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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/497


ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera di donna Placida.

Donna Placida e donna Luigia, poi don Isidoro.

Luigia. Non si sa niente ancora, che cosa abbiano fatto?

Placida. Potete star quieta, poiché senza l’assenso vostro, non si può concludere cosa alcuna.

Luigia. Io so per altro, che quel vecchiaccio di don Anselmo tenta per tutte le strade di farmi sua. Anche Rosina ha parlato meco assai maliziosamente in di lui favore, e forse in mercede di ciò il volpone le ha procurato cento zecchini di dote. Paoluccio, che non sa tacere, me l’ha confidato.

Placida. Ora vengo a rilevare una novella prova della bontà grande di questo impostore. Don Berto, rimproverandomi della poca fede che ho di colui, mi disse che è un uomo, che solamente s’impiega in opere di pietà. Mi confidò avergli dato cento zecchini per maritare una fanciulla in pericolo. Ora capisco tutto. Lasciate fare, che a suo tempo si ha da godere la bella scena.

Luigia. Chi viene a questa volta?

Placida. Don Isidoro; ei ci darà delle nuove di quel che passa.

Isidoro. M’inchino a lor signore.

Luigia. Vi è qualche novità?

Placida. Vi veggo ansante, ci deve essere qualche cosa di estraordinario.

Isidoro. In fatti, signore mie, io posso darvi delle novità bellissime; ho un’istoria graziosissima da raccontarvi: è un poco lunghetta, ma se non v’incomoda l’ascoltarla, son certo che all’ultimo vi darà piacere.

Placida. Dite pure, già ora non abbiamo niente da fare.

Luigia. Diteci tutto, non ci lasciate fuori una menoma circostanza.