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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/503


SCENA V.

Donna Placida e don Fausto.

Placida. (Si conosce, si vede, che ella si sforza di mascherar) la passione). (da sé)

Fausto. (L’amore di donna Luigia potrebbe somministrarmi un) bel giuoco). (da sé)

Placida. Miraste come ella facilmente si accomoda al suo destino? Quanto è di me Luigia più docile e più discreta! Ditemi liberamente, di lei che cosa vi dice il cuore?

Fausto. Dicemi, che sarà fortunato chi averà il vantaggio di possederla.

Placida. Signore, io non vi consiglio a perdere sì gran fortuna.

Fausto. Amore nella sua reggia mi ha prescritto il confine.

Placida. Qual Proteo Amore si suol cangiare, e la sua reggia incantata cangia sovente agli amanti il soggiorno. S’egli finor vi ha tenuto in un tirannico impero, v’invita presentemente alla pace, alla tranquillità, alla fortuna.

Fausto. Siano pure l’antiche leggi del mio Cupido dure e penose, mi tiene all’usata catena chi ha del mio cuore le chiavi, e invano mi lusingo di respirare, fin che mi tiene oppresso il destino.

Placida. Poss’io nulla a prò’ vostro? Poss’io contribuire alla vostra felicità?

Fausto. Anzi niuno lo potrebbe meglio di voi.

Placida. Ite dunque a un miglior destino, che vi rendo la libertà. (si allontana, e si pone a sedere in qualche distanza)

Fausto. Sono libero dunque? disciolto ho il piede dalla catena? grazie, pietoso Amore. Ma dove spero condurmi, se il cuore non sa liberarsi dal primo laccio? Donna Placida mi discaccia; donna Placida altrui mi cede; dovrei prevalermi dei suoi disprezzi, ma o non intendo il bene che mi offerisce, o la mia ostinazione mi vuole afflitto per sempre. Eh scuotasi questo giogo,