Il secolo che muore/Capitolo III

Capitolo III

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Capitolo III.

L'UOMO FELICE,

Ottimamente avvisarono gli antichi, quando posero i conviti sotto la protezione di un Dio, e meglio i cristiani sul principiare delle mense rendono grazie all’Ente supremo, imperciocchè gli uomini, se tristi, confortati dai doni della natura, balenino di bontà, e so buoni appaiano divini. Omobono poi immaginando avere coi suoi ragionamenti mandato sottosopra Orazio, gonfiava di vanità; lo avresti preso por un tacchino quando imporpora i bargigli é fa la ruota; mentre Orazio a cui non pareva vero essere liberato da cotesto fastidio, per tema di non porgergli lo addentellato a ricominciare, non proferiva parola, sicchè il pranzo procedeva d’amore e d’accordo. In seguito diventò anco lieto, avendo [p. 104 modifica] preso i fanciulli a far vezzi ai loro maggiori, risa alternando e discorsi, correndosi dietro, e perseguitati troppo da vicino riparandosi in grembo ai genitori ed ai nonni.

Eccetto il maggiore, il quale, come sappiamo, fu chiamato Omobono, agli altri Orazio aveva imposto nome romano; dalle eroine e dagli eroi greci si astenne, perchè egli diceva sentirsi più consanguineo alla razza latina che alla greca, ma che cosa intendesse significare con simile proposizione io non saprei: fatto sta, che le femmine egli appellò Arria ed Eponina, gli altri due maschi Curio e Fabrizio.

Giunti a quella parte del convito dove per usanza vecchia si propina, Marcello contemplando Eponina seduta sopra le ginocchia di Orazio, abbracciarlo intorno al collo e consolare il vecchio con frequenti baci, Arria in grembo alla consorte Isabella, Omobono e Fabrizio posti uno a destra, l’altro a sinistra, stretti a mezza vita dal suocero, di cui la faccia era quasi diventata di uomo giusto, sorreggendosi sopra Curio, che gli sedeva al fianco, si alzò e levato in alto il bicchiere pieno di vino disse:

— Alla prosperità della mia famiglia, cominciando dai nostri padri fino ai nostri figliuoli: possano durare per tutta la loro vita felici, come io mi sento in questo punto felice...

Levarono tutti i bicchieri e risposero al brindisi amoroso; solo uno rimase sopra la tavola, e fu quello [p. 105 modifica] di Omobono. Cotesto suo atto face l’effetto dell’acqua fredda rovesciata nella pentola quando spicca il bollore: costui dopo avere aspirato con compiacenza l’universale sbigottimento esclamò: .

— Vi paio strano io? Ebbene, vi dirò cosa la quale, ne vado sicuro, me l’assentirà anco ‘1 signor Orazio; e tu, Marcello, da’ retta. Ci fu tempo addietro a Milano un certo Foscolo, che mise sulle scene una maniera di tragedia, dove non so quale regina dei Salamini (figaratevi che razza di regina avesse ad essere costei) tra le altre belle cose diceva: «Torni il sorriso al mio pallido volto: il ciel non ama i miseri.» Ora se il cielo ami i miseri, o no, ignoro; quest’altro io so di certo, che nè cielo, nè terra amano gli sventurati. Dunque, se tu sei savio, Marcello, nascondi la tua contentezza, come l’avaro il suo tesoro, per tema che i ladri non te la rubino. Tra noi a Milano si conserva una tradizione del nostro santo Ambrogio, il quale, secondochè si narr:, essendosi fermato colla sua compagnia a certo albergo e vistolo oltre la usanza benissimo in assetto, interrogò l’oste come gli andassero i fatti suoi; a cui l’oste rispose: «Di bene in meglio; io case, io poderi, avventori a isonne, e tutti di quelli che vanno per la maggiore, baroni e mercanti grossi, che possono spendere; io bella moglie, in somma nulla mi manca e di molto mi avanza.» Il santo allora pensò che dove era tanta prosperità quivi non potesse [p. 106 modifica] trovarsi anco Dio, per la quale cosa ordinava tosto ai famigli si affrettassero a rinsellare i cavalli od a ricaricare i muli, per allontanarsi quanto più presto potessero, e così fu fatto; nè di troppo eransi dilungati per la pianura, che avendo udito uno schianto accompagnato di strida e di guai da fendere il cuore, si voltarono e videro come dal terreno spaccato uscissero fuori fiamme, le quali ebbero in piccola ora ridotto in cenere l’albergo e tutto quanto di persone e di cose si ci trovava dentro. Certo questa non può essere che novella, pure contiene dentro di sè una verità evangelica...

Omobono volse dintorno uno sguardo, e considerata la tristaggine diffusa su tutta la compagnia se ne comjìiacque, dicendo in cuor suo: «dunque io faccio paura!» Ed era un vanto, che egli possedeva in comune con gli spauracchi piantati nei campi quando si semina il grano. Nè stette guari che, travolto dalla sua insanabile contradizione, levatosi ad un tratto, prese il bicchiere e con alta voce esclamò:

— Ad ogni modo io bevo alla maggiore prosperità del mio sangue, del signore Orazio e di me.

Quindi stretti più forti nelle proprie braccia i due fanciulli, i quali sentendosi far male strillarono, con parole scarmigliate continuò a favellare così:

— Questi due, Curio e Fabrizio, voglio io; io, [p. 107 modifica] ragazzi miei, vi arricchirò, vi tufferò fino agli occhi nel godimento: statevi un anno meco, e metto pegno elle direte poi: so il Padre Eterno sfrattò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, nonno Omobono ci ha ricondotto noi altri due, Curio e Fabrizio.

— Come! — gridò un fanciullo svincolandosi dalle sue braccia, — e devrò restarne fuori io, che tu hai tenuto al battesimo?

— Oh, no; anzi tu, Omobomo mio, tra i primi primissimo.

Il banchiere si ora perfino dimenticato il nome del figlioccio: anzi, volendo riparare a cotesto sconcio, rovesciò le tasche del corpetto e sparse parecchie moneto di oro e d’argento sopra la mensa chiamando:

— Arria, Ponina, Fabrizio, accorrete anco voi.... volate.... pigliate.... assassinatemi.... a che vi rimanete? Infingardi! Quando è tempo bisogna assassinare.

Veruno accorse, veruno sporse la mano; anzi le fanciulle si strinsero piùi)iii forte al seno della madre e dell’avo; sicchè egli o punto nella sua vanità, ovvero già pentito di cotesta sua capestreria, raccolte borbottando le monete, se le ripose con molta diligenza in tasca: indi trasse fuori l’orologio, e dopo guardatolo disse:

— Orsù, la e ora che io mi rechi al ministero; non mica perchè il ministro non si terrebbe [p. 108 modifica] onorato di ricevermi a qualunque ora, però ch’egli abbia più bisogno di me ch’io di lui.... e poi lassù mi temono.... tuttavolta anco volendo spesso non si può! Marcello, manda per una vettura. Signor Orazio, senza cerimonie, e voi altri tutti accomodatevi, non vi disturbate per me.... non istate ad aspettarmi, ch’io non vi so dire quando sarò sbrigato: potrebbe anco darsi benissimo che piacesse al ministro consultarmi sopra i provvedimenti finanziari, che egli sta per proporre alle Camere, e allora ce ne andremmo a giorno. Addio dunque; a rivederci a domani.

E strepitoso e arrogante uscì seguito dalla sua figliuola Isabella, la quale gli mise addosso la cappa foderata di pelle, molto raccomandandogli ad aversi riguardo in cotosta rea stagione; a cui egli così verdemezzo rispose:

— Sta’ di buon animo, che a mantenermi vivo ci penso da me.

Lo zio Orazio in cotesta sera si dolse più che mai di gravezza di capo, e desiderò anco prima del solito ritirarsi nella sua camera, quantunque sembrasse non si potesse distaccare dai nepotini; li baciò più volte, e diresse ad ognuno avvertimenti i quali andavano giusto a colpire il difetto già sviluppatosi in essi: anco abbracciò e baciò la Isabella, cosa che costumava di rado, e le susurrò [p. 109 modifica] nelle orecchie: «la buona madre di famiglia è corona di gloria sul capo del marito: e tu sei tale, figlia mia; ti raccomando Marcello; egli non sa sopportare a lungo i colpi della sventura, massime se troppo spessi o troppo violenti.»

A Marcello, che lo accompagnò secondo il consueto, prese nel licenziarlo ambe le mani, disse:

— Marcello, io ti avrei a parlare lungamente, ma stasera non me no sento la voglia; sarà per un’altra volta: questo mi stringe a imprimerti bene nell’anima che per verun caso mai tu ti risolva a confidare alcuno dei tuoi figliuoli al suocero.... io so che tu perderesti il figliuolo e col figliuolo te stesso.

Omobono, contro il presagio, tornò presto a casa con una faccia da disgradarne Longino quando diede la lanciata a Cristo: ad Isabella, che gli chiese se alcuna cosa desiderasse, rispose alla trista:

— Nulla; un lume: maledetti i pranzi di famiglia; al diavolo i brindisi: sono arrivato tardi, e il ministro avea strinto il negozio con un altro banchiere. Ecco qui un centocinquantamila lire almeno di perduto.... un pranzo centocinquantamila lire, per Dio, costa caro; maledetto.... e strappato più che preso dalle mani d’Isabella il candeliere, si ridusse alla camera chiudendone l’uscio strepitosamente.

— Che vuoi? — favellò Isabella, considerando il suo marito sgomento pel contegno paterno — la [p. 110 modifica] passione del guadagno gli leva il lume dagli occhi: gli è fatto così.

— Capisco, ma egli è fatto male.

Però i nostri coniugi la mattina si levarono innanzi l’alba per blandire l’animo esacerbato di Omobono; invano, dche costui se l’era già svignata, senza pure lasciare un saluto. Il servo narrò com’egli non rifinisse maledire e pranzo e brindisi et reliqua, mugliava, come se lo travagliasse il mal di denti, di non so quanto denaro perduto, ed aggiungeva che avendo egli sceso le scale in fretta fino all’uscio, di un tratto sì fece a risalirle a due scalini per volta: al servo, per seguitarlo in furia, erasi spento il lume, col quale, riacceso, essendo entrato in camera trovò il signore Omobono in ginocchioni sotto il letto, che cercava a tasto le sue ciabatte, e rivenutele, in un attimo aperse la sacca da viaggio, ce le ripinse dentro, e poi fuggì via come se mille diavoli lo avessero cacciato,

— Che vuoi, Marcello mio, egli è fatto così.

— Capisco, Isabella mia; ma bisogna confessare che egli è fatto male, e di molto.

Attesero lo zio Orazio, oltre l’usato un buon quarto d’ora, sperando vederlo comparire da un punto all’altro per pigliare parte alla colazione; non comparendo, chiamarono il suo cameriere per [p. 111 modifica] sentire un po’ che novità fosse cotesta; il cameriere disse che forse lo zio aveva preso a sonnecchiare sul mattino, come qualche volta gli veniva fatto, onde egli si era rimasto da sturbarlo; tuttavia, lo indugio pigliando vizio, Marcello gli commise che aprisse senza rispetto la camera e domandasse allo zio se di alcuna cosa abbisognasse. Andò il servo, ma pari al corvo della Bibbia non ricomparve; allora Marcello, agitato da indistinta o pure pungente sollecitudine, s’incamminò con passi precipitosi alla camera del dilettissimo zio.

Ahimè! spettacolo di pietà o di orrore. Orazio, colpito nella notte da accidente apopletico, giaceva morto nel letto. Mi passo di narrare la desolazione della famiglia, massime quella di Marcello, il quale per la morte dello zio senti perduta molta parte di sè. Trasportato semivivo sopra il suo letto, quivi rimase per lunghi giorni in balia del delirio; temevano non rinvenisse; infine per le cure della moglie e per le carezze dei figli, mitigato alquanto lo spasimo, ebbe la consolazione delle lacrime. Durò un pezzo a vivere come cosa balorda, improvvido di sè e di altrui: all’ultimo riprese gli spiriti, non tanto però che altri non si accorgesse l’anima di cotesto uomo dabbene essere rimasta quasi percossa da parziale paralisia.

Quanto ad Omobono, allorchè seppe la morte di Orazio, si strinse a dire che era stata una morte economica, da vero padre di famiglia. [p. 112 modifica]

Isabella, valorosa donua, dominando la passione che la travagliava, in cotesti frangenti ebbe avvertenza a tutto: qualcheduno l’appuntò di durezza di cuore, ma se costui l’avesse vista ritirarsi, appena le capitava il destro, nei più segreti penetrali della casa a sfogarsi in pianto, e dal pianto desumere costanza per durare in mezzo a tante tribolazioni, certo si sarebbe morso la lingua; ma pur troppo la va così, le virtù chiassose e volgari si comprendono e lodano, lo profonde e le insolite non si carpiscono, od anche si calunniano. Quando le parve tempo, la egregia donna mise sotto gli occhi del marito un foglio, che Orazio aveva scritto nella notte, che fu l’ultima del viver suo: ella aveva curato che i desiderii dello zio, nella parte che non pativano dilazione, sortissero il compimento.

Il foglio pertanto diceva così:

Marcello, da parecchi giorni mi si è cacciato addosso uno sfinimento insolito, il quale, aggiunto agli anni ed ai disgusti che provo, giudico addirittura precursore del mio prossimo fine. Manco male: non ho affrettato nè temuto la morte; e quantunque a costei non sia mestieri dare licenza, pure io lo concedo accomodarsi come meglio le pare e le piace, che posto ancora che il Tempo in capo ad ogni mezza notte mi venisse snocciolando ad uno ad uno un sacco di giorni sonanti e ballanti, come marenghi nuovi di zecca, io a quest’ora, mi [p. 113 modifica] sentirei più che disposto a dirgli: basta. Ed altresì ho da dirti che da un pezzo in qua ogni notte mi sogno Betta, che cammina davanti a me, per una via lunga lunga, e di tratto in tratto si volta come per aspettarmi: decisamente egli è tempo di andarcene.

Non ho voluto dettare testamento, imperciocchè questo mi paresse sempre, e in vero egli sia, un mezzo legittimo per levare la roba a cui va: tu per via dell’adozione fatta in buona regola essendomi diventato figliuolo mi succedi in tutto e per tutto. Prima che il cielo benigno e la virtù nostra ci deliziassero con le beatitudini del regno italico, costumava pagare per le successioni tra ascendenti e discendenti un tenue diritto fisso; oggi non è più così, e il figlio succedendo al padre deve contribuire una gabella proporzionale sul valore della eredità; il quale dazio in compagnia dei suoi fratelli già nati e dei nascituri costituiscono in pro del Governo quel comunismo che perseguita a morte in altrui per creare a se un monopolio; nella stessa guisa, che da esso imprigionansi i gallinai per raccogliere solo la vendemmia del gioco del lotto.1 [p. 114 modifica]

Io pertanto sul lmitare della morte chiedo con tutto il cuore e con tutta l’anima perdono a cui me lo può dare, per avere creduto che la causa del popolo potesse senza pericolo commettersi nelle mani del principe. Bestia carnivora è il principe; anco il Gioberti lo ha scritto, od io ho ripetuto più volte e ripeto.

Ti scongiuro dunque, o Marcello, di non servire, ne concedere che veruno dei tuoi figliuoli serva principe, perchè ho conosciuto a prova come il principe considerandosi di schiatta diversa dalla tua, e senza fine superiore a te, tutto quello che gli potrai fare di bene, quantunque con grave tuo incomodo, ei terrà per tributo dovutogli, onde non crede avere a professartene gratitudine, nè può sentire amicizia per te; e venendo il caso, il quale o presto o tardi non manca mai, che l’interesse del principe si abbia a trovare in contrasto con quello del popolo, allora se parteggierai pel principe, il popolo ti odierà addirittura come parricida e assassino, ovvero ti scoprirai favorevole al popolo, e il principe ti affibbierà, niente meno, che la taccia di traditore.

Né, procedendo amico al popolo, tu hai da augurarti andare immune da fastidi: accade sovente che taluno paia padroneggiare il popolo, mentre insomma egli n’è servo, e di servitù peggiore di ogni altra, imperciocchè stando col principe tu servirai un [p. 115 modifica] padrone solo, mentre seguendo le parti del popolo ti troverai a servire tutti. Il popolo poi stima davvero averti eletto capo quando ti ha attaccato alla sua coda; nè ciò mica per malizia, ma sì perchè in buona fede reputi che la tua signoria deva consistere nel procurargli subito quanto gli frulli per la mente: per la quale cosa tu spesso lo udrai rinfacciarti ingenuamente il benefizio che ti fa di cavalcarti da mattina a sera finchè tu gli sia crepato fra le gambe.

Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma, proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all’antica sua sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al cane, che scottato dall’acqua calda teme la fredda.

E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto [p. 116 modifica] chiede talvolta perdono e piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di quella consoli l’anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te frutteranno più tardi, ma inevitabilmente por la umanità, la quale, per tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la messe.

Tu sai, figliuolo mio, come io non abbia mai fatto piangere alcuno, e tuttavolta pochi uomini furono così pertinacemente e così universalmente perseguitati quanto me; però pochi lo sanno, e poco comparisce al di fuori, e ciò perchè quando io rilevava qualche batacchiata delle grosse, me la succiava senza gridare: «Ohi!» e me la faceva medicare la mattina avanti giorno, come il Garibaldi costumò a Roma per la ferita riportata nelle costole durante l’assedio. Gli uomini sono naturalmente nemici di chi li supera in senno, e due volte tanto quelli che li vincono in virtù, e così non dovrebbe essere, imperciocchè ogni uomo possa, dove voglia, fare onorato procaccio di virtù, mentre ad acquistarsi ingegno la volontà sola non basti. Questo odio, io lo ripeto, per me credo che venga da natura, dacchè Tuomo troppo riccamente dotato di [p. 117 modifica] sapienza o di cuore rappresenti una ingiustizia della quale tu non sai ne a cui ne come chiedere ragione, intantochè l’universale o favorito meno, o del tutto diseredato, si senta per simile parzialità minacciato e avvilito. Nè gli amici alla svolta tu proverai tutti oro di coppella, che anche essi patiscono di quello di Adamo, e le gioie dello amico loro non piacciono intere, nè i suoi dolori interi dispiacciono: e va bene; però a me non garba, e come non soffersi vivo, così non patirò morto che gli uomini vengano nelle mie case a rizzare su il telaio della loro ipocrisia. Alla stregua dell’ardore col quale mi hanno straziato in vita, tu vedrai lo sciame dei calabroni affannarsi ad onorarmi ed a levarmi a cielo morto. Appena saranno sepolti i miei molti difetti e le scarse virtù, essi si sbracceranno con marre e vanghe a levare di sotto terra le moltissime virtù che non ho posseduto mai, e salutarmi spirito unico, anzi divino; e ciò per due ragioni, entrambe le quali fanno capo al loro interesse privato; la prima per far mettere nel dimenticatorio la iniqua guerra che mi dichiararono in vita, e sottrarsi a questo modo ad ogni pericolo di possibile vendetta; la seconda per usurpare, con lo invilupparsi dentro un lembo del mio tappeto mortuario, un brandello della mia fama. Tu impedisci gli interessati funerali; notte tempo dammi sepoltura allato al padre mio: non un segno sopra la fossa, non una parola: [p. 118 modifica] lascia che il flutto del tempo libero e pieno passi sopra di me; dov’egli non mi sommerga intero, il popolo memore, levandomi più tardi un monumento, attesterà che io me lo sono meritato.

Le statue erette in vita ad ogni maniera di persone, massime a principi, bene attestano l’abiezione di cui le inalzava, non già la virtù di quello al quale vennero rizzate. E nò anche le scolpite a principi morti sempre ti appariranno sincere, come quelle che intendono piaggiare i principi vivi. Così i toscani, maestri a vestire la servitù col lucco della libertà, posero il simulacro a Leopoldo I col motto: quaranta anni dopo la sua morte; ciò è vero, ma tu pensa che allora reggeva sempre in Toscana assoluta la stirpe di lui. perchè non pensarono essi all’immagine del loro Leopoldo, quando il re Carlo Ludovico, borbonico, o la principessa Elisa, napoleonide, regnavano fra loro? Allora gli anni sarieno stati meno, ma la volontà più sincera; adoperando le arti degli adulatori fecero sospettare bugiardo quello che in altra guisa sarebbe sembrato verace.

Finalmente considero: noi altri per ordinario paghiamo il fitto per istarci in casa, ovvero la compriamo, ed in questo caso l’interesse del capitale impiegato rappresenta la pigione. Alla patria poi dove abbiamo abitato durante tutta la nostra vita veruno pensa a lasciare qualche cosa: parmi, male. [p. 119 modifica] Tutti quelli che possiedono facoltà sufficienti avrieno da lasciare alla patria o poco o assai, perchè si formasse in lei un patrimonio bastevole di compartire al popolo la educazione, o piuttosto l’educazioni fisica prima, morale subito dopo, poi intellettuale all’ultimo industriale; e non dico così perchè l’una incominci dove l’altra finisce, che sarebbe errore, bonsì perchè le educazioni fisica e morale devono primeggiare sopra le altre: operando diversamente o non si approda a nulla, o si fa peggio. Se la fortuna non mi si fosse mostrata sempre con la faccia del leone, a cui mi fu mestieri strappare i denti, avrei avuto cuore per imitare i più illustri benefattori della umanità, ma trovandomi povero per la tr-oppa famiglia con la quale mi giocondò la natura, non mi è concesso fare quanto vorrei: onde io chiedendo perdono alla patria della offerta meschina, spero che ella vorrà gradire il buon volere e tenermi conto dello esempio atto a condurre altri più fortunati di me ad imitarlo con maggiore efficacia. Lego pertanto al mimicipio della mia città scudi duemila, affinchè procuri che in capo ad ogni anno gettino cento scudi d’interesse, e se centoventi non guasterà nulla: di questi costituiscasi un premio, e conferiscasi al giovane di cui la età non superi gli anni sedici, il quale prima della metà del marzo abbia mandato al municipio la migliore poesia, in conforto o in laude di qualche virtù guerresca. Gli [p. 120 modifica] scritti spediscansi chiusi e innominati; solo li distingua un numero o un segno. Aperti, leggansi ia piena adunanza, poi eleggasi una Commissione perchè gli esamini di proposito e li giudichi. Convocata per altro giorno nuova adunanza del municipio, odasi il rapporto della Commissione, e diasi il premio mandando la proposta a partito; bene inteso che i consiglieri possano nella votazione loro avere riguardo o no al giudizio della Commissione.

Queste però raccomando abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I commissari al pari dei consiglieri considerino prima di tutto la purità della favella: in seguito l’altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore delle immagini.

Del vecchio possediamo abbastanza, e ottimo, e disperazione espressa superarlo: ancora, chi va dietro agli altri non gli va mai innanzi; così diceva Michelangiolo.

Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri lati possa comparire degnissima.

Rispetto allo idioma, egli è chiaro come per lui, anzi principalmente per lui gli spiriti patrii possano ridursi in ogni estremo dentro un cassero dove resistere alla invasione straniera. Lo straniero prima ci entra in bocca, poi in casa. Nelle faccende della patria il tutto sta nel cominciare da manomettere, [p. 121 modifica] si comincia dalla lingua e si finisce con la coscienza: questa è la storia della più parte degli scrittori dei giornali: come dall’odore del muschio tu ti accorgi, che quivi è passato il serpente, così dallo strazio della lingua sarai avvertito che colà si fece macello dell’onore. In questa sentenza concordano santi Padri e scrittori profani.

Che se a taluno pigliasse vaghezza di conoscere la ragione di questo mio legato, io lo chiarisco con quattro parole. Posto in sodo il vario fine al quale devono mirare le diverse educazioni, egli è certo come per conseguirlo intero abbisognino instituti dispendiosi e moltiplici: mancandomi a tutto il potere, e pur volendo che l’obolo mio torni di utilità alla patria, ho pensato promovere la poesia, di cui lo esercizio nobilita il cuore e sublima l’intelletto. Ho sempre giudicato che l’anima dello altissimo poeta sia complessa e composta delle facoltà di legislatore, di guerriero, di magistrato, e di cittadino. Anche poni mente a questo: l’uomo nato poeta finisce con lo esercitare una o più delle facoltà accennate; all’opposto, l’uomo che negli esordi della vita si senta propenso a legge, ovvero a guerra, non mette mai capo al poeta: dunque parmi evidente che la poesia contenga in se maggior copia di potestà creatrice. Aggiungi altresì che lo intelletto non governato dal cuore riesce sempre funesto, e ciò per suprema sventura a ragguaglio della grandezza di quello; [p. 122 modifica] che se per converso lo intelletto ed il cuore nell’uomo grande si corrispondano con divina armonia, allora la benedizioue di Dio si distende sopra la terra che gli diè nascimento. Ora veruna disciplina, verun’arte, verun magistero, per opinione mia, è capace quanto la poesia a generare questa corrispondenza, e generata crescerla.

Lascio alla mia patria voti, onde ella diventi virtuosa e feroce: dal consorzio umano a nostro modo incivilito altro non se ne potrà cavare, per dirla col Dante, che

Ruffian, baratti e simili lordure,

alla men trista una serqua di avvocati; nei tempi che chiamiamo barbari incontriamo sempre qualche eroe, con la scure al collo, se vuoi, pur sempre eroe.

Non bisogna riformare, bisogna mondare.

Queste le novissime parole scritte dallo zio Orazio al nipote Marcello poco prima che lo cogliesse la morte.



Note

  1. In breve si spera veder rinnovati i tempi del Burchiello, noi quali così fitte e incomportabili diluviavano le gravezze sul capo a’ fiorentini, che, secondo il suo dire arguto, per non rimanerne sommersi

    . . . . . . . con la barba insaponata
    fuggivan da Firenze pei balzelli.