, quando si venne ad avvisarmi del vostro arrivo. Sdegnereste, o principe, di venirvi a divertire con noi? — No, o signore,» rispose Zeyn; «sarò lietissimo di far parte della vostra compagnia.» Subito Mobarec lo condusse in una sala dove trovavansi gli ospiti, e fattolo sedere a mensa, cominciò a servirlo. I grandi del Cairo ne rimasero maravigliati, e dicevansi sottovoce fra loro: — Oh! chi è mai quello straniero che Mobarec serve con tanto rispetto? —

«Quand’ebbero mangiato, Mobarec prese a dire: — Grandi del Cairo, non vi sorprenda l’avermi veduto servire in cotal guisa questo giovane straniero. Sappiate ch’egli è il figliuolo del re di Balsora, mio padrone. Suo padre mi comprò co’ propri suoi denari. Egli è morto senza avermi data la libertà, laonde sono ancora di lui schiavo, e per conseguenza tutti i miei beni appartengono di diritto a questo giovane principe, suo unico erede (3).» Zeyn, a questo passo, lo interruppe. — O Mobarec!» gli disse; «dichiaro davanti a tutti questi signori, che fin da questo momento siete libero, e rinuncio per sempre alla vostra persona ed a tutto ciò che voi possedete; ditemi inoltre cosa volete ch’io vi dia.» A tale discorso baciò Mobarec la terra, e fece al principe grandissimi ringraziamenti. Fu quindi portato il vino: ne bevvero tutto il giorno, e verso sera furono distribuiti i regali d’uso ai convitati, che tutti si ritirarono.

«Alla domane, Zeyn disse a Mobarec: — Mi sono riposato abbastanza. Io non son venuto al Cairo per vivere in mezzo ai piaceri; bramerei avere la nona statua. È tempo che partiamo per andarla a conquistare. — Signore,» rispose il vecchio, «son pronto a [p. 248 modifica] cedere a’ vostri desiderii; ma voi ignorate tutti i pericoli che convien correre per fare simile preziosa conquista. — Qualunque ne sia il pericolo,» replicò il principe, «ho deciso di sfidarlo. Vi perirò o riescirò. Tutto ciò che succede, è opera di Dio. Accompagnatemi soltanto, e la vostra fermezza sia eguale alla mia. —

«Mobarec, vedendolo determinato a partire, chiamò i servi, ed ordinò loro di preparare gli equipaggi. Poscia, fatta amendue l’abluzione e la preghiera di precetto chiamata Farz (4), si posero in cammino. Notarono per via un’infinità di cose rare e portentose, e camminando per vari giorni, giunsero infine in un delizioso soggiorno, ove smontarono di cavallo. Allora Mobarec disse a tutti i servi che lo seguivano: — Fermatevi in questo luogo, e custodite con cura gli equipaggi fino al nostro ritorno.» Poi, voltosi a Zeyn: «Andiamo, signore, inoltriamoci noi soli; siamo vicini al luogo terribile, in cui si custodisce la nona statua: avrete d’uopo del vostro coraggio. —

«Giunti in breve alla sponda d’un vasto lago, Mobarec sedè sulla riva, dicendo al principe: — Bisogna che varchiamo questo mare. — E come potremo passarlo,» rispose Zeyn, «se non abbiamo battelli? — Ne vedrete comparire uno sul momento,» rispose Mobarec; «il battello incantato del re de’ Genii sta per venire a prenderci; ma non dimenticate quello che sono per dirvi: è d’uopo osservare un profondo silenzio; non parlate al navicellaio, per quanto strana [p. 249 modifica] apparir vi possa la sua figura, e qualunque cosa straordinaria possiate notare, non dite nulla; poichè vi avverto che se proferiste una sola parola quando saremo imbarcati, la nave sprofonderà sott’acqua. — Saprò ben tacere,» disse il principe. «Non avete che a prescrivermi tutto ciò che debbo fare, e lo eseguirò puntualmente. —

«Così parlando, scorse d’improvviso sul lago un battello di legno di sandalo rosso, coll’albero d’ambra fina ed una banderuola di raso turchino. Eravi dentro un solo barcaiuolo, la cui testa somigliava a quella d’un elefante, ed il corpo aveva la forma d’una tigre. Accostatosi lo schifo al principe ed a Mobarec, il navicellaio li prese colla proboscide l’un dopo l’altro, e li depose nella barca, traghettandoli quindi in un istante dall’altra parte del lago. Li ripigliò colla proboscide, e depostili sulla riva, disparve subito colla barca.»

Schahriar ascoltava con avidità Scheherazade, quando l’alba venne ad interrompere il piacevol racconto; ella lo ripigliò la notte seguente con grande giubilo della sorella e del sultano dell’Indie.


NOTTE CCLXXX


— «Sire, ora possiamo parlare,» disse Mobarec. «L’isola nella quale siamo, è quella del re de’ Geni: non ve n’ha una simile in tutto il resto del mondo. Guardate da tutte le parti, principe: vedeste un più delizioso soggiorno? Certo è questo la vera immagine del luogo incantevole che Iddio destina ai fedeli osservatori della nostra legge. Guardate i campi adorni [p. 250 modifica] di fiori e d’ogni sorta d’erbe odorose; ammirate que’ begli alberi, i cui squisiti frutti ne fanno piegare fino a terra le frondi; gustate il diletto che cagionar devono questi canti armoniosi, formati nell’aria da migliaia d’uccelli di mille ignote specie agli altri paesi.» Zeyn non poteva saziarsi dal contemplare la bellezza delle cose che lo circondavano, notandone sempre di nuove a misura che inoltravano nell’isola.

«Finalmente giunsero davanti ad un palazzo di fino smeraldo, circondato da larga fossa, sulle cui sponde vedeansi di spazio in ispazio alcuni alberi sì alti e folti, che coprivano della loro ombra tutto il palazzo. Rimpetto alla porta, ch’era d’oro massiccio, stava un ponte, formato d’una sola squama di pesce, benchè avesse per lo meno sei palmi di lunghezza e tre di larghezza. Alla testa del ponte scorgeasi una truppa di geni di sterminata altezza, che custodivano l’ingresso del castello con grosse mazze d’acciaio della China.

«— Non andiamo più oltre,» disse Mobarec; «quei geni ci ucciderebbero, e se vogliamo impedirli di venir a noi, ne tocca fare una cerimonia magica.» In pari tempo cavò da una borsa, che portava sotto la veste, quattro strisce di taffettà giallo; con una se ne avvolse la cintura, e si mise l’altra sulla schiena, dando poscia le due altre al principe acciò ne facesse il medesimo uso. Indi, Mobarec distese in terra due grandi tappeti, sul cui lembo sparse alcune gemme, con muschio ed ambra; sedutosi allora sull’uno, e Zeyn sull’altro di quei tappeti, parlò al principe in questi termini: — Signore, ora sto per evocare il re de’ Geni, il quale abita il palazzo che abbiamo davanti agli occhi: possa egli venire a noi senz’ira! Vi confesso che non istò senza inquietudini sull’accoglienza che ci farà. Se il nostro arrivo nella sua isola gli dispiace, comparirà in forma d’un [p. 251 modifica] mostro spaventevole; ma se approva il vostro disegno, ci si mostrerà sotto la figura d’un uomo di bell’aspetto. Appena ci sarà davanti, converrà che vi alziate e lo salutiate senza movervi dal vostro tappeto, poichè perireste infallibilmente; allora gli direte:

«— Sovrano signore dei Geni, mio padre, ch’era vostro servo, fu rapito dall’angelo della morte; voglia vostra maestà proteggermi come ha sempre protetto mio padre!

«E se il re de’ Geni,» soggiunse Mobarec, «vi domanda quale grazia volete ch’ei vi conceda, gli risponderete:

«— Sire, è la nona statua che umilmente vi supplico di donarmi. —

«Istruito di tal guisa il principe Zeyn, Mobarec cominciò a fare i suoi scongiuri; tosto gli occhi loro furono feriti da un lungo lampo, seguito da cupo rimbombo di tuono. Tutta l’isola si coprì di dense tenebre; sollovossi un vento impetuoso, si udì quindi un grido spaventevole; la terra ne fu scossa, e si sentì un tremuoto simile a quello che Asrafyel (5) deve suscitare il giorno del giudizio.

«Zeyn ne provò qualche emozione, e già cominciava a trar cattivo augurio da quel fracasso, allorchè Mobarec, il quale sapeva meglio di lui cosa dovesse pensarne, gli disse sorridendo: — Rassicuratovi, principe, tutto va bene.» In fatti, nell’istante medesimo il re de’ Geni comparve sotto la forma d’un bell’uomo, che però non lasciava di mostrare nell’aspetto qualche cosa di feroce.

«Appena il principe Zeyn lo vide, gli fece il complimento suggeritogli da Mobarec; il re de’ Geni [p. 252 modifica] sorrise, e rispose: — O figlio! io amava tuo padre, ed ogni qual volta veniva ad ossequiarmi, gli donava una statua, ch’egli portava seco. Nè minor affetto ho io per te: obbligai tuo padre, alcuni giorni prima della sua morte, a scrivere ciò che leggesti sul pezzo di raso bianco, e gli promisi di prenderti sotto la mia protezione e darti la nona statua che supera in bellezza tutte quelle che possiedi. Ho cominciato a tenergli parola; son io che tu vedesti in sogno sotto l’aspetto d’un vecchio: io che t’ho fatto scoprire il sotterraneo dove trovansi le anfore e le statue: io ch’ebbi molta parte a tutto ciò ch’è accaduto, e, a meglio dire, ne fui la cagione: io che ti feci venire fin qui. Otterrai quanto desideri: quand’anche non avessi promesso a tuo padre di dartela, te l’accorderei volentieri; ma bisogna prima che tu mi giuri, per tutto ciò che rende sacro ed inviolabile un giuramento, che tornerai in quest’isola, e mi condurrai una fanciulla, la quale sia d’età trilustre, non abbia mai conosciuto uomo, nè desiderato di conoscerne. È d’uopo inoltre che perfetta ne sia la bellezza, e che tu sappia sì ben padroneggiarti, da non concepire nemmeno verun desiderio, nel qui condurla, di possederla. —

«Zeyn fece il temerario giuramento che esigevasi da lui. — Ma, signore,» disse poscia, «supposto che sia tanto fortunato di rinvenire una fanciulla quale voi la chiedete, come potrò sapere d’averla trovata? — Confesso,» rispose il re de’ Geni, sorridendo, «che potresti ingannarti all’aspetto: questa cognizione è superiore ai figliuoli d’Adamo; non penso quindi di starmene alla tua sola penetrazione. Ti darò uno specchio che sarà più sicuro delle tue congetture. Quando avrai veduta una giovane di quindici anni perfettamente bella, non ti resterà se non a guardare nel tuo specchio, e vi vedrai la sua [p. 253 modifica] immagine. Puro e terso si conserverà il cristallo se la donzella sia casta; e se, per lo contrario, si appanna, sarà certissimo segno che non sarà stata sempre saggia od almeno avrà desiderato di cessare d’esserlo. Non dimenticar dunque il giuramento che mi facesti; mantienlo da uomo d’onore, altrimenti ti costerà la vita, qualunque sia il mio affetto per te.» Il principe protestò nuovamente che manterrebbe esattamente la sua parola.

«Allora il re de’ Geni gli mise in mano uno specchio, dicendogli: — O figlio mio! puoi andartene quando ti piaccia; ecco lo specchio del quale dovrai servirti.» Zeyn e Mobarec s’accommiatarono dal re dei Geni ed inoltraronsi verso il lago. Il barcaiuolo dalla testa d’elefante venne alla lor volta colla sua nave, e presili, li depose all’altra riva nella stessa guisa di prima. Raggiunsero quindi il loro seguito, e tornarono al Cairo.

«Il principe Alasnam vi riposò alcuni giorni in casa di Mobarec, dopo i quali gli disse: — Partiamo per Bagdad; andiamo a cercarvi una fanciulla pel re de’ Geni. — Come, non siamo al Gran Cairo?» rispose Mobarec; «non vi troveremo belle fanciulle? — Avete ragione,» riprese il principe; «ma come faremo ad iscoprire dove si trovano? - Non vi affannate per questo, o signore,» ripigliò Mobarec; conosco una vecchia destrissima, che voglio incaricare di questa faccenda; essa se ne disimpegnerà benissimo. —

«Infatti, la vecchia ebbe la destrezza di far vedere al principe un gran numero di bellissime fanciulle trilustri; ma quando, dopo averle guardate, consultava il suo specchio, la fatal pietra di paragone della loro virtù, il cristallo sempre appannavasi. Tutte le ragazze della corte e della città, che trovavansi nel decimoquinto anno, subirono l’esame l’una dopo l’altra, e mai il cristallo si conservò puro e netto.

[p. 254 modifica]«Quando videro di non poter rinvenire al Cairo fanciulle caste, andarono a Bagdad, dove, preso in affitto un palazzo magnifico in uno de’ più bei quartieri della città, cominciarono a banchettare allegramente. Tenevano tavola aperta, e quando tutti aveano mangiato nel palazzo, portavano il resto ai dervis, che così sussistevano agiatamente.

«Ora, eravi nel quartiere un imano chiamalo Bubekir Muezzin, uomo vano, fiero ed invidioso, il quale odiava i ricchi soltanto, perchè era povero, e la sua miseria inasprivalo contro la prosperità del prossimo. Intese costui parlare di Zeyn Alasnam e dell’abbondanza che in casa di lui regnava, nè gli bastò di più per prendere il principe in avversione. Spinse anzi la cosa tanto innanzi, che un giorno, nella moschea, dopo la preghiera vespertina, disse al popolo: — O miei fratelli! udii dire ch’è venuto ad alloggiar nel nostro quartiere un forastiero che scialaqua ogni giorno somme immense. Chi sa mai? Questo sconosciuto è forse uno scellerato che avrà rubato nel suo paese immensi beni, e viene in questa città a goderseli. Mettiamoci in guardia, fratelli; se il califfo viene a sapere esservi nel nostro rione un uomo di tal fatta, è da temer che non ci punisca per non avernelo avvertito. Quanto a me, di chiaro che me ne lavo le mani, e che se ne avverrà qualche guaio, non sarà certo per mia colpa.» Il popolo, che si lascia facilmente persuadere, gridò ad una sola voce a Bubekir: — Questo è affar vostro, dottore; fatelo sapere voi al consiglio.» Allora l’imano, soddisfatto, si ritirò a casa sua, e si pose a scrivere una memoria, risoluto di presentarla il giorno seguente al califfo.»

Alla vista de’ primi raggi solari, la sultana cessò di parlare. — Avrei desiderato sapere,» le disse la sorella, «se questo malvagio imano pervenne a nuocere [p. 255 modifica] al principe Zeyn. — Domani lo saprai,» rispose Scheherazade, «e se mi sveglierai presto, udrai la continuazione e la fine di codesta storia.» Dinarzade promise di non mancarvi.


NOTTE CCLXXXI


Dinarzade fu in fatti più diligente, e la sultana parlò a Schahriar in questi sensi:

— Sire, Mobarec, ch’era stato alla preghiera, ed aveva, come gli altri, udito il discorso del dottore, mise in un fazzoletto cinquecento zecchini d’oro, fece un involto di varie stoffe di seta, e recossi da Bubekir. Il dottore, in aspro accento, chiesegli cosa desiderasse. — O dottore!» rispose Mobarec, in dolce suono di voce, mettendogli in mano l’oro e le stoffe; «sono vostro vicino e servitore, e vengo da parte del principe Zeyn che abita in questo quartiere. Egli ha inteso parlare del vostro raro merito, e m’incaricò di venirvi a dire che desiderava far la vostra conoscenza. Frattanto, vi prega di accettare questo tenue presente.» Bubekir, trasportato di gioia, rispose a Mobarec: — Deh! signore, fate al principe mille scuse per me. Mi vergogno assai di non essere peranco andato a visitarlo; ma riparerò al mio fallo, e domani verrò a compiere il mio dovere. —

«Infatti, il giorno dopo, finita la preghiera della mattina, egli disse al popolo: — Sappiate, fratelli, non esservi alcuno che non abbia i suoi nemici. L’invidia attacca principalmente gli uomini che posseggono molti averi. Lo straniero del quale vi parlava ier sera, non è un malvagio, come alcuni [p. 256 modifica] malintenzionati vollero darmi ad intendere; è anzi un giovane principe pieno di mille virtù. Guardiamoci bene dall’andarne a fare cattivo rapporto al califfo. —

«Avendo Bubekir, con simile discorso, scancellata dall’animo del popolo l’opinione che vi aveva impressa la sera precedente, tornò a casa, e vestiti i suoi abiti di cerimonia, andò a visitare il giovane Alasnam, che lo accolse graziosamente. Dopo vari complimenti d’ambe le parti, Bubekir disse al principe: — Signore, avete intenzione di trattenervi a lungo a Bagdad? — Vi rimarrò,» rispose Zeyn, «finchè abbia trovata una giovane di quindici anni, che sia perfettamente bella e tanto casta, che non abbia mai conosciuto uomo, nè desiderato di conoscerne. — Cercate una cosa assai rara,» rispose l’imano, «e temerei grandemente che la vostra ricerca non riuscisse inutile, se non sapessi dove si trova una donzella di tal carattere. Suo padre è stato una volta visir; ma abbandonò la corte, e da lungo tempo vive in una casa remota, dove si dedica tutto intiero all’educazione della figliuola. Vado, o signore, se lo bramate, a chiedergliela per voi; non dubito ch’ei non sia contentissimo d’avere un genero del vostro grado. — Non corriamo così presto,» rispose il principe; «io non isposerò questa fanciulla, se non so prima se mi convenga. Per la bellezza, posso fidarmi di voi; ma rispetto alla sua virtù, quali assicurazioni me ne potete dare? — Eh! qual sicurezza vorreste averne?» disse Bubekir. — Bisogna che la vegga in faccia,» rispose Zeyn; «non mi basta di più per accertarmene. — Ve ne intendete dunque molto di fisonomie?» rispose l’imano sorridendo. «Or bene, venite con me da suo padre; lo pregherò di lasciarvela vedere un momento in sua presenza. —

«Muezzin condusse il principe a casa del visir, il [p. 257 modifica] quale, non fu appena istruito della nascita e del pensiero di Zeyn, che fece venire la figliuola, è le ordinò di levarsi il velo. Mai bellezza così perfetta ed attraente non erasi presentata agli occhi del re di Balsora, che ne rimase maravigliato, e per poter provare se quella donzella era casta quanto leggiadra, trasse fuori lo specchio, ed il cristallo si mantenne lucido e netto.

«Visto che aveva in fine trovata una ragazza come desiderava, pregò il visir di accordargliela, ed avendovi questi accondisceso, mandò a chiamare il cadì, venuto il quale, stipulò il contratto di matrimonio. Dopo quella cerimonia, Zeyn invitò in sua casa il visir, quivi banchettandolo magnificamente, e facendogli ricchi presenti. Mandò quindi, per mezzo di Mobarec, un’infinità di gioielli alla sposa, che gliela condusse a casa, ove si celebrarono le nozze con tutta la pompa che conveniva al grado di Zeyn. Quando tutti furono partiti, Mobarec disse al principe: — Andiamo, o signore, non fermiamoci più oltre a Bagdad; ripigliamo la strada del Cairo. Ricordatevi della promessa fatta al re dei Geni. — Partiamo,» rispose il giovane; «bisogna ch’io l’adempia fedelmente. Devo peraltro confessare, mio caro Mobarec, che non senza qualche rincrescimento obbedisco al re de’ Geni. La persona che sposai è vezzosa, e sono tentato di condurla a Balsora per collocarla sul trono. — Ah, signore!» replicò l’altro; «guardatevi bene dal cedere alla vostra voglia! Signoreggiate le vostre passioni, e checchè vi possa costare, mantenete la parola al re de’ Geni. — Ebbene, Mobarec,» disse il principe, «abbiate dunque cura di tenermi nascosta quest’amabile fanciulla. Che mai non mi si presenti agli occhi: forse non l’ho che troppo veduta! —

«Mobarec fece i preparativi della partenza. Tornarono al Cairo, e di là s’avviarono all’isola del re [p. 258 modifica] de’ Geni. Quando vi giunsero, la donzella, la quale aveva fatto il viaggio in lettiga, e che il principe non aveva più veduta dal giorno delle nozze in poi, disse a Mobarec: — In quai luoghi siamo? Staremo poco a giungere negli stati del principe mio marito? — Signora,» rispose Mobarec, «è tempo di disingannarvi. Il principe Zeyn non vi ha sposata se non per tirarvi dalle mani di vostro padre. Ned è per rendervi sovrana di Balsora ch’egli v’ha data la sua fede, ma bensì per consegnarvi al re de’ Geni, che gli richiese una giovane del vostro carattere.» A tali parole, la fanciulla si mise a piangere amaramente, lo che intenerì moltissimo il principe e Mobarec. — Abbiate pietà di me,» diceva essa; «io sono straniera: risponderete davanti a Dio del tradimento che mi faceste.

«Inutili furono le sue lagrime ed i lamenti: essi la presentarono al re de’ Geni, il quale, guardatala con attenzione, disse a Zeyn: — Principe, sono contento di voi. La giovane che m’avete condotta è vezzosa e casta, e lo sforzo che faceste per mantenermi la parola, m’è assai grato. Tornate ne’ vostri stati: quando entrerete nel sotterraneo ove sono le otto statue, vi troverete la nona che v’ho promessa; ve la farò subito trasportare da’ miei geni.» Zeyn ringraziò il re, e riprese la strada del Cairo insieme a Mobarec; ma non si trattenne a lungo in quella città, chè l’impazienza di ricevere la nona statua gli fece precipitar la partenza. Frattanto non lasciava di pensare sovente alla giovine, da lui sposata, e rimproverandosi l’inganno usatole, riguardavasi siccome la cagione e l’istrumento della sua disgrazia. — Aimè!» diceva fra sè; «l’ho rapita alle tenerezze del di lei genitore per sagrificarla ad un genio! Oh beltà impareggiabile, meritavi miglior sorte! —

«II principe Zeyn, occupato de’ suoi pensieri, [p. 259 modifica] giunse finalmente a Balsora, dove i suoi sudditi, lietissimi del suo ritorno, lo festeggiarono con grandi allegrezze. Andò prima a render conto del viaggio alla regina sua madre, la quale giubilò udendo che aveva ottenuta la nona statua. — Andiamo, figliuolo,» diss’ella, «andiamola a vedere, poichè trovasi senza dubbio nel sotterraneo, ove il re de’ Geni v’ha detto che la troverete.» Il giovane re e sua madre, ambedue pieni d’impazienza di vedere la maravigliosa statua, discesero nel sotterraneo ed entrarono nella camera delle statue. Ma qual non fu la loro sorpresa, quando, invece d’una statua di diamante, videro sul nono piedestallo una fanciulla di stupenda bellezza, che il principe riconobbe per la sposa da lui condotta all’isola de’ Geni! — Principe,» gli disse la giovane, «sarete molto maravigliato di vedermi qui; vi attendevate di trovare invece qualche cosa di più prezioso di me, e non dubito che in questo momento non vi pentiate d’esservi data tanta briga. Vi aspettavate una più bella ricompensa. — No, signora,» rispose Zeyn; «mi è testimonio il cielo se più d’una volta non pensai di mancar di fede al re de’ Geni per conservarvi a me. Per quanto valore aver possa una statua di diamante, equivale mai dessa al piacere di possedervi? Vi amo più e meglio di tutti i diamanti e di tutte le ricchezze del mondo. —

«Mentre finiva di parlare, s’udi un colpo di tuono che fece tremare il sotterraneo. La madre di Zeyn ne fu spaventata; ma il re de’ Geni, che tosto comparve, dissipò il suo terrore. — Signora,» le diss’egli, «io proteggo ed amo il figliuol vostro. Ho voluto vedere se nella sua età sarebbe capace di domare le proprie passioni; so che le attrattive di questa fanciulla lo hanno colpito, e ch’egli non ha esattamente osservata la promessa fattami di non [p. 260 modifica] desiderarne il possesso; ma conosco troppo la fragilità dell’umana natura per offendermene, e sono contento del suo ritegno. Ecco, questa è la nona statua che gli destinava: essa è più rara e preziosa delle altre. Principe,» proseguì, volgendosi ad Alasnam, «vivete felice con questa giovane dama; dessa è vostra sposa, e se volete che vi conservi pura e costante fede, amatela sempre, ma amatela unicamente. Non le date alcuna rivale, ed io rispondo della sua fedeltà.» A tali parole, il re de’ Geni disparve, e Zeyn, incantato della sua giovane sposa, celebrò nel giorno stesso il matrimonio, la fece proclamare regina di Balsora, e questi due sposi, sempre fedeli, sempre amorosi, passarono lietamente insieme gran numero d’anni.»

Non appena la sultana delle Indie ebbe finita la storia del principe Zeyn Alasnam, che chiese licenza di cominciarne un’altra; avendogliela Schahriar concessa per la prossima notte, stando allora il giorno per comparire, quella principessa cominciò di tal guisa il racconto:



Note

  1. Il sigillo reale porta sempre le iniziali del nome del principe regnante.
  2. Tutti i popoli hanno creduto, e credono ancora, più o meno, ai sogni, ma gli Orientali in particolare; essi hanno gran numero di trattati sul modo d’interpretarli, composti da uomini commendevolissimi.
  3. Secondo la legislazione musulmana, tutti gli averi dello schiavo appartengono al padrone.
  4. Non v’ha preghiera propriamente chiamata Farz. I Maomettani comprendono sotto tal nome i doveri di diritto divino, e che sono di assoluta necessità per rendersi grati a Dio ed al suo Profeta, come sarebbero l’orazione, l’elemosina, il digiuno, ecc.
  5. Asrafyel o Asrafil è l’angelo che, secondo i maomettani, deve dar fiato alla tromba, al cui suono tutti i morti risusciteranno per comparire al giudizio universale.