I dintorni di Firenze, volume I/III. Barriera della Querce

III.Barriera della Querce

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II. Barriera settignanese IV. Barriera delle Cure
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III.

Barriera della Querce


Itinerario. — Viale del Campo di Marte - Viale Manfredo Fanti - Via Lungo l'Affrico - Majano — Via delle Cento Stelle S. Gervasio - Fonte all’Erta - Via di Camerata — Via Alessandro Volta - Via delle Forbici — Via della Piazzola - S. Domenico di Fiesole.

Mezzi di comunicazione. — Tranvai Firenze - S. Gervasio S. Domenico - Fiesole — e Firenze - Coverciano - Settignano.

a una vecchia e soppressa chiesetta di S. Maria della Querce, della quale parleremo nell’ultima parte di questo capitolo, derivò il nome di questa Barriera la quale venne aperta lungo la vecchia strada fiesolana che faceva capo alla Porta a Pinti. La barriera sorge sul terreno che fu un giorno occupato dal ricco monastero camaldolense di S. Benedetto al Mugnone, edificato nel 1399 dalla famiglia Ricci e distrutto interamente nel 1529 pochi giorni prima dell’assedio.

Fuori della Barriera è quasi un nuovo quartiere della città sorto in un breve corso d’anni e composto di palazzi, villini, case, opifici industriali e monasteri.

Diverse strade che attraversano questo nuovo e fiorente subborgo guidano per differenti direzioni alle colline desolane che con lieve inclinazione s’inalzano dalla pianura di Firenze: e noi ne percorreremo le principali, per soffermarci a quelli edifizi che di fronte all’arte, come alla storia presentano un interesse degno di ricordo. [p. 64 modifica]L’ampio viale che muove dalla vicina Barriera delle Cure sbocca di fronte al Campo di Marte, passa a breve distanza anche dalla barriera della Querce e ad esso fanno capo le vie che formano come il programma del nostro itinerario. Prendendo prima di tutto per il Viale del Campo di Marte troviamo a mano destra

I Merli. - Villa Maiorfi. — Grandiosa villa che nel volger de’ secoli ebbe anche altri nomignoli, perchè si chiamò il Palagio de’ Martelli, la Passera e la Bugia.

Quest’ultimo, come a qualche altra villa de’ nostri dintorni, dev’esser derivato dal fatto che all’aspetto della facciata di elegante stile barocco del XVII secolo non corrispondeva la struttura interna del fabbricato, talché cotesta facciata altro non era che una vela di muro riccamente ornata, destinata a nascondere il cortile che si apriva fra le due ale dell’edifizio. Fu la più importante fra le ville che la celebre famiglia de’ Martelli possedeva nel popolo di S. Gervasio fino dal XV secolo. Ai Martelli appartenne fino all’anno 1730; poi a cagione del fidecommisso indotto dal Cav. Pietro Martelli insorse questione fra la famiglia di lui ed i Cattani, questione che si chiuse nel 1755 con un lodo che assegnava ai Cattani il possesso della villa de’ Merli. Una figlia di Vincenzo di Piero Cattani portò in dote la villa ai Mancini di Cortona che nel 1826 la vendevano al Cav. Jacopo Piccinetti il quale la lasciava in eredità all’attuale proprietario.

A poca distanza è il vastissimo Campo di Marte o Piazza d’Armi che il Comune di Firenze, espropriando parecchi poderi, creò nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia per uso delle milizie della guarnigione.

Attraversando il Campo di Marte e percorrendo il Viale Manfredo Fanti che gli gira attorno e dirigendosi verso il Viale lungo il torrente Affrico, s’incontra un gruppo di antiche ville che ebbero un giorno il nomignolo comune di Cantone perchè poste sul canto della via che da S. Gervasio conduce a Coverciano. [p. 65 modifica]Buoncantone. - Villa Norsa. — Col nomignolo di Cantone e di Malcantone erano denominate, come abbiam detto, diverse antiche ville poste nella parte orientale del popolo di S. Gervasio presso il vecchio corso del torrente Affrico che venne spostato per l’ampliamento della cinta daziaria. Per distinguerla dalle altre, questa villa che in antico appartenne ai Panciatichi, poi ai Gherardi, venne denominata Buoncantone. Nel maggio del 1544 Cesare ed i fratelli figli di Bartolommeo, più comunemente chiamato Baccio Bandinelli scultore, acquistavano la villa dai Sindaci di Alessandro Gherardi e per un lungo corso di secoli il possesso non uscì dalla famiglia Bandinelli. Per quanto acquistata in nome de’ figli, la villa servì di dimora anche allo scultore devotissimo della casa Medicea, come può rilevarsi da un’epigrafe che tuttora si conserva in questo luogo.

Ampolloso come artista e come uomo, il Bandinelli volle con quest’iscrizione affermare che dal suo antichissimo e nobilissimo sangue era uscito Rainuccio Bandinelli senese che fu Papa sotto il nome di Alessandro III, ciò che del resto è da mettersi in dubbio.

La villa è d’elegante e corretta architettura de’ primi del XVI secolo ed ha nella parte interna un grazioso cortile con portico di puro ordine toscano, eretto indubbiamente prima che essa fosse acquistata dai Bandinelli

Malcantone. - Casa delle Suore Calasanziane. — Fin dal XIV secolo era una casa da signore della famiglia Martelli. Nel 1592 il cav. Domenico Martelli la vendè a vita a Girolamo di Raffaello Ubaldini dottore e sacerdote fiorentino, ma poco dopo, gli ufficiali della Mercanzia come creditori del Martelli se ne impossessavano e nel 1600 la vendevano al cav. Rodrigo Alidosi discendente dall’illustre famiglia che ebbe un giorno la signoria d’Imola. Ma sembra che l’Alidosi non avesse la fortuna pari alla nobiltà, perchè gli ufficiali del Monte glie la sequestrarono vendendola nel 1615 a Bartolommeo di Roberto Galilei. I Galilei la possedettero fino alla loro estinzione lasciandola, insieme al nome, in eredità ai Mannelli ai quali fino a pochi anni addietro appartenne. [p. 66 modifica]Cantone o Malcantone. - Casa Martelli. — Anche questa fu villa, o come si diceva in antico, casa da signore e come la precedente fu fin da tempo remoto di proprietà dell’illustre famiglia de’ Martelli la quale la possiede tuttora, quasi a ricordare i molti beni che essa ebbe nei secoli decorsi nel popolo di S. Gervasio.

Seguendo il viale Lungo l'Affrico fino al piazzaletto dove fu già la Barriera di Majano, soppressa ormai da varij anni, si trovano a breve distanza fra loro diverse strade che conducono a Majano ed alle numerose ville che popolano quella leggiadra collina.

Senza scegliere uno piuttosto che un altro di cotesti stradali, abbiamo riunite insieme tutte le notizie che si riferiscono a Majano ed alle sue ville.

Collina di Majano. — Alcuni fondamenti di grosse muraglie in varj tempi scoperti, il nome di una porta che in antichi documenti riguardanti questi luoghi trovasi rammentata, delle torri che coronano diverse ville, fecero credere che a Majano esistesse anticamente un vero e proprio castello murato, con porte, bastioni e torri; in realtà però, Majano altro non è stato che un luogo delizioso, una vaghissima collina sparsa di case e di ricchissime ville che negli antichi tempi saranno state fortificate anche in modo da poter resistere alle scorrerie di qualche masnada, e che furono sempre un piacevol ritrovo nell'epoca della villeggiatura. Oltre ai pregi che gli offre la posizione veramente mirabile, Majano può vantare il merito di essere stato culla di sommi ingegni che colle opere loro si meritarono un posto onorevolissimo nella storia nostra. I nomi soli di Dante da Majano, uno de’ più gentili poeti del xiv secolo, di Benedetto da Majano, scultore e architetto meraviglioso e del fratello Giuliano, esso pure artista di meriti infiniti, bastano ad illustrare questi luoghi dilettosi che la ferace penna de’ più rari ingegni d’ogni tempo, mai si stancò di magnificare. [p. 67 modifica]Chiesa di S. Martino a Majano. — Nella parte pianeggiante del colle e quasi nel centro di quel villaggio costituito in gran parte da antiche ville, sorge la vecchia chiesa di S. Martino della quale si hanno ricordi fino del secolo xi. Pure essendo annessa ad un antichissimo monastero di donne, essa fu parrocchia fin dalla sua origine; ma infinite trasformazioni subì lungo il corso de’ secoli e quasi tutte le opere d’arte onde venne per il passato adornata dalle badesse e dalle suore che ne avevano la cura scomparvero. Piccola, a forma di croce latina, aveva perduto ogni traccia della sua vetustà quando, anni addietro, il commendatore Tempie Leader la volle quasi interamente rifare, capovoltandola e restituendole il carattere e le decorazioni tutte del xiv secolo, sicché oggi è, si può dire, ritornata al suo primitivo aspetto. Delle molte opere che in secoli da noi lontani P adornavano, poche sussistono tuttora. Una tavola in tre compartimenti, colla Vergine, il bambino, S. Giovannino e lateralmente S. Martino vescovo e.S. Benedetto opera di Battista Naldini, fatta dipingere, come si rileva da una iscrizione, da Suor Maria Benedetta di Tebaldo Della Casa nel 1584, un’altra tavola rappresentante l'Annunziazione, opera pur essa del Naldini che l’esegui nel 1585 a spese delle monache Maria Benigna Barducci, Maria Francesca Baldini e Ginevra degli Adimari, una mensola o gocciola d’un tabernacolo di pietra serena di leggiadra scultura che ricorda la maniera di Giuliano da Majano; ecco tutto ciò che oggi vi rimane, mentre s’ignora la sorte di antiche tavole e d’opere di scultura che secoli addietro adornavano ancora la chiesa monastica. Da i ricordi del monastero si sa che nel 1477 nel giorno di S. Bartolommeo, per un fortunale di tempo caddero la chiesa ed il campanile che le monache dovettero poco dopo ricostruire.

Monastero delle Benedettine di Majano. — L’ampio edifizio, che oggi serve ad uso di fattoria della tenuta Temple Leader, passata in proprietà di Lord Westbury, fu già monastero delle suore Benedettine ed esisteva insieme alla chiesa nel XI secolo. Fino dalla sua origine il monastero era stato donato ai vescovi di Fiesole e [p. 68 modifica]godeva perciò speciali privilegi, fra i quali, quello di offrire prima d’ogni altro luogo sacro della diogesi, ospitalità ai Vescovi quando prendevano possesso dell’ufficio loro. Gli uomini della famiglia fiorentina degli Arrigucci che avevano titolo di difensori del Vescovado di Fiesole, si recavano al palazzo presso S. Maria in Campo e insieme ad un numeroso e ricco corteggio accompagnavano il Vescovo nel convento di S. Martino a Majano; quivi dopo una solenne cerimonia aveva luogo un sontuoso banchetto al quale in separate tavole sedevano tutti coloro che avevano preso parte all’accompagnamento. Il monastero dell’ordine Benedettino era largamente provvisto di rendite e di beni per i molti lasciti avuti da varie famiglie e per le eredità pervenuteli dalle monache che dovevano appartenere tutte a famiglie nobili. Ebbe vita fino alla soppressione francese del 1808 ed allora, appena uscitene le monache, il vasto locale fu ridotto ad uso d’abitazione di pigionali.

Nel 1873 il fabbricato veniva acquistato dal sig. Giovanni Temple Leader, il quale lo restituiva alla primitiva forma facendone sede dell’agenzia della propria tenuta. Nel centro dell’edilizio è un bel chiostro con portico attorno e da un lato di questo si vede ancora un affresco del XIV secolo, assai restaurato, rappresentante la Vergine della Misericordia che accoglie sotto il manto sostenuto da due angeli volanti, una moltitudine di suore, di vescovi e di religiosi.

Majano. - Villa di Lord Westbury. — È la più grandiosa ed una fra le più sontuose fra le ville che costituiscono il villaggio di Majano. Fu insieme all’altra villa detta il Palagio, antichissimo possesso della famiglia Tolosini che ebbe a Firenze il suo palazzo in Via della Burella. Da Andrea Tolosini ereditò questa villa la vedova Antonia Boscoli che nel 1464 la vendeva a Benedetto di Bartolommeo degli Alessandri. Un uragano scoppiato il giorno 24 agosto del 1481 abbattè la villa che l’Alessandri riedificò con molto dispendio e che poco dopo dovette cedere al cognato Guido Sforza Conte di S. Fiora in pagamento di debiti con lui contratti. Federigo del Conte Guido la vendè nel 1510 a Girolamo di Bartolommeo Buonagrazia e dal successore [p. 69 modifica]di lui l'acquistava nel 1546 Alfonso di Luigi de’ Pazzi letterato valente. La tradizione, ricordata anche da una lapide, vuole che in questa villa abbia abitato anche S. Maria Maddalena de’ Pazzi. Estinto il ramo de’ Pazzi al quale la villa appartenne, essa andò nel 1679 in eredità ai Grifoni e Michele la vendeva nel 1710 ai Tolomei Biffi che la possedettero fino all’anno 1830.

Il sig. Giovanni Temple Leader che la comprò in quell’anno, la fece quasi interamente ricostruire, dandole il carattere di un antico palagio campestre. Egli poi ne fece come il centro d’un ampio possesso del quale entrarono a far parte molte delle antiche ville di Majano che anderemo enumerando. Il comm. Tempie Leader, che fu cosi benemerito delle arti, che fu studioso coltissimo delle nostre memorie, ebbe l’onore di accogliere in questo suo splendido soggiorno sovrani e principi reali. Un’epigrafe ricorda anzi come il 30 aprile 1875 furon qui ospiti il Principe Umberto, la Principessa Margherita d’Italia col Principe Federigo Guglielmo e la Principessa Vittoria di Germania. Alla morte dell’illustre gentiluomo la villa con tutti gli altri beni andò in eredità a Lord Westbury.

Il Palagio degli Allori o Morone. - Villa Westbury. — I fratelli della Compagnia di Or S. Michele venderono nel 1358 questo palagio a Francesco di Lorenzo Moschini speziale, la nuora del quale Gostanza, l’alienò nel 1413 a Giovanni di Sano Biffoli. Marco di Francesco Tassini la comprò dai Biffoli nel 1471 rivendendola quattro anni dopo a Luca di Piero Da Panzano, da’ successori del quale passò nel 1656 per eredità nei Quaratesi, poi per compra nei Fabroni e nei Dudley. Dopo numerosi altri passaggi di possesso, l’acquistava nel 1852 il sig. Giovanni Temple Leader per unirla agli altri suoi beni di Majano.

La Fornace o il Garoso. - Villa Westbury. — È un altro dei possessi che costituirono la fattoria di Majano del compianto comm. Tempie Leader. Da Isaia da Castelfranco che la possedeva nel 1427, questa casa da signore passò nel 1469 nei Valori, poi nel 1544 nei Bartoli e nel 1581 in Giovanni di Matteo Carosi dal quale le venne il nomignolo di Caroso. Dai Fabrini che la comprarono nel 1643 [p. 70 modifica]pervenne in eredità ai Dudley Duchi di Northumberland e Warwich, che esuli si erano stabiliti a Firenze, ottenendo i favori e la protezione della casa Medicea. Da loro passò nei Paleotti poi in altre famiglie.

Il Giardino. - Casa Loni. — Nel 1427 era casa da signore dei Manzuoli che la venderono nel 1451 ai Bracci. Per eredità passò nel 1475 nei Boninsegni de’ quali si veggono tuttora gli stemmi scolpiti nell’architrave delle porte. Nel 1481 perviene in eredità nei Gualterotti, poi dopo altri passaggi, va nel 1649 ad accrescere il possesso che per breve tempo ebbero a Majano i Dudley Duchi di Northumberland. Da loro passò nei Paleotti, poi nei Mormorai, nei Baldi Della Scarperia e finalmente nei Frati di S. Croce.

Il Palmerino. - Villa Paget. — Leggiadra villa che sorge nella fresca vallicella del torrente Affrico, appartenne in origine a Ottaviano d’Antonio di Duccio orafo fiorentino, fratello di Maestro Agostino che il Vasari qualifica erroneamente per fratello di Luca Della Robbia e che molto lavorò a Perugia di scultura e d’invetriato. Ottaviano lasciò questa sua villeggiatura in eredità alle figlie Lorenza moglie di Leonardo Nelli e Margherita sposata a Benedetto di Papi Palmerini. Questi nel 1545 comprò la parte della cognata e abbellì la villa che insieme ad altri beni di Firenze costituì in dote di una Commenda di S. Stefano da lui fondata. Ultimo della famiglia ed ultimo a godere le rendite della familiare commenda, fu Jacopo Palmerini, alla morte del quale i beni vennero assegnati al cav. Gio. Battista Federighi. Nel 1724 la villa venne acquistata dai Mormorai, nel 1795 passò per eredità ai Baldi della Scarperia e da questi la comprarono nel 1855 i Frati di S. Croce.

Poderino o Le Lamprede. - Villa Lindt. — A’ primi del XV secolo era della Compagnia dì S. Zanobi che la concesse nel 1427 a fitto perpetuo alla famiglia Vivuoli che abitava in Via Fiesolana. Nel 1581 i Vivuoli la venderono ai Perini: questi nel 1587 ai Della Rocca ai quali venne confiscata per causa di debiti e venduta nel 1588 a Giovan Maria Orgogli. I Rosati nel 1589, i Chiavacci [p. 71 modifica]nel 1595, poi i Ticciati nel 1631, ebbero successivamente questa villa comprata nel 1739 dai Mormorai Della Sbarra che insieme ad altri beni vicini la lasciarono ai Baldi della Scarperia.

Il Ciliegio. - Villa Benni. — Il nomignolo della villa deriva dal cognome della famiglia Del Ciliegia che la possedeva ai primi del xv secolo e ne fu padrona per due secoli successivi. Per ragioni di fidecommisso, all’estinzione dei Del Ciliegia il possesso andò nel 1678 indiviso nelle famiglie Salvetti, Forti e Bardini che nel 1701 lo vendettero a Pier Francesco Mormorai. Come gli altri beni de’ Mormorai, andò questa villa in eredità ai Baldi Della Scarperia da’ quali la compravano nel 1855 i Frati di S. Croce. Alla soppressione, cadde in possesso del Demanio che nel 1868 l’alienò al cav. Luigi Pozzoli.

Majano. - Villa Westbury. — Graziosa villa che ha al pianterreno una elegante loggia. Era una delle case che fin da tempo lontano la famiglia Valori possedeva su questi colli e come le altre, a causa della ribellione di Francesco di Niccolò, fu confiscata dal Duca Cosimo il quale ne fece dono a Lorenzo di Andrea Pagni Bordoni. La villa fu da lui riedificata nel 1552 e costituita in dote alla commenda di S. Stefano che nel 1569 venne assegnata a Michelangiolo Orlandi suo nipote. Dagli Orlandi la comprarono i Monzecchi nel 1643 e nel 1717 le Monache di S. Martino a Majano. Nel 1862 l’acquistava dai Catanzaro, che la possedevano fino dal 1816, il sig. Temple Leader.

La Querce. - Villa Covoni-Girolami. — Col nome della Querce e più precisamente della Querce a Majano è indicata quella parte della collina che dal villaggio di Majano scende verso Coverciano e S. Martino a Mensola. Questa villa fu a’ primi del XV secolo degli Arrighi dai quali passò nel 1550 per eredità in Maria di Niccolò Del Pugliese la quale la lasciò ai nipoti Antonino e Dianora Canigiani. Da loro andò in possesso dello Spedale degl’innocenti e da questo la comprava nel 1653 il Senatore Marco di Francesco Martelli, cedendola poi in permuta a Ferdinando d’Andrea Del Frate. Francesca [p. 72 modifica]vedova di Lorenzo Del Frate la vendè nel 1698 agli Eschini di Palazzuolo da’ quali per fidecommisso pervenne nei Pandolfini. Da questi passò nel 1753 nei Borgherini, nel 1764 nei Della Stufa, nel 1796 nei Ferrari, poi fu Spadini, Frangiolini, Hall, Mariotti, Vanni. L’attuale possessore Conte Pier Filippo Covoni Girolami l’ha fatta interamente restaurare, dandole il carattere architettonico del XVII secolo.

La Querce. - Villa Trenk-Donner — Podere di proprietà fin da tempo remoto de’ monaci Camaldolesi di S. Benedetto al Mugnone, passò nel 1529 dopo la distruzione di questo monastero ai Frati degli Angeli che vi edificarono una cappella dedicata a S. Antonio. Alla soppressione francese, venne indemaniata e venduta nel 1810 a Guglielmo Thaon. Fu dipoi Tonelli, Modena, Coen, Servadio e per qualche anno appartenne anche ad Ismail Pascià viceré d’Egitto.

La Querce. - Villa Herron. — Ultima delle ville di Majano, lungo la via che scende a Coverciano, fu nel 1427 dei Baldovini che nel 1483 la vendevano ai Beni vieni e fu di Pagolo medico illustre, di Domenico canonico e di Girolamo letterati appartenenti all’accademia platonica e seguaci delle dottrine di Fra Girolamo Savonarola. Estinta questa famiglia, la villa passò a Ridolfo e Niccolò Gianni e questa famiglia che la fece ampliare e restaurare, la tenne fino alla morte dell’ultimo de’ suoi, Ridolfo di Niccolò che insieme al nome la lasciava in eredità al Senatore Giuliano Leonetti-Mannucci. Modernamente fu Vegni, Del Punta e Cecconi.

Il Palagio a Majano. - Villa Aiazzi. — Posta lungo la via che conduce a Fiesole, sopra un’altura che domina il villaggio di Majano, questa villa fu in antico un palagio forte e turrito e dubito che da questo avesse origine la tradizione dell’esistenza d’un castello di Majano. Per quanto più volte restaurata ed alterata, la villa serba tracce della sua originaria struttura di un palagio posto fra due massicce torri di difesa. Fin da tempo remoto fu dei Tolosini e Brogliolo di Giovanni lasciò con suo testamento del 1457 che vi si erigesse accanto un tabernacolo in onore di S. Michele, dove si potesse celebrare la messa. Delfina dei [p. 73 modifica]Frescobaldi, ottemperando al desiderio del marito, costruì l’oratorio, ne elesse il cappellano e gli assegnò come dote il podere e la villa. Ma la donazione fu revocata dal Papa Innocenzo VIII, il quale confermò invece nel 1488 la donazione fatta posteriormente dalla stessa Delfina allo Spedale di S. Maria Nuova.

Ma l’oratorio coi suoi beni fu concesso nel 1502 alle Monache di S. Martino a Majano le quali coll’approvazione dello Spedale stesso lo vendevano nel 1560 a Francesco di Stefano Risaliti, che aveva già acquistato la villa. Questi nel 1578 la rivendeva a Giovan Battista di Giovanni Deti dal quale passava temporaneamente nei Sacchetti e nei Della Scala. Finalmente i Risaliti vendevano nel 1702 il Palagio ai Salviati, e da Tommaso, ultimo di questa illustre famiglia, l’ebbe in legato nel 1813 il Dott. Gio. Battista Ajazzi.

Tabernacolo di Majano. — Al disotto della villa del Palagio, nel luogo dove si riuniscono le vie del Salviatino e delle Cave, esiste un antico tabernacolo o maestà. Esso è decorato nell'interno di un affresco della maniera di Ridolfo del Ghirlandajo rappresentante la Madonna col bambino e due angeli ai lati. Nel sottarco è la mezza figura dell’Eterno Padre e negli sguanci sono le figure di S. Giovan Battista, del Re David, di S. Antonio Abate e del Patriarca Abramo.

Majano o il Palazzo Rosso. - Villa Burgisser. — Grandiosa ed elegante villa, fin da’ primi del XV secolo apparteneva ad un ramo della famiglia Medici e precisamente a Tommaso di Francesco. Giovanni di Tommaso Arrigucci l’acquistava nel 1504 e gli eredi suoi la davano in permuta alla famiglia Santucci la quale nel 1600 la rivendeva ai Da Cepparello. Bandito da Firenze Giacomo Da Cepparello, i beni di lui passarono al fìsco e la villa venne acquistata dai Gondi nel 1648. Nel 1692 la compravano i Taddei, nel 1696 i Vanni e nel 1754 i Bellini delle Stelle.

Neil’annessa capppella dedicata a S. Eugenio è una tela dipinta da Giovan Battista Vanni pittore fiorentino del XVIII secolo. [p. 74 modifica]Marmigliano. - Villa Ciampolini. — Era un antico possesso di casa Valori e fu luogo di convegno e di studio, quando la possedevano Filippo Valori ed il figlio Niccolò, cultori valenti ed appassionati della filosofia platonica. Marsilio Ficino, il gran maestro di quella celebre scuola alla quale appartenne pure Lorenzo il Magnifico, fu per vario tempo ospite in questa villa dell’amico Niccolò, il quale venne poi condannato alla prigionia perpetua a Volterra per non aver denunziato una congiura che Pietro Pagolo Boscoli e Agostino Capponi avevano ordita per liberare la patria dal giogo mediceo. Il Boscoli ed il Capponi furono giustiziati, altri che erano nella congiura o che ne avevano cognizione, come il Valori e Niccolò Machiavelli, furono severamente condannati. Però, quando il Cardinale Giovanni de’ Medici divenne il pontefice Leone X, volle che a tutti fosse perdonato e così il Valori fu restituito alla famiglia. Il figlio di lui Filippo fu tra i fuorusciti che a Montemurlo combatterono con tanto valore contro le milizie del Duca Cosimo e caduto prigioniero, venne decapitato il 20 agosto 1537.

I beni di lui vennero per questo fatto confiscati dal Granduca, il quale fece dono della villa di Majano al suo fido maestro di camera Carlo di Messer Jacopo Fei. Nel 1586 la villa fu comprata da Agostino di Tommaso Del Nero ed in questa famiglia rimase fino all’anno 1807. Dopo numerosi passaggi di possesso, pervenne modernamente nei Panattoni e poi nell’attuale proprietario.

In una sala di questa villa vennero trovati degli affreschi di scuola giottesca che rappresentavano un corteggio nuziale con attorno molti stemmi familiari.

II Vivajo o Marmigliano di sotto. - Casa di Lord Westbury. — Anche questa come l’altra chiamata Marmigliano fu antica villa dei Valori e ne subì le sorti ed i passaggi di possesso. I Del Nero che l’avevano comprata nel 1586, la possedettero fino all’anno 1818 in cui fu venduta ai Marchesi Pucci. Il Comm. Temple Leader la comprò dai Tonelli nel 1852 e l’unì agli altri suoi beni di Majano.

Il Salviatino o I Tegliacci. - Villa Carrega di Lucedio. È una delle più grandiose e splendide ville che popolano [p. 75 modifica]la ridente collina di Majano. Nel XIV secolo era de’ Baldesi ed a’ primi del successivo dei Bardi che la ridussero a palagio. I figli di Bardo di Francesco de’ Bardi la venderono nel 1447 a Giovanni di Niccolò Tegliacci e da quel tempo la villa prese il nomignolo dal cognome de’ suoi possessori dai quali passò poco dopo nei Conti Orsini di Pitigliano e successivamente nei Rucellai loro creditori.

Questi la tennero fino al giorno 8 ottobre 1517 in cui la venderono ai Dal Borgo da’ quali la comprò nel 1531 Alamanno d’Averardo Salviati. Dai Salviati che rabbellirono, forse coll’opera dell’architetto Gherardo Silvani, che la circondarono d’un giardino e di comodi annessi, facendone sede di splendide feste e di sontuosi convegni, la villa mutò nuovamente il nome in quello di Salviatino, forse per destinguerla dal palagio che quella famiglia ebbe sopra al Ponte alla Badia di Fiesole. A questa villa deliziosa alludeva il Redi nel suo Ditirambo col verso.

«Del buon Salviati e del suo bel Majano»

Fu de’ Salviati fino all’estinzione della famiglia, gli amministratori della quale la venderono nel 1823 al Barone Francesco di Antonio Frilli maresciallo del Regno di Napoli. Da questi passò per eredità nei D’Almagro, poi per compra nei Pini, quindi, nel 1871 nel Prof. Girolamo Pagliano che vi eresse un’altissima e sproporzionata torre.

Il Conte Resse che acquistò di poi la villa, la fece restaurare nel carattere cinquecentesco dall’architetto Corinti, il quale opportunamente diminuì l’altezza della torre.

Nuovi abbellimenti sono stati fatti alla villa dall’attuale proprietario Principe Carrega di Lucedio il quale ha dato alla torre stessa proporzioni migliori, riducendola di forma simile a quella della villa Reale della Petraja.

Le Cave di Majano. — Sulla destra del torrente Mensola, nel fianco scosceso di Monte Ceceri, esistono da secoli alcune grandiose cave, comunemente chiamate le cave di Fiesole, dalle quali sono state tolte le pietre che hanno servito alla costruzione di molti edifizj cittadini. Le pietre più comuni che si traggono da questa località sono arenarie conosciute coi nomi di pietra serena e pietra [p. 76 modifica]bigia. Fra le cave in esercizio, che sono oltre 40, la più interessante, anche per l’effetto pittorico che presenta, è quella detta delle Colonne, appunto perchè da essa sono state estratte le colonne per la fabbrica degli Uffizj e per numerose chiese e palazzi di Firenze. Questa industria del cavare e lavorare le pietre dà continuo lavoro ad un numero rilevante di operai delle vicine località.

Dalla Barriera della Querce, move la Via delle Cento Stelle, un giorno umile e solitaria, oggi fiancheggiata da moderni ed eleganti edifìzj.

Essa conduce direttamente alla

Chiesa dei SS. Gervasio e Protasio. - D’origine antichissima, questa chiesa non conserva ora nemmeno le tracce della sua remota costruzione. Francesco Cionacci scrive di aver letto in un libro di Giovanni Fabbri ministro dell'Opera e guardaroba di S. Maria del Fiore, il ricordo seguente:

«A S. Cerbagio è nella parete della chiesa un S. Zanobi dipinto et a sotto alcuni quadretti entrovi miracoli e nell’ultimo vi è dipinto la fabbrica di detta chiesa con l’iscrizione che dice che S. Zanobi la fece di suo, cioè questa chiesa la fece fare S. Zanobi di suo». Ora nè il ritratto di S. Zanobi, nè l’iscrizione esistono e nessun documento autentico sta a convalidare o smentire la notizia riportata dal Cionacci, secondo la quale l’erezione della chiesa sarebbe avvenuta nel 395. Ciò è però inattendibile e serve a dare un carattere favoloso al ricordo citato. L’iscrizione si dice venisse tolta nel restauro generale della chiesa avvenuto nel 1786; ma in luogo di essa si legge nel coro un distico latino che press’a poco dice la stessa cosa. La chiesa di S. Gervasio, o S. Cerbagio, come era detta in antico, vuolsi fosse un tempo collegiata con canonici, ridotta più tardi a semplice prioria. Minacciando rovina, essa venne, come abbiamo detto, restaurata o meglio rifatta quasi del tutto nel 1786 a spese del Granduca Leopoldo I. Antichissimo è il campanile di forma ottagona su base quadrata a similitudine di quelli esistenti specialmente in antiche pievi del Mugello; ma lo strato [p. 77 modifica]d'intonaco che lo ricopre ha nascosto ogni traccia della sua organica costruzione e lo fa apparire cosa moderna ed insignificante.

D’un certo interesse, non esistono in questa chiesa che tre quadri: quello del coro, che rappresenta Gesù in atto di saziare le turbe affamate, reca l'iscrizione Santi Titi 1592, quello al secondo altare a sinistra entrando rappresenta il martirio di S. Stefano ed è pure opera firmata di Santi di Tito colla data 1579, l’altro del secondo altare a sinistra entrando ha per soggetto l’Epifania e ricorda la maniera di Matteo Rosselli. Nella chiesa è un bell’organo dell’Onofrio qui trasportato dalla soppressa chiesa dei SS. Agostino e Cristina sulla Costa.

Sul selciato a settentrione della chiesa, sono alcune semplici lapidi sepolcrali, una delle quali dice: Carolina Internari. Ed è tutto ciò che rimane della grande artista che deliziò i nostri padri nella prima metà del secolo scorso.

A breve distanza della chiesa, sulla Via Frusa è

Gli Archi. - Casa De Croys. — Era uno dei numerosi possessi che la famiglia Martelli aveva nel popolo di S. Gervasio. Fu di lei fino al 1627, anno in cui Simona di Lorenzo Guicciardini vedova di Ilarione Martelli la lasciò morendo a Piero di Vincenzo Gondi. Dai Gondi la comprò nel 1732 Bartolommeo di Giuseppe Archi e dal nome di questa famiglia derivò il nomignolo alla villa che nel 1773 passò in eredità ai Franceschini.

Tornando verso la base dei colli fiesolani, si giunge in breve alla

Fonte all’Erta, località che ebbe nome da una fonte che era posta sul canto della ripida strada di Camerata. Nel praticare certi scavi per la costruzione della strada, si trovarono qui alcuni ruderi di costruzioni romane che furono giudicati esser quelli di una casa o di una fullonica.

La Via detta di Camerata conduce appunto sulla collina di questo nome.

Camerata. — Il nome che oggi è proprio soltanto di una via e dell’estremo lembo delle pendici Fiesolane [p. 78 modifica]verso il piano di S. Gervasio, si estendeva in antico a tutta la collina compresa fra il torrente Affrico ed il Mugnone, limitato a tramontana dal piccolo altipiano sul quale sorge la chiesa di S. Domenico ed a mezzogiorno dal piano attorno a Firenze. D'onde quel nome avesse origine è dubbio, nonostante che gli antichi eruditi abbiano tentato di farlo derivare da Camarte, da Campo Marzio e da un opera Concamerata o, come si direbbe, da una grandiosa volta esistita in questo luogo fin da tempo degli etruschi o de’ romani. Ma in mezzo a tante controversie, a tante discussioni ed a tanti pareri incerti, dubbi e contradittorj sarebbe difficile determinare con sicurezza l'esatta etimologia ed è meglio contentarsi di sapere che del nome di Camerata si hanno tracce lino nei documenti del XII e XIII secolo.

Al nome generico di Camerata si trovano pure uniti ed alternati pure il nomignolo di Monte ed anche Ormonte che più specialmente apparteneva alla parte più orientale della collina fra S. Domenico di Fiesole e la località chiamata Fonte all’Erta e l’altro nomignolo di Forbici che da una villa si trasmise all’estremo lembo del colle fra la Querce ed il fosso di S. Gervasio.

La collina di Camerata, per le sue naturali bellezze, per la lieve inclinazione delle strade che vi conducono e l'attraversano, per la sua vicinanza a Firenze, fu fin da tempo lontano un luogo preferito di villeggiatura ed un gran numero di famiglie, fra le più ricche e più potenti, vi edificarono le loro ville delle quali procureremo di evocare i ricordi, additandole fra le tante che popolano ancora questi colli ubertosi e ridenti.

Fonte all'Erta o Camerata. - Villa dei Conti Rasponi. Sull’estrema punta del colle di Camerata che sporge verso il piano di S. Gervasio, sorge framezzo agli alberi rigogliosi di un vaghissimo giardino il grandioso ed elegante fabbricato cinquecentesco di questa villa che per la situazione sua e per i suoi adornamenti è da annoverarsi fra le più belle de’ nostri dintorni. Una villa grandiosa esisteva certo fin da tempo remoto in questa località e forse fu quella villa di Niccolò Cornacchini, dove, secondo [p. 79 modifica]il Vasari, avevano dipinto in alcune stanze Buono, Buffalmacco, Nello e Calandrino. L’esistenza appunto nella villa di resti di affreschi di antica maniera, potrebbe avvalorare la supposizione, in luogo di documenti che non abbiamo rintracciati. Di certo sappiamo che a’ primi del quattrocento la casa da signore era de’ Gaddi, la famiglia dei celebri pittori fiorentini, e che nel 1427 apparteneva ad Agnolo di Zanobi Gaddi. Gli ampliamenti e gli abbellimenti della villa di Camerata sono tutti dovuti a quella famiglia che nell’esercizio del commercio accumulò grandi ricchezze. Nelle condizioni attuali, essa fu ridotta da Niccolò di Sinibaldo gran protettore delle arti, amico di letterati e d’artisti, che nel suo palazzo di Firenze raccolse una celebre galleria ed una biblioteca andate pur troppo in gran parte disperse. Ed a tempo di Sinibaldo la villa della Fonte all’Erta fu asilo ospitale della nobiltà più eletta e di quanti erano uomini d’ingegno e di cultura a Firenze. Il ramo diretto dalla celebre famiglia venne a mancare nel 1748 colla morte del Marchese Sinibaldo di Piero il quale lasciò erede degli averi e del nome Gaspero di Lorenzo Pitti e il Cav. Cosimo del Senatore Piero Antonio Pitti. La villa toccò nelle divise a Gaspero Gaddi, già Pitti che nel luglio del 1770 la vendeva al Marchese Filippo Ponticelli di Parma. Poco dopo, l’auditore Francesco Rossi, giudice della Camera di Commercio in possesso della quale erano i beni Ponticelli, vendeva la villa di Camerata a Niccolò d’Antonio Gondi ed i Gondi la possedettero fino al secolo decorso. Modernamente fu dei Conti Pasolini da’ quali passava per ragioni dotali nei Conti Rasponi delle Teste che sono oggi i fortunati proprietarii di questo delizioso soggiorno.

Nel possesso dipendente dalla villa Rasponi erano due antiche ville ridotte a case coloniche.

La Castellina. — Ai primi del XV secolo era casa da signore dei Gaddi e segui le vicende della villa principale.

Canali. — Nel 1427 era dei Panciatichi, poi nel 1470 passò ai Martelli e da questi nel 1618 ai Passignani che l'unirono ad altri beni che possedevano qui attorno. Nel 1701 [p. 80 modifica]essi la venderono insieme alla villa di Canovaja alle Monache di S. Giuliano.

Canovaja o il Monte. - Villa Peratoner. — Di questa villa troviamo ricordi fin dal xv secolo quando apparteneva ad Agnolo di Andrea di Monte o Del Monte «istà alla zecca» ossia artefice o ufficiale della Zecca fiorentina. Giovanni di Lorenzo Del Monte la vendeva nel 1602 al Cav. Domenico Presti da Passignano uno dei più valenti ed operosi pittori di quel tempo. I successori di lui che avevano assunto il cognome di Passignani, la rivendevano nel 1710 alle Monache di S, Giuliano in Via Faenza, le quali la possedettero fino alla loro soppressione.

Sulla Via del Riposo de’ Vecchi corrisponde Monte in Camerata. - Villa Tharpe. — Circondata da un vasto parco, questa villa ampia ed elegante sorge sulla pendice del colle di Camerata verso la vallicella del torrente Affrico. Nel primo catasto del 1127 era casa da signore di Bernardo del Maestro Francesco della famiglia Ridolfi calzolai del gonfalone Lion Nero. Nel 1469 Niccolò di Giovanni Del Barbigia lanajolo la prese in pagamento di crediti che aveva con quei Ridolfi ed i successori di lui la vendevano il 9 giugno 1562 al «magnifico Messer Lelio Torelli da Fano»; varj anni dopo, nel 1586 egli la rivendè a Giovanni Da Sommaja dal quale l'acquistava nel 1586 Tommaso di Lionardo Da Verrazzano. Per legato di Lucrezia di Lodovico di quest’ultima famiglia, pervenne nel 1649 in Luca di Cammillo Degli Albizzi e negli Albizzi la villa restò fino ai primi del secolo scorso, passando dipoi nei Marchesi Pucci, detti del Teatro Nuovo perchè avevano in Via Bufalini difaccia a quel teatro il loro palazzo che è oggi della Cassa di Risparmio. L’ultimo di questo ramo ridusse la villa alla forma attuale e piantò il parco, imitando il sistema semplice e grandioso che era in uso in Inghilterra. Dalla famiglia Hall che la possedeva ultimamente, fu venduta ai possessori attuali.

Camerata o il Monte. - Albergo delle Lune (Berretti). Possesso antico dei Dazzi che ebbero a Firenze le loro [p. 81 modifica]antiche case in Via del Moro e in Via del Sole, passò ai primi del xvi secolo ad un tal Neri di Biagio di Domenico. Da questi pervenne prima in Gio. Battista di Andrea legnajolo, poi nel 1562 in Ippolito di Antonio Ghetti muratore. I Ghetti la venderono a vita nel 1570 a Daniello da Monte Castelli ricamatore, poi alla di lui moglie Alessandra che si rimaritò poi con Cristofano Allori pittore. Pure a vita, l'acquistò nel 1607 il capitano Niccolò Capponi e quindi tornò nei suoi antichi proprietari, i Ghetti, che la possedevano anche ai primi del decorso secolo.

Buonriposo. - Villa Benedettini. — Fu questa una delle numerose ville che la famiglia Dazzi possedeva a Camerata e nelle pendici del monte di Fiesole. Pierleone di Domenico Dazzi la vendè nel 1598 a Giovanni Marignolli dal quale ne faceva acquisto nel 1611 il prete Bartolommeo di Niccolò Rigaeci. Forse per vendita o per donazione di lui, la villa che aveva il nome di Monte, comune a tutte le altre di questa località, andò a far parte del patrimonio di un seminario femminile fondato in una casa di Via Ghibellina da Faustina Mainardi. La vita di cotesto seminario fu breve e si chiuse con un processo scandaloso nel quale la Faustina ed il complice suo Canonico Pandolfo Ricasoli vennero condannati dal santo Ufficio alla relegazione perpetua per aver insegnato massime perverse e disoneste alle fanciulle affidate alle loro cure. I beni della Faustina furono confiscati e gli ufficiali de’ pupilli vendevano nel 1641 questa villa a Niccolò Bozzolini legnajolo di Fiesole. Egli la rivendeva nel 1664 a Cosimo di Orazio Bargellini che la donava alla figlia Margherita entrata in casa dei Marchesi Capponi. Da lei, nel 1679, la comprava il Cav. Muzio del Bali Fabio Marsili e il figlio di questi, Alfonso Giulio, la rivendeva nel 1724 a Giovanni del fu Tommaso Franchi. Il Franchi morendo nel 1731 lasciava usufruttuaria la sorella Lucrezia e disponeva che alla di lei morte i suoi beni costituissero la dote di una cappella dedicata a S. Pasquale Baylon da lui fondata in questo luogo. Più tardila villa fu Corsi-Settimanni.

Il Sole in Camerata o il Monte. - Villa Modigliani. — Ai primi del XV secolo un Roberto di Messer Giovanni [p. 82 modifica]Martini, forse di quella famiglia Martini che stava a Venezia e che contribuì più tardi ad arricchire la chiesa di S. Domenico di Fiesole, donava questa casa da signore colle terre annesse allo Spedale di S. Maria Nuova. Questo, tenne per qualche tempo, il possesso poi, nel 1546, con contratto del 29 aprile lo concedeva a livello a Messer Agnolo Niccolini Senatore devoto a Cosimo I il quale, dopo averlo adoperato in molte altissime missioni, lo indusse nella tarda età ad abbracciare la carriera ecclesiastica nella quale ebbe nel 1564 l’arcivescovado di Pisa e nell’anno dopo il cappello cardinalizio. Nel contratto collo Spedale di S. Maria Nuova Agnolo Niccolini si obbligò a pagare 350 fiorini d’oro d’entratura, e un canone annuo di 2 libbre di cera per quel possesso che è così descritto: «una casa da signore con cappella, orto e due poderi».

Il 2 settembre 1562, con altro contratto, lo stesso Messer Agnolo lo affrancava dal vincolo livellare ed impiegava le sue rendite nell’abbellire in ogni modo la villa che lasciò in eredità al figlio Senatore Giovanni. I Niccolini ebbero fino al decorso secolo la proprietà della villa di Camerata. In epoca moderna il Comm. Angiolo Modigliani, che l’aveva acquistata, la fece completamente restaurare, conservandole però tutto il carattere sontuoso datole dal Cardinale Niccolini. Essa è di bello stile del XVI secolo, ricca di pietrami nei quali veggonsi scolpiti gli stemmi della famiglia Niccolini e di casa Medici ed è circondata da un delizioso giardino.

Camerata o il Monte. - Villa Pelhen. — Nel XIV secolo gli Albizzi possedevano già questa casa da signore insieme a poderi ed a terre vicine e quando nel 1372 Alessandro e Bartolommeo si separarono dalla famiglia per assumere il nuovo cognome degli Alessandri, questo possesso toccò a loro nelle divise coi parenti. Nel 1427 la villa apparteneva ai figli di Ugo degli Alessandri, Bartolommeo viceré di Sicilia e consigliere della regina Isabella di Napoli, Alessandro cittadino di grande autorità, valoroso capitano, e Niccolò, tutti e tre nemici accerrimi di casa Medici. Gli Alessandri ebbero il possesso di questa villa fino alla seconda metà del XVIII secolo; poi essa [p. 83 modifica]passò ai Pecori da’ quali l’ebbe in eredità l’ultimo Marchese Rinuccini al principio del secolo scorso. Egli abbellì la villa e la corredò di un ampio e delizioso parco spendendovi l’ingente somma di oltre 80,000 scudi. Così l’antica villa degli Alessandri, che modernamente appartenne per lungo tempo alla famiglia Peratoner, divenne una delle più splendide e signorili della vaga collina di S. Domenico.

Camerata o la Luna. - Villa Favi. — Insieme ad altri beni e ville delle vicinanze apparteneva alla famiglia Corsi e nel 1427 n’erano in possesso Filippo e Caterina di Giovanni di Lapo. I Corsi l’alienarono nel 1491 a Marchionne di Daniello Dazzi e nel 1582 i Dazzi la vendevano ad una famiglia Signoretti. Nel 1647 da Francesco Signoretti l’acquistavano i Magliani. Nel 1731 passò nei Peroni e nel 1772 Orsola Peroni la lasciava al marito Matteo Baroni. Dai Baroni l’ebbero in eredità i signori Favi attuali possessori.

A questa villa, che è situata lungo la nuova via di S. Domenico per la quale passa il tranvai di Fiesole, interromperemo la nostra escursione per tornare alla Barriera della Querce e percorrere le altre vie che guidano egualmente a S. Domenico

Fra la Via Alessandro Volta, che dalla Barriera delle Cure e da quella della Querce conduce alla stazione tranviaria di S. Gervasio, e la Via delle Forbici, è compresa quella parte delle colline di Camerata che si chiama le Forbici ed anche lungo queste ed altre minori strade intermedie sorgono numerose ville delle quali ricorderemo le più importanti.

Più prossime alla Via Alessandro Volta sì trovano:

Fonte Basilica già La Fonte. - Villa Piazza. — Di questa località che si diceva in antico la Fonte si ha ricordo in un documento del 1371 dal quale risulta che Francesco di Tano Del Bene in nome di Bonifazio d’Ugolino Lupi marchese di Soragna comprava un podere con casa da Giovanni di Jacopo degli Asini. Più tardi, questo podere con altri vicini che si stendevano fino al monastero di S. Benedetto, fece parte dei beni della commenda del [p. 84 modifica]l'ordine di S. Stefano fondata dalla famiglia Rossi o Del Rosso, Nel 1532 era di Luigi di Messer Francesco Pazzi come investito dei beni di quella Commenda. La famiglia Pucci delle Stelle nel 1714 prese a livello la villa ed il podere della Commenda Del Rosso e nel 1717 affrancava il livello restando libera proprietaria.

Pratellino o Ardiglione. - Villa Picchi. — Apparteneva ai Del Rosso poi ai Pazzi e in forza del fidecommisso indotto da Luigi di Gio. Francesco Pazzi nel 1542, fu assegnata nel 1702 allo Spedale degl’Innocenti. Da questo la comprava nel 1706 Girolamo Berlini i cui eredi la vendevano nel 1727 a Francesco e Girolamo Pucci delle Stelle. A questa famiglia appartenne fino a tempi relativamente moderni.

Prendendo ora la Via delle Forbici troviamo sull’angolo della Via della Piazzola:

L’Arancio d’Oro o il Melarancio. - Villa delle Monache del Sacro Cuore. — È un bell’edifìzio situato nel luogo dove si uniscono la vie della Piazzola e delle Forbici. Nel 1427 era della famiglia Pepi, poi fu delle Monache di Monte Domini che lo venderono a Monsignor Ferrando di Francesco Pandolfìni vescovo di Troja, il quale l’alienava nel 1548 a Niccolò di Francesco Pigliazzi. Da quest’epoca, questa villa subì numerosi passaggi di possesso; nel 1588 la comprò Antonietta di Vitale Gallina, dalla quale passò negli Orsini Conti di Pitigliano nel 1596 e nell’anno stesso nel Cav. Lorenzo Bonsi; fu per un breve periodo di tempo de’ Conti Bardi, poi dal 1611 al 1648 dei Carnesecchi da’ quali l’acquistò nel 1648 Giovanni di Bernardo Nardi medico di Montepulciano. Alla di lui famiglia restò fino agli ultimi del XVIII secolo. Modernamente fu Piccolomini e Ricasoli-Buggiani.

Le Forbici. - Villa Moreni. — Insieme ad altri beni situati su questi colli, la celebre famiglia de’ Falconieri possedeva un palazzo con torre e podere a Camerata, che Lisabetta vedova di Niccolò di Forese vendeva nel 1392 per 600 fiorini d’oro ad Alberto di Ser Guido di Ser Rucco. Piero di Ser Guido tintore l'affittò a Ugolino di Ristoro [p. 85 modifica]Donati lanajolo, poi lo vendè nel 1426 ad un suo parente Filippo di Giovanni di Rucco mercante che dimorava per ragioni di commercio a Bruges nella Fiandra. Il nuovo proprietario lo rivendè quasi subito ai Della Tosa, tenendo pegno sul possesso per il pagamento del prezzo. I Della Tosa dettero a questa come ad altra villa che possedevano vicino a Sesto il nomignolo di Forbici, prendendo la ragione dal loro stemma che consisteva appunto in una forbice da lana e cotesto nome della villa che era più grandiosa delle altre vicine, si estese in seguito a tutto questo estremo lembo della collina di Camerata ed alla via che vi passa dinanzi. Nel 1536 andò per dote di Ginevra Della Tosa nel marito Filippo di Stoldo Rinieri per ritornare nel 1588 nei Della Tosa che poi l’alienarono nel 1594 a Vincenzo di Filippo Guadagni. I Guadagni la possedettero fino al secolo scorso in cui la compravano i Conti Fossombroni.

Le Forbici. - Villa Capoquadri. — Antica casa da signore della famiglia Ginori, andò nel 1543 per eredità a Ginevra vedova di Francesco Buonagrazia e figlia di Alessandro di Gino Ginori. Francesco Buonagrazia costituì questi beni in fìdecommisso e nel 1603 passarono ai figli di Francesco Da Verrazzano. Da questa famiglia il possesso della villa pervenne nei Vai che lo vendevano agli Stefanelli. Più tardi l'acquistò il governo granducale coll’intendimento, di poi abbandonato, destituirvi un manicomio.

Le Forbici o la Fiaccherella. - Villa Finzi. — Ai primi del xv secolo apparteneva alla famiglia Brancacci patrona di quella cappella nella chiesa di S. Maria del Carmine dove sono i meravigliosi affreschi di Masaccio, di Masolino da Panicale e di Fra Filippo Lippi. Da’ Brancacci passò verso la metà di quel secolo nei Salvetti e da questi nel 1601 per sentenza del giudice di S. Spirito e S. Croce l’ebbe Pier Francesco di Bardo de’ Bardi. Fu cotesta villa di Bardo Bardi Magalotti tenente generale del Re Cristianissimo e governatore di Valenciennes ed alla morte di Lui avvenuta a Parigi il 22 settembre 1705 andò in eredità al Marchese Francesco Albergotti pur esso tenente generale degli eserciti di Francia. In compenso di altri beni, l’ebbe nel 1708 Vincenzo di Giovanni Usimbardi [p. 86 modifica]alla morte del quale passava nel 1738 in forza d’un fidecommisso, nella cappella di S. Michele Arcangiolo nella chiesa della Madonna de’ Ricci. Nel 1741 la famiglia Cedri la prendeva a livello pagando un canone annuo di 45 scudi e 7 lire e lo possedeva fino al secolo scorso.

La Rocca o le Pargolette in Camerata. - Villa Jacometti-Ciofi. — Per quanto non si abbiano ricordi dell’esistenza di una rocca o fortilizio sul colle di Camerata, pure quest’antico nomignolo fa supporre che in origine la villa avesse l’aspetto di un castelletto o di una casa turrita. Nel 1427 era di Marco di Piero Dell’Antella dalla qual famiglia passò alla fine di quel secolo nei Mattei. Nel 1532 andò in Zanobi di Ser Francesco Masi che la rivendeva nel 1535 a Giuliano di Jacopo Della Fonte. La comprò nel 1700 Baccio Vantucci e per eredità della madre Rosa Vantucci l’ebbe Tommaso di Giovanni Fontebuoni i cui eredi ne furono per oltre un secolo possessori.

Le Forbici. - Villa Gamba Castelli. — Questa villa, una delle più belle e più eleganti della collina delle Forbici, ha i caratteri d’un suntuoso edifizio moderno, per quanto sia di origine antichissima. Apparteneva alla famiglia Parenti, che in Firenze aveva le sue case nelle vie dei Pucci e del Cocomero, fin dal xiv secolo. Nel 1481 andò in casa Federighi per dote di Lessandra di Marco Parenti moglie di Carlo di Niccolò Federighi; ma il Federighi fu bandito ed i beni suoi caddero nelle mani degli ufficiali dei ribelli, i quali venderono questa villa a Bartolommeo di Luigi Arnoldi nel 1534. Da lui la comprava Caterina vedova di Francesco Ughetti, lasciandola alla figlia Lisabetta moglie di Vincenzo Torriti che l’alienava nel 1632 al Cav. Raffaello Giorgi da Romena. Questi la vendeva nel 1698 a Baccio Martelli Senatore, al quale fu tolta dal genero Cav. Giovanni Narvaez y Saavedra, Scalco del Granduca, come parziale pagamento della dote di 7000 scudi che il Martelli aveva promessa alla figlia Maddalena. I Narvaez venderono poco dopo la villa ai Rilli Orsini che la possedettero fino al XIX secolo. In tempi più moderni fu Seratti, poi dei Conti Archinto di Milano e quindi dei Castelli di Livorno. [p. 87 modifica]A queste due ultime famiglie si debbono la ricostruzione secondo il carattere moderno della villa e raggiunta del vaghissimo giardino che l’attornia.

Barbacane. - Villa Baldi. — È un’antica villa dei Salviati che la possedevano fin dai primi del XV secolo. Dagli eredi di Giannozzo l’acquistarono nel 1585 le Monache di Monticelli le quali, nel 1585, la dettero a fitto perpetuo al segretario Mediceo Belisario Vinta. Da questi la comprarono i Dazzi padroni di diverse altre ville sui colli di Camerata, costituendola in dote d’una loro commenda dell’ordine di S. Stefano che nel 1636 fu conferita al cav Costanzo Bellizini di Modena. Sempre come patrimonio della Commenda, passò dipoi agli Incontri, poi ai Magalotti, fin che nei 1641 venne acquistata da Jacopo e Griovan Battista Rossi di Bergamo, i discendenti de’ quali lungamente la possedettero. Modernamente appartenne al Prof. Betti di Mangona, medico illustre il quale coltivava nell’annesso giardino una celebre collezione di pelargonii.

Annessa a questa era un altra villa chiamata Barbacanino che nel 1585 passò per vendita dai Salviati nei Comi, poi, nel 1604, in Belisario Vinta e che seguì successivamente i passaggi di possesso della villa di Barbacane.

La Stella in Camerata. - Villa Coppi. — Possesso dei Covoni fino da tempo remoto, era nel 1427 indivisa fra Giovanni di Niccolò e Caterina sua sorella vedova di Francesco Tanagli. Essi la vendevano alla metà del secolo a Piero di Domenico Corsi ed i Corsi la tennero fino all’anno 1545 in cui Messer Domenico di Francesco la vendeva a Francesco d’Amadore d’Ugolino. Vincenzo Amadori l’alienava nel 1561 ad Agnolo Biffoli e Benedetto Biffoli con testamento fatto nel 1630, un anno prima della sua morte, la lasciò con tutti gli altri suoi beni in eredità al Noviziato fondato dai Gesuiti in Borgo Pinti. Dopo la soppressione di quell’ordine, la famiglia Baroni acquistava questa villa ed altri beni posti sul colle di Camerata. In tempi più moderni la villa della Stella appartenne al Generale De Lauger, il valoroso soldato che comandava le [p. 88 modifica]truppe toscane nella gloriosa campagna del 1848 e che cessò di vivere in questo luogo dove, in mezzo ai fiori da lui coltivati, trascorse gli ultimi anni della sua gagliarda vecchiaja.

Ultima delle strade che dalla Barriera della Querce conducono a Fiesole percorrendo le colline di Camerata, è la Via della Piazzola al principio della quale trovasi a mano sinistra

S. Maria della Querce. - Villa Gori. — Antichissimo è il nomignolo di questa località che era prossima al grandioso convento di S. Benedetto al Mugnone e ad una fattoria o grancia dei monaci Camaldolesi. Da un piccolo tabernacolo prossimo ad una vecchia pianta di querce, ebbe pertanto origine nel 1520 un oratorio che colle elemosine dei fedeli potè esser arricchito di decorazioni e di ornamenti di pietra. La tradizione dice che il Buonarroti ne fece il disegno; ma dato che effettivamente ciò fosse le tracce che potevano dimostrarlo scomparvero in quelle furiose demolizioni che vennero compiute prima dell’assedio. Nel 1552 l’oratorio fu rifatto più piccolo e modesto e consacrato solennemente da Mons. Lodovico Serristori vescovo di Bitetto. Nuovi restauri vi furono fatti nel 1787 ed allora l’interno venne decorato di stucchi e di affreschi da varj artisti di quel tempo, fra i quali il Botti, il Ferretti e il Soderini. Dopo la metà di quel secolo venne soppresso e venduto insieme alla casa contigua alla famiglia Gori che ridusse lo stabile a villa, conservando in parte il piccolo oratorio.

La Querce. - Collegio dei Barnabiti. — È un ampissimo e comodo edifizio che da varj anni è sede di un riputato collegio diretto dai PP. Barnabiti. Provvisto di vasti locali, di cortili, di giardini esso è capace di accogliere oltre 200 alunni. Ad esso è unito anche un importante osservatorio meteorologico ricco di strumenti della massima precisione e che ebbe per molti anni a direttore l’illustre e compianto scenziato P. Timoteo Bertelli.

Nel luogo dell’attuale edifizio sorgeva una casa da signore che ai primi del XV secolo apparteneva alla famiglia [p. 89 modifica]Del Grasso o Grassi che ebbe le sue case in Firenze in Via Fiesolana sul canto di Via dell'Oriuolo. Nel 1627 il possesso della Querce pervenne in Francesco di Cristoforo Albmayr tedesco, per eredità della madre Luisa di Cesare Del Grasso. Maddalena di Teodoro Albmayr vedova Hoffstern donò la villa che i suoi avevano ricostruita, alla nipote Maria Malanott Mikosch e dal magistrato de’ pupilli di lei l’acquistava il 19 gennaio 1774 il Granduca Leopoldo I di Toscana. Egli la ridusse a casino di villeggiatura nel quale per la bellezza del luogo e per la vicinanza a Firenze suoleva spesso trattenersi. Venduta dall’amministrazione granducale, fu del Prof. Girolamo Pagliano che la ampliò d’un numero straordinario di piani e di stanze. Da lui l’acquistavano poi i PP. Barnabiti istituendovi il loro Collegio.

La Topaja o la Querce. - Villa Altrocchi. — La villa ben situata e corredata di un bel giardino, non è di antichissima costruzione e fu sostituita ad una più antica casa da signore caduta in rovina che era più in basso, verso il Mugnone. La famiglia Porcellini che possedeva il podere colla vecchia casa già padronale, la eresse verso il 1698, giacché essa denunziò nel catasto di quell’anno questa «villa fatta di nuovo, con giardino, colombaja 9 cancello sulla strada». Nel 1707 Natale di Lorenzo Porcellini la vendè alle Monache di Chiarito dalle quali la tolsero a livello i Mannucci possedendola fino al xix secolo.

Della vecchia villa con loggia si veggono tuttora le tracce in una casa colonica che è appunto situata verso il Mugnone. Essa fu in antico degli Antinori che la venderono nel 1567 a Messer Giovanni d’Agnolo Niccolini. Questi la rivendeva nel 1605 a Ser Antonio di Ser Giovanni Del Grasso di S. Gimignano e dalla vedova di lui andava per eredità in Francesco Albmayr insieme ad altro podere vicino. Nel 1676 gli ufficiali dei pupilli come tutori de’ figli di Teodoro Albmayr vendevano a Lorenzo Porcellini questo piccolo possesso della Topaja che trovasi descritto nel catasto come «un podere con casa da signore rovinata». Costruita dai Porcellini la nuova villa, quella vecchia fu destinata ad uso colonico. [p. 90 modifica]La Querce o Camerata. - Villa Boutourlinn. — Modernamente chiamata Villa Aurora, è un luogo delizioso di villeggiatura circondato da un ampio giardino che ricchissimo di piante e di fiori si distende sulla pendice verso il Mugnone. Appartenne come la villa delle Forbici ai Falconieri; nel 1430 la casa col podere era proprietà in parte d’Agnoletta vedova de’ Neri Falconieri ed in parte di Jacopo Betti Berlinghieri. Poco dopo, questa seconda famiglia, divenuta sola proprietaria della casa da signore, l’alienava a Lorenzo d’Antonio Spinelli, la celebre famiglia che sui colli di Camerata aveva già altre importanti ville e molti poderi. Dagli Spinelli la compravano i Salviati unendola alla loro vasta possessione che composta d’un gran numero di poderi e di non meno di dieci ville, si distendeva pei colli ridenti che attorniano il monte desolano. Essa restò a far parte del patrimonio Salviati fino a che la famiglia venne a mancare. Gli abbellimenti alla villa ed ai giardini furono fatti dai Conti Bouturlinn che da oltre mezzo secolo ne sono proprietarj.

Camerata. - Villa Chiari-Pestellini. — Villa di moderna ricostruzione e di aspetto assai elegante, situata in mezzo ai giardini sulla destra della via della Piazzola. È d’origine assai antica e fu uno dei numerosi possessi della famiglia Spinelli. Era nel 1427 di Lorenzo d’Antonio Spinelli autorevole cittadino che nel 1442 fu delegato a ricevere l’accomandigia del Marchese Spinetta Malaspina. Anche questa villa, come tante altre vicine, andò a far parte del patrimonio Salviati quando, nel 1525 Antonio d’Inghilese Spinelli lo vendeva ad Averardo Salviati.

Il Garofano in Camerata. - Villa Bondi. — Questa villa che circondata da un bel giardino sorge fra la Via della Piazzola e quella delle Forbici, ha una importanza tutta speciale per le gloriose memorie che ad essa si collegano e per l’importanza artistica alla quale è stata restituita con ogni maggior cura dai suoi attuali proprietarj. Somma gloria è infatti per questo antico palazzo di campagna quella di essere appartenuto e di aver servito di villeggiatura a Dante Alighieri. In occasione di certe sistemazioni d’interessi fra i figli ed il fratello del Divino [p. 91 modifica]Poeta la villa del Garofano o del Gherofano, come si diceva allora, venne alienata nel 1332 a Giovanni ed Accerrito di Manetto Portinari della famiglia della gentil Beatrice. Dai Portinari, che dettero alla villa aspetto più grandioso e più elegante, essa passò nel 1454 nello Spedale di S. Maria Nuova al quale l’avevano alienata gli ufficiali della vendita come beni di Alessandro di Gualtieri Portinari debitore del Comune. Però i Portinari la riacquistarono dipoi e la tennero fino all’anno 1532 in cui passava a Carlo Bellacci. Questi la rivendè nel 1546 a Bongianni di Jacopo Gianfigliazzi ed il figlio di questi, Giovanni l’alienava a Bartolommeo di Pagolo Comi.

Più tardi dai Comi passava in eredità a Filippo d’Alessandro Del Riccio Baldi il quale assunse il cognome dei testatori. Restò ai Comi fino all’anno 1738, nel quale il Duca Anton Maria Salviati l’acquistò per aggiungerla al suo vasto possedimento. All’estinzione della principesca famiglia, la villa venne acquistata dai Morelli e successivamente passava nei Vannini, nei Giuntini e poi nei Bondi. Ai signori Bondi, intelligenti ed appassionati cultori dell’arte, la villa di Dante Alighieri deve i sapienti ed accurati lavori che l’hanno restituita al decoro ed al carattere antico, le splendide decorazioni ed il ricco corredo di ricordi danteschi che ne evocano le antiche glorie. Vaghissimo è il cortile di carattere medioevale con doppio ordine di logge e con un antico pozzo dove sono scolpite le armi de’ Portinari.

In un documento proveniente dallo Spedale di S. Maria Nuova, trovo un ricordo relativo ad uno dei poderi che un giorno facevano parte del patrimonio degli Alighieri, ricordo che credo opportuno di riassumere, perchè costituisce una nuova prova dell’autenticità del possesso del Divino Poeta. «A dì 26 settembre 1408, gli esecutori testamentarj di Bonifazio del fu Ormanno Cortigiani, per pagare i debiti, vendono a Andrea di Giovanni Del Gallo intagliatore, una delle due parti d’un podere e torre diroccata in Camerata per 120 fiorini doro. Detto podere, si dice il podere di Dante Alighieri». [p. 92 modifica]Camerata - Villa Cocchi. — Quest’antica villa posta lungo la Via della Piazzola, appartenne in origine ai Pini e nel 1427 era di Francesco di Ser Benozzo e di Tommaso di lui nipote. Questi nel 1480 cedette la sua parte in pagamento di debiti a Girolamo Gerini e l’altra metà comprarono i Gerini da Francesco di Ser Benozzo. I Gerini vendettero poco dopo il possesso a Rinaldo di Lionardo Tedaldi che lo rivendeva nel 1568 a Simone di Benedetto Quaratesi. Tre anni dopo, nel 1566 comprava la villa Giovanni Antonio di Romualdo Bencivenni Del Zazzera e alla di lui morte gli Ufficiali del Monte di Pietà la prendevano in compenso di crediti, rivendendola nel 1631 ad Alessandro di Pietro Scalandroni. Gli Scalandroni possedevano la villa anche ai primi del secolo scorso.

Il Moro in Camerata. - Villa Goff — Possesso fino da tempo antichissimo dello Spedale di S. Maria Nuova, fu comprata nel 1441 da Martino Dello Scarta che lo rivendeva nel 1466 a Francesco di Domenico Allegri, dal quale l'acquistava nel 1483 Amalia moglie di Mainardo Adimari. Zanobi di Giuliano Mori la comprava nel 1538 ed a questa famiglia della quale venne alla villa il nomignolo di Moro, restò fino a che non l’acquistava nel 1608 un Martino Spix. Questi la dette in dote alla figlia Anna moglie di Matteo di Giorgio Inderlam liutaio tedesco che nel 1620 la vendette ad Alessandro di Vitale de’ Medici, neofiti, quello stesso che spese cospicue somme per adornare alcune chiese come quella d’Ognissanti e quella di S. Domenico di Fiesole, dove eresse il portico col disegno del Nigetti. Passò in eredità a Cammilla di Antonio dei Medici moglie di Lorenzo Passerini e dai Passerini andava a Laura Bargellini vedova Bagnesi. A causa di certi vincoli che gravavano su questo possesso e che dettero ragione a varie liti, essa passò nei Micheli e negli Adimari e finalmente, nel 1727 lo comprava Francesco di Alessandro Capponi obbligandosi a sodisfare un’annua prestazione al Capitolo di S. Maria del Fiore. I Capponi la possedevano ancora a’ primi del decorso secolo. Modernamente fu dei Pinzauti che le dettero fantastiche decorazioni, poi Franzoni e Verity. [p. 93 modifica]La Luna o Le Lune in Camerata. - Villa Pisa. — Il nomignolo della Luna, proprio fin dall’origine di questa villa e quello di Prato delle Lune dell’ampio piazzale erboso che la circondava, indussero alcuni storici d’altri tempi ad almanaccare sulla possibile esistenza in questo luogo di un antico tempio pagano sacro alla Luna; ma la fantastica supposizione non soltanto non ha nessuna base di serietà; ma spingerebbe a chi sa quali altre immaginose supposizioni per spiegare altri nomignoli congeneri come quelli di Sole o di Stella che sono proprj di altre antiche ville del colle di Camerata.

I più antichi ricordi di questa villa si riferiscono al tempo in cui essa apparteneva al celebre storico e segretario della repubblica fiorentina Messer Bartolommeo Scala di Colle, amico di Lorenzo il Magnifico e compagno di lui in quelle celebri riunioni di letterati e di filosofi che si tenevano sotto gli auspici di Cosimo il Vecchio a Firenze, a Careggi, a Fiesole, Quando fosse venduta dagli eredi di Messer Bartolommeo, non ho potuto rintracciare; certo è che sul declinare del XV secolo era passata in possesso di Cornelia di Roberto Salviati vedova di Messer Girolamo Martini di Venezia la quale aveva fatto erigere una cappella nella vicina chiesa di S. Domenico. Nel 1523 il 29 ottobre, Lionardo Salviati, in nome di Mona Tita figlia di Messer Girolamo Martini la vendeva ad Andrea di Giovanni Petrini e dalle figlie di questi la comprava il 17 febbrajo 1535 Ulivieri di Simone Guadagni.

Ben diverso dal presente era l'aspetto esterno di questa villa che nelle sue forme eleganti e grandiose rivelava tutta la genialità del suo architetto Giuliano da San Gallo che, forse contemporaneamente alla ricostruzione della villa ordinata dai Martini, dirigeva la fabbrica delle cappelle della chiesa di S. Domenico fatte per commissione di Cornelia Martini, dei Gaddi e dei Dazzi. I Guadagni tennero lungamente il possesso di questa villa che lasciarono ai Dufour Berte. I nuovi proprietarj vollero dar moderno aspetto alla villa e si valsero dell’opera dell’Architetto Giuseppe Poggi; ma se il nuovo edilizio rivela i meriti dell’illustre artista contemporaneo, esso non basta [p. 94 modifica]a compensarci della perdita della gentile creazione del San Gallo che le vecchie stampe ci mostrano in tutta la sua bellezza.

Chiuso l’ampio prato della Luna che per il corso di secoli servì di giocondo luogo di ritrovo alle allegre comitive che nelle scampagnate primaverili ed autunnali vi si fermavano a far merenda, oggi la villa che evoca i ricordi gloriosi dello Scala, sorge in mezzo alle aiuole fiorite d’un rigoglioso giardino.

Siamo giunti così all’altipiano di S. Domenico di Fiesole ed a questo punto chiudiamo il nostro terzo capitolo, riservando a quello successivo la illustrazione completa del monte fiesolano.