Varenna e Monte di Varenna/Secolo XIV

Secolo XIV

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Le più antiche notizie Secolo XV

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SECOLO XIV


A Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, era succeduto nella signoria della città, il pronipote Matteo I, eletto capitano del popolo nel 1287, podestà nel 1288, e Vicario imperiale nel 1294. Ma per le vicende della lotta con i Torriani, egli venne, nel 1302, deposto da questi, che ritornarono a signoreggiare in Milano. Infatti nel 1307 veniva eletto capitano del popolo Guido della Torre.

Nel 1310 scendeva in ltalia l’imperatore Enrico VII, e chiamava avanti al suo tribunale in Asti, l’esule Matteo Visconti, Guido della Torre e l’Arcivescovo Cassone perchè si riconciliassero. Matteo promise che non si sarebbe mai più mischiato nelle cose della Valsassina, di Dervio, Bellano, Varenna e Lecco, e di tutte le altre terre di diritto arcivescovile1.

Ma l’anno successivo, e precisamente il 13 luglio 1311, tornato Matteo Visconti signore di Milano, cacciati i Torriani, obbligò l’arcivescovo Cassone a fuggire dalla città, e a ritirarsi in Cassano, da dove il detto arcivescovo lanciò una scomunica contro Matteo nella quale, fra l’altro, si legge: «Cassone Crivelli e suo figlio usurparono molti luoghi nostri sul litorale di Lecco, sui nostri monti e quei della chiesa, cioè Dervio, Muggiasca, Mandello, Bellano e Varenna»2. Cassone Crivelli nemico acerrimo dei Torriani, aveva infatti invaso la riviera di Lecco aveva, occupato Varenna, Bellano, Dervio e Mugiasca ed in seguito era riuscito ad ottenere in feudo dall’imperatore Lecco e le terre circonvicine3.

Fra le carte pagensi conservate all’Ambrosiana, vi è una pergamena interessante Varenna, in data 19 gennaio 1313. che si ricollega a questo triste ed agitato periodo di appassionate lotte civili e religiose, e che mostra in quale stato di anarchia si trovasse il nostro paese. [p. 39 modifica]

Noi abbiamo già citato largamente questo documento nel capitolo precedente, qui vogliamo solo far risaltare come nella supplica fatta dagli abitanti di Varenna a Gastone della Torre, e per questi al suo vicario Alberto da Velate, canonico della Metropolitana di Milano, i Varennesi chiedevano che fosse consacrata la chiesa di San Giorgio e le altre chiese di Varenna, i cimiteri, gli altari e i calici, il che fa suppore che le dette chiese fossero state profanate dagli usurpatori della mensa arcivescovile.

Dalla detta pergamena appare che frate Davide Della Scala, genovese vicario del vescovo di Como, ha consacrato il solo altare della chiesa di Santa Maria di Varenna, nel quale ha deposto e suggellate le reliquie di San Lorenzo e di altri santi sconosciuti. Onde concede indulgenza dei peccati, a tutti quelli che si saranno confessati e avranno visitato detto altare nell’anniversario della consacrazione e per tutta l’ottava.

Questa chiesa di Santa Maria che nella pergamena è così descritta «situata fuori Varenna ma presso il detto borgo» è certamente la chiesa di Santa Maria del Monastero di Varenna.

Nel maggio 1320 Lecco con la Riviera, la Pieve di Incino ed altri luoghi delle due rive dell’Adda, si sottrassero all’obbedienza di Matteo Visconti, e fecero dedizione alla Chiesa, che accettò la loro sudditanza4. Tale stato di ribellione di Lecco e Riviera verso Milano, durò ancora vari anni, sino al 1336 allorchè Azzo Visconti s’impadronì di tutto il territorio comasco e del Comitato di Lecco, che, secondo il Fiamma, erano rimasti ribelli a Milano per quaranta anni5.

E’ noto come nel Medio Evo si facesse traffico delle decime ecclesiastiche che passavano anche nelle mani di laici, nonostante i divieti della chiesa.

Troviamo in Varenna un esempio di tali trapassi di decime tra laici e laici. Nel 1324 alcuni membri della famiglia Vicedomini di Cosio e di Traona, investono Giovanni de Pino, figlio del fu Arderico, di Varenna, di tutte le decime e diritti di decimazione nei territori di Civenna, Limonta e Agrario di Bellagio6.

Da un codice dell’archivio vescovile di Como, si ricava che i Franzani di Varenna hanno tenuto per circa un secolo una porzione [p. 40 modifica]della decima di Chiavenna. Infatti Roberto Franzani fa dichiarazione davanti a Raimondo vescovo di Como che egli ed i suoi maggiori tenevano dai vescovi di Como e dalla chiesa comense a titolo di feudo, la metà di tre parti della decima di Chiavenna; vale a dire dal fiume Liri in su verso il borgo di Chiavenna, e in giù per tutta la val Chiavenna, e ciò è provato dall’atto 15 ante Kalendos febbraio 1264, a rogito Goffredo Baccio notaio vescovile.

In seguito lo stesso vescovo, investì della stessa decima Marchese Franzani figlio del predetto Roberto defunto, ed anche Giacomino fratello di Marchese e figlio dal predetto Roberto, come da rogito 12 ante Kalendos maggio 1270, del notaio Stefano Gallazzi di San Giovanni in Conca.

Successivamente frate Leone Vescovo di Como rinnovò la detta investitura a detto Marchese Franzani, come da atto 22 dicembre 1295 a rogito di Amedeo de Forbino notaio di Como. Lo stesso frate avendo avuto certezza che i Franzani quando esso vescovo e i suoi, avevano fatto il loro ingresso in Borgo Vico, gli avevano mosso contro mostrandosegli ostili, e facendo guerra tanto ad esso vescovo come ai suoi fedeli, riuscendo a scacciarlo dalla città e dall’episcopato, privò detti Marchese Giacomo del detto feudo, investendone in sua vece Corrado de Castello di Menaggio, come da atto 8 ottobre 1311 a rogito di Andrea de Turbino.

Avendo detto Corrado rinunciato a detta investitura, pregò il predetto vescovo che ne investisse in sua vece Pietro, Giorgio e Amacristo fratelli, figli del predetto Marchese Franzani, al che annuì il vescovo con atto 1 marzo 1321 a rogito Iacobo de Tino notaio di Como. In seguito morto Giorgio senza lasciare eredi diretti, frate Benedetto allora vescovo di Como, rinnovò la stessa investitura a Pietro e Amacristo fratelli Franzani, come da atto 19 aprile 1336 a rogito di Abbondiolo de Asinago; successivamente il vescovo di Como investi della detta decima il solo fratello Pietro come da atti del 7 gennaio 1343 notaio Tomaso de.... chierico e dell’11 gennaio 1353 a rogito Giovannolo de Fenegrote.

Abbiamo un’altra investitura della stessa decima allo stesso Pietro come da atto 15 dicembre 1258 a rogito Giov. Fenegrote.

Ora il predetto ser Pietro Franzani riceve dai procuratori del Rev. Enrico, vescovo di Como, una nuova investitura per la detta decima e presta il relativo giuramento di fedeltà7.

Il fantasioso Antonio Maria Stampa, nella sua cronaca di Gravedona racconta che nel 1330 in seguito ad una guerra tra i [p. 41 modifica]Gravedonesi e la famiglia Chiaramonti, che aveva molti possessi sul lago fra i quali Varenna, i Chiaramentesi dovettero cedere ai nemici, Varenna e Gardola. Più tardi i Gravedonesi fortificarono Bellano e Varenna8.

Nessun documento che parli del dominio dei Chiaramonti in Varenna ci è stato possibile rinvenire, ed abbiamo riportate qui queste notizie come sono riferite dal cronista; nè ad alcun documento possiamo appellarci per ciò che riguarda le fortificazioni di Varenna. Anzi come diremo più avanti la costruzione della fortezza di Varenna sarebbe stata iniziata solamente nel 1451.

Può anche darsi che lo Stampa intenda alludere al castello di Vezio, ma, se ciò fosse, questa notizia sull’età di tale castello sarebbe in contrasto colla nostra opinione che lo crede molto più antico. Ma di ciò parleremo lungamente al momento opportuno.

Il Monte di Varenna seguì sempre la sorte della Valsassina, la quale fu pure feudo arcivescovile, ebbe però una sub infeudazione alla famiglia Della Torre, alla quale obbedì fino al 1300 circa, per ritornare dopo all’arcivescovo che vi tenne l’alto patronato.

La Valsassina era divisa in quattro squadre delle quali una era chiamata la squadra dei monti ed abbracciava i monti di Esino, di Varenna, di Dervio e di Muggiasca.

Nella pubblicazione sul Santuario di Lezzeno, il sacerdote Luigi Vitali, racconta che il giorno 9 settembre 1341 la chiesa di S. Giorgio di Bellano venne rovesciata, e completamente distrutta dalla violenza delle acque del fiume Pioverna straordinariamente ingrossate.

Secondo una tradizione conservata in paese la pala dell’altare maggiore raffigurante San Giorgio, galleggiando sulle acque del lago, sarebbe stata raccolta dagli abitanti di Varenna che avrebbero eletto a loro patrono S. Giorgio9.

In un atto del 1368, che riguarda la chiesa di S. Antonio di Vezio,10 appare che la chiesa di S. Giorgio di Varenna, in quel tempo, doveva essere subordinata a quella di Monte di Varenna, perchè Don Cresino de Manticis v’è chiamato preposto della chiesa di S. Martino di Perledo, mentre, Giovanni de Zobio della chiesa di S. Giorgio di Varenna e Bertramo de Cella della chiesa di S. Giovanni sono chiamati solo beneficiali. L’atto tratta della donazione di una pezza di terra che Ferollus [p. 42 modifica]de Balbieno f. q. d. Luteri del borgo di Varenna fa alla Chiesa di Sant’Antonio di Veglo per costruirvi un cimitero (a rogito notaio Iacopo de Tenca).

Nel registro delle rendite dell’arcivescovato dell’anno 1376, carta 40, esistente nell’archivio della Curia di Milano, troviamo trascritti gli oneri che il Comune di Varenna ha verso l’arcivescovo di Milano.

E si leggono le seguenti annotazioni:

Comune Varene debet dare domino archiepiscopo Mediolani pro novalibus solidos decem imperialium omni anno et gaia reperitur quod
Facciata della Chiesa di San Giorgio di Varenna allo stato attuale (Fotogr. Adamoli)
dictum comune non solvit pro sex annis preteritis finitis in festo sancti Martini anni presentis currentis MCCCLXXVI, ideo debet dare pro toto dicto tempore lib. III imp.

Il Comune, dunque, da sei anni non pagava la tassa di dieci soldi all’arcivescovo; ma troviamo anche l’annotazione che il 27 settembre di quello stesso anno 1376 esso si mise in regola pagando tutto, quanto doveva, nella somma di libre 3 imperiali,

Nel medesimo giorno venne pagata dal Comune di Varenna la somma di libre una e soldi dieci imperiali per altrettanta cera dovuta all’ospedale di Varenna. [p. 43 modifica]

Si legge ancora nel registro:

Reliquire in novalibus libri nigri domini archiepiscopi Roberti in folio 84 et ibi invenies quod dominus archiepiscopus debet habere ab hospitali sancte Marie de Varena libram unam cere pro censu suo et a canonica de Varena libras III tertiolorum procnovalibus plebis de Varena
Interno della Chiesa di San Giorgio (Fot. Adamoli).
et hoc omni anno. Et ideo quia recepit su proscriptas libras IV et solidos X imperialiam fuit decepta evidenter deceptio.

Quest’Ospedale di Varenna altro non era che il Monastero di S. Maria come dimostrano vari atti nei quali il monastero è denominato ospedale11. [p. 44 modifica]

A proposito di decime arcivescovili crediamo utile citare un documento dell’archivio Sormani Verri, che interessa Monte di Varenna. In esco è detto che un certo Giacomo, il 30 maggio 1271, fu reinvestito a titolo feudale per sè e pei suoi figli maschi, dall’Arcivescovo di Milano Ottone Visconti, della metà di sette parti della decima della frutta e della terza parte della giurisdizione della pieve e dei luoghi della pieve di Dervio, nonchè della metà dei sette decimi di un quarto delle decime del Monte di Varenna come ne furono quindi rispettivamente reinvestiti Andriotto e Baldassare figli del detto Giacomo, dall’arcivescovo Aycardo il 9 dicembre 1319.

E di nuovo l’anno 1344, il 20 aprile la concessione era stata data dal Rev. Don Giovanni arcivescovo di Milano a mezzo del signor Andreotto sopradetto e di Giacomo II figli del nominato sig. Baldassare.

È ancora lo stesso Andreotto, per mezzo di Tomaso suo figlio e di Stefano in nome suo e come procuratore del detto Giacomo II e del fratello Giorgio, ricevono l’investitura dell’arcivescovo Roberto Visconti, il 3 novembre 1355, per riconoscenza dei grandi servigi da loro resi alla chiesa milanese.

Da una pubblicazione di Mons. Marco Magistretti12 sul clero milanese nell’anno 1398 togliamo quanto riguarda l’estimo stabilito per il clero del Monte di Varenna13:


Canonica S. Martini Montis Varene

D. Prepositus dicte canonice L. 5 s. 11 d. 10
Pbr. Barnaba de Calastris » 3 » 7 » 7
Reliqui tres canonici sunt in extimo L. 4, s. 7, d. 6 » 13 » 2 » 6

L. 22 s. 1 d. 11


Abbiamo un notevole documento per Varenna in data 30 Luglio 1345, del notaio Lanzerotto Negroni qm Medio, che tratta delle terre e delle miniere, di una locazione fatta da Giovanni Visconti arcivescovo, ad Alberto Regazzoni di Val Torta e contorni.

L’atto si riferisce ad un precedente atto dell’anno 1291, del notaio Rodolfo Fenegroe, in cui Ottone arcivescovo di Milano investiva Girardo f. q. Alberto de loco Auraria, Guglielmo detto Mosca, e Ubertino detto Canevo di Val Torta delle predette terre e miniere, e specialmente il Monte Campello e il monte Stanello, e ciò che e importante per il nostro [p. 45 modifica]paese vi aggiunge: riservato comuni de Varena pascuo dintorni montium Campelle et Stanelli a sancto vito usque ad sanctam Mariam de medio augusto sicut comntinetur in cartis quas fecerunt quondam Alghisius et Millo archiepiscopi Mediolanenses14.

Come si vede questa carta è importantissima perchè dimostra che i diritti di pascolo dei Varennati nella lontana Val Torta risalivano al dodicesimo secolo e precisamente al tempo dell’arcivescovo Algisio (2 luglio 1176 — 29 marzo 1185) e dell’arcivescovo Milone di Cardano (5 dicembre 1186 — 16 agosto 1195). Ed è tanto più importante il documento perchè ricorda atti perduti di questi arcivescovi15.

Da un codice pergamenaceo dell’Ambrosiana (carte 1) dal 9 febbraio 1355 risulta come constando a Roberto arcivescovo di Milano che Marchione Gamba fosse stato effettivamente investito di tutti i fitti e censi dei beni situati a Lecco, Vallesassina, monte di Varenna e Bellano e spettanti al suo arcivescovato a quel modo che ne era investito prima Andreino Fasolo, eccettuata la podesteria di Valsassina che importava lire 200 riservata direttamente ad esso arcivescovado e detti beni in affitto da San Martino 1353 a San Martino 1354. Avendogli significato detto Marchione come dei detti fitti e censi ne potesse esigere soltanto parte e parte no, convinto che non concedendogli licenza di esigere anche la rimanente parte di tali fitti ne verrebbe esso Marchione a sopportare molti danni, e molte noie, pertanto, ed anche per debito di giustizia, dà ad esso Marchione facoltà di esigere detti fitti, redditi e censi, e quant’altro gli spetta dipendentemente da detta investitura e ordina a tutti i debitori che paghino16.

A confermare la giurisdizione dell’arcivescovo su questi territori, vi è un altro documento dello stesso codice del 20 febbraio 1355, nel quale è detto che l’arcivescovado costituisce Fasolo di Valsassina «nostro fattore e procuratore a percepire dai comuni e persone di Valle Sassina, Bellano, e Muggiasca Varenna ed Esino, iurisdictionis archiepiscopatus Mediolanensis, qualsiasi condanna, pene e mulls, inflitte dal vicario della valle (carte 3).

Sotto la data del 24 febbraio, dello stesso anno, abbiamo un’altra costituzione di procuratore allo stesso Andreino ad esigere multe ecc., a comuni hominibus et singularibus personis Vallissaxine, Bellani, Dervii et montium Mugiasche et Varene, Hesini ed Dervii jurisdictionis archiepiscopatus nostri (collez. 4).

Infine alla data tra il 25 agosto e il 5 ottobre 1355, l’arcivescovo annuncia a tutti i fittabili, coloni ecc. della Valsassina, di Bellano [p. 46 modifica](doveva segnare anche Varenna, ma dopo Bellano manca la pergamena) di aver concesso locazione di tutte le entrate, le decime, i diritti... ordinando di pagare vicariis nostris Vallisaxine, Varene etc. (carte 8).

Nell’anno seguente 1356 l’arcivescovo Roberto subinfeudò la Valsassina ai nipoti Bernabò e Galeazzo figli di Stefano17. Ed in seguito il 18 aprile 1364, Tomaso di Pusterla, vicario generale arcivescovile, nomina Galeazzo Visconti rettore di Bellano e della Valsassina a nome dell’arcivescovo di Milano. in questa carta non è nominata Varenna, ma vi è naturalmente compreso il Monte di Varenna18.

Per farsi un’idea del valore delle cifre riportate, occorre tener presente che la lira imperiale valeva in quei tempi circa 150 delle nostre. La lira imperiale era eguale a 10 soldi, ed un soldo a 12 denari.

Secondo il Corio, nell’anno 1374 vi fu una ribellione del Comasco e della Valtellina a Galeazzo Visconti. Ma il Romegialli nella storia della Valtellina limita solo la ribellione ad alcuni paesi lacuali, fra cui Dongo, Sorico e Gravedona.

Capo della rivolta fu Tebaldo dei Capitanei partigiano dei Guelfi. La rivolta venne domata in quello stesso anno ed il capo con i suoi seguaci ottenne il perdono, ma fu obbligato a rivelare il nome di tutti i rivoltosi tra i quali figura un certo Mondolo di Varenna.

Veramente questi anni debbono essere stati burrascosi per il Lecchese. Secondo Donato Bosso, Lecco e i suoi dintorni, erano in preda alle fazioni dei Benagli e dei Longhi. Da un documento di Pietro Guarisco dè Panigoli rileviamo che alcuni luoghi del Bergamasco e del Milanese prendevano parte ai moti nel Lecchese. La carta è rogata in data 25 settembre 1360; in essa il comune di Andena, elegge un procuratore per stabilire la pace tra esso comune e il borgo di Lecco, Valsassina, Taleggio, Valdimagna, Valbrembana, Adraria, Valle San Martino, Palazzago, Almenno, l’Isola, Calcinate, Uggiono, Ello, Galbiate, Bardesago, Garlate, Olcinate col monte di Brivio, Villa, Mandello, Valassina, Malgrate, Mozzo, Varena, Castello di Lierna, Marengo, Vallebretta, Villa d’Almenno, Valbrona, Ponte, Brembate di sopra, Trezzo, alcuni comuni di Ingino e la contrada di Cornevo19.

Nel 1375 vi fu una nuova formale spontanea soggezzione di Lierna a Varenna.

Il 31 gennaio alla presenza del notaio Iacobo Tenca fu Andriolo venne redatto l’atto di sottomissione che abbiamo già citato. I consoli [p. 47 modifica]e i vicini di Lierna congregati in generale adunanza appositamente convocata con l’intervento del Vicario ed altri rappresentanti di Varenna, visti i documenti e i privilegi prodotti, dai quali risulta:

1) Che molti anni prima i consoli e i rappresentanti di Lierna avevano fatto acquisto di tutto il territorio di Lierna con la giurisdizione ed ogni altro diritto annesso dal monastero di S. Dionigi di Milano, che ne era signore

2) che gli stessi avevano fatto vendita a Pietro Brancesari di Insola Nuova di certi fondi di Lierna già di proprietà del monastero predetto come da atto il novembre 1202,

3) che in seguito i predetti consoli e uomini di Lierna avevano fatto vendita a Corrado, podestà di giustizia d’Isola Nuova, e ad altri del detto luogo consigliarmente congregati e stipulanti per sè e loro aventi causa, di tutte le terre di Lierna con giurisdizione e diritti annessi, come li avevano riscattati dal monastero di San Dionigi, come da atto 6 dicembre 1202,

4) che detta vendita ebbe conferma da Filippo, arcivescovo di Milano,

5) che in seguito Annibale Franzani ed Aicardo Panizio come rappresentanti di Varenna, e degli altri comuni uniti a Varenna, e cioè Perledo, Bolonia, Tondello e Reulo, come pure di quei di Esino, Lierna e Bellano con tutta la pieve, in virtù di due strumenti di procura ambedue del 31 agosto 1242 a rogito, l’uno Gaspare Gaio, e l’altro Alamanno, figlio di Isolano di Pino di Varenna ed in presenza del Podestà di Bergamo, si siano in tutto e per tutto assogettati alla giurisdizione di Bergamo come a rogito 6 novembre 1242 del not. Denterio de Collo,

6) che i consoli di Lierna avevano pienamente ratificato l’atto di cui sopra; considerato che da tutte le prove premesse consta chiaramente essere detto territorio di Lierna proprietà di quei di Varenna ed avervi Varenna ogni diritto, mentre non ne hanno quelli di Mandello sebbene vi abbiano esercitato in passato giurisdizione non però per legittimo titolo, ma per abuso e con continua lite con Varenna; contrastando di essere stati vessati da quei di Mandelio e tornare loro più utile il dipendere da Varenna che da qualsiasi altro comune, essendo gli abitanti di Lierna quasi tutti massai di quelli di Varenna e quasi tutto il territorio di Lierna proprietà del Comune di Varenna; confermano l’atto di sudditanza fatto in passato, salvo il dovuto rispetto al magnifico Barnabò, Vicario di Milano. Il Vicario e rappresentanti di Varenna accettano come sudditi gli abitanti di Lierna.

A quelli di Mandeilo non garbava molto questa unione di Lierna con Varenna, e cercarono quindi antichi pretesti per muover lite ai Varennesi. Finirono poi i contendenti col rimettere, nel 1278. la questione ad arbitri, nominati dai sindaci e maggiorenti dei due borghi, con ogni [p. 48 modifica]autorità per appianare le divergenze. Essi furono: prete Beltramo de Cella e Balzarino de Balbiano per Varenna, Pietro Trincavello e Martino di Giorgio per Mandello. Il 27 aprile 1379 emisero il loro giudizio, che venne steso in atto pubblico dal notaio Zanolo de Caferario di Lecco.

L’articolo principale della sentenza è il seguente:

«... dixerunt, praeceperunt et arbitrati seu arbitramentati fuerunt et dicunt, praecipiunt, arbitramentantur declarando, deffiniendo, decidendo et determinando quatenus territorium de Lierno incipiendo ad quemdam terminum fixum per arbitratores suprascriptos, sive signatum in uno saxo existente in medio territorii de Lierno et de Vareno ubi dicitur in Nova de Paruta in medio Novae predictae prope ripam lacus et hic terminus debebit vocari terminus Ligapacis et abinde eundo per rectam lineam super montem usque ad quendam alium terminum fixum sive dignatum ut supra in quodam lapidem existente in dicta Nova apud stratam bestiarum per quam itur sopra Roncalibus Lierni eundo Versus Varenam, et ab inde ad quendam alium terminem fixum ut supra in oro plazae de nera et abinde eundo versus Varenam per rectam lineam usque ad quemdam lapidem de sarizium sitam ubi dicitur in platea de Greijo et abinde per rectam lineam usque ad quendam alium terminum fixum in Nova de Greijo in medio Novae predictae et abinde supra versus montem per rectam lineam usque in summitate montis et usque ad fines Valisaxine, sive de Esino, et a dictis terminis infra versus Mandellum sit et esse debeat et intelligatur virtute eorum praeceptorum et arbitramentorum iuris dictionis et de jurisdictione Burgi de Mandello cum infrascriptis modis, formis, limitationibus tenoribus semper observandis et inviolabiliter attendendis prout infra dicitur. Eoquidem tenore et ordine quod commune Burgi de Mandello seu ipsius Burgi offitiales et Vicarij qui fuerint pro tempore habeant et habere debeant et intelligant iurisditionem omnimodum tam civilem quam criminalem contra habitantes et qui habitabant in Lierno predicto et in territorio de Lierno superius specificato salvo semper ut infra declaratur per singula infrascripta capitula et quod si infrascripti...»20.

Come si vede il lodo degli arbitri non fu favorevole ai Varennesi.

Questo documento è molto importante, sia perchè contiene un numeroso elenco di abitanti di Mandello e di Lierna, sia perchè ha frequenti riferimenti agli statuti di Varenna che, come si vede, esistevano già allora e dei quali, pur troppo, come si è detto, non ci è stato possibile ritrovar copia. Da esso ricaviamo ancora come Varenna e Mandello avessero ciascuna il suo vicario o podestà.

La sentenza venne convalidata da un decreto 10 maggio 1379 di Rodolfo Visconti, figlio di Barnabò, che aveva ricevuto dal padre con altri territori Bergamo e Varenna, e risiedeva qual luogotenente del padre stesso in Bergamo. [p. 49 modifica]

Tale riunione di Varenna e Bergamo sotto un solo luogotenente fa pensare ad una dipendenza di Varenna da Bergamo almeno per le questioni giudiziarie.

Nell’archivio notarile di Milano (Cassa 442.4) esiste un lunghissimo processo relativo ad una eredità degli Scotti di Varenna. Negli atti, rogati dai notai Branzoli Nicola, Bernardo Milliocci e Federico Tohelmanis tutti di Varenna, negli anni 1382 e 1383, viene agitata l’importante questione se Varenna dipendesse direttamente da Milano, ma per le contradizioni dei testi, per le lacune nel documento, e per la mancanza delle conclusioni, la questione rimane insoluta. Ad ogni modo crediamo utile riassumere le parti principali.

Giacomo Scotti, figlio ed erede di Pietro Scotti di Varenna morto nel 1381, ab intestato, non lasciò discendenti, ma un fratello, due sorelle germane e sei sorelle consanguinee. Cinque delle sorelle erano maritate fuori della giurisdizione di Milano, e per conseguenza secondo gli statuti di Milano non avrebbero potuto aver parte nell’eredità del fratello; almeno così affermavano Giorgiolo del fu Pietro, i fratelli Simone e Giorgio Scotti del fu Giovanni, di Varenna, e la signora Belfiorina Scotti figlia del fu Pietro, e vedova del fu Francesco Andriani di Corenno.

Essi protestavano contro il sequestro di eredità dei beni del defunto fratello in Varenna e Mandello, dietro istanza delle sorelle Scotti, sposate nella giurisdizione di Como.

Entrambe le parti furono citate davanti a Guglielmo Ingenieri, vicario del podestà di Bergamo, giudice delegato dell’egregio e potente Soldato Guglielmo Gonzaga, e Filippino da Lodi, a ciò delegati dal magnifico Signore Rodolfo Visconti, luogotenente in Bergamo del magnifico Bernabò Visconti suo genitore. Le sorelle Scotti erano rappresentate nella controversia dal loro procuratore Giacomo Tenca. E il 26 giugno 1382 Scotti si presentò al tribunale di Bergamo, a nome suo e degli altri eredi in Varenna, e ottiene da Guglielmo Gonzaga e Filippo da Lodi, che sia revocato qualunque provvedimento preso sui beni dell’eredità Scotti.

Gli Scotti di Varenna nel loro reclamo, accennano ad una circostanza che prova la ricchezza di cui poteva disporre questa nobile famiglia in quel secolo, poichè affermano che il defunto Giacomo Scotti, sosteneva la quarta parte degli oneri che incombevano al comune di Varenna, oneri che verrebbero ad aggravare sui supplicanti e che sarebbe impossibile per loro di sostenere, se l’importante eredità, spettasse a gente estranea alla giurisdizione di Varenna. Nel Settembre il dibattimento della causa entra in una nuova fase, e cioè si svolge un appassionato dibattito tra le parti contendenti, per provare, da parte degli Scotti di Varenna, che Varenna ha sempre appartenuto alla giurisdizione di Milano, e da parte delle Sorelle Scotti, per provare che Varenna non aveva mai fatto parte di quella giurisdizione, e che i Vicari di Varenna [p. 50 modifica]avevano giurisdizione mera e mista per loro diritto, per controversia di qualsiasi valore, anche in materia penale.21

Gli uni e gli altri, si appoggiano a diversi testimoni che si contraddicono l’un l’altro; il processo ha molte lacune, proprio nei punti più interessanti e come abbiamo già detto manca della sentenza finale, però gli argomenti adotti da Simone Scotti appaiono più probanti che quelli degli avversari.

Egli produce vari quaderni, nei quali sono diversi processi fatti davanti ai giudici ed agli ufficiali di Milano, contro alcuni abitanti di Varenna, a richiesa di certi di Bellano, istromenti di possesso corporale dati dal messo del comune di Milano dietro richiesta di Isolano di Varenna; un rescritto diretto ai notai del borgo di Varenna e descritti nel collegio dei notai di Milano, e sottoscritti da Bentivoglio Panigarola.

Il documento contiene molte altre notizie di valore, e citazioni di altri atti, che non abbiamo potuto rintracciare.

Ad esempio, è citato da Simone Scotti, uno strumento senza data, d’investitura fatta dall’assessore del podestà di Milano, da Manfredo figlio di Uberto Lendinara22 cittadino di Milano, notaio e scriba del comune di Milano, nonchè da Sigibaldo figlio di Pietro della Torre notaio del Re. In questo atto è detto fra le altre cose che alcuni uomini di Varenna in nome del comune stesso di Varenna, furono investiti da quelli di Milano in nome del comune di Milano, di tutta la terra di Varenna, col patto che gli abitanti di Varenna siano da considerarsi come cittadini di Milano. In un altro strumento pure senza data, sottoscritto da Giovanni Cermenate23 notaio degli abbati e degli anziani del comune di Milano è detto che gli uomini ed il comune di Varenna sono liberati da tutte le condanne inflitte dal comune di Milano.

Nell’anno 1388, sotto il governo di Gian Galeazzo Visconti, vennero promulgati gli Statuti di molti paesi24 e fra gli altri quelli delle [p. 51 modifica]comunità della Vaisassina. Comprendeva questa allora i monti di Varenna, di Esino, di Dervio e di Mugiasca, oltre la valle di Taleggio e di Averara. Il territorio era diviso in quattro squadre:

1) Squadra di Cugnolo che comprendeva Cortenova, Bindo, Taceno, Margno, Vegno, Crandola, Valcasargo, Pagnona e Premana.

2) Squadra di Mezzo che comprendeva Pasturo, Baiedo, Introbbio, Vimogno, Barcone, Gera, Pessina, Primaluna e Cortabbio.

3) Squadra del Consiglio con Barsio, Cremeno, Cascina, Maggio e Concenedo.

4) Squadra dei monti alla quale appartenevano Mugiasca, Perledo, Narro, Indovero, Esino e Parlasco.

Ciascuna squadra aveva un proprio consiglio che si radunava due volte l’anno: a tutte le squadre presiedeva il Vicario che durava in carica sei mesi.

Negli statuti di Valsassina v’è di notevole, per quanto riguarda Varenna, l’articolo 63 che si riferisce ai delitti commessi dagli uomiui della Valsassina nel territorio di Lecco, Mandello, Varenna, Bellano e Dervio e stabiliscono che se alcuno della suddetta valle e dei suddetti monti commettesse misfatti nel territorio di Lecco, Mandello, Varenna, Bellano e Dervio, o se fu condannato dai capi di detti comuni, sconti la pena entro il termine fissato.

Il Rettore della Valsassina e dei monti adiacenti, è tenuto a costringere i condannati a sopportare la condanna loro inflitta con le spese stabilite dagli statuti dei rispettivi comuni. E ciò entro giorni dieci dalla condanna inflitta dal Rettore del comune o da qualche altro capo della Valsassina. Se poi il condannato non avrà mezzi per compensare la sua condanna, il Rettore deve far bandizzare che al colpevole non si presti aiuto in verun modo, nè con cibo, nè con bevanda, nè con altro soccorso. Se alcuno tenta aiutarlo è tenuto a scontar la pena invece del colpevole.

Tra i firmatari degli statuti della Valsassina per la squadra dei monti, figurano Ambrogio Tarelli e Giovanni Forno del Monte di Varenna.

Negli statuti di Milano del 1396, al capitolo 212, nel quale sono fissati i limiti della giurisdizione nelle cause civili, è elencato Varenna il che dimostra in modo evidente la dipendenza di essa da Milano.

Il capitolo 212 è così espresso:

«Comune Burgi Lenci habeat jurisdicionem in civilibus inter homines terrae sue usque quantitatem librarum centum terciolorum et non ultra hoc intellecto quod, si alieni ex partibus placuerit, teneatur Rector ipsius terrae quaestionem alieni Jurisperito Mediolani (deferre), et quod appellationes, quae inter ponerentur, si quae interponantur ad Iudices Appellationum Mediolani, seu alteri corum et eoram eis ventilantur et diffiniantur ut alie.

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Ripaltae libr. centum terciolorum
Canturii libr. quinquaginta terc.
Mandelli libr. quinquaginta terc.
Varexii libr. quinquaginta terc.
Dervi libr. vigintiquinque terc.
Varenae libr. vigintiquinque terc.
Angleriae libr. vigintiquinque terc.
Gallarate libr. vigintiquinque terc.
Biategrassii libr. vigintiquinque terc.
Caravazii libr. quinquecentum terc.
Burgi, Poliziae (Porliziae) libr. centum terc.

Negli stessi statuti di Milano, al capitolo 96, De jurisdictione jusdicentium, è detto che Varenna gode di mero e misto impero come Mandello, Dervio e Bellano.

Un’interessante questione si svolse alla fine del secolo XIV, tra il comune di Varenna e la famiglia Vacca, per il possesso dell’isola Comacina.

L’isola era stata donata dal duca di Milano a Marcolo de Luino, con lettere patenti del 1384, e questi, il 14 dicembre 1386, aveva venduto il dosso dell’isola stessa, nel luogo detto Moto Bannito ad Abondio Vacca fu Adoardo, per il prezzo di 150 fiorini d’oro.

Gli uomini di Varenna, ritenendo di essere i proprietari dell’isola quali eredi degli insulani trasmigrati, fecero istanza al duca perchè li rimettesse nel possesso di quella. Ed il duca ordinò al suo vicario generale di assumere precise informazioni sull’esposto degli uomini di Varenna; ma il referto del vicario non fu favorevole: egli notificò al duca che il dosso dell’isola non era di spettanza dei Varennati, sia perchè essi non fornirono valide prove dei loro diritti, sia perchè il dosso dell’isola, distrutta dall’imperatore nel 1109 in seguito alla ribellione degli abitanti dei quali alcuni si rifugiarono a Varenna, poteva comunque ritenersi terra abbandonata dagli abitanti stessi e, pertanto, di piena disponibilità da parte del duca.

Agl atti, da cui togliamo le presenti notizie, è unita una supplica di Abondio de Vacanis al duca, con la quale egli dimostra l’origine della sua proprietà del dosso dell’isola per legittimo acquisto dai fratelli Marcolo e Giorgio de Surico, ed aggiunge che detto dosso era già da circa duecento anni disabitato, e che egli piantandovi viti, olivi ed altri alberi fruttiferi, vi aveva speso più di 1500 fiorini, ricavati dalla vendita di altri suoi beni. E aggiunge poi, che nessuno mai ne aveva avuto il possesso giacchè, antichissimamente, il castello che vi era stato [p. 53 modifica]costruito fu distrutto, per la ribellione all’imperatore alla città di Como di coloro che vi abitavano, e gli statuti di Como stabilirono che esso non dovesse mai più risorgere25.

Fra i personaggi di Varenna che maggiormente si distinsero nel secolo XIV, fu Tommaso Serpente che venne nel 1309 inviato dall’imperatore Enrico III al Papa in qualità di ambasciatore, unitamente ad altri tre per domandare la conferma della sua elezione. Il Serponte nel 1313 venne nominato armigerorum praefectus Mediolani.

Secondo un memoriale della famiglia Serponti, da cui stralciamo le seguenti notizie, Simone, figlio del predetto Giovanni, nel 1309 condusse in isposa Margherita di Savoia, vedova di Giovanni di Chalons e sorella di Amedeo.

Un altro personaggio importante della Famiglia Serponti è Antonio, il quale, nel 1385, venne mandato dal comune di Varenna a chieder grazia a Barnabò Visconti per il pagamento di un’ammenda di fiorini 4000 che questi aveva inflitto agli abitanti del borgo.

Dell’esito di questa ambasciata parla un documento che si conserva nell’archivio di casa Serponti:26 Barnabò accoglie in parte la domanda di grazia del Varennesi e condona loro la metà dell’ammenda, esigendo però il pagamento intero ed immediato dell’altra meta, pena la confisca di tutti i beni.

Nel 1378 Giovanni Galeazzo Visconti investe Tommaso Serponti, valoroso soldato, ed il figlio Giovanni, del feudo del castello di Chiavenna ed altri beni.

Giorgio Serponti quondam Giovanni ebbe dalla duchessa di Milano il diritto di vendere ed alienare tanta parte del castello e beni fino alla somma di mille ducati.

Tommaso e Bernardo, padre di Ascanio, furono, il primo, castellano di Como, il secondo, Regio Fiscale Generale nello stato di Milano. Ebbe pure Tommaso dello stesso duca Giovanni Galeazzo Visconti, la cittadinanza milanese l’8 gennaio 1397, come risulta da un diploma nel quale è detto che egli era figlio di Antonio.

Fra i personaggi più noti di questo secolo annoveriamo anche Galeotto dei Balbiani che, alla fine del secolo stesso, divenne capitano della cittadella di Porta Vercellina a Milano. Egli fu padre di quel Baldassare che troveremo poi feudatario di Chiavenna sul principio del secolo XV.

Della famiglia Franzani, originaria dell’isola ricordiamo un Dominus Presbiter Davide Franzani di Varenna, rettore nel 1387 della chiesa di San Martino di Morbegno. [p. 54 modifica]

Fra i Magistrati del paese troviamo ser Maffiolo de Balbiano f. q. d. Galeotto, console del comune e luogotenente del nobile Don P. Zanoni, di Pietra Santa vicario del borgo di Varenna.

Nel 1387 venne nominato vicario del comune di Varenna il nobil uomo Domenico Barnaba de Bonora.

Da una pergamena dell’archivio arcivescovile di Milano in data 1° agosto 1342 si apprende: che Iurato Alberto de Madelberto del fu Guarisco de Madelberto è notaio a Tondello.

Il 16 ottobre 1351 roga un atto il notaio Giovanni de Boiano del q. ser Giacomo de Boiano de Varenna. (Ambrosiana, Carte pagensi 7049).

Un quadro poco lusinghiero sul grado di cultura in Varenna nel XIV secolo ci dà Tommaso Grossi nel suo romanzo storico: Marco Visconti; e tutti ricorderanno l’episodio del curato di Limonta che, sbarcato a Varenna, dopo la tempesta sul lago, avendo chiesto l’occorrente per scrivere «lo credereste? in tutto il paese non fu trovato un calamaio, una penna, un pezzetto di pergamena o di carta bambagina a volerli pagare tant’oro. Il curato non s’impacciava di scritture, lo speziale ed i pochi signori non sapevano da che parte la penna gettasse...»

Queste sono le parole del Grossi, il quale aggiunge che il curato dovette mandare, per avere quanto gli occorreva, a Perledo, da un vecchio notaio. Lo scrittore ha certo esagerato il quadro alfin di dare un’idea dell’ignoranza di quei tempi, ma crediamo non sia stato felice nella scelta dell’esempio: consta che in quel tempo Varenna ospitava famiglie, come i Balbiano, i Serponti, i Calvasina, i Calastro, i Boiano, gli Scotti e i Cella che diedero una serie di notai in quel tempo stesso.

Fra le calamità di questo secolo devonsi annoverare parecchie epidemie di peste: quella del 1301 che infierì nei paesi del lago, nei mesi di maggio e giugno e fu seguita nel 1369 e 1374 da grandissima carestia, quella dello stesso anno 1374, e quella del 1399.



Note

  1. Ripamonti G., Storia Mediol. pag. 81; Cantù Ignazio, Le vicende della Brianza; Corio, Storia di Milano. Parte II.
  2. Ripamonti G., op. cit. Tomo II, lib. VIII, pag. 499.
  3. Cavitelli, Ann. Cremonesi, pag. 108.
  4. Biscaro Giannina, Le relazioni dei Visconti di Milano con la Chiesa in Archivio St. Lombardo, 1919 fasc. 1 e 2. - Tollat, Lettres Comm. de Jean XX, n. 12092.
  5. Fiamma Galvano, Opusculum de gestis Azzonis Vicecomitis in Muratori Rerum It. Scriptores, tomo IX, pag. 1013
  6. Atto del 6 maggio 1324 rogato dal notaio Giacobino Mazza del fu Pietro di Varenna. Pergamena esistente nell’archivio parrocchiale di Varenna.
  7. Archivio della mensa vescovile di Como, vol. III e foglio 74. Imbreviatura feudale. Ser Petri Franzani de Varena.
  8. Monti Santo, Ristretto ovvero Piccola Cronaca degli Annali Gravedonesi di Antonio Maria Stampa nel 1715 in Periodico della Soc. Storica Comense anno 1901, vol. XIV.
  9. Vitali Luigi, Il Santuario della Madonna di Lezzeno. Tipogr. Boniardi, Pugliani. 1888.
  10. Di questo atto riparleremo nell’apposito capitolo dedicato a Vezio.
  11. A proposito di questo convento diamo notizia di un atto 5 sett. 1382 n.r Nicola Branzoli (Arch. Not. di Milano) nel quale si legge che domina Nicolina Scotti, una delle pretendenti all’eredità Scotti di cui parleremo più avanti, già consorte di Giovanni di Imbergo da Oggiono era professa nel mon. di S. Maria di Varenna.
  12. Magistretti Marco, Notitia Cleri Mediolanensis de anno 1398 in Archivio Storico Lombardo, an. 1900, fasc. XXVII.
  13. Nell’elenco non figura il clero di Varenna
  14. Questo atto è firmato da Rodolfo Fenegroe notaio arcivescovile e da Beltramo De Basilica.
  15. Mi è caro ringraziare qui il Dott. Gian Piero Bognetti che mi ha favorito il documento.
  16. Biblioteca Ambrosiana — B 45 inf.
  17. Anderloni, Statuti dei laghi di Como e di Lugano del secolo XIV p. 15 e seg. — Orlandi, Immunità e privilegi della Valsassina, Arch. Stor. Lomb. 1923, II. pag. 338.
  18. Vedi Motta, Notai milanesi del 1300. Notaio Ambrosolo Arese. Archivio Storico Lombardo 1895, fase. 8c, p. 375.
  19. Giuseppe Ronchetti, Memorie storiche della città e chiesa di Bergamo. Bergamo, 1817. Tomo V, pag. 124.
  20. Archivio Notarile di Milano, notaio Zanolo de Cafferario di Lecco.
  21. Archivio Storico Lombardo, anno 1902, pag. 222. F. E Cornani, Sui dominî di Regina della Scala e dei suoi figli.
  22. Sappiamo che questo notaio rogò l’atto di partecipazione di Vigevano alla Lega Lombarda in Mantova in San Giovanni dal Corno che porta la data del 1227.
  23. Di questo notaio troviamo fatta menzione in una nota di notai milanesi del 1300 dei quali si trovano traccie nell’archivio notarile di Milano. Egli roga un atto in data 4 settembre 1388; non si sa se egli faccia una sola persona col celebre cronista di Milano Giovanni da Cermenate. (Vedi E. Motta, Notai milanesi del 1300. Archivio Storico Lombardo, anno 22°, fasc. VIII, anno 1895).
  24. Negli Statuti di Valsassina non si fa alcun cenno agli statuti di Varenna, che con ogni probabilità debbono essere stati promulgati in questo periodo maFonte/commento: 525 disgraziatamente non ci è stato possibile di rintracciarli mentre sono conosciuti gli Statuti di Bellano, DervioFonte/commento: 525 e Mandello i quali ultimi vennero da noi ritrovati nella biblioteca comunale di Rimini.
  25. Archivio di Stato di Milano. Governo p. a. Aque. Laghi: Como P. G. cart. 255.
  26. L’archivio di casa Serponti è ma conservato dalla famiglia del maggiore Carlo Pagani.