Il ragazzo/Atto IV

Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO IV

SCENA I

Giacchetto nell’abito di fanciulla, ritornando dal vecchio, Ciacco.

Giacchetto. Io mi sento morire se non ti racconto di punto in punto come è passata la cosa. Fermati.

Ciacco. Tu me la raccontarai con piú commodo allora che noi saremo giunti a casa: che me par mill’anni di saper come è successo il fatto tra il tuo padrone e Camilla, che importa piú; il quale se è avenuto come io penso, aremo cagione di dar materia di ridere, con questa piacevole novella, al cardinale e a tutta la corte per piú d’un giorno.

Giacchetto. Ci è tempo di vantaggio a questo. Odi pure.

Ciacco. Di’, che io t’ascolto.

Giacchetto. Tu, di prima, me la fregasti.

Ciacco. Di che?

Giacchetto. Promettesti di non ti dipartir da me; e, a pena conducesti il vecchio in camera, che mi lasciasti solo.

Ciacco. Fratellino, io ti dirò il vero. Egli mi seppe cosi bene unger le mani che la mia durezza diventò molle tanto che io mi lasciai cacciar di fuora.

Giacchetto. Ove sei stato fin ora?

Ciacco. All’osteria; che, a non ti nascondere un pelo, io mi sentia morir di fame.

Giacchetto. E tu savio.

Ciacco. Or di’.

Giacchetto. Tu vedesti con quale timidezza si stava questo castrone, come mi vide, e che a pena non aveva ardire di parlarmi, non che di toccare. [p. 265 modifica]

Ciacco. Fingeva; che egli è tristo come un bue.

Giacchetto. Fingeva, si: che, tosto che ti fece uscir di camera e che restò meco solo, inchiavata la porta, venne a me e m’incominciò a far le piú ladre carezze del mondo. Io, fingendo la vergognosa, stava su lo avedimento che egli non venisse a’ fatti; e il tenni sui travagli una gran pezza, che io non gli volsi compiacer pur d’un bascio solamente.

Ciacco. Tu facevi troppo la savia.

Giacchetto. Egli, infine, postomisi dinanzi in ginocchioni, mi cominciò a pregare con certe paroline le piú dolci e le piú care del mondo. Io sempre teneva detto: — Lasciatemi andare, lasciatemi andare, avanti che si faccia piú tardi, che, se mia madre se n’accorgesse, trista me! — Ciacco. Ah! ah! Mi par veder lui e te in quella guisa.

Giacchetto. Come m’ebbe bene pregato e ripregato a suo modo, trovandomi sempre piú dura e piú sorda ai suoi prieghi, chiese, per ultima grazia, che io mi coricassi in sul letto, cosí vestita come io era, se non per piacere a lui, per minor mio disagio, almeno; che non poteva patire di vedermi straziare in quel modo tutta la notte senza che io prendessi un poco di riposo.

Ciacco. Cotesto è il buon amore.

Giacchetto. Ti dirò il vero. Io, si per la gola dei danari come per salvar te e me in un medesimo tempo..., Ciacco. Non intendo questo salvamento.

Giacchetto. ...feci un nuovo pensiero.

Ciacco. Che pensiero potè far costui?

Giacchetto. Il qual fatto, gli mostrai ultimamente che io era contenta di gettarmi in letto vestita, fattomi promettere prima dal vecchio che esso non mi toccarebbe.

Ciacco. Gli desti il piú e gli ricusasti il meno.

Giacchetto. Odimi bene.

Ciacco. Tu non lo sollecitavi piú a lasciarti partire?

Giacchetto. Anzi, lo sollecitava io spesso, per dar colore alla cosa. E talora diceva con tal voce trista che parea che io piangessi: — Ove è Ciacco? dunque io sono tradita? — [p. 266 modifica]

Ciacco. Torna al letto.

Giacchetto. In fine, come io dico, mi vi coricai. Ed egli appresso.

Ciacco. Non bisognava, ora, questo.

Giacchetto. Ascolta.

Ciacco. Io so quasi indovinare ove ha a fornire la cosa.

Giacchetto. Tu non sai niente. Ascolta pure.

Ciacco. Segui.

Giacchetto. Ho lasciato un bel tratto: che, tosto che io fui nel letto, m’aconciai i panni tra le gambe e d’intorno cosí stretti che non vi sarebbero entrati i pulici.

Ciacco. Buon per te! Questo mi piace.

Giacchetto. Come il vecchio mi si coricò allato, tutto malizioso, doppo alquanti sospiretti, finse di dormire. Ed io altresí.

Ciacco. Buono!

Giacchetto. E, stato alquanto cosi, mi rivolsi con un bel modo con la schiena in giú, tuttavia mostrando forte di dormire.

Ciacco. A che effetto?

Giacchetto. Allora io sentii il vecchio, di subito, rivolgersi a me; e, doppo alquanto spazio, sento la mano che incominciava da l’orlo del drappo e, cacciando visi dentro a poco a poco, di sotto la camiscia cercava strada di venire in su.

Ciacco. Tu meritavi altro. Ma, se non v’arebbono potuto entrare i pulici, come vi potè entrare la mano?

Giacchetto. Oh! Tu sei grosso! Chi ha piú potere, la mano o un pulice?

Ciacco. Segui pure.

Giacchetto. Ora io, fra questo mezzo, sentendomi toccare un cotal pocolino, soavemente apro le gambe fingendo pur di dormire.

Ciacco. Buono! Che ti bisognava, adunque, da prima, stringere i panni intorno, se volevi che, al fine, il vecchio ti scoprisse per maschio? Adesso t’intendo.

Giacchetto. Volsi fare il tutto con grazia.

Ciacco. Poi mostravi al padrone di temer d’esser ingravidato. Ghiotto, che non volevi venirci! [p. 267 modifica]

Giacchetto. Forse pensi un fine e ne ha a riuscire un altro.

Ciacco. Riesca con Dio.

Giacchetto. Il vecchio rimase sopra sé un altro pocolino; poi, parendoli che io avessi rafiísato il sonno, da capo incominciò la lasciata opera. Finalmente, giunto al fornir delle cosce, trovando al suo luogo quella radice per cui si conosce l’uomo dalla femina...

Ciacco. Quasi che non ci facessero differenza mille altre cose ancora! Ma sei pur giunto lá.

Giacchetto. ... io non vidi il viso che egli allora facesse, ma gli sentii trarre un grido e dire: — Che è questo? dormo io o no? — Io, fingendo di rompere, a quella volta, il sonno, me gli rivolgo e lo guardo fiso; ed egli me; ed io lui.

Ciacco. Che meritavi tu allora?

Giacchetto. Che egli m’avesse donato cento scudi d’oro. Ma ascoltami, se vuoi.

Ciacco. Fornisci, di grazia, che tu m’hai concio. E questo è quello che tu di’ che t’avevi imaginato di fare in servigio mio?

Giacchetto. Che dirai allora che conoscerai d’aver cagione di essermi ubligato per sempre?

Ciacco. Bello obligo, in fé di Dio!

Giacchetto. Per non tener questa istoria piú lunga, il vecchio, al fine, mi domandò chi io era e per qual cagione gli era fatto quell’inganno. Io gli dissi che era fratello di Livia e che ella m’avea mandato in quell’abito affine che io il rendessi certo che ella l’amava e che non volea che tu sapessi nulla di ciò.

Ciacco. La cagione?

Giacchetto. Che non si fidava di te per conoscerti mala lingua.

Ciacco. Gran mercé!

Giacchetto. Che ti pare? Non è stato sottile avedimento, il mio?

Ciacco. E per questo vuoi che io ti sia tenuto?

Giacchetto. Lascio considerare a te. Ma, acciò che io dia fine alla burla, il buon vecchio subito prestò fede alle mie parole; [p. 268 modifica]e, credendo di servirsi dell’opera mia, m’ha fatto di gran promesse e, quel che è piú, trattosi questo rubino di dito, egli il mi diede con dire che io lo recassi a Livia in segno d’amore.

Ciacco. Mostrai Non te l’avea veduto prima. Parmi molto bello. Sapea bene io che io m’arei la fatica e altri l’utile.

Giacchetto. Tu non parli ora dei giuli e delle altre monete ch’egli ti diede avanti che ti partissi.

Ciacco. Questo importa altro che giuli. In fine, tu hai roversciata la ruina sopra le spalle di me.

Giacchetto. Anzi, io t’ho levato il peso; che gli ho dato a intendere che ne sei stato ingannato ancor tu.

Ciacco. Basta. Come si sia ita la cosa, la novella è bella.

Giacchetto. Ora, a trovare il padrone.

Ciacco. Per Dio, che io mi voglio corrucciar teco da do vero, che, con queste tue fole, arai operato tanto che il vecchio non mi terrá piú in buon conto; e cosí l’utile, che io ne traeva, tutto, per tua cagione, m’uscirá di mano.

Giacchetto. Corrucciati a tua posta. Che ho io a fare ora di te?

SCENA II

Valerio, Belcolore fante della madre di Livia.

Valerio. Tanta è la passione che io prendo del nuovo infortunio del mio padrone, per la fuggita della figliuola, che io non vorrei esser nato. Ben lo consigliava, io, ben gli prediceva tuttodí che gli verrebbe, un giorno, a dosso qualche gran danno e qualche gran vergogna; ma egli non m’ha voluto mai prestar fede. Ora conoscerá quanto gli arebbono giovato le mie parole, se egli non se ne avesse fatto beffe. Ora s’avederá che frutto gli ara partorito il suo amore. Ma come arei io mai potuto credere, se io non l’avessi veduto prima con questi occhi, che Camilla fosse stata tanto animosa e che ella avesse avuto cosí poco rispetto al suo onore? Oimè! Che si dirá per Roma, quando si saprá che la figliuola del tale gentiluomo sia fuggita con un spagnuolo, che Dio sa quello che egli è, in casa del cardinale? [p. 269 modifica]Se ne faranno comedie. Dch! Perché volse la disgrazia mia che io non mi trovassi spada o pugnale allato? che forse arei riparato a questo male e lasciatomi prima tagliare a pezzi che consentito che ella se ne fosse ita. Ma, non avendo con che de fendermi, convenne che io dessi luogo alla furia e che io mi fuggissi.

Belcolore. Affé, che gran compassione mi facea quel povero giovane!

Valerio. Oh sventurata madre! Te morrai di subito, come saprai questa nuova.

Belcolore. Chi non arebbe avuto compassione, vedendo come tutti tre gli corsero a dosso con gli pugnali in mano dicendo: — O questa sará tua moglie o noi ti scannaremo? — Valerio. Chi è colei che ragiona qui dietro? Non me n’era accorto: è la Belcolore.

Belcolore. Conoscimi tu?

Valerio. Belcolore, che novelle rechi di Flamminio? come è ita la cosa? Qualche male ancora io sospetto da questa parte.

Belcolore. Se Dio mi ti faccia piú piacevole di quello che tu mi sei stato fin qui, assai bene. Ma ti so dire che egli l’ha avuta da do vero.

Valerio. Che?

Belcolore. L’angoscia.

Valerio. E come?

Belcolore. Diròlloti. Poi che il figliuolo del tuo padrone fu in casa della signora mia, mentre che egli si stava in certa camera a parlamento con Livia, si come era stato ordinato di prima, sopra venne in quel luogo il fratello della mia padrona insieme con un suo figliuolo e un cugino pur di lei: i quali, mostrando d’esservi andati a caso, trovando il giovane con Livia, gli corsero a dosso con le armi in su la gola; e, con dire: — O tu la torrai o sarai morto, — lo indussero a far ciò che volevano.

Valerio. Buono! Per forza, adunque?

Belcolore. O per forza o per bontade, ella è sua moglie.

Valerio. Chi l’introdusse in casa? [p. 270 modifica]

Belcolore. Noi sai tu?

Valerio. Come vuoi che io il sappia?

Belcolore. Chi mi pregò che io facessi questo piú di te? e perché prendesti tu amicizia meco? promettendoci poi... Ma basta. Tu mi ci hai còlta.

Valerio. Quasi che voi altre non eravate d’accordo insieme!

Belcolore. Mercé tua e di Ciacco che mi stimolavate tuttodí.

Valerio. Io l’ho fatto a fin di bene; e la padrona tua dovrebbe essermi tenuta per fin che ella vive.

Belcolore. Il bene è avenuto.

Valerio. Si poteva ben fare senza quelle arme. Ma tu dove ne vai, a quest’ora, che suonano per tutto i matutini?

Belcolore. A chiamare il prete Romano che venga a fare il presente.

Valerio. Che presente?

Belcolore. Io non so.

Valerio. Tu vuoi dir «le parole di presente».

Belcolore. Tu di’ il vero. Non son pratica, io, di queste novelle.

Valerio. Anco questo è di soverchio, per ora. Ma partiti, che io veggio venire il mio padrone.

Belcolore. Ricordati che io ti vo’ dare un cavallo.

Valerio. Farò ciò che tu vuoi. Va’ con Dio.

SCENA III

Valerio, Messer Cesare.

Valerio. Con qual volto me gli appresentarò avanti? Debbo finger di non saper nulla o dirgli il tutto?

Messer Cesare. Per Dio, che ella è stata una solenne burla quella che m’hanno fatto in questa notte.

Valerio. Quanto c’è di peggio! E non Iosa, il meschino.

Messer Cesare. Come diavolo essermi condotto un garzone in iscambio di femina? [p. 271 modifica]

Valerio. Ecco che quel gaglioffo del parasite l’averá ingannato d’un’altra maniera di quello che io aveva ordinato, per l’offesa maggiore. Oh povero vecchio!

Messer Cesare. In fine, la mia sará stata una comedia, poi ch’ella è fornita in bene.

Valerio. Pur che non ci fosse il contrario!

Messer Cesare. Per certo, io non arei mai creduto che alcuno potesse tanto assomigliare altrui come costui s’assomiglia a Livia. Sono novelle quelle di Riciardetto e di Bradamante che scrive l’Ariosto. Ho tócco e veduto il tutto e a pena posso credere che egli non sia lei. E pure è maschio. In fine, le venture mi corrono drieto.

Valerio. Si, se le disgrazie si debbono chiamar venture.

Messer Cesare. E adesso io posso bene esser certo d’aver ciò che io voglio, poi che ella a questo effetto ha mandato il fratello, per non metter l’onor suo a discrezione di quel parasite furfante. E, a dire il vero, io correva con troppa fretta. Ma ella n’è ben stata savia.

Valerio. Si, ad aver saputo farsi -**arito Flamminio.

Messer Cesare. Ma che dirá come vedrá l’anello?

Valerio. Ora egli m’ha veduto. Debbo dirlo o no?

Messer Cesare. Valerio, che fai tu qui fuora? ove è Flamminio? Non t’aveva veduto.

Valerio. E voi dove séte stato con Livia?

Messer Cesare. Non cercar di cotesto, che non s’appartiene a te; e respondimi a quello che io ti dimando.

Valerio. Oh poveretto voi! Dove è la riputazione de’ vostri anni?

Messer Cesare. Tu non vuoi fornire con questa tua lingua, temerario, se non mi fai toglier bando di Roma?

Valerio. Poveretto, dico. Voi séte tradito da ogni parte e parvi d’aver fatto guadagno.

Messer Cesare. Tradito di che? quai tradimenti sono questi? Fa’ che io gli sappia.

Valerio. Il vostro caro parasite, il vostro consigliere, il vostro fa - il - tutto v’ha pure uccellato, poverino! [p. 272 modifica]

Messer Cesare. Uccellato me?

Valerio. Voi, padrone astuto.

Messer Cesare. Me uccellato? e di che? Dillo tosto; non mi tener sospeso.

Valerio. Voi credevate che il ghiotto facesse per voi la imbasciata a Livia...

Messer Cesare. Che non l’ha fatta per me?

Valerio...ed egli l’ha fatta per Flamminio.

Messer Cesare. Che?

Valerio. Voi credevate che ’l tristo vi conducesse, questa notte, a lei e v’ha condotto Flamminio.

Messer Cesare. Oh Dio! Che è quello che io odo? Egli ha condotto Flamminio a Livia?

Valerio. A Livia, egli ha condotto Flamminio; a Livia.

Messer Cesare. Dunque, m’hai ingannato ancor tu, ladri e manigoldi che voi séte!

Valerio. V’ho ingannato io, a dirvi quello che vi sarebbe avenuto?

Messer Cesare. Non mi dicesti tu che egli era andato a cena col signor Fabrizio? Tale devea esser la cena ordinata da voi, che ’l fuoco v’abbruci, disleali, furfanti e mancatori di fede!

Valerio. Se Flamminio mi disse cosi, perché non lo dovea io credere, che lo giudicava un santarello?

Messer Cesare. Adunque, Flamminio s’era inamorato di lei, sapendo che n’era inamorato io? Vedi amore ed osservanza di figliuolo!

Valerio. Io vi dico tant’avanti, che tra lui e lei n’è seguito il matrimonio.

Messer Cesare. Il matrimonio? Oh tristo me! Ora conosco l’inganno di quel ribaldo di Ciacco; ora conosco a che fine mi condusse il garzone vestito da donna. Quando piú mai s’udí tradimento maggior di questo?

Valerio. Sareste un duca, padrone, se non vi fusse ancor peggio.

Messer Cesare. Peggio ci è ancora? Oh Dio! E che puote esser peggio? [p. 273 modifica]

Valerio. Voi m’avete dimandato di Flam minio e dovevate dimandarmi di Camilla, che importa piú; di cui v’ho detto tante volte.

Messer Cesare. O Dio, fa’ che non ci sia alcun male da quest’altro canto. Che vuoi tu inferir di Camilla? Dillo in una parola.

Valerio. Non vi dissi io da prima, padrone, che lasciaste da parte gli amori, perché essi non si convenivano alla vostra etá, e che attendeste alle cose che v’importavano piú? Ecco che l’effetto vi ha fatto conoscere che io non diceva per vostro male.

Messer Cesare. Or dimmi ciò che tu ne sai, in tua malora, e non mi tener piú sospeso.

Valerio. Camilla se n’è fuggita; Camilla ha sgombrata la casa; Camilla vostra figliuola è ita con quel furfante e ignorante spagnuolo di cui tante volte io v’ho fatto accorto dandovi a veder quello che ne poteva avenire. Ma voi ve ne ridevate delle mie parole. M’avete voi inteso?

Messer Cesare. Oh misero me! Ben mi veggio oggi ruinato del tutto. Ben sono io il piú sventurato uomo del mondo, dove, pure ora, mi parea d’essere il piú felice. Sai tu certo?

Valerio. Io l’ho veduta con quest’occhi; e mi sono affaticato quanto ho potuto d’impedirle questo suo disegno. E poco meno che io non ci son stato ucciso.

Messer Cesare. Dunque, t’era dato tempo di riparare a questa. vergogna e non l’hai fatto?

Valerio. Volesse Iddio che io l’avessi potuto fare! Ma intenderete in casa il tutto piú distesamente; che troppo oggimai il fatto è palese e non mi par che stia bene di piú publicarlo con parole qui in istrada. E, come l’arete inteso, conoscerete se io avea tempo da ripararci.

Messer Cesare. Era la fante consapevole di tal cosa?

Valerio. Penso che si.

Messer Cesare. Ahi misero me! Picchia all’uscio, che entriamo in casa; che io mi sento scoppiar di dolore.

Valerio. Tic toc, tic toc. Commedie del Cinquecento - li. 18 [p. 274 modifica]

Messer Cesare. Nissun risponde. Picchia piú forte.

Valerio. Tic toc, tic toc.

Messer Cesare. Piú forte ancora.

Valerio. Toc, toc, toc, toc, toc, toc. O che la fante è morta, o che ella se n’è fuggita parimente.

Messer Cesare. Ben mi saranno tutti i mali roversati a dosso. Picchia quanto pòi.

Valerio. Toc, toc, toc, toc, toc, toc. In fine, non è chi risponda.

Messer Cesare. Doverebbe pur sentir madonna Agnela, se pure ancora ella non ha fatto compagnia alla figliuola.

Valerio. Ecco che s’apre, pure. È la padrona medesima.

Messer Cesare. Oh misero e sciagurato Cesare! Sarai ben ora favola a tutta Roma.

Valerio. Tardi imparano coloro che si lamentano dopo ’I fatto.

SCENA IV

Belcolore sola.

Sia maladetto..... Presso che non l’appicai a tutti i preti. Ho cerco tutto Borgo, la Pace, la Rotonda, il Culiseo, per insino alla Guglia. Ho dimandato di questo prete Romano e mai, per la mia benedetta ventura, alcuno non m’ha saputo insegnar dove egli si stia. A dire il vero, egli non è ancora l’alba e tutti dormono. Sará meglio che io mi torni a casa. Uh! uh! uh! Chi è quel brutto uomo che vien di lá? Mi fo la croce. Ave Maria, gratia piena, Do....

SCENA V

Pedante, Belcolore.

Pedante. «Non per dormire poteris ad alta venire, sed per studere poteris ad alta sedere». Però son surto, idest levato cosí prò tempore. [p. 275 modifica]

Belcolore. Pare un barbagianni o forse il babbuino che la Giutta mi disse aver veduto in casa del signor Pier Luigi.

Pedante. Che parla barbottando questa muliercula?

Belcolore. Messer, chi séte voi, di grazia?

Pedante. Di’ tu a me, sesso profano, sesso diabolico, sesso ingordo?

Belcolore. Io v’addomando se voi sete uno che io vo cercando.

Pedante. Ah! ah! ah!

Belcolore. Di che ve ne ridete voi?

Pedante. Delle parole simplicule che tu hai dette.

Belcolore. E che ho detto io?

Pedante. Si ego sum colui che vai querendo.

Belcolore. Voglio ben dir cosi.

Pedante. Come vuoi tu che io pronostichi e antiveda chi tu cerchi, se non me lo enarri prima?

Belcolore. Io cerco un prete Romano. Sareste desso, voi?

Pedante. Io son desso, si. Questo è un sillogismo. Sará decepta dal duplice senso costei.

Belcolore. Oh lodato sia Domenedio! Gran vergogna è stata la mia. Venite, adunque, se séte quel prete Romano.

Pedante. Ah! ah! ah! Simplicitas foeminae. Ove vuoi tu che io venga, buona femina?

Belcolore. Voglio che vegnate alla padrona mia.

Pedante. Di chi sei tu famula? chi è la padrona tua?

Belcolore. Non lo sapete voi?

Pedante. Domina no.

Belcolore. Non conoscete madonna Agnela che fu moglie di messer Fabio Cesarino?

Pedante. La conosco. Non m’era accorto. Ecco un altro sillogismo.

Belcolore. Ella m’ha mandato a voi e dice che vegnate a lei.

Pedante. Che vuole ella da me?

Belcolore. Ha maritata Livia. / Pedante. A proposito. Chi è lo sponso? chi è il consorte? chi è il marito? [p. 276 modifica]

Belcolore. Un bel giovane.

Pedante. Ha egli nome in baptismo?

Belcolore. È detto Flamminio.

Pedante. Di chi è egli genito? chi l’ha procreato? di chi è figliuolo?

Belcolore. Che so io? D’un gentiluomo ricco e da bene.

Pedante. Hai in memoria il nome? /* Belcolore. Si, si; m’è venuto or ora: messer Cesare.

Pedante. Quam bene interrogavi eam! Nodum in scirpo quaerebam.

Belcolore. Veniteci, donzellone; che direte poi il calendario un’altra volta.

Pedante. Tu hai preso un granchio perché io non son quello che tu vai cercando. Certo, ch’io non son fatto ad immaginem et similitudinem suam.

Belcolore. Non m’avete voi detto che eravate desso?

Pedante. E te lo dico iterum, che sono io. E, se io sono io, sarebbe cosa obbrobriosa e noviter impressa a volere essere pre’ Romano.

Belcolore. E chi séte, adunque?

Pedante. Filosofo, hoc est sapiente, dotto, eloquentissimo.

Belcolore. Ora vi potete tenere da piú della Guglia, sendo tante cose. Oh che bella fronte di pazzo! State con Dio.

SCENA VI

Pedante solo.

È pure imperfetto animai la femina, irrazionale e pericoloso. Ogn’altro uomo avrebbe fatto risposta a questa famula: io eccetto, che mi reggo sempre con providentissima prudenzia né mi lascio trasportare alla còlerá. Ma ben è vero quel detto de’ sapienti che «sors omnia versat». M’ha mandato inanzi questa insipida acciò che io sapessi molto bene a punto lo scelere di Flamminio. A suo danno reprchensi eum. Meo sum officio [p. 277 modifica]functus. Verum enimvero quelle sue parole penetrative non mi. sono uscite, questa notte, di testa. Ma, perché il mio parlar solum potrebbe trovar qualche puoco di reprensiuncula, ora dirigerò il gresso a Santa Maria Rotonda olim chiamata Pan- ( theon, cioè tempio dicato a Cibele mater omnium deorum. E, auscultata la messa, farò regresso alla scola.

SCENA VII

Giacchetto nel suo abito di prima, Pedante.

Giacchetto. Chi arebbe potuto tener le risa, vedendo ridere il cardinale della piacevole burla da me fatta al vecchio? Egli ha riso tanto che ancor ride. Ma non si potrebbe dire Pallegrezza del mio padrone. Egli ha pur Camilla seco e la vuole isposare. Onde il cardinale mi manda ora a chiamare il pedante, che insegna lettere a’ fanciulli qui in Santa Maria Rotonda, il quale è il pedagogo del figliuolo del vecchio uccellato, acciò che esso gli parli e vegga di racchetar Pira di quello sciocco. Sciocco, per certo: che nessuno altro, eccetto lui, m’arebbe lasciato dipartire, avendomi conosciuto maschio, senza una soma di buone e di solenni bastonate; e non arebbe per ciò cosí dato fede alle mie baie. Pure, e’ bisogna che ce ne siano d’ogni sorte, a far bello il mondo. Ora a me par gran maraviglia che io sia tanto simile a questa Livia quanto essi dicono e come io ne ho veduto l’effetto con costui. Ma vedi lá il pedante. Con che riputazione egli si sta ascoltandomi e guardandomi in atto di volersi partire! Gli voglio fare un profumato saluto. Dottissimo e reverendissimo messere, il buon giorno alla Vostra dottissima e reverendissima Signoria.

Pedante. Non mi adulterare humilitatem meam con la superbia degli epiteti e lassa si fatto titolo per cardinalia quaeque.

Giacchetto. Se fosse ben papa, si peccarebbe a dar del «reverendissimo» a questo ser poltrone.

Pedante. Che dice questo iuvènculo?

Giacchetto. Io dico che voi séte un Salamone e che a Vostra [p. 278 modifica]Signoria sta bene il «reverendissimo» e peggio. Ma voi che dite di «vènculo» ?

Pedante. Dico che tu sei iuvènculo, cioè giovanetto.

Giacchetto. Io v’intendo, ora.

Pedante. Se hai a splicarmi nulla, sollecita, perché brevis oratio...

Giacchetto. Udite, messere; e perdonatemi, se io userò un poco di presonzione nel dire.

Pedante. Di’ pure, favella, sermoneggia, che io ti do plenaria indulgenzia; volli dir, libertá di confabular meco.

Giacchetto. Ho udito dire che fu sempre costume di chi sa lo accommodarsi ai tempi.

Pedante. Sentenzia ciceroniana. Optime est. Il tuo ingegno è perspicace.

Giacchetto. Adunque, dovereste parlar per lettera con i dotti che hanno mangiata la paglia come un bue e con meco v. venire alla colonna; perché io non conosco i vostri cuius e mai non vidi libro se non di fuori, intendetemi voi?

Pedante. Intelligo.

Giacchetto. Mi dovete conoscere, è vero?

Pedante. Cosi, per fisionomia sferica.

Giacchetto. Sapete chi è il mio padrone?

Pedante. Io lo so.

Giacchetto. Or bene. Voi avete a saper che monsignore il cardinale vi fa intendere che Vostra Eccellenza venga adesso adesso a lui.

Pedante. Accade forse a Sua reverendissima Signoria di prevalersi dello acume del mio spirito circa la Biblia o contra Lutero? o pure che io la informi di qualche bella esortiva «ad regem Francorum in Turcas»?

Giacchetto. Che dite?

Pedante. Dico se tu penetri per che negozio Quella voglia -g- ^.trarre il sugo del mio profondo intelletto.

Giacchetto. Domine no, che io non son suo secretario.

Pedante. Che vai tu, adunque, augurando della importanzia della cosa? [p. 279 modifica]

Giacchetto. Io so che il cardinale ha bisogno di servirsi del vostro giudizio; ma non so se per lettera o per volgare.

Pedante. Andiamo a lui; che questa mia facultate, questo mio tesauro incorruptibile, il quale non subiace a fronte capillata post haec occasio calva (parlo delle lettere e della latinitade di cui ho fatto acquisto con notturne e diurne vigilie), sono per espromere laeto vultu et espendere alle occorenzie di Quella, cioè di Sua reverendissima Signoria, la quale può dirmi: — Sic volo, sic iubeo. —

Giacchetto. Ella è pure una crudel cosa la pedantaria di questo bufolo.

Pedante. Ideo come è il tuo nome?

Giacchetto. Giacchetto, a’ piaceri di Quella.

Pedante. Giacchette mi suavissime, quando a te piace, ambuliamo.

Giacchetto. «Il servigio che si fa presto vai duo tanti», disse mastro Tignoso da Bologna.

Pedante. Verum est. È questa la semita?

Giacchetto. «Semita»? Pur su la paglia! Non v’ho pregato io che parliate alla carlona?

Pedante. Verum; et ita est, mi Tyro. Ma io ho si faconda lingua in exprimere quicquid in buccam venit con latino sermone che m’era scordato della promessa. «Semita» è quello istesso che è «calle» e «strada».

Giacchetto. Ora io v’intendo. Drizzatevi a quest’altra, che ci saremo a un tratto. Spettatori, io vi fo sapere che questo pedante è nemico delle donne ed è un gran tristo.

Pedante. Ove sei tu, dulcissime Giacchette?

Giacchetto. Andate pur costá, che io vi sono dietro visihilium et invisibilium e vi seguo cosí di lontano.

Pedante. Perché di lontano? Credi tu che io sia un «noli me tangere»?

Giacchetto. Per farvi l’onore che si conviene a un pecora par vostro.

Pedante. Per tua grazia.