La vedova spiritosa (prosa)/Atto III

Atto III

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Atto II

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.
Camera di donna Placida.
Donna Placida e donna Luigia, poi don Isidoro.

Luigia. Non si sa niente ancora, che cosa abbiano fatto?

Placida. Potete star quieta, poichè senza l’assenso vostro, non si può concludere cosa alcuna.

Luigia. Io so per altro, che quel vecchiaccio di don Anselmo tenta per tutte le strade di farmi sua. Anche Rosina ha parlato meco assai maliziosamente in di lui favore, e forse in mercede di ciò il volpone le ha procurato cento zecchini di dote. Paoluccio, che non sa tacere, me l’ha confidato.

Placida. Ora vengo a rilevare una novella prova della bontà grande di questo impostore. Don Berto, rimproverandomi della poca fede che ho di colui, mi disse che è un uomo, che solamente s’impiega in opere di pietà. Mi confidò avergli dato cento zecchini per maritare una fanciulla in pericolo. Ora capisco tutto. Lasciate fare, che a suo tempo si ha da godere la bella scena.

Luigia. Chi viene a questa volta?

Placida. Don Isidoro; ei ci darà delle nuove di quel che passa.

Isidoro. M’inchino a lor signore.

Luigia. Vi è qualche novità?

Placida. Vi veggo ansante, ci deve essere qualche cosa di estraordinario.

Isidoro. In fatti, signore mie, io posso darvi delle novità bellissime; ho un’istoria graziosissima da raccontarvi: è un poco lunghetta, ma se non v’incomoda l’ascoltarla, son certo che all’ultimo vi darà piacere.

Placida. Dite pure, già ora non abbiamo niente da fare.

Luigia. Diteci tutto, non ci lasciate fuori una menoma circostanza. [p. 490 modifica]

Isidoro. Uditemi dunque. Dopo che don Anselmo ebbe con voi quel certo battibuglio rissoso, corse a ritrovare don Berto; dissegli che donna Placida voleva dar marito a donna Luigia, che era don Sigismondo un cattivo partito, che le nipoti hanno da dipendere dallo zio, e che questa volta non doveva permettere, che si facesse un simile parentato. Don Berto, che in vita sua non ha mai detto di no, nsposegli: Sì signore, farò che il parentato tramonti. Soggiunse allor don Anselmo: Si vede per altro, che alla fanciulla non piace di restar libera, e che desidera di maritarsi, onde vi consiglio di collocarla; ed egli rispose: Signor sì, la collocherò. Si vide, che il volpone voleva chiedere la fanciulla per se medesimo, ma perchè egli aveva nello scoprirsi un poco di soggezione, disse: Lasciate fare, don Berto, che il cielo provvederà. Le ritroverò io un partito a proposito, per zelo di vera amicizia vi prometto di faticare anche in questo. Mi promettete il farlo? rispose don Berto. Sì signore, ve lo prometto. In questo arriva don Sigismondo alterato, smanioso, appena ci saluta, accostasi immantinente a don Berto, e con poche parole gli domanda la fanciulla in isposa. Don Berto, per soggezione di don Anselmo, resta incantato, e non sa risponder parola. Don Anselmo principia a dire delle ragioni incontrario, quell’altro dice delle ragioni in difesa; si contrasta, si oppone, i rivali si scaldano, uno ha il bastone in mano, l’altro una sedia, e in questo arriva don Ferramondo; il vecchio trema, quell’altro prende fiato, e don Berto sempre più si confonde. Narrano al capitano la differenza, l’invitano a dire la sua opinione, egli ascolta, poi dice che non è cosa da farsi con precipizio, che si dee prender tempo, e gli consiglia a rimettere la faccenda in mano di un avvocato. Don Berto, che per l’appunto cercava trovare alcuno che lo consigliasse, mandò per don Fausto; lo hanno trovato, è venuto, ed egli che è buon legale, disse che innanzi di tutto convien sentire la disposizione della ragazza. Allora don Anselmo, alzando gli occhi al cielo, disse: Ah, che pur troppo la gioventù sconsigliata suole desiderare il suo peggio; la [p. 491 modifica] caritade, il zelo, la buona amicizia m’inspira un’opera di pietà, in favore di questa povera figlia. Prima ch’ella si perda, prima ch’ella si esponga ad un peggiore partito, don Berto, il cielo mi aiuti, ve la domando in isposa. Don Berto, udite queste parole, esce fuor di se stesso dalla allegrezza, e dicegli: Signor sì. Ma l’avvocato, e don Sigismondo, ed io ancora saltiamo intorno a don Berto, e gli diciamo: S’ha da sentir la fanciulla; ed ei risponde: Sì signori, si ha da sentir la fanciulla. A me diedero dunque la commissione di dire a donna Luigia, ch’ella è di là aspettata. Ma il vecchio astuto, ritiratomi in disparte, mi pregò di persuadervi per lui, promettendomi un buon regalo. Io per altro son galantuomo, sono un uomo d’onore, non sono avido di danaro, bastami la buona grazia di loro signore, il piacer della loro conversazione, e l’onor di poterle servire alla loro tavola.

Placida. Affé, don Isidoro, l’istoriella non può essere più bizzarra; è propriamente una scena comica da mettere in un teatro.

Luigia. Più tosto che sposar don Anselmo, che è un uomo tristo e ribaldo, sarei disposta a prendere don Sigismondo; ma per dire schiettamente quel che ho nel cuore, se stasse a me lo scegliere, non sceglierei alcun di loro.

Isidoro. Signora, se voi aveste della bontà per me...

Luigia. No, don Isidoro, io sceglierei l’avvocato.

Placida. (Può levarselo dalla mente; l’avvocato non è per lei). (da sè)

Isidoro. L’accidente, per dirla, saria bellissimo, che fra due litiganti vi guadagnasse il terzo. L’idea non mi dispiace; voglio provar se mi riesce, voglio parlare a don Fausto; fidatevi di me, che son uomo che sa maneggiare un affare. (in atto di partire)

Placida. No, non v’incomodate. (a don Isidoro, trattenendolo)

Luigia. Lasciate pur ch’egli vada.... (a donna Placida)

Isidoro. Con due delle mie parole mi comprometto di persuaderlo. Gli parlerò in disparte. Principierò il negozio, e voi lo terminerete.

Placida. Eh, il signor don Fausto.... [p. 492 modifica]

Isidoro. Eh, lasciate operare a me. Gli dico due parole, e ve lo mando qui subito. (Tra don Fausto e don Sigismondo, non vi è paragone. Don Fausto è più generoso, fa buona tavola, posso sperare da lui quel che non posso sperare da quell’altro), (parte)

SCENA li.
Donna Placida e donna Luigia.

Placida. (Questa ci mancherebbe!) (da sè)

Luigia. Sorella, a quel che io vedo, parmi che vi dispiaccia, che parlisi per me a don Fausto. Dubito che voi l’amiate. Se così è, ve lo cedo.

Placida. Davvero? vi sono obbligata infinitamente. Me lo cedete? Io non credevo che fosse cosa vostra don Fausto.

Luigia. Don Fausto cosa mia? Voi vi burlate di me.

Placida. Ei non è cosa vostra, e vi esibite di cederlo?

Luigia. Veramente lo dissi senza pensarvi; lo so che dissi male; ma voi mi potete ben compatire.

SCENA III.
Paoluccio e dette.

Paoluccio. Signore, sono di là aspettate.

Placida. È lo zio, che mi cerca?

Paoluccio. Per dire la verità, il padrone mi ha detto di chiamar donna Placida, e il signor don Fausto mi ha incaricato di far venire donna Luigia.

Placida. Andateci voi, germana; non è necessario che io ci venga. Può essere che senza di me facciate meglio il vostro interesse. Dite che siete libera, che volete scegliere voi lo sposo. Sono tre i concorrenti, sceglietevi qual più vi aggrada.

Luigia. Sono tre? Don Isidoro io non lo considero in questo numero.

Placida. Eh, sono tre senza don Isidoro; in luogo suo metteteci l’avvocato. [p. 493 modifica]

Paoluccio. Che cosa ho da dire, signora?

Placida. Dirai che donna Luigia ora viene. E se don Fausto ti chiede....

Paoluccio. Ecco il signor don Fausto, che viene qui. (guardando verso la scena)

Placida. Sorella, si vede che gli preme assaissimo di vedervi contenta. (a donna Luigia)

Paoluccio. Dunque al signor don Fausto darà da sè la risposta. (parte)

SCENA IV.
Donna Placida, donna Luigia, e poi don Fausto.

Placida. Si vede che don Fausto ha per voi una estraordinaria premura; mi rallegro con voi. Si può dire che siete la bella combattuta.... (ironicamente)

Luigia. No, no, germana, perchè non abbiate di me a dolervi, partirò senza nemmeno vederlo. (in alto di partire)

Placida. Anzi voglio che assolutamente restiate.

Luigia. E poi?....

Placida. E poi fate pure ogni sforzo per guadagnarlo, che io vel permetto, vi animo, e vi consiglio. (Farò un esperimento sopra il cuor di don Fausto, vedrò quanto possa io compromettermi della sua costanza). (da sè)

Fausto. Eccomi, signore mie, pieno di stima, e pieno di desiderio di potervi servire.

Placida. Qui non si tratta di me, signore, si tratta di mia sorella.

Fausto. Due pretensori, discesi nell’amoroso agone, attendono da voi la decision della pugna. D’ambi vi è noto il merito, vi è noto d’ambidue la condizione e il carattere, voi siete arbitra di voi stessa, potete dare il voto a quello che più vi aggrada. (a donna Luigia)

Placida. Via, rispondete al mediatore cortese. (a donna Luigia) Signore, s’ella per il rossore non parla, vi dirò io il suo pensiere. Nell’arringa amorosa dei due pretensori, evvi un terzo [p. 494 modifica] che ha vinto senza parlare. Soffrano i due rivali la loro perdita sfortunata, ha combattuto amore, e la vittoria è vostra. (a don Fausto)

Fausto. Signora, voi vi prendete giuoco di me. (a donna Placida)

Luigia. (Ah, mi palpita il cuore). (da sè, mortificandosi)

Placida. Mirate una pruova di quel ch’io dico nell’arrossire di mia germana. (a don Fausto, accennando donna Luigia)

Fausto. Ah, se mai fosse vero che ella ardesse per me! arrossirei io medesimo molto più di donna Luigia, scorgendomi indegno delle sue fiamme, e incapace di renderle una amorosa mercede.

Luigia. (Dunque è vano ch’io mi lusinghi). (da sè)

Placida. Perchè con essa mostrarvi ingrato?

Fausto. Perchè ad un amore più tenero mi vuol legato la mia costanza. Il cuore serba gli affetti suoi, serba gelosamente gl’impegni, e ognuno potria dubitarne, fuori di donna Placida.

Luigia. (Si amano, a quel che si sente. Non m’ingannò il mio pensiero). (da sè)

Placida. E pure ella di voi si lusinga. (a don Fausto)

Luigia. No signora, non è vero. Non ho il talento, non ho lo spirito di donna Placida, ma semplice quale io sono, saprò dire il mio sentimento. Don Fausto, veramente vi stimo e vi rispetto sopra d’ogni altro, ma non ho avuto nè tanto tempo, nè tanta facilità di trattarvi, per poter dire di essere di voi accesa. Posso soffrire, senza un gran rammarico, di perdere quella speranza che aveva sopra di voi concepita. Intendo gli accenti vostri, conosco il linguaggio dei vostri sguardi, capisco l’inclinazione del vostro amore; non posso dire di cedere alla germana un cuore che non è mio; ma deggio bensì lasciarla nel pacifico suo possesso, e potrò dirvi costantemente, che altro sposo per me non desidero, che quello che mi sarà destinato. (parte) [p. 495 modifica]
SCENA V.
Donna Placida e don Fausto.

Placida. (Si conosce, si vede, che ella si sforza di mascherar la passione). (da sè)

Fausto. (L’amore di donna Luigia potrebbe somministrarmi un bel giuoco). (da sè)

Placida. Miraste come ella facilmente si accomoda al suo destino? Quanto è di me Luigia più docile e più discreta! Ditemi liberamente, di lei che cosa vi dice il cuore?

Fausto. Dicemi, che sarà fortunato chi averà il vantaggio di possederla.

Placida. Signore, io non vi consiglio a perdere sì gran fortuna.

Fausto. Amore nella sua reggia mi ha prescritto il confine.

Placida. Qual Proteo Amore si suol cangiare, e la sua reggia incantata cangia sovente agli amanti il soggiorno. S’egli finor vi ha tenuto in un tirannico impero, v’invita presentemente alla pace, alla tranquillità, alla fortuna.

Fausto. Siano pure l’antiche leggi del mio Cupido dure e penose, mi tiene all’usata catena chi ha del mio cuore le chiavi, e invano mi lusingo di respirare, fin che mi tiene oppresso il destino.

Placida. Poss’io nulla a pro’ vostro? Poss’io contribuire alla vostra felicità?

Fausto. Anzi niuno lo potrebbe meglio di voi.

Placida. Ite dunque a un miglior destino, che vi rendo la libertà. (si allontana, e si pone a sedere in qualche distanza)

Fausto. Sono libero dunque? disciolto ho il piede dalla catena? grazie, pietoso Amore. Ma dove spero condurmi, se il cuore non sa liberarsi dal primo laccio? Donna Placida mi discaccia; donna Placida altrui mi cede; dovrei prevalermi dei suoi disprezzi, ma o non intendo il bene che mi offerisce, o la mia ostinazione mi vuole afflitto per sempre. Eh scuotasi questo giogo, [p. 496 modifica] che mi vuol tenere vilmente oppresso; fuggasi da chi mi sprezza... Ah no, non è possibile ch’io m’allontani. (mostra di voler partire, si allontana, e poi si ferma, abbandonandosi sopra una sedia in qualche distanza.)

Placida. (Non sa partire l’ingrato). (da sè, guardando sott’occhio)

Fausto. (Parmi che il di lei cuor ci patisca). (da sè, guardandola)

Placida. Deh Amore, non me lo togliere intieramente. (da sè, con passione)

Fausto. (Voglia il cielo, che s’intenerisca). (da sè)

Placida. Sì lento si va incontro a un dolce amore che invita? (a don Fausto)

Fausto. Eccomi ad incontrare i dolci inviti d’amore. (s’alza impetuosamente, e corre da donna Placida)

Placida. Amore non è più meco; è in seno della germana. (sdegnosa)

Fausto. Quanto è pronta a ingannare una lusinghiera speranza! (si scosta)

Placida. Via, perchè non correte a porgere a mia germana la destra?

Fausto. Siete voi, donna Placida, che m’insegnate l’infedeltà?

Placida. Sì, sono io che v’insegna a superar i rimorsi, e a secondare i stimoli del vostro cuore.

Fausto. L’insegnamento è dubbioso; dovreste, perchè io l’eseguissi, comandarmelo assolutamente.

Placida. Andate, io vel comando.

Fausto. Deggio obbedire le vostre leggi. (s’allontana a poco a poco)

Placida. (Ah, il traditore mi lascia). (da sè)

Fausto. Vorrebbe il piede obbedirvi, ma il cuore non lo consente. (volgendosi a lei, e ponendosi smaniosamente a sedere)

Placida. (Ah no, egli mi ama davvero), (da sè, guardandolo un poco)

Fausto. (Parmi che si vada rasserenando). (da sè, guardandola)

Placida. (Povera me! La mia libertade è in pericolo). (da sè)

Fausto. Chi mai l’avrebbe creduto, che donna Placida altrui mi cedesse? (in maniera di farsi sentire)

Placida. Come! v’ho io ceduto? (alzandosi verso di lui) [p. 497 modifica]

Fausto. Non è vero? (alzandosi, ma fermo al suo posto)

Placida. Non è vero. (facendo qualche passo)

Fausto. Dunque il vostro cuore mi adora.

Placida. Io non vi ho ancora scoperto gli arcani di questo cuore. (torna a sedere)

Fausto. Cederà a poco a poco. (da sè, rimettendosi a sedere)

Placida. (Amore, ah sei pur tristo!) (da sè)

Fausto. (Tentisi un novello assalto). (da sè)

Placida. (Se dura, io non so come resistere). (da sè)

Fausto. Signora, vuole il mio dovere ed il mio rispetto, ch’io vada dove sono aspettato a rendere una qualche risposta.

Placida. Andate da mia germana; consigliatevi con esso lei.

Fausto. Ella è rassegnata al destino; ha rimesso l’arbitrio nelle vostre mani; ditemi voi medesima quel che di lei destinate.

Placida. Andate dunque a manifestare, ch’ella ha scelto don Fausto.

Fausto. Me lo comandate, signora? (alzandosi lentamente)

Placida. No, non vel comando, crudele, (alzandosi con dell’impeto)

Fausto. Se voi lo comandaste, sarei pure sfortunato!

Placida. Però vi adattereste ad obbedire a un tal cenno.

Fausto. Non ho sì falso il cuore, qual voi credete.

Placida. Lodaste pur mia germana.

Fausto. Doveva io sprezzarla villanamente in faccia della sorella maggiore?

Placida. Barbaro! discortese!

Fausto. Ora perchè m’ingiuriate?

Placida. Perchè conosco, che voi tentate di rapirmi la libertà.

Fausto. Se Amore tanta forza concede a’ miei labri per meritare gl’insulti vostri, eccomi supplichevole al vostro piede.(s’inginocchia)

Placida. Alzatevi.

Fausto. Non posso.

Placida. Alzatevi, dico.

Fausto. Porgetemi la vostra mano.

Placida. (Gli dà la mano per sollevarlo; poi, volendola ritirare, don Fausto seguita a tenerla stretta) Misera me, lasciatemi.

Fausto. Se questa mano io lascio, mi donerete voi il vostro cuore? [p. 498 modifica]

Placida. Ohimè!

Fausto. Sì, mio tesoro, vedo che Amore mi vuol felice.

Placida. Prendi la mano e il cuore; misera! son già perduta.

Fausto. Perdite fortunate, che si promettono una maggiore vittoria.

Placida. Vien gente a questa volta. Celisi la mia debolezza.

Fausto. Cedere il cuore ad un amante onesto, non vi può fare arrossire.

Placida. Dunque ho il mio cuor ceduto? Parmi ancora impossibile...

SCENA VI.
Don Berto, don Sigismondo, don Ferramondo, don Anselmo ed i suddetti.

Berto. Voi ci avete piantato, signor avvocato. (a don Fausto)

Fausto. Eccomi qui; ho parlato colla fanciulla.

Berto. Eh bene, che cosa ha detto?

Fausto. Ella intieramente a voi si rimette. (a don Berto)

Anselmo. Don Berto me l’ha promessa, e me la concede.

Berto. Sì signore.

Sigismondo. Venga donna Luigia; si ha da sentire da lei.

Ferramondo. Ella deve dire liberamente il suo sentimento. Fate chiamare donna Luigia.

Berto. Che si chiami donna Luigia.

Fausto. Intanto si può sentire la sorella maggiore.

Berto. Che si senta la sorella maggiore.

Placida. Se il signor zio lo permette, dirò dunque il mio sentimento; venga donna Luigia, vengano i servitori. (verso la scena)

Berto. Vengano tutti quanti.

Placida. Uditemi, signori miei. Sempre fra due rivali vi è quel che merita più, e quel che merita meno, e la sposa si deve dare a quello che maggiormente la merita. Io non pretendo di voler far torto a nessuno: sono amica di tutti due. So che don Sigismondo è un cavaliere ben fatto, degnissimo di ogni stima, ma con sua buona licenza, don Anselmo ha qualche cosa di più. Dicasi a gloria sua, egli è un uomo dabbene, un [p. 499 modifica] uomo esemplare, pieno di amore e di carità paterna per tutti. Eccovi un chiaro esempio della sua virtù; egli impiega ogni studio per collocar le donzelle, e don Berto ne può esser testimonio, avendogli dato quest’oggi cento zecchini d’oro per un’opera sì meritoria.

Berto. é vero; io non lo dico per vanità, ma dicolo a gloria di don Anselmo.

Placida. Che cosa dice il signor don Anselmo?

Anselmo. Per me non dico nulla. Io non mi vanto dell’opere buone, faccio il mio debito, e niente più.

Placida. Se egli per modestia non lo vuol dire, facciamo che lo confermi la fanciulla medesima. Venga avanti, signora. (verso la scena)

SCENA VII.
Rosina, Paoluccio e detti.

Rosina. Son qui; che cosa mi comandano?

Placida. Ecco, signor don Berto, la vostra beneficata; ecco la zitella, ch’era in pericolo di precipitare.

Rosina. Piano, signora, su quest’articolo, che io non voglio passare per una sfacciata.

Berto. A Rosina i cento zecchini? (a don Anselmo)

Anselmo. Se non si soccorreva, sa il cielo che cosa sarebbe stato di lei.

Rosina. Il danaro per altro io non l’ho ancora veduto.

Placida. Ecco, signor zio, la caritade e il zelo che anima don Anselmo; egli ama donna Luigia, e col mezzo di questa serva da lui sedotta, tenta di guadagnare il cuore della fanciulla, offre alla mediatrice cento zecchini in mercede, e fa pagare al zio le insidie della nipote. Ecco l’uomo esemplare, ecco l’uomo da bene.

Anselmo. Non è vero niente. [p. 500 modifica]
SCENA VIII.
Donna Luigia e detti.

Luigia. Sì signori, è vero, don Anselmo è un perfido, ed ecco chi può saperlo. (accennando Rosina)

Rosina. Ma il danaro io non l’ho ancora veduto.

Berto. Come! don Anselmo.... Rosina.... la nipote.... i miei zecchini.... che cosa ho da fare, signori miei?

Placida. Sentiamo che cosa dice il signor capitano.

Anselmo. No no, che il signor capitano non s’incomodi di dar sentenza. Confesso da me medesimo, pieno di rossore e confusione, che ho procurato finora di mascherare le mie passioni, ma il cielo mi vuol punito, mi vuole mortificato. Pazienza. Ecco i cento zecchini che mi avete dato. (a don Berto) Ah voi mi rovinaste, il cielo ve lo perdoni. (a donna Placida, e parte)

Berto. Io son di sasso.

Ferramondo. Non speri di passarsela così facilmente. Lo voglio far bastonare da quattro de’ miei granatieri.

Fausto. No, signor capitano; domani farò che dal Governo il perfido sia esiliato.

Berto. Povero don Anselmo!

Placida. Ancora vi sta nel cuore quell’impostore mal nato? (a don Berto)

Berto. No, non ci penso più.

Placida. Vada egli da noi lontano, che non ne resti memoria; e vada ugualmente la serva ancora, che ha contribuito ai disegni suoi.

Berto. Sì, vada la serva ancora.

Rosina. Pazienza! Paoluccio, mi vorrai più bene?

Paoluccio. Eh, non son così pazzo. Mi ricordo le lezioni di donna Placida: senza dote non mi marito.

Rosina. Ma! hanno ragione di maltrattarmi. Signori, vi domando perdono. Povera disgraziata! È venuto un impostore a fare la mia rovina. Avrò imparato a mie spese, che la dote abbiamo [p. 501 modifica] da guadagnarcela colle nostre fatiche; che non profittano i beni male acquistati; e che la farina del diavolo va tutta in crusca, (parte)

Berto. Cose, cose.... Sono cose da perdere veramente il cervello.

Placida. Che cosa dice don Sigismondo? È egli perduto in qualche distrazione novella?

Sigismondo. Non ho ragione di rimanere estatico? Il mondo è pieno di gente trista. Ma parliamo di noi; che risolve donna Luigia? (prende tabacco)

Placida. Sorella, che dite voi?

Luigia. Lo sapete che io mi rimetto.

Placida. Che cosa dice il signor zio?

Berto. Oh! io non so più che cosa mi dire; fate voi; quello che fate voi, è ben fatto.

Placida. Dunque, interpretando io il desiderio di tutti, solleciterò queste nozze. Sorella, se non vi dispiace, porgete la mano a don Sigismondo.

Luigia. Io non mi ritiro dalla parola che ho dato; ed offerisco a don Sigismondo la destra.

Sigismondo. Servitevi di tabacco. (a donna Luigia)

Luigia. Io vi porgo la mano, e voi mi offerite il tabacco?

Sigismondo. Perdonatemi, vi do la mano e il cuore. (si porgono la mano)

Berto. Nipote carissima, voi mi lasciate; siete almeno contenta? (a donna Luigia)

Luigia. Sì signore, son contentissima.

Berto. Ed io poveruomo resterò solo? Voi pure, donna Placida, mi abbandonerete per andarvi a chiudere in un ritiro?

Placida. Per ora non penso a ritirarmi.

Berto. Che! vi è venuta in mente qualche miglior risoluzione?

Placida. Non so. (guardando don Fausto)

Berto. Ditemi voi, che cosa ha risoluto. (a don Fausto)

Fausto. Di prendere nuovamente marito.

Berto. È vero? (a donna Placida)

Placida. Potrebbe darsi.

Ferramondo. E in tal caso, donna Placida è meco impegnata. [p. 502 modifica]

Placida. Come, signore? Mi avete voi innamorato?

Ferramondo. Tempo non ebbi a farlo, ma spero di potervi giungere un giorno.

Placida. Non vi rammentate ch’io dissi, che chi fosse stato il primo ad innamorarmi, sarebbe stato da me prescelto? Un altro ebbe la forza, ebbe il merito di prevenirmi. M’innamorai, son vinta, e sarà don Fausto il mio sposo.

Ferramondo. Come! A me un simil torto?

Placida. Di qual torto vi lamentate? Che colpa hanno i miei occhi, se non giungeste a piacermi? Dovea aspettare più a lungo per compiacervi? Vi è pur noto, che le fiamme si accendono in un momento; lo sa chi mi possiede, lo sa quanto ha costato alla sua sofferenza l’innamorarmi, e quel che non poterono lunghi sospiri, e servitù continuata, giunse, non saprei come, ad ottenere un sol punto. Se siete voi cavaliere, se siete uomo ragionevole e umano, perdonar dovete l’involontaria offesa, ed appagandovi della verità che io vi dico, dovrete onorare don Fausto del vostro perdono e della vostra amicizia.

Ferramondo. Non so che dire, conosco che mi vien fatto un torto, ma da una donna di spirito mi convien tollerarlo.

Placida. (Non è poco, ch’egli abbia sì facilmente calmato lo sdegno). (da sè)

Luigia. (Sarà contenta col suo caro avvocato). (da sè)

Berto. Ora tutte due siete spose, ed io povero disgraziato resterò solo in casa, abbandonato da tutti?

Placida. Signore, se lo aggradite, noi resteremo con voi; don Fausto avrà piacere della vostra amabile compagnia.

Fausto. Voi vi potrete di me valere per amico, per servitore, e per avvocato.

Berto. Bene; restate meco, che io son contento. A donna Luigia darò la dote che le conviene, e voi, se restate con me, vi fo donna, e madonna, e padrona di tutto il mio. [p. 503 modifica]
SCENA ULTIMA.
Don Isidoro e li suddetti.

Isidoro. Che vivano li sposi. So tutto, e me ne rallegro infinitamente. Ho mandato subito a comprare otto pernici; questa mattina il pane abbrustolato era ito a male, questa sera lo mangieremo bene condizionato.

Placida. Signore, ora sono maritata. Per grazia del zio resto anch’io padrona in questa casa, però vi dico che scrocchi non ne vogliamo. Vi venero, vi stimo, ma da questa casa calcolate pure di essere licenziato.

Isidoro. Don Berto, che cosa dite?

Berto. Oh! lascio fare a lei.

Isidoro. Sarò di don Sigismondo buon amico e buon servitore.

Sigismondo. Sì, trovatemi un servitore, trovatemi un bracciere per la sposa.

Isidoro. Io la voglio servire.

Luigia. Scrocchi per casa mia non ne voglio.

Isidoro. Oh cospetto di Bacco, a me non mancano tavole, a me non mancano compagnie. Dove comandan donne, non si può sperare una convenienza, ma non mi mancheranno degli uomini della bontà e della dabbenaggine di don Berto. (parte)

Placida. Andiamo a compir le nozze colle consuete solennità. L’amore e la concordia rimanga sempre con noi, e vadano lungi dal nostro tetto gli scrocchi, gl’impostori, gl’ingrati, che sono i nemici e sconvolgitori delle famiglie. Grazie alla sorte, un poco di spirito e un poco di buona condotta tutte le cose ha terminato in bene. In una sola cosa lo spirito non mi ha servito; voleva vivere in libertà, e alla fine mi sono innamorata. Questo è quel passo forte in cui gli spiriti umani difficilmente sanno resistere, se non si tengono all’occasioni distanti. Io coraggiosa e forte, ma presontuosa un po’ troppo, fidando assai di me stessa, son finalmente come le altre [p. 504 modifica] caduta; spero per altro che non sia per essere il mio destino meno felice, e che la compagnia di tale sposo non mi abbia da far pentire del sagrificio della mia libertà. Siccome spero io, e speriamo tutti, che quelli che benignamente ci ascoltano, ci concederanno la grazia di un generoso perdono.

Fine della Commedia.


Note