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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/506


Placida. Ohimè!

Fausto. Sì, mio tesoro, vedo che Amore mi vuol felice.

Placida. Prendi la mano e il cuore; misera! son già perduta.

Fausto. Perdite fortunate, che si promettono una maggiore vittoria.

Placida. Vien gente a questa volta. Celisi la mia debolezza.

Fausto. Cedere il cuore ad un amante onesto, non vi può fare arrossire.

Placida. Dunque ho il mio cuor ceduto? Parmi ancora impossibile...

SCENA VI.

Don Berto, don Sigismondo, don Ferramondo,

don Anselmo ed i suddetti.

Berto. Voi ci avete piantato, signor avvocato. (a don Fausto)

Fausto. Eccomi qui; ho parlato colla fanciulla.

Berto. Eh bene, che cosa ha detto?

Fausto. Ella intieramente a voi si rimette. (a don Berto)

Anselmo. Don Berto me l’ha promessa, e me la concede.

Berto. Sì signore.

Sigismondo. Venga donna Luigia; si ha da sentire da lei.

Ferramondo. Ella deve dire liberamente il suo sentimento. Fate chiamare donna Luigia.

Berto. Che si chiami donna Luigia.

Fausto. Intanto si può sentire la sorella maggiore.

Berto. Che si senta la sorella maggiore.

Placida. Se il signor zio lo permette, dirò dunque il mio sentimento; venga donna Luigia, vengano i servitori, (verso la scena)

Berto. Vengano tutti quanti.

Placida. Uditemi, signori miei. Sempre fra due rivali vi è quel che merita più, e quel che merita meno, e la sposa si deve dare a quello che maggiormente la merita. Io non pretendo di voler far torto a nessuno: sono amica di tutti due. So che don Sigismondo è un cavaliere ben fatto, degnissimo di ogni stima, ma con sua buona licenza, don Anselmo ha qualche cosa di più. Dicasi a gloria sua, egli è un uomo dabbene, un