Vita e morte del Re Riccardo III/Atto secondo

Atto secondo

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ATTO SECONDO


SCENA I

Una stanza nel Palazzo.

Entrano il re Eduardo malato, la regina Elisabetta, Dorset, Rivers, Hastings, Buckingham, Grey ed altri.


Ed. Son pago; per oggi ho una bella occupazione. — Voi, nobili Pari, rafforzate l’unione che ho stretta. Ora aspetto di giorno in giorno un messaggio del mio Redentore per allontanarmi da questo mondo, che la mia anima lascierà serenamente, poichè ho ristabilita la pace fra i miei amici. Rivers, e voi Hastings, prendetevi per mano. Non conservate più odii palliati e giuratevi un’amicizia eterna.

Riv. Il Cielo mi è testimonio che ogni sentimento d’odio e di invidia è bandito dalla mia anima; e la mia mano suggellerà l’amicizia del mio cuore sincero.

Hast. Così io pure giuro, e desidero che la mia felicità dipenda dalla fede con cui terrò il mio giuramento.

Ed. Badate di non schernire il vostro re; temete che quegli che è il supremo dei re non confonda la vostra simulazione occulta, e non vi condanni a perire per mano l’uno dell’altro.

Hast. Possa io non prosperare che in quanto la mia riconciliazione è sincera.

Riv. Ed io del pari, come vero è che amo Hastings dal fondo del cuore.

Ed. Signora, voi pure non siete straniera a questa pace... nè il vostro figlio Dorset... nè Buckingham. Tramato avete tutti l’uno contro l’altro. Sposa, amate lord Hastings, dategli la vostra mano da baciare, e nella riunion vostra non siate mendace.

Elis. Ecco la mia mano, Hastings. Non mai mi sovverrò degli antichi odii nostri, lo giuro per la mia felicità, e per quella dei miei.

Ed. Dorset, abbracciatela; Hastings, siate l’amico del marchese Dorset.

Dor. Io per me dichiaro che questo ricambio d’amore sarà per me inviolabile.

Hast. E così giuro anch’io.

(abbraccia Dor.)

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Ed. Ora, illustre Buckingham, suggella tu questa lega con un amplesso agli amici di mia moglie, e fammi felice vedendovi tutti affezionati.

Buck. Se mai Buckingham volge il suo risentimento contro Vostra Maestà (a Elis.); se non rende a voi e ai vostri tutti i doveri della vostra tenera affezione, Dio me ne punisca facendomi trovar l’odio in quei cuori, in cui speravo di rinvenire maggior amistà. Nell’istante in cui avrei più bisogno dell’opera di un amico, e in cui più conterei sullo zelo suo, ch'io allora lo trovi falso, dissimulato, astuto e traditore! Questo è il voto che prego il Cielo di compiere quando il mio zelo per voi e pei vostri debba raffreddarsi.

(abbraccia Riv. ecc)

Ed. Nobile Buckingham, le parole che tu hai profferite sono un balsamo ristoratore, che rianima il mio cuore infermo. Non manca più qui che il nostro fratello Glocester per compier l’opera di questa riconciliazione.

Buck. Ma in buon tempo viene il nobile duca.

(entra Glocester)

Gloc. Buon giorno al mio sovrano, alla mia regina, a voi, illustri lòrdi. Possa quest’ora del giorno essere felice per voi.

Ed. Tale è veramente per l’uso che ne abbiam fatto. Fratello compite abbiamo opere di carità riconciliando nemici, facendo succedere l’amore all’odio nelle anime di questi fieri e sdegnati signori.

Gloc. Opera egregia compieste, mio amato sovrano. — Se fra questa numerosa brigata vi è alcuno che deluso da fallaci racconti da ingiusti sospetti mi riguardi per suo nemico; se fatta ho, nol volendo, qualche opera che offeso abbia alcuno di quelli che son qui, desidero sinceramente di far pace con lui, e di riguadagnare la sua amicizia. Doloroso come morte mi è l’odiare: io abborro l’odio, e desidero l’affetto di tutte le persone dabbene. — Comincio da voi, signora, e vi chieggo una riconciliazione schietta, che avrò cura di intrattenere con una rispettosa servitù; a voi pure la chieggo, mio nobile cugino Buckingham, se mai è stata nascosta nei nostri cuori qualche scintilla di risentimento. — A voi, lord Rivers e lord Grey, che mi avete sempre, senza che io l’abbia meritato, guardato con occhio di cruccio... a voi, lord Woodville, a voi, lord Scales, in una parola, a voi tutti, duchi, conti, gentiluomini, che siete qui radunati. Non conosco un solo inglese vivo, contro di cui il mio cuore nutra il più piccolo astio; eguale sono in ciò al fanciullo nato questa notte, e ringrazio Iddio d’avermi dato questi sentimenti d’umiltà. [p. 249 modifica]

Elis. Questo giorno sarà tenuto per l’avvenire come un giorno di festa. Piacesse a Dio che tutte le nostre contese fossero terminate per sempre! — Mio sovrano signore, supplico Vostra Altezza di prendere in grazia il nostro fratello Clarenza.

Gloc. Che! signora? Avrò io offerta pace ed amistà a tutti per vedermi così beffato alla real presenza? Chi non sa che quell’amabile duca è morto? (tutti rabbrividiscono) Ingiuria gli fate schernendo il suo cadavere.

Ed. Chi non sa che egli è morto? Chi lo sa? chiederei invece.

Elis. Onniveggente Cielo, qual mondo è questo!

Buck. Lord Dorset, son io divenuto così pallido come voi tutti?

Dor. Sì, mio buon lord, nè v’ha qui alcuno, le di cui guancie perduto non abbiano ogni colore.

Ed. Clarenza è morto? L’ordine fu rivocato.

Gloc. Ma era già eseguito, onde l’infelice morì. Coll’ali volò il primo, e un neghittoso messo recò il secondo, che giunse appena in tempo per vederlo sepellire. Dio voglia che qualcuno che procede colla testa alta, scevro di sospetti, ben meno nobile e men fedele di Clarenza, meno prossimo al re per sangue, ma di cuore più sanguinario, non meriti morte più funesta di quella che ha subito quel duca sventurato.

(entra Stanly)


Stan. Una grazia, mio sovrano, per tutti i servigii che vi ho resi!

Ed. Te ne prego, taci; la mia anima è piena di cordoglio.

Stan. Non mi alzerò, a meno che Vostra Altezza non mi ascolti.

Ed. Parla dunque tosto. Che cosa richiedi?

Stan. La grazia sovrana per uno de’ miei vassalli che ha ucciso oggi un gentiluomo rotto ad ogni licenza, e da poco unito al duca di Norfolk.

Ed. La mia lingua avrà profferita la condanna di morte di mio fratello, e pronunzierà ora il perdono di un servo? Mio fratello non aveva ucciso alcuno: il suo delitto non fu che un pensiero: e nondimeno per un sospetto ha incontrata la morte. Chi di voi intercedeva per lui? Chi nel mio furore sì è gettato a’ miei piedi, e mi ha scongiurato di calmare la mia collera? Chi mi ha posto innanzi i vincoli di sangue e di tenerezza che ci univano? Chi mi ha rammentato come l’infelice avesse abbandonato il potente Warwick, e avesse combattuto per me? Chi mi ha posto in mente che nelle pianure di Tewksbury, allorchè Oxford mi [p. 250 modifica]aveva atterrato, ei mi salvò la vita dicendomi: caro fratello, vivete e siate sovrano? Chi mi ha fatto sovvenire del momento in cui cercati entrambi sul campo di battaglia, e quasi morti di freddo, ei m’avviluppò colle sue vesti, esponendo il suo corpo ignudo e delicato alle rigide brezze della notte? Oimè! La mia brutale e colpevole collera aveva obbliati tanti benefizi, e alcuno di voi non ebbe la carità di ricordarmeli. Ma allorchè i vostri vassalli, l’ultimo de’ vostri sgherri ha commesso un omicidio, e distrutta la preziosa imagine del nostro amato Redentore, allora correte tosto alle mie ginocchia gridando, grazia; ed io per un’iniquità eguale alla vostra conviene che tal grazia vi consenta! Ma per il mio povero fratello non uno alzò la voce: e il mio cuore al pari ingrato non mi disse nulla! Il più superbo di voi tutti fu da lui beneficato durante la sua vita, ma niuno di voi profferì una parola per salvarlo! Oh Dio! io ben temo che la tua giustizia non vendichi questo delitto sopra di me, sopra di voi, sui miei e vostri parenti! Vieni, Hastings, aiutami a rientrare nelle mie stanze. Infelicissimo Clarenza! (esce colla Reg., Hast., Riv., Dor. e Grey) Gloc. Ecco il frutto di una cieca collera! Non osservaste, signori, come la regina e i suoi parenti illividirono alla notizia della morte di Clarenza? Ah! furono essi che non cessarono mai di infiammare contro di lui il cuore del re. Dio ne sarà vendicato. Venite, lórdi; andremo insieme a consolare Eduardo.

Back. Seguiremo Vostra Grazia.

(escono)


SCENA II

La stessa.

Entra la Duchessa di York con un figlio e una figlia di Clarenza.

Figlio. Buona avola, diteci; è morto nostro padre?

Duch. No, fanciullo.

Figlia. Perchè dunque piangete sì spesso? Perchè vi battete il petto gridando: oh Clarenza! mio sfortunato figliuolo!

Figlio. Perchè ne riguardate, e scuotete il capo esclamando: orfani miseri abbandonati! Perchè ciò se il nostro nobile padre vive?

Duch. Miei cari fanciulli, v’ingannate: io compiango la malattia del re che temo di perdere, e non la morte di vostro padre: sarebbero lagrime gettate il compiangere un estinto. [p. 251 modifica]

Figlio. Così, avola, voi consentite che egli è morto. Il re mio zio merita gran biasimo per ciò: Dio ne vorrà vendetta, ed io l’importunerò con ardenti preghiere per ottenerla.

Figlia. Così farò anch’io.

Duch. Pace, fanciulli, pace! Il re vi ama, e inetti voi siete a ben apporvi sull’autore della morte di vostro padre.

Figlio. Questo possiamo, mia avola; perocchè il mio buon zio Glocester mi disse che il re, istigatovi dalla regina, aveva imaginato certe frodi per arrestarlo: e quando mio zio mi disse ciò, egli piangeva, e mi commiserava, e gentilmente mi baciava le gote, aggiungendomi di riguardarlo come padre, perocchè amato mi avrebbe qual suo figliuolo.

Duch. Ah! è egli possibile che la perfidia simuli forme così amabili e nasconda le profondità de’ suoi vizii sotto la maschera della virtù? Egli è mio figlio, ed è la mia vergogna, sebbene dal mio seno non succhiasse tal arte d’ingannare.

Figlio. Credete voi, mia avola, che lo zio simulasse?

Duch. Si, garzone.

Figlio. Non posso pensarlo. Udite! che romore è questo? (Entra la regina Elisabetta disperata, Rivers e Dorset la seguono) Elis. Ah! chi mi impedirà di gemere e di piangere? di sdegnarmi contro la mia sorte, e di cruciar me stessa? Sì, mi unirò alla nera disperazione e con lei congiurerò contro i miei giorni.

Duch. A che accennano questi impeti violenti?

Elis. Ad un atto di violenza tragica. Eduardo, il mio sposo, il figlio tuo, il nostro re è spento. Perchè crescono i rami allorchè il tronco è abbattuto? Perchè non si disseccano le foglie a cui manca l’umore? Se volete vivere, vivete per piangere: se vo^lete morire, affrettatevi, onde le nostre celeri anime raggiunger possano quella del re. Seguiamolo da sudditi fedeli nel suo nuovo regno, in cui è un riposo eterno.

Duch. Ah! ho tanta parte al tuo dolore, quanti titoli avevo per amare il tuo nobile sposo! Ho pianta io pure la morte di un consorte virtuoso, nè serbai la vita che contemplandone ancora l’imagine ne’ suoi due figli: ma ora la barbara morte ha rotto i due specchi che riflettevano le sue auguste sembianze, e più non mi rimane per consolarmi che un cristallo infido e mendace che mi turba lo sguardo, e non tramanda su di me che il mio obbrobrio! Tu sei vedova, ma sei madre, e hai per consolarti i figliuoli che ti restano. Ma a me la morte ha rapito dalle braccia lo [p. 252 modifica]sposo, e tolto ha alle mie deboli mani le due gruccie che mi sostenevano, Clarenza e Eduardo. Oh! la tua perdita è minore assai della mia: giusto è quindi che i miei lamenti vincano i tuoi, e ch’io soffochi le tue grida colle mie.

Figlio. Ah zia! voi non avete pianto per la morte di nostro padre; come potremo noi aggiungere alle vostre le nostre lagrime?

Figlia. La perdita del genitor nostro fu sentita da voi senza dolore; i vostri vedovili gemiti non saranno dunque del pari accompagnati dai nostri singulti.

Elis. Non mi aiutate a piangere la mia sorte: troverò abbastanza lagrime nel mio cuore, senza ricorrere alle vostre. Tutte le loro sorgenti si aprano e riempiano i miei occhi, ond’io ne possa inondare il mondo. Oh caro sposo! oh mio Eduardo!

I due figli. Oh amato padre! oh diletto Clarenza!

Duch. Per entrambi io piango, per Clarenza e per Eduardo!

Elis. Qual altro sostegno aveva io fuorchè Eduardo? Ma ora ei più non è.

I due figli. Quale appoggio avevam noi fuorchè Clarenza? ed ei pure è andato.

Duch. Ma su entrambi io m’appoggiava, e perduti ho entrambi!


Elis. Fu mai vedova che patisse maggior perdita?

I due figli. Furono mai orfani che si dolessero con maggior ragione?

Duch. Fu mai madre che tanto sopportasse? Oimè! io sono la madre, e la scaturigine di tutti i vostri dolori Le vostre perdite son divise fra di voi: la mia le abbraccia tutte. Ella piange per Eduardo, così fo io pure; ma per un Clarenza io di più piango, non così lei. Questi fanciulli deplorano la perdita di Clarenza al par di me: ma io deploro anche quella di Eduardo, senza che essi se ne risentano. Oimè! voi spandete in tre quelle lagrime che io tre volte infelice sola verso. Io sono la sorgente comune d’ogni dolore, e intratterrò gli affanni vostri coi miei continui gemiti.

Dor. Consolatevi, cara madre; a Dio spiace che miriate con tanta ingratitudine le opere sue. Nel mondo, gli uomini chiamano sconoscente quegli che avverso si mostra a pagare un debito, che contratto ha verso una mano liberale: maggior delitto è il lottare con tanta pertinacia contro il Cielo, perchè ei vi ritoglie quel re che prestato non vi avea che per un tempo determinato. [p. 253 modifica]

Riv. Signora, pensate, come deve fare una tenera madre, al giovine principe vostro figlio; mandatelo a prendere senza indugi perch’ei sia coronato; è in lui che riposa ogni vostra consolazione. Sepellite questo disperato dolore nella tomba del morto Eduardo, e ponete le vostre gioie sul trono dell’Eduardo viv. (entrano Glocester, Buckingham, Stanley, Hastings, Ratcliff ed altri)

Gloc. Sorella, consolatevi: noi abbiam tutti motivo di piangere la sventura comune dell’Inghilterra: la sua lucida stella più non risplende! Ma alcuno non può riparare la nostra perdita con vane lagrime. Signora..... madre mia..... vi chieggo perdono, veduta non vi avea: umilmente inginocchiato vi domando la vostra benedizione.

Duch. Iddio ti benedica, e renda mite il tuo cuore, con sentimenti di amore, di carità, di obbedienza e di ogni altra virtù.

Gloc. Così sia; e mi faccia morir buono! (a parte) Questa doveva essere la conchiusione dei voti di una madre. Stupisco ch’ella l’abbia obbliata.

Buck. O voi principi e Pari, immersi nel dolore, che dividete il peso dell’angoscia comune, cercate ora la vostra consolazione nell’unione di un’amicizia schietta. Noi perdiamo, è vero, col re una messe di beni: ma ci rimane la speranza di quelli che ne promette il figliuol suo. È ora che bisogna terminare per sempre gli odii che dai vostri cuori traboccavano, e che necessario è di strìngere con ogni cura i nodi della fratellanza che abbiam da breve formata e giurata fra di noi. Credo che sarebbe bene di mandar a cercare ora il giovine principe a Ludlow per condurlo a Londra, con qualche piccolo seguito, ond’essere incoronato.

Riv. E perchè con piccolo seguito, milord di Buckingham?

Buck. In verità, milord, per tema che se fosse numeroso, le piaghe, da breve saldate, delle nostre discordie, di nuovo non si aprissero: cosa tanto più pericolosa, quanto che il regno è scomposto e senza governo. Il cavallo privo di guide si impossessa del freno, e dirige il suo corso a grado suo: e in questa circostanza si deve, a parer mio, prevenire con tanta cura il timore e l’ombra del male, quanto il male stesso.

Gloc. Io spero che re ne abbia tutti riconciliati, e dal lato mio tal pace è solida e sincera.

Riv. Per me pure lo è, e credo che lo sia per tutti. Ma poichè il vincolo della nostra amistà è intrecciato da poco, bene [p. 254 modifica]non è di esporlo ad una rottura; pericolo che sarebbe a temersi, se il re venisse accompagnato da una gran moltitudine; aderisco quindi alla sentenza del nobile Buckingham, e credo che sia prudente di non dare che pochissimo seguito al principe.

Hast. Così io pure credo.

Gloc. Ebbene, sia; andiamo a deliberare sulla scelta di quelli che manderemo tosto a Ludlow. Signora, e voi, mia madre, volete venire a dame i vostri consigli in questo negozio importante? (escono tutti, tranne Buck. e Gloc.) Buck. Milord, quali che si siano coloro che verran deputati al principe, pensate, in nome di Dio! che non è dicevole che noi due restiamo a casa. Io voglio durante la via trovar occasione per parlare del disegno, di cui conferimmo insieme ultimamente, di allontanare cioè dal giovine principe gli ambiziosi parenti della regina.

Gloc. Io ti reputo come un altro me stesso, come mio vero consigliere, mio oracolo e mio profeta! Caro cugino, seguirò i tuoi consigli colla docilità di un fanciullo. Andiamo dunque a Ludlow senza fermarci di più. (escono)

SCENA III.

La Messa. — Una strada.

Entrano due Cittadini incontrandosi.

Citt. Buon giorno, vicino. Dove con tanta sollecitudine?

Citt. In verità, appena lo so. Udiste le novelle?

Citt. Sì; il re è morto.

Citt. Nuove cattive, per la Vergine! Di rado il successore è migliore dell’estinto. Temo, temo che questo non divenga un pazzo mondo. (entra un altro cittadino)

Citt. Vicini, Dio vi salvi!

Citt. Vi do il buon giorno, signore.

Citt. È vera la notizia della morte del buon re Eduardo?

Citt. Troppo è vera: così Iddio ne aiuti!

Citt. In tal caso, signori, aspettatevi di vedere lo sconvolgimento del regno.

Citt. No, no, per grazia di Dio, suo figlio regnerà.

Citt. Sciagura a quella terra che è governata da un fanciullo.

Citt. Ei mostra nobili talenti per regnare, e durante la sua minorità un savio consiglio terrà le sue veci. Fatto adulto, reggerà a dovere. [p. 255 modifica]Citt. In eguali condizioni versavi lo Stato, allorchè Enrico VI fu coronato a Parigi all’età di nove mesi.

Citt. In eguali condizioni? No, no, miei degni amici, e Dio lo sa. L’Inghilterra poteva vantarsi allora di avere un consiglio illuminato, e il re aveva zii virtuosi per sostenere e guidare i suoi passi.

Citt. Anche questo ne ha così dal lato del padre, come da quello della madre.

Citt. Meglio sarebbe non ne avesse; perocchè la rivalità delle pretensioni ci cagionerà molti mali, se Dio non provvede. Pericoloso è assai il duca di Glocester; e i figli dei fratelli della regina son superbissimi. Se invece di governare fossero tutti contenuti nell’obbedienza, questo sciagurato paese potrebbe aver pace.

Citt. Via, via, i nostri timori van troppo lungi, tutto riescirà a bene.

Citt. Quando il cielo si cuopre di nubi, gli uomini savi si avvolgono nei loro mantelli; quando le foglie più larghe cadono, l’inverno è presso. Allorchè il sole tramonta, chi è che non attenda la notte? Gli uragani fuor di stagione minacciano le carestie. Tutto può andar bene; ma se Dio ne fa questa grazia, è più che non meritiamo, e ch’io non m’aspetti.

Citt. Per dir vero, i cuori di tutti son pieni di timori. Non si può parlar con alcuno che non sia mesto e non appalesi i suoi terrori.

Citt. È quello che avviene sempre alla vigilia delle grandi rivoluzioni. Per un istinto divino gli uomini presagiscono i guai, come l’acqua si gonfia all’avvicinarsi della tempesta. Ma lasciano di ciò la cura a Dio. Dove andate?

Citt. All’aula dei giudizii.

Citt. Là pure io vado; e vi terrò compagnia.

(escono)


SCENA IV.

La stessa. — Una stanza nel palazzo.

Entrano l’Arcivescovo di York, il giovine Duca di York, la Duchessa di York e la regina Elisabetta.

Arc. Mi dissero che la notte scorsa avevano dormito a Stratford; e questa sera si fermeranno a Northampton. Dimani saranno qui. [p. 256 modifica]

Duch. Anelo di vedere il principe; spero sia molto cresciuto, da che nol vidi.

Elis. Intesi dire di no; mi assicuravano che il mio figlio di York lo ha quasi vinto in altezza.

York. Sì, madre; ma non vorrei che ciò fosse vero.

Duch. Perchè, giovine cugino? Bella cosa è il crescere.

York. Signora, una sera a cena mio zio Rivers si meravigliava perchè io cresceva molto più presto di mio fratello: ebbene, disse l’altro mio zio Glocester, le piccole erbe son piene di virtù, le grandi sono inutili e germogliano rapidamente. Mi duole quindi di crescer tanto poichè i bei fiori vengono poco alti, e le erbe malefiche si allungano ad ogni istante.

Duch. In verità, in verità è egli stesso un’eccezione al proverbio. Glocester era nella sua infanzia l’essere più lento a crescere, e se la sua sentenza fosse vera, dovrebbe essere assai buono.

Arc. E così è, non ne dubito, mia graziosa signora.

Duch. Voglio pure sperarlo; ma una madre ha diritto di dubitar sempre.

York. Chi se pensato vi avessi, avrei potuto beffare mio zio pel tuo crescimento, meglio ancora ch’ei beffato non m’abbia pel mio.

Duch. In qual modo, mio giovine York? Ti prego di dirmelo.

York. Veramente v’è chi narra che mio zio crescesse così presto ch’ei poteva rosicare una crosta di pane due ore dopo la sua nascita, mentre appena con due anni io potei fare un dente. Mordente sarebbe stata la beffa, non è vero, mia avola?

Duch. Dimmi, vago York, chi t’insegnò ciò?

York. A vero dire, fu la sua nutrice.

Duch. La sua nutrice? Ella era morta prima che tu nascessi.

York. Se non fu essa, non so chi mei dicesse.

Elis. Questi è un garzone pericoloso: ite, siete troppo maligno.

Arc. Buona signora, non vi sdegnate contro un fanciullo.

Elis. Le mura possono avere le orecchie.

(entra un Messaggiere)


Arc. S’avanza un messaggiere: quali novelle?

Mess. Tali, milord, che doloroso mi è assai di esporvele.

Elis. Come sta il principe?

Mess. Bene, signora, di salute.

Duch. Quale è dunque la tua nuova?

Mess. Lord Rivers e lord Grey sono stati condotti nelle prigioni di Pomfret, e con essi ancora sir Tommaso Vaughan.

Duch. Chi comandò ciò?

Mess. I potenti duchi di Glocester e di Buckingham. [p. 257 modifica]

Elis. Per qual delitto?

Mess. Vi ho detto quel che sapevo: la ragione per la quale sono stati arrestati mi è interamente ignota, mia bella regina.

Elis. Oimè! veggo la rovina della mia casa. La tigre ha stretto fra i suoi artigli il cervo gentile: la tirannia insultatrice comincia ad innalzarsi sul fragile trono di un fanciullo, che non può farlo rispettare. Regnate dunque, distruzione, carnificina, macello; veggo notato come in un disegno manifesto lo scioglimento dì questa sanguinosa tragedia.

Duch. Terribili giorni di torbidi e di discordia! quanti oimè i miei occhi ne han diggià veduti! II mio sposo ha perduto la vita per guadagnare una corona; i miei figli sono stati sbalzati da cento diverse fortune, facendo che ad ora ad ora io mi allietassi dei loro successi, o deplorassi le loro perdite. Costituiti in fine vincitori, quando tutte le contese domestiche erano attutate, essi si fan guerra gli uni cogli altri, fratello contro fratello, sangue contro sangue, ognuno contro di sè. Oh! distruzione contro natura, rabbia insensata e frenetica, sfoga alfine i tuoi esecrandi furori! o lasciami morire, ond’io non mi vegga più la morte dinanzi.

Elis. Venite, venite, mio figlio; andiamo al tempio, signora, addio.

Duch. Aspettate, verrò con voi.

Elis. Voi non avete nulla a temere.

Arc. Mia graziosa signora, (a Elis.) andate e portate in quell’asilo tuttociò che voi avete di più prezioso. Per me io rimetterò fra le vostre mani i suggelli del regno, che mi erano stati affidati, e la mia sorte sarà quale me la procaccia la tenera affezione che porto a voi e ai vostri! Venite, io vi condurrò al tempio.

(escono)