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atto quarto 267


Giacchetto. Forse pensi un fine e ne ha a riuscire un altro.

Ciacco. Riesca con Dio.

Giacchetto. Il vecchio rimase sopra sé un altro pocolino; poi, parendoli che io avessi rafiísato il sonno, da capo incominciò la lasciata opera. Finalmente, giunto al fornir delle cosce, trovando al suo luogo quella radice per cui si conosce l’uomo dalla femina...

Ciacco. Quasi che non ci facessero differenza mille altre cose ancora! Ma sei pur giunto lá.

Giacchetto. ... io non vidi il viso che egli allora facesse, ma gli sentii trarre un grido e dire: — Che è questo? dormo io o no? — Io, fingendo di rompere, a quella volta, il sonno, me gli rivolgo e lo guardo fiso; ed egli me; ed io lui.

Ciacco. Che meritavi tu allora?

Giacchetto. Che egli m’avesse donato cento scudi d’oro. Ma ascoltami, se vuoi.

Ciacco. Fornisci, di grazia, che tu m’hai concio. E questo è quello che tu di’ che t’avevi imaginato di fare in servigio mio?

Giacchetto. Che dirai allora che conoscerai d’aver cagione di essermi ubligato per sempre?

Ciacco. Bello obligo, in fé di Dio!

Giacchetto. Per non tener questa istoria piú lunga, il vecchio, al fine, mi domandò chi io era e per qual cagione gli era fatto quell’inganno. Io gli dissi che era fratello di Livia e che ella m’avea mandato in quell’abito affine che io il rendessi certo che ella l’amava e che non volea che tu sapessi nulla di ciò.

Ciacco. La cagione?

Giacchetto. Che non si fidava di te per conoscerti mala lingua.

Ciacco. Gran mercé!

Giacchetto. Che ti pare? Non è stato sottile avedimento, il mio?

Ciacco. E per questo vuoi che io ti sia tenuto?

Giacchetto. Lascio considerare a te. Ma, acciò che io dia fine alla burla, il buon vecchio subito prestò fede alle mie parole;