Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/507



uomo esemplare, pieno di amore e di carità paterna per tutti. Eccovi un chiaro esempio della sua virtù; egli impiega ogni studio per collocar le donzelle, e don Berto ne può esser testimonio, avendogli dato quest’oggi cento zecchini d’oro per un’opera sì meritoria.

Berto. E vero; io non lo dico per vanità, ma dicolo a gloria di don Anselmo.

Placida. Che cosa dice il signor don Anselmo?

Anselmo. Per me non dico nulla. Io non mi vanto dell’opere buone, faccio il mio debito, e niente più.

Placida. Se egli per modestia non lo vuol dire, facciamo che lo confermi la fanciulla medesima. Venga avanti, signora. (verso la scena)

SCENA VII.

Rosina, Paoluccio e detti.

Rosina. Son qui; che cosa mi comandano?

Placida. Ecco, signor don Berto, la vostra beneficata; ecco la zitella, ch’era in pericolo di precipitare.

Rosina. Piano, signora, su quest’articolo, che io non voglio passare per una sfacciata.

Berto. A Rosina i cento zecchini? (a don Anselmo)

Anselmo. Se non si soccorreva, sa il cielo che cosa sarebbe stato di lei.

Rosina. Il danaro per altro io non l’ho ancora veduto.

Placida. Ecco, signor zio, la caritade e il zelo che anima don Anselmo; egli ama donna Luigia, e col mezzo di questa serva da lui sedotta, tenta di guadagnare il cuore della fanciulla, offre alla mediatrice cento zecchini in mercede, e fa pagare al zio le insidie della nipote. Ecco l’uomo esemplare, ecco l’uomo da bene.

Anselmo. Non è vero niente.