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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/511


SCENA ULTIMA.

Don Isidoro e li suddetti.

Isidoro. Che vivano li sposi. So tutto, e me ne rallegro infinitamente. Ho mandato subito a comprare otto pernici; questa mattina il pane abbrustolato era ito a male, questa sera lo mangieremo bene condizionato.

Placida. Signore, ora sono maritata. Per grazia del zio resto anch’io padrona in questa casa, però vi dico che scrocchi non ne vogliamo. Vi venero, vi stimo, ma da questa casa calcolate pure di essere licenziato.

Isidoro. Don Berto, che cosa dite?

Berto. Oh! lascio fare a lei.

Isidoro. Sarò di don Sigismondo buon amico e buon servitore.

Sigismondo. Sì, trovatemi un servitore, trovatemi un bracciere per la sposa.

Isidoro. Io la voglio servire.

Luigia. Scrocchi per casa mia non ne voglio.

Isidoro. Oh cospetto di Bacco, a me non mancano tavole, a me non mancano compagnie. Dove comandan donne, non si può sperare una convenienza, ma non mi mancheranno degli uomini della bontà e della dabbenaggine di don Berto. (parte)

Placida. Andiamo a compir le nozze colle consuete solennità. L’amore e la concordia rimanga sempre con noi, e vadano lungi dal nostro tetto gli scrocchi, gl’impostori, gl’ingrati, che sono i nemici e sconvolgitori delle famiglie. Grazie alla sorte, un poco di spirito e un poco di buona condotta tutte le cose ha terminato in bene. In una sola cosa lo spirito non mi ha servito; voleva vivere in libertà, e alla fine mi sono innamorata. Questo è quel passo forte in cui gli spiriti umani difficilmente sanno resistere, se non si tengono all’occasioni distanti. Io coraggiosa e forte, ma presontuosa un po’ troppo, fidando assai di me stessa, son finalmente come le altre ca