Torino e suoi dintorni/Capitolo terzo/II

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II. ― CHIESE.

La città di Torino conta diciassette parrocchie (quattordici nell’interno, due suburbane nei borghi Po e Dora, ed una situata dentro la cittadella), ed un numero considerevole di altri tempii ed oratorii; i più sparsi nella parte vecchia della città. Nel borgo Nuovo sorgono due nuovi templi, a comodo della sempre crescente popolazione.

(Indichiamo tutte le chiese parrocchiali colle lettere C. P.; e citiamo talune delle altre che meritano speciale ricordo.)

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(Cattedrale di S. Giovanni)


Cattedrale di San Giovanni (Piazza di San Giovanni). ― Nel sito ove sorge ora il duomo torinese, sul cadere del secolo XIII [p. 60 modifica]

v’erano tre tempii, quello del Santo Salvatore, quello di San Giovanni e quello di Santa Maria. La chiesa di San Giovanni, che si pretende fondata da Agilulfo nel 602, stata poscia verosimilmente distrutta, ricostruivasi nel 1395.

La fabbrica, quale ora si vede, fu sostituita alle tre chiese che prima esistevano; tutto l’antico (del campanile in fuori, che sembra sia stato solamente elevato a maggior altezza) fu atterrato; e il nuovo e grazioso duomo sorse nel 1498.

Appartiene allo stile del Risorgimento. Diviso in tre navate, è lodevole la perfetta armonia delle sue parti; semplice la facciata costrutta in marmo di Carrara, come dello stesso marmo sono pure costrutti i cornicioni esterni, ed una gradinata per cui si ascende al tempio: raffaellescamente e con isquisito lavoro intagliati gli stipiti delle porte. Il fianco della chiesa è pure molto lodato.

L’illustre professore Carlo Promis crede possa essere opera di Baccio Pontelli, architetto di Sisto IV, essendone le proporzioni affatto somiglianti a quelle usate dal medesimo nelle chiese condotte in Roma e altrove, le quali hanno tutte que’ pregi di timida purezza e di grazia schiva e dilicata che s’ammirano nella nostra cattedrale.

Rimasta nuda nell’interno, giusta il costume di que’ tempi, soltanto a questi giorni venne messa tutta a pitture, a stucchi, a dorature. Si dipinsero sul vôlto i patriarchi; nelle lunette delle finestre i profeti; sotto lo finestre è rappresentalo in 14 quadri tutta la storia del Messia e del Precursore, cui questo tempio è dedicato. La gran tavola ch’è sopra la porta maggiore del tempio è una copia della Coena Domini di Leonardo da Vinci. Gli affreschi sono dei pittori Vacca, Fea e Gonin, di bellissima fama.

Abbondano di buone pitture e di marmi le molte cappelle di questa chiesa. Nel secondo altare a destra si vede una tavola a scompartimenti; i diciotto quadretti graziosamente incastrati fra gli ornamenti delle pareti laterali, sono attribuiti ad Alberto Durer di Norimberga, uno de’ più celebri pennelli della scuola tedesca.

La tribuna reale che trovasi a destra dell’altar maggiore fu disegnata dall’architetto Martinez.

Le pareti di questo sacro tempio s’adornano di molte lapidi sepolcrali. L’iscrizione più antica e preziosa è quella del vescovo Orsicino che mori nel 509.

Presso alla porta grande si vede la statua di Giovanna d’Orlié, dama delle Balme, che nel 1479 fece un legato per l’istituzione di [p. 61 modifica]

tre coristi nella cattedrale. Ella morì a Pavia, ma qui fu trasportata. È una figura di donna inginocchiata sopra un monumento adorno di statuine.

Noi sotterranei del duomo è il sepolcro del principe Federigo Augusto Della Torre e Taxis, nato a Brusselle nel 1796 e morto a Torino nel 1751; e quello del conte e maggior generale Nicolò Palfy , maggior generale d’Austria, grande d’Ungheria, morto in guerra il 26 maggio 1800 d’anni 36.

I sepolcri degli arcivescovi sono costrutti a guisa di altare.

Fra le tombe dei canonici esistono quelle di due vescovi stranieri, Ludovico Gerolamo di Suffren di St-Tropez, vescovo di Nevers, morto in Torino nella casa de’ Missionari il 22 di giugno 1766, e Giuseppe Maria Luca di Falcombello d’Albareto, vescovo di Salat nel Perigord, che cessò di vivere in questa città il 20 di maggio del 1800.

In una cameretta che si trova al di là delle tombe dei vescovi giacevano le urne di molti principi di Savoia. Alcuni di questi furono più tardi deposti magnificamente nella cappella del S. Sudario, gli altri nella badia di San Michele della Chiusa.

Questa cattedrale (che è uffiziata da un Capitolo di venti canonici) risuona nelle maggiori solennità di soavi e maestosi concenti dei musici della Cappella Regia. Tutta la città accorre ad udire il mesto canto delle lamentazioni di Geremia nella settimana santa. Il pergamo di San Giovanni è uno de’ più famosi e agognati d’Italia.

Cappella del SS. Sudario. — Chi entra nella cattedrale di San Giovanni osserva dirimpetto, al disopra dell’altar maggiore, invece di un gran quadro, com’è l’uso, una vasta invetriata da cui traspare misteriosamente una cappella, quasi un’altra chiesa che si spicca in aria, di bruno aspetto e illuminata da incerta luce.

A questa cappella guidano gli scaloni che s’alzano a capo delle due navi laterali della cattedrale, sotto a due grandi porte di marmo nero. Vi si accede anche per una galleria dal palazzo reale. Funebre è l’ingresso; funebre tutto l’apparato della cappella, ch’è rotonda e rivestita di bruno marmo, in mezzo a cui sorge, a guisa di avello sopra l’altare, l’urna che racchiude il Santo Sudario, monumento di pietà, e memoria dell’antica cavalleria de’ principi sabaudi.

Intorno a questa insigne memoria sappiamo che, correndo il secolo XIV, Guglielmo di Villar Sexel la portò dall’Oriente e la depose nella chiesa di Lirey in Sciampagna; che Margarita Charny, della stirpe dei Villar Sexel, la donò con atto solenne del 22 marzo 1452 o 1455 a Lodovico di Savoia che la depose a San Francesco di Ciamberì, assegnando [p. 62 modifica]

al capitolo di Lirey, già custode della santa reliquia, cinquanta franchi d’oro all’anno.

Nel 1578 San Carlo Borromeo partivasi con un bordone in mano, accompagnato da poco seguito, a piedi, pellegrinando, ad onorare il S. Sudario. Il duca Emanuele Filiberto, di ciò consapevole, a risparmiargli la parte più disastrosa del viaggio, e a trovare una giusta cagione di tenere presso di sè la santa reliquia, la fece trasferire con solennità a Torino, dove il santo la venerò.

La devozione de’ popoli verso la Santa Sindone si faceva ogni giorno più grande. Ogni anno, il 4 di maggio, si mostrava dal vescovo a’ Torinesi. Quintane, corse, luminarie segnalavano in tal giorno la pubblica gioia. Era serbata a Carlo Emanuele II la gloria di alzare al Sudario torinese nel 1694 un tempio degno. La bizzarra e fantastica architettura del padre Guarini servì molto bene al concetto del principe.

Tra il palazzo ed il coro della cattedrale sorge il sacro edificio coll’ardita sua cupola disposta a zone esagone, in modo che l’angolo di una zona risponde al mezzo del lato delle sotto e soprastanti; pervenuta a certa altezza la parte interna converge rapidamente, ed è tutta traforata da luci triangolari finchè lo spazio, reso angusto, è chiuso da una stella intagliata che lascia vedere a traverso i suoi vani un’altra vôlta in cui è dipinto lo Spirito Santo in gloria. Questa cupola così leggera e fantastica, che s’alza sopra una rotonda di marmo nero, con archi e pilastri di belle e grandi proporzioni, è un monumento degno di considerazione. La cupola produce un effetto analogo a quei padiglioni, o campanili traforati dell’architettura gotica. È questa l’opera fantastica del padre Guarini la quale, come dice Carlo Promis, ha un merito di stereometria superiore forse a qualsiasi edificio del mondo.

Sono notevoli nel tesoro della sacristia una croce, un calice e quattro candelabri di cristallo di rocca con vaghi intagli, e soprattutto una croce di legno lavorata a traforo, in cui è intagliata in figure minutissime la Passione di Gesù Cristo, e sembra lavoro del secolo XV. Havvi pure un battesimo di Cristo di Macrino d'Alba.

Entro ai vani dei quattro archi che rimanean liberi nella cappella, la pietà e la munificenza di Re Carlo Alberto ha allogato le ossa di quattro principi di Savoia di grandissimo nome, Amedeo VIII, Emanuele Filiberto, il principe Tommaso, e Carlo Emanuele II, fondatore di questa cappella.

Tutti e quattro hanno nobile monumento per opera de’ valenti artisti Cacciatori, Marchesi, Gaggini e Fraccaroli. [p. 63 modifica]

(Monumento ad Emanuele Filiberto)

I bianchi marmi de’ mausolei spiccano con singolare contrasto sul fondo nero, ond’è rivestita tutta la mortuaria cappella.

Il monumento ad Emanuele Filiberto, che qui presentiamo, è opera del Marchesi. Uno stilobato, un cippo ed un piedestallo porgono piramidalmente sembianza di monumento. Ne’ prospetti dello stilobato havvi lo stemma ducale. Sopra lo zoccolo è diritto in piedi il simulacro del duca colla spada abbassata e collo sguardo pieno di bellicosa fierezza. Sul basamento si ammirano due statue. A destra del duca è la Storia che scrive in una tavoletta ciò che detta la Munificenza, ritta innanzi a lei, col leone dappresso. Vi si legge questa iscrizione:

Cineribus
Emmanuelis Philiberti
Restitutoris imperii
In templo quod ipse moriens
Construi
Et quo corpus suum inferri
Jusserat
Rex Carolus Albertus.

Il monumento ad Amedeo VIII, che sorge rimpetto a questo, è opera del Cacciatori. Sta ritto fra la Giustizia e la Felicità il duca Amedeo con alta e maestosa forma, tenendo il braccio destro piegato sulla spalla della Giustizia, mentre protende l’altro sulla testa della Felicità. L’animo del duca, ch’ebbe il nome di pacifico, e che antepose alla gloria delle armi l’amore della giustizia ed il buon reggimento del suo popolo, si appalesa nel disegno e nell’espressione di tutta la persona. Questo gruppo di tre figure s’inalza sopra un basamento ornato di un basso rilievo, che rappresenta Amedeo nell’atto di pubblicare le sue leggi. Il duca è vestito in abito di vicario imperiale; al suo fianco [p. 64 modifica]

ha il figlio che prese dal padre le redini dello Stato; di rincontro il vescovo di Ciamberì coi magnati. Al disotto del basso rilievo havvi lo stemma di casa Savoia con simboli di pace, di gloria e di potere. Ai due lati del basamento si veggono le statue della Fermezza e della Sapienza. Nel mezzo si legge la seguente iscrizione:

Ossa heic sita sunt
Amedei VIII
Principis legibus populo constitutis sanctitatis vitae
Pace orbi christiano parta clarissimi
Rex Carolus Albertus
Decori ac lumini gentis suae
Monum. dedic. anno MDCCCXLII
Obiit gebenn. sept. id. januarii a. MCCCCLI


(Monumento a Carlo Emanuele II)
Nel terzo vano della cappella s’innalza il monumento a Carlo Emanuele II, opera del Fraccaroli, di cui porgiamo pure il disegno. È

assai elevato il basamento su cui son collocate tre figure in tre nicchie separate, che si connettono col personaggio seduto in cima al monumento. Lo scultore finse nelle statue del basamento, a sinistra del riguardante, la Pace, rappresentata da un guerriero spogliato in parte dalle armi, che appressa la mano all’elsa della spada; a destra l’Architettura,che tiene una tavoletta ov’è incisa la pianta della cappella, per ricordare che la fece costruire

Carlo Emanuele II; nel mezzo la Munificenza, che diede splendore al suo nome ed al suo regno. Emblemi significanti il carattere benefico e pio di quel duca ornano il basamento inferiore, su cui si legge: [p. 65 modifica]

Carolo Emmanueli II
Cujus munificentia
Urbs ampliata et monumentis exornata
Via montibus caesis ad Galliam perducta
Aedes haec a solo facta
Dedicataque
Rex Carolus Albertus
Ob. aug. Taur. prid. id. junii
A MDCLXXV.

Nella quarta nicchia, sopra largo basamento, sorge il monumento al principe Tommaso, condotto dal professore Gaggini. La figura del principe s’inalza ritta in piedi sopra una colonna, con la mano appoggiata all’elsa della spada. Ai suoi lati, più sotto, sorgono due figure simboliche. Un leone vigilante posa sul basamento, sulla cui cornice leggesi:

ab hesperia non flexit lumina terra.

Più sotto vi ha la seguente iscrizione:

Francisco Thomae Caroli Emmanuelis I F.
Qui magno animo italicam libertatem armis adservit
Nec prius dimicare destitit quam vivere
Rex Carolus Albertus
Fortissimo duci auctori generis sui
Obiit aug. Taurinorum
XI kal. februarii MDCLVI.

Tutte queste iscrizioni sono dettate dall’illustre cavaliere Cibrario.

S. Agostino (Via Sant’Agostino).1 C. P. — La pietra fondamentale di questa chiesa fu posta ai 14 settembre 1551. È notevole per illustri sepolcri. Magnifico è quello inalzato sulle ceneri di Cassiano Dalpozzo, celebre giureconsulto, morto nel 1578.

Non men bello è quello che fu eretto ad onore del celebre ed infelice cardinale Carlo di Tournon, morto fra i duri stenti di orrida prigione a Macao il 7 giugno 1710. Il suo corpo dalla Cina fu trasportato a Roma. Vi fu pure sepolto, il 1° gennaio 1576, Pierino Belli, celebre per l’opera De re militari et bello, il primo che applicasse la scienza delle leggi alla guerra: trasportato poi in Asti nella cattedrale.

L’Addolorata col Cristo morto, nella seconda cappella a sinistra, appartiene alla scuola di Alberto Durer. [p. 66 modifica]La Visitazione (Via dell’Arsenale). — Sotto all’altar maggiore di questa chiesa è una cameretta ove giaciono le spoglie mortali di Donna Matilde di Savoia, e de’ suoi discendenti marchesi di Simiana e di Pianezza. Secondo il Cibrario, questa chiesa sarebbe stata inalzata nel 1661 sul disegno del Lanfranchi. La pietra fondamentale venne posta da Giovanni d’Aranthon, vescovo di Ginevra. È presentemente ufficiata dai padri missionarii.

Nell’annesso convento vi furono stabilite, dalla B. Giovanna da Chantal, le prime monache della Visitazione che fossero in Italia. Il S. Vincenzo de’ Paoli è di Andrea Miglio.

La cupola fu graziosamente dipinta da Antonio Milocco; vi sono quadri del Trono, del Nepote, ecc.

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(Chiesa di S. Massimo)


S. Massimo, vescovo di Torino (Vìa di Borgo nuovo). C. P. — Di questo maestoso tempio furono gettate le fondamenta nel 1846, [p. 67 modifica]dietro il disegno del sig. Carlo Sada, architetto di S. M., sopra un’arca rettangolare isolata, di spettanza del Municipio.

L’isolamento dell’area permise di ben decorare le quattro ortografie esterne, di cui la principale a mezzodì sorso la contrada di Borgonuovo con pronao tetrastilo-diastilo-scanalato d’ordine corintio, le due laterali con un esastilo-eustilo pure scanalato, addossato al muro ed elevato su d’un stereobate continuo; ed il postico con ante egualmente al muro addossate ed in disposizione simmetrica alle colonne del pronao, le quali, del pari che quelle de’ laterali e le ante del postico sorreggono de’ fastigi di proporzioni vitruviane. Nella facciata principale vi sono pure delle nicchie dccorate a guisa di edicole con statue.

Sorge in seguito all’ingiro del tempio e sulla trabeazione un maestoso attico, ed isolatamente poscia il tamburo della cupola riccamente ornata; decorata di colonne d’ordine corintio, addossate al muro, fra le quali ricorrono alternate finestre e nicchie con statue rappresentanti otto degli Apostoli.

È corona di questa cilindrica mole una trabeazione corintia, la di cui cimasa è riccamente decorata di ben vaghi ornati in rilievo, alternati da ante fisse, sulla quale trabeazione sorge maestosa la vôlta semjcircolare, cinta all’ingiro da tre scaglioni, ed avente alla sommità una croce con ricco basamento.

Per tre porte si ha accesso al tempio, una nella fronte principale e due nei laterali. L’interno è ad una sola navata, e la sua icnografia rappresenta una croce latina, nel cui centro maestosamente s’erge la mentovata cupola elevata dal pavimento di metri 45. Quattro grandiose cappelle fiancheggiano la predetta nave, due delle quali, di maggiori dimensioni, costituiscono i cosi detti bracci della croce.

Ascosi tre gradini, si entra nel presbiterio, che è separalo dal rimanente del tempio da ben ricco podio a balaustri: contermina il presbiterio un maestoso abside o coro corrispondente alla magnificenza ed all’ampiezza dell’edifizio. Lateralmente al presbiterio sono situate due sagrestie, e superiormente da un lato evvi la tribuna per l’organo, e dall’altra quella pei cantori.

Le pareti sono decorate di colonne d’ordine corintio in parte isolate ed in parte addossate al muro, che sorreggono una ricca trabeazione sulla quale hanno nascimento i vari generi di vôlta. I quattro pilastri che sorreggono la cupola sono ornati di ricche edicole, di cui una con pergamo e le tre altre con nicchie e statue.

Le vôlte sono tutte decorate con cassettoni in rilievo con variati rosoni e decrescenti ornati di buono stile. [p. 68 modifica]L’interno del tempio è inoltre ricco di dipinti a fresco del Gonin, del Gastaldi, del Morgari, del Quarenghi, ecc.

Le statue dei profeti dentro la cupola sono lavoro in istucco degli Albertoni, Dini e Simonetta; gli altri ornamenti a stucco son fatti dal Gibello, dal Diego, dal Romanzini e dall’Isella.

Santa Croce (Piazza Carlina). ― Di forma ovale, piccola, ma graziosa ed ornata di colonne di marmo. Disegno del Juvara. La deposizione della Croce che si scorge sull’altar maggiore è del cavaliere Beaumont. Il quadro di S. Pietro è del Moncalvo.

Le canonichesse lateranensi che abitano nell’attiguo convento surrogarono, nel 1560, le antiche Benedettine di S. Pietro.

San Carlo (Piazza San Carlo). C. P. — Carlo Emanuele I, nel 1619, spinto da divozione alla memoria di San Carlo Borromeo, che aveva conosciuto di persona, pose la prima pietra della chiesa che intitolò a questo santo. La uffiziarono gli agostiniani scalzi.

Il re Carlo Alberto e la regina Maria Cristina v’aggiunsero di quest’ultimi anni la facciata di granito roseo, notabile per un basso rilievo del Butti, che rappresenta il santo cardinale nell’atto di dar la comunione al duca Emanuele Filiberto (1578).

Nella cappella di San Giuseppe v’ha il monumento colla statua di Francesco Maria Broglia, che, educato alla scuola di Carlo Emanuele I, salì in Francia ad alti onori militari; e nel 1756, posto l’assedio a Valenza, nel riconoscere la piazza, fu da palla nemica trafitto. L’iscrizione lunga od ampollosa è d’Emanuele Tesauro.

Nel monumento del Broglia trovasi solamente il cuore, mentre il corpo riposa in S. Domenico di Chieri: fu scolpito da Tommaso Carlone.

Nel secondo altare a destra il quadro di S. Pellegrino, è creduto del Bassano. Nella cappella accanto all’altar maggiore il dipinto della Vergine di Coppacavana, fu mandata dal Perù dal marchese di Castel Rodrigo, viceré di Valenza, nel 1691.

Posteriormenle la chiesa di San Carlo venne ufficiata dai padri serviti, i quali nel 1850 vennero d’ordine governativo allontanati dal convento e dal servizio della chiesa , che fu di nuovo assegnata ai preti secolari.

Santa Cristina (Piazza San Carlo). — Fondata da Madama Reale Maria Cristina, la quale, fatte venir di Francia alcune carmelitane scalze, comperò due case all’effetto di convertirle in chiesa e monastero pel loro collocamento. Pochi monasteri fiorirono al par di questo (assicura il Cibrario) per merito di virtù e di regolar disciplina. Madama Cristina, morendo, volle essere sepolta nella lor chiesa [p. 69 modifica](dicembre 1664). Maria Giovanna Battista rabbellì la chiesa e la piazza, aggiugnendovi nel 1718 la maestosa facciata di pietra sul disegno del Juvara, con statue del Caresana e del Tantardini.

Quando la rivoluzione venne a cacciare le monache dai loro chiostri, fu trasferito in Santa Teresa il corpo di Madama Reale, ove giace sepolta tuttora nel sotterraneo sotto l’altar maggiore(1802). Due anni dopo sull’architrave della facciata di Santa Cristina leggevasi l’iscrizione: bourse de commerce

Non furono ristabilite le Teresiane, ed ora viene officiata da una pia società del Sacro Cuore di Maria, a cui fu unita quella del Suffragio.

San Lorenzo (Piazza Castello). — Attigua al palazzo di S. A. R. il duca di Genova, è la chiesa di San Lorenzo, la cui bizzarra struttura è degna di essere considerata. Havvi anche in questa, come in tutti gli edificii del genere borrominesco e guariniano, il solito abuso delle curve, ma non manca però di originalità e di arditezza.

Emanuele Filiberto nella battaglia di S. Quintino, combattuta nel giorno di San Lorenzo, aveva fatto voto di consacrargli una chiesa, se Dio gli concedeva la vittoria. La vittoria del duca di Savoia fu trionfale, come ognun sa2. Era vicina al palazzo una chiesuola, appoggiata al muro della città, dedicata a Maria; ornatala, e rifatto l’altar maggiore, il duca la dedicò a San Lorenzo. Rimase quella chiesetta qual cappella di corte finchè s’introdusse l’ordine dei Teatini, i quali, avuta la casa vicina (ora del Duca di Genova), si diedero a costruire il nuovo tempio. Giunto da Parigi il padre Guarini, teatino, e creato architetto civile e militare del duca, disegnò la nuova chiesa che venne condotta a compimento nel 1687. — La cupola di questo tempio è, come quella della Santa Sindone, molto fantastica ed ardita, e si sostiene per archi che vanno man mano digradando ed equilibrandosi l’uno sull’altro.

Sull’urna dell’altar maggiore è scolpita in basso rilievo la battaglia di San Quintino, con un angiolo che benedice le genti capitanate da Emanuele Filiberto; lavoro del Tantardini, bolognese.

La prima cappella a sinistra, entrando in chiesa, venne concessa nel 1846 in patronato di una società di architetti, ingegneri, capi mastri da muro, scalpellini e scultori milanesi, che la costrussero tutta in marmo. Sull’altare evvi una buona pala con Sant’Anna. la B V. e le anime purganti, di Pietro Ayres; nelle nicchie laterali sono due statue del Butti. [p. 70 modifica] Si veggono quadri del Pozzi, del Polloni, del Guidoboni, del Muratori, del Dufour e del Peruzzini.

I teatini non furono ristabiliti; ora è officiata da sei preti canonici della cappella della SS. Trinità nella cattedrale.

La chiesa serve ai funerali de’ cavalieri dell’Ordine militare e dell’Ordine civile di Savoia. Si appellò dapprima ducale e poscia regia, perché l’altar maggiore e quello della Concezione di M. V. sono di patronato del Re. Molti principi della real casa concorsero generosamente ad abbellirla, e vi hanno una tribuna. Il re Carlo Felice nel 1830 ne fece riparare e dipingere il vôlto dal valente pittore Fea di Casale.

Si ha l’adito a questa chiesa per mezzo di un oratorio sacro alla B.V. Addolorata, tenuta in grande venerazione dai torinesi.

S. Barbara (Dentro la Cittadella). C. P. — Destinata a parrocchia per la guernigione e per le persone addette alla custodia del forte, che trovansi entro i ponti levatoi. Vi esercita le funzioni di curato un cappellano militare.

V’è la sepoltura del conte Pietro de la Roche d’Allery, comandante della cittadella nel tempo dell’assedio, e morto ai 14 ottobre 1714.

Nella chiesa vecchia v’era sepolto il celebre autore della Storia di Napoli, Pietro Giannone, morto il 17 marzo 1748.

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(Chiesa e Santuario della Consolata)


La Consolata (Via della Consolata). ― Nel 1016 fu per ordine [p. 71 modifica]di Ardoino, re d’Italia, eretta una cappella (ohe resta ora sotterranea) nel luogo ove si rinvenne la sacra immagine di Maria, detta della Consolazione, divenuta per otto secoli la venerazione dei torinesi. Più tardi, sopra la primitiva cappella, venne inalzata una nuova chiesa dedicata a Sant’Andrea, con attiguo santuario alla Vergine Consolatrice. È questa appunto che, rifabbricata, s’ammira oggidì, ed è visitata da pietosi cittadini e dagli stranieri.

Il titolare della chiesa è Sant’Andrea: ma dal nome della venerata immagine che si ammira nel santuario, tutta la chiesa assunse il nome della Consolata. È officiata ora dai padri oblati. Questo tempio, prima dell’anno 1675, era a tre navi; si principiò, in quell’epoca la sua ricostruzione sul disegno del P. Guarini: nel 1705, e chiesa e santuario eran condotti a termine. Nel 1714 poi, Vittorio Amedeo II fece ampliare sul disegno del Juvara il presbitero del santuario e ne costrusse lo stupendo altare. Ora il tempio è di forma ovale, alto, grandioso; aperto all’intorno per otto grandi archi. Quello a levante contiene l’altar maggiore, dietro e sopra cui, in alto, sta il coro dei monaci. Di fronte all’altar maggiore v’ha la porta d’ingresso. A mezzodì, dal qual lato è propriamente la facciata del santuario, s’apre un’altra porta, di fronte alla quale presentasi il santuario della Consolata, a cui si sale per alcuni gradini, e che un elegante cancello divide dalla chiesa di sant’Andrea. Fra un arco e l’altro s’alzano pilastri binali d’ordine corintio. Le dorature, così della chiesa come del santuario, furono rinnovate nel 1836.

Il santuario, che s’apre sul fianco settentrionale della chiesa, è di forma esagona, ornato di colonne e tutto rivestito di marmi. L’altare ove si venera l’immagine di Maria poggia a grande altezza. Le pitture che veggonsi nella chiesa e nel santuario sono del Cervetti, del Caccia, dell’Alberoni, del Crosato di Venezia, ecc. Nella sala del capitolo merita osservazione una tavola del Beaumont; e nella libreria del convento alcuni dipinti del Moncalvo.

In seguito al voto fatto dalla città di Torino, nell’occasione del cholera asiatico (1835), la cappella sotterranea, detta della Madonna delle Grazie, fu adorna di scelti marmi, e ne fu pure agevolato e rabbellito l’ingresso.

Prima era ufficiata dai benedittini, poscia dai fogliesi, ora dagli oblati.

Il catino sopra l’altar della Madonna è dipinto da Bernardino Galliari.

I1 corpo di S. Valerico ab. fu portato dai monaci della Novalesa, quando, nel 906, fuggirono per l’irruzione dei saraceni. [p. 72 modifica]Sulla piazzetta ch’è a ponente della chiesa, allo sbocco della larga via che chiamasi della Consolata, sorge un’alta colonna di granito di Baveno, sopra la quale stà la statua della Madonna, di marmo bianco, alta metri 2,56. Fu eretta dalla città di Torino nella stessa occasione del voto fatto nel 1835. La statua fu collocata solennemente il 10 luglio 1837. Essa rappresenta la regina del cielo, com’è figurata nell’immagine del vicino santuario.

Nel piedistallo è la seguente iscrizione, che esprime la ragione e lo scioglimento del voto:

Matri a consolatione
Ob aerumnam morbi asiatici
Mire lenitam mox sublatam
Tantae sospitatricis ope
Ordo dec, pro populo
Votum solvens quod vovit
An. M DCCCXXXV.

Olt aeruiitnmn morbi asiatici

La Misericordia (Via della Consolata). — Apparteneva già ad un monastero di Benedettine, quindi alle canonichesse Lateranensi. La facciata fu eretta sul disegno dell’architetto Lombardi nel 1828.

I1 quadro dell’altar maggiore è opera di Federico Zuccheri; quello di S. Gio. Nepomuceno del cav. Beaumont.

Corpus Domini (Piazzetta del Corpus Domini). C. P. — Eretta dalla città di Torino a conservare la memoria del miracolo del Ss. Sacramento, avvenuto nel 1453, addì 6 di giugno. È fatta sul disegno di Ascanio Vittozzi. La facciata non è di cattivo stile; ma la chiesa venne strabocchevolmente arricchita di marmi, di ornati e di dorature nel 1753 dal conte Benedetto Alfieri, allora decurione della città di Torino. I1 quadro dell’altar maggiore è della scuola del Guercino, quello di San Giuseppe e i due ovali della cappella a destra, sono di Gerolamo Donnini da Correggio; quello di San Carlo Borromeo co’ suoi ovali, nella cappella a sinistra, di Francesco Meiler, alemanno.

Quasi sotto al pulpito vedesi infissa nel pavimento una grande tavola di marmo bianco, su cui sta incisa un’iscrizione, cinta all’intorno da un cancello. Questa lapide venne collocata per ricordare il luogo ove avvenne il miracolo, di cui si celebra ogni anno la ricorrenza con pub- blica solennità3. [p. 73 modifica]Di questa chiesa è patrono il municipio: ha nel suo seno sei ecclesiastici, cappellani della città, che sono anche canonici della Ss. Trinità nella Metropolitana. — È attigua alla chiesa del S. Spirito, colla quale comunica internamente.

(Via di San Domenico).— Dicesi fondata nel 1214. È notevole la tavola della Vergine, nella cappella del Rosario, che, avendo in braccio il bambino, porge il rosario a San Domenico; e più abbasso, Santa Caterina da Siena ed alcuni angeli in gloria. È una delle buone opere di Giovanni Francesco Barbieri da Cento, detto il Guercino. Questo quadro è il solo veramente classico che veggasi nelle chiese di Torino.

Riposa in questo tempio, e nella cappella suddetta, un famoso guerriero, Giovanni Caracciolo, principe di Melfi, duca d’Ascoli, maresciallo di Francia, morto il 5 agosto 1550: l’iscrizione si trova accanto la porta grande a sinistra. Presso la stessa porta fu deposto Filiberto Pingon, storico ed antiquario illustre. — Nel convento fiorirono varii uomini distinti.

Quella casetta bassa, per cui si ha ingresso nel chiostro, conteneva il tribunale dell’inquisizione.

S. Simone e Giuda (Borgo Dora). C. P. — Edificata nel 1780 sul disegno del conte Dellala di Beinasco, architetto del re. Nel distretto della parrocchia di questo borgo sta l’edificio noto sotto il nome di Fucina di Valdocco, dove il re Carlo Felice nel 1823 fece edificare una chiesa ad uso degli operai di quella fucina.

SS. Trinità (Via di Dora Grossa).- È una delle più belle chiese di Torino, edificata dal Vittozzi. Consiste in una rotonda di assai bella proporzione, sormontata da una cupola che finisce in una lanterna. Superiormente alla cornice del primo ordine, coronata da una balaustra, evvi un secondo ordine sostenuto da cariatidi, la cornice del quale è parimenti abbellita d’altra balaustra. Questa cupola venne alzata nel 1661. Nel 1718 fu, ad opera del Juvara, rivestita tutta la chiesa di finissimi marmi trasportati dalla Sicilia. Nel 1830 si ristorò la facciata, nel cui frontone v’ha un basso rilievo, lavoro dello stuccatore Banti, veneziano.


[p. 74 modifica]Alcuni anni fa occorrendo alcune riparazioni alla cupola, vennero eseguite secondo il disegno del cavaliere Leoni, nella qual epoca fu abbellita nell’interno da un grandioso affresco di bellissimo effetto che tutta la ricopre, raffigurante le glorie del paradiso, dipinto dai signori Vacca e Gonin.

Vi si veggono quadri di Daniele Seyter, di Gio. Carracha, fiammingo, pittore del Duca di Savoia, del Cignaroli Martino, veronese, del Mareni, del Nepote, del Grassi.

Vi è sepolto l’architetto di Carlo Emanuele I, Ascanio Vittozzi da Orvieto, morto nel 1615.

Santi Martiri (Via di Dora Grossa). C.P. — Già appartenente ai Gesuiti; sacra ai Ss. martiri Solutore, Avventore e Ottavio. È la chiesa più sontuosa nell’ interno, più ricca di marmi, di stucchi e di bronzi dorati che sia in Torino. Fu cominciata coi disegni di Pellegrino Tibaldi nel 1577, nel qual anno Emanuele Filiberto vi mise la prima pietra. Il padre Pozzi da Trento, gesuita, ne aveva dipinto la vôlta sul declinare del secolo XVII, ed era, dicesi, una delle poche rarità pittoriche di Torino; ma guasta dagli anni, nel pulire e ringentilire di bella doratura tutta la chiesa, furono chiamati a ridipingere la volta Francesco Gonin e Luigi Vacca; i quali dipinti vennero divulgati con stampe ed illustrati dal chiarissimo signor avvocato Luigi Rocca. L’ altar maggiore è eretto sul disegno del Juvara. Degni di nota sono due grandi candelabri di bronzo che stanno dinanzi alla bella balaustra, pure di bronzo, dell’altare stesso. Le statue, scolpite in legno nelle nicchie della facciata esterna, sono del Borella : e ricordano un’arte quasi perduta tra noi. V’è osservabile la sagrestia, adorna pure di eccellenti lavori d’intaglio. Nella prima cappella, a sinistra di chi entra, vedresi il monumento del conte Giuseppe de Maistre, filosofo e scrittore.

Daniele Bartoli predicò in questa chiesa nel 1651; e Paolo Segneri vi fece la quaresima del 1663.

Vi era già in Torino, sul principio del secolo IV, una Basilica dedicata ai santi Martiri torinesi, a cui fu aggiunto un grandioso convento di Benedittini, che fiorì sino a che Francesco I, re di Francia, distrusse, nel 1536 tutti i popolosi borghi di questa città.

In essa, prima del 400, vi fu un concilio di molti vescovi e sacerdoti dell’Italia e della Gallia.

Nell’attuale chiesa si veggono dipinti dello Zuccari, del Guglielmi, del Taricco.

Nella vicina ricca cappella della congregazione de’ mercanti vi sono [p. 75 modifica]quadri del P. Pozzi, del Taricco e del Lognani: in quella della congregazione degli avvocati vi è una Nunziata del Gentileschi.

Nella notte che seguiva l’ultimo giorno del settembre 1773, l’arcivescovo di Torino, delegato dal papa, notificò ai gesuiti la soppressione della compagnia coi rigori che l’accompagnarono. Richiamati per istruire la gioventù nel 1818, ebbero posteriormente questa chiesa, col convento; e vennero di nuovo espulsi per decreto di Carlo Alberto dell’11 maggio 1848, essendosi traslocata in questa chiesa la parrocchia sotto il titolo de’ Ss. Stefano e Gregorio.

Nel 1802 una parte del convento, che guarda a mezzodì ed a ponente, fu destinata ad uso di carceri correzionali.

San Dalmazzo (Via di Dora Grossa). C.P. — Fondata verso il 1530; una volta vi si seppellivano i giustiziati; venne ufficiata prima dai frati di Sant’Antonio, e presentemente dai barnabiti. V’ha una cappella dedicata alla Madonna di Loreto.

Vi è sepolto il celebre Gio. Tommaso Ferraneo, autore dell’Adelaide illustrata, morto nel 1771, e D. Emanuele, de’principi di Valguarnera, siciliano, cav. dell’Ordine dell’Annunziata, morto nel 1770.

Fiorì in questo convento il dotto scrittore cardinale Gerdil. È commendevole il quadro della deposizione di Cristo del Molineri di Savigliano.

San Filippo (Via di San Filippo). C.P. — Venuto a morte, in età ancor verde, nel giugno del 1675 Carlo Emanuele II, e chiamati a sè i padri Valfrè od Ormea dell’ordine di San Filippo, legò ad ossi, verbalmente, un sito di due giornate circa nel nuovo ingrandimento di Torino per costruirvi la chiesa, casa ed oratorio dell’Ordine, il qual dono fu loro, dopo la morte del principe, ridotto in forma legale dalla vedova reggente madama Maria Giovanna Battista. Ai 17 settembre dello stesso anno ne fu posta la prima pietra. L’oratorio si uffiziò nel 1678. Si adottò per la fabbrica della chiesa un disegno del padre Guarini, che si segnalava per una cupola maestosissima. Nel 1716 progrediva lentamente il lavoro: era vôltata la cupola, lastricato il Sancta Sanctorum, allorché alle ore 13 italiane del 26 ottobre, dopo 15 giorni di pioggia, cadde la gran cupola e rovinò tutta la fabbrica guariniana, non rimanendo intatte che le mura del presbitero.

Sopra nuovo disegno del Juvara fu rifabbricato il sacro tempio, impiegandovi quei padri cinquant’anni di lavoro. Ai 26 di maggio del 1772 si disse la prima messa. Il titolare della chiesa è di S. Eusebio.

L’altar maggiore, assai ricco di marmi, è frutto della pietà di Emanuele [p. 76 modifica]Filiberto, principe di Carignano, intorno a cui vi fece lavorare negli ultimi anni del secolo XVII. ― Il terz’ultimo, a destra di chi entra, è consacrato al B. Sebastiano Valfrè, il primo che, dopo il santo fondatore Filippo, meritasse l’onor degli altari; la sua vita fu preclara per eminenti virtù.

Nella cappella vicino alla sagrestia, il quadro della Concezione è di Carlo Varloo. Vi è un S. Eusebio creduto del Guercino; una Cena d’Emaus, di G. B. Tiepolo; l’affresco della nuova e spaziosa sagristia è di Luigi Vacca.

In un armadio d’ un corrìdoio presso la chiesa si custodisce in un’elegante cassetta a cristalli il volto di San Filippo, in cera, tratto dal vero.

Ampli e belli sono i sotterranei della chiesa e del chiostro, in una parte de’ quali v’hanno i sepolcri, fra quali distinguesi quello della principessa Anna Vittoria di Savoia Soissons, duchessa di Sassonia Hildburghausen, nipote del principe Eugenio, morta l’11 di ottobre del 1763.

Questa chiesa, lodata da Scipione Maffei, può considerarsi siccome la più vasta e più riguardevole di Torino. Essa copre un’area di 2,533 metri quadrati; s’allunga cioè metri 69; s’allarga metri 37, e s’inalza metri 31.

Sulla piazza che sta davanti a questo tempio vedesi la chiesetta denominata l’Oratorio, in cui v’hanno dipinti del Conca e del Franceschini. A sinistra di questa chiesetta, dentro la porta che mette al convento, sta il battistero della parrocchia, ricco di marmi e di pitture, ritenuto il più bello che siavi in Piemonte. Al di sopra di quest’oratorio v’è la camera che abitava il B. Sebastiano Valfrè, convertita in cappella, in virtù di un breve di papa Gregorio XVI.

San Francesco d’Assoso (Via di San Francesco d’Assisi)4. — S’hanno memorie oscure sull’epoca della sua fondazione. Ristaurata nel 1761, fu ingentilita di bella facciata corintia. Nel 1777 un colpo di vento abbattè il campanile di questa chiesa; le campane cadendo, ruppero il vôlto della cappella di San Pietro. Le memorie dell’annesso convento di Frati Minori, ch’ebbero entratura negli affari del comune e dell’università, furono disperse nella bufera rivoluzionaria. [p. 77 modifica]Sono belle e ricche di marmi alcune delle sue cappelle. Vi hanno pitture del Molineri, del Beaumont, del Meiler, d’Ayres Pietro, dello Zuccari, del Peruzzini.

San Rocco (Via S. Francesco d’Assisi) — Di buona architettura; edificata nel 1667 sul disegno del Lanfranchi. Presenta un ottagono sostenuto da colonne in marmo e sormontato da una cupola. L’altar maggiore è ricco di marmi. Fu riabbellita nel 1830. I quattro evangelisti che veggonsi negli angoli della cupola ed altre pitture, sono fattura del Vacca e del Radicati.

La basilica magistrale (Via d’Italia). ― Era chiesa parrocchiale di S. Paolo sino dai primi anni del secolo XIII. Fu poi confraternita di Santa Croce, la più antica di Torino. Trovasi attigua allo spedale mauriziano. Vittorio Amedeo II nel 1728 la dichiarò Basilica magistrale dell’Ordine de’SS. Maurizio e Lazzaro.

Questa chiesa è di forma ottagona, con cupola ardita e svelta, disegno del Lanfranchi; è ornata di grosse ed alte colonne di marmo, di stucchi e di pitture. La facciata in pietra, di stile corintio, severa e maestosa, è disegno dell’architetto cavaliere Mosca.

Vi sono dipinti del Meiler, del Franceschino, dello Scotti, del Bianchi, del Milocco e del Taricco.

S. Francesco di Sales (Via di S.Lazzaro) - Si incominciò la costruzione di questa chiesa nel 1846; dietro disegno dell’architetto cav. Dupuy: ora è già aperta al pubblico. Forma esteriormente un gran corpo rettangolo d’ordino corintio, su cui rileva un basamento ottagono che sorregge il tamburo del tempio, e quindi la grande cupola terminata da un elegante lucernario. La facciata deve avere un pronao di sei colonne appoggiato ad una gradinata larga quanto il pronao stesso, e sormontato da un frontone decorato da bassorilievi. Il fianco ripete euritmicamente, ma a semplici pilastri, le decorazioni della facciata sostituendo al frontone un semplice parapetto a balaustri. L’aspetto è vario ed insieme armonico e piramidale. L’interno mostra una rotonda intersecata da una croce, ai quattro capi della quale s’alzano quattro grandi arconi sorreggenti la cupola.

I quattro quadri sono del Marabotti.

Nel convento vi sono le adoratrici perpetue del SS. Sacramento, venute a Torino da Roma nel 1840, e che officiano questa chiesa.

Madonna degli Angeli (Via Madonna degli Angeli) C. P. — Fondata verso il 1631 da Carlo Emanuele I; monsignore Giovanni Ferrero Ponziglione, referendario, prelato domestico, e uditor [p. 78 modifica]generale del cardinale Maurizio di Savoia ne pose la prima pietra. L’altar maggiore è in legno leggiadramente sculto, dono di M. R. Cristina, che fece anche adornare in marmi la cappella di S. Antonio di Padova, il cui quadro è del Caravoglia. La cappella di Santa Elisabetta fu inalzata per voto delle infanti di Savoia Maria ed Isabella, figliuole di Carlo Emanuele: il quadro è di Camillo Procaccini.

La cappella della Visitazione venne eretta dal senatore Pastoris, e quella di S. Pietro d’Alcantara dalla signora Maria di Genova contessa di Masino.

Gian Giacomo della Barthe di Guascogna col figliuolo Francesco, il primo d’anni 42, il secondo d’anni 17, morti combattendo presso Ivrea pel duca di Savoia nel 1641, ebbero in questa chiesa sepolcro e memoria del glorioso lor fine. Vi giace pure Don Maurizio di Savoia, figlio della marchesa di Riva, morto nel 1644. Allato alla balaustra dell’altar maggiore è una lapide leggiadramente lavorata a bassi rilievi gotici, memoria del sepolcro della contessa Luigia di Senfft-Pilsach, figlia dell’inviato d’Austria a Torino, e della madre della stessa.

La marchesa d’Este di Lanzo vi fece fabbricare il coro, e vi ebbe sepoltura, con altri di quel casato.

Vi giace anche un Gerolamo Mota, di nazione turco, agente del principe Eugenio il Grande, morto nel 1726; e Lodovico della Court, ambasciatore di Luigi XIII al duca di Savoia, morto nel 1641.

Nel 1730 vi fu sepolto Nicolò Pensabene di Palermo, primo presidente e capo del magistrato della riforma sugli studi.

Nel 1641 vi fu interrato Carlo di S. Martin, sire di Angencourt, capitano nel reggimento di Lorena, ed aiutante di campo del Re cristianissimo, morto per una ferita avuta nell’assalto d’Ivrea.

Nel 1770 vi fu deposto l’abate Giuseppe Pasini di Padova, professore d’ebraico e di sacra scrittura, autore di diverse opere e bibliotecario dell’Università di Torino.

Ora si sta dipingendo la vôlta da Luigi Vacca.

Santa Maria di Piazza (Via di Santa Maria). C. P. — Secondo l’asserzione di Modesto Paroletti, questa parrocchia esisteva già ai tempi di Carlo Magno. Gli è certo che devesi annoverare tra le più antiche di Torino. La chiesa attuale venne eretta nel 1751 sul disegno del Vittone. L’entrata della chiesa antica trovavasi dove ora si vede la sacristia, ed aveva davanti una piazza.

In questa chiesa si venera un’immagine della Madonna delle Grazie, una delle tante che si vogliono dipinte da San Luca. [p. 79 modifica]Vi è sepolta Donna Margarita di Savoia, moglie di Francesco Filippo d'Este, marchese di Lanzo, morta nel 1569.

San Martiniano (Via di S. Martiniano) detta anche di San Martiriano. — Una delle più antiche parrocchie di Torino. Nel 1575 fu ricostrutta, ed Emanuele Filiberto ne pose la prima pietra. Nel 1678 si diè principio a nuova riedificazione.

È dedicata ai Ss. Processo e Martiniano; ora officiata dalla confraternita del Nome di Gesù.

Santa Pelagia (Via di Santa Pelagia). — Costrutta nel 1770 sul disegno del cavaliere di Robillant. Fu collocata nel convento l'opera della Mendicità istruita.

Le pitture di questa chiesa sono di Vittorio Blanseri.

Apparteneva alle monache agostiniane, che non furono ristabilite.

{§|S. Francesco di Paola|S. Francesco di Paola}} (Via di Po). — Questa chiesa, coll’annesso grandioso convento, fu terminata nella prima metà del secolo XVII dalla munificenza di Madama Reale Cristina di Francia.

Le cappelle sono ornate di finissimi marmi.

Il quadro dell'altar maggiore, dipinto dal cav. Delfino, rappresenta S. Francesco di Paola in gloria, e nel piano i duchi Francesco Giacinto e Carlo Emanuele II.

In una delle tavole laterali è rappresentata Luisa di Savoia, duchessa d'Angolème, che prega il Santo onde le ottenga prole maschile; che fu poi Francesco I, re di Francia.

L'ultima cappella a sinistra di chi entra, in cui sorge la statua di marmo di Nostra Signora Ausiliatrice, fu eretta dal principe Maurizio di Savoia, già cardinale; il suo cuore è sepolto sotto il gradino dell'altare, come appariva dall'iscrizione ora cancellata. Sovra le due porte laterali veggonsi scolpiti il ritratto del principe e di sua moglie Ludovica pure di Savoia, pregevole opera di Tommaso Cartoni di Lugano, di cui sono altresì le molte statue di questa chiesa, nella quale ha trovato esso stesso onorevole sepoltura.

La prima cappella entrando a sinistra venne fondata, con bella architettura del Juvara, dalla prima regina di Sardegna, Anna d'Orleans.

Il quadro rappresentante S. Genoveffa, protettrice di Parigi, fu dipinto dal cav. Daniele Seyter di Vienna, che fu paggio di Montecuccoli. Nella cappella della Trinità vi sono i monumenti sepolcrali del marchese Francesco Morozzo, ambasciatore in Francia, e di Carlo Filippo Morozzo, gran cancelliere.

Si veggono anche le iscrizioni sepolcrali dell'esimio matematico Bidone Giorgio [p. 80 modifica], morto nel 1839, di Ludovico Morizio Guibert di Nizza, ingegnere al servizio di Francia e di Savoia, morto nei 1688, del marchese Tommaso Graneri, presidente di finanze, morto nel 1698, del conte Orazio Provana, ministro al congresso di Nimega, ambasciatore a Roma ed a Parigi, morto nel 1697.

Questa chiesa fu de’PP. Minimi, coll’annessovi convento in cui si veggono alcuni affreschi di Bartolommeo Guidoboni da Savona, che fu sepolto in questa chiesa nel 1709. Sono anche suoi alcuni quadri chiesa e nella sagrestia, ricca d’intagli in legno.

SS. Annunziata (Via di Po a sinistra). C.P. — Nel 1648 i confratelli della Compagnia del Santo Nome di Gesù comperarono un sito nella via di Po, e costrussero la chiesa dell’Annunziata. Nel 1776 i confratelli dell’Annunziata rabbellirono la chiesa e v’aggiunsero la faociata sui disegni del Martinez, architetto messinese, il quale vi è sepolto nella cappella sotterranea, detta della Madonna delle Grazie.

Le pitture intorno alle mura del coro sono del Pozzi, milanese. Il quadro dell’altar maggiore di Antonio Mari di Torino. Si sta ora ristaurando il soffitto con pittore del Gonin.

Gran Madre di Dio (Oltre il ponte di Po). C.P. — Al di là del ponte di Po sorge sopra un alto basamento la rotonda della Gran Madre di Dio; voto del Corpo Decurionale pel fausto ritorno del re nel 1814. Vittorio Emanuele vi pose la prima pietra addi 23 luglio 1818. Fu costrutta e quasi condotta a compimento durante il regno e mercé la liberalità di Carlo Felice. Costò due milioni e mezzo di lire. Il cavaliere Ferdinando Bonsignore, che ne diè il disegno, prese ad imitare il Panteon, e lasciò in Torino, in mezzo a tante opere borrominesche, un esempio di classico e puro stile. Il pronao è bellissimo. Sotto a questo tempio s’espongono i cadaveri abbandonati, che prima si lasciavano in un sito attiguo al Palazzo di Città.

La chiesa della Gran Madre di Dio è parrocchia suburbana.

Spirito Santo (Via dello Spirito Santo). — Ha forma di croce greca, con bell’ordine di colonne di marmo. L’antico coro s’adorna di vaghissimi stucchi. Al fianco sinistro della porta vi e la tomba del maresciallo Bernardo Ottone, barone di Rhebinder, svedese, cavaliere dell’Ordine supremo della SS. Annunziata, morto il 12 novembre 1743, che fu comandante in capo le truppe palatine nell’assedio di Torino, poscia entrato al servizio della Casa di Savoia.

È attigua al Corpus Domini, con la qual chiesa ha comunicazione interna; n’è però divisa di giurisdizione e d’interessi. Dicesi fondata [p. 81 modifica]sopra un antico tempio di Diana. Vi sono quadri di Mattia Franceschini da Bologna; ed un bel monte Calvario in legno.

B. V. del Carmine e Beato Amedeo di Savoia (Via delle Scuole). C.P. — Edificata a spese della provincia carmelitana, sul disegno del Juvara; d’architettura bizzarra, ma piacente. Il quadro dell’altar maggiore, rappresentante la Madonna del Carmine e il Beato Amedeo, è del cavaliere Claudio Beaumont capo della Scuola Torinese di pittura del secolo scorso. Il Re Carlo Alberto donava a questa chiesa due porte di squisito intaglio, ornate di nodi di Savoia e fiordalisi, che Madama Reale aveva regalato nel secolo XVII al monistero dell’Annunziata.

Espulsi dalla rivoluzione i carmelitani, fu stabilito nel loro convento uno de’due collegi urbani, l’altro essendo stato aperto in San Francesco di Paola. Qualche anno dopo la restaurazione della monarchia di Savoia, vi fu allogato il collegio dei nobili affidato alle cure dei gesuiti. Dal 1848 in poi, quel locale è destinalo ad uso del Collegio nazionale.

I sotterranei di questa chiesa sono chiari e belli : in essi ricevevano sepoltura i morti del vicino spedale militare. Fiorì in questo convento fra gli altri il celebre poeta Evasio Leone di Casale.

Il magistrato della Camera de’conti assiste in questa chiesa ad ufficio solenne nel dì della festa del Beato Amedeo (30 marzo); nel qual giorno è pure visitata dai magistrati e dai corpi religiosi. La chiesa del Carmine è la sola, oltre la cattedrale, che venga riscaldata durante i maggiori rigori del verno.

Santa Teresa (Via di Santa Teresa). C.P. — La prima pietra fu posta il 9 di giugno 1642 da Madama Reale Cristina: era finita nel 1764. Ad ornarla contribuirono i marmi della vicina porta Marmorea, che venne demolita. Il lato del convento che guardava a ponente, è ora convertito in dogana.

Bella ed ampia è questa chiesa. Il cardinale Rovero, arcivescovo di Torino, vi aggiunse nel 1764 una elegante e semplice facciata, a due ordini di colonne, sul disegno dell’Aliberti. La cappella di San Giuseppe è una delle più splendide che siano a Torino, fatta costrurre dal re Carlo Emanuele III nel 1725 per voto di Polissena d’Assia Reinsfeld, sua seconda moglie, sul disegno del Juvara. La statua del santo e quelle della Fede e della Carità sono del Martinez, siciliano. Il quadro di s. Teresa sull’altar maggiore è del Moncalvo.

Nei vasti sotterranei di questa chiesa riposano le ceneri di Madama Reale Cristina. È uffiziata dai carmelitani scalzi. [p. 82 modifica]San Tommaso (Via di S. Tommaso). C.P. — È officiata da tre secoli da frati minori osservanti. La prima pietra della chiesa nuova venne collocala da Carlo Emanuele I nel 1584. I quadri delle cappelle di San Diego, del Crocifisso e di San Francesco sono del Caccia, detto il Moncalvo. L’ovale della cappella vicino alla porta della sagrestia è lavoro del Procaccini. Nella sagrestia v’hanno sei quadri dell’Olivieri; gli affreschi nel chiostro sono del Pozzi.

Note

  1. Nella indicazione delle chiese seguesi, movendo da questa, l’ordine alfabetico delle vie, borghi e piazze.
  2. Filippo II, per segno di gratitudine a San Lorenzo e in commemorazione della stessa vittoria, edificò quel famoso monastero dell’Escuriale presso Madrid. ch’è una delle meraviglie della Spagna.
  3. La storia e la tradizione narrano, che nell’anno 1453 esaeudo insorti dissapori tra Ludovico VIII, duca di Savoia ed il Delfino, e messa a sacco la terra d’Exilles nella valle d’Oulx, che allora apparteneva al Delfinato, un sacrilego soldato, fra le altre cose, derubó anche la custodia con l’Ostia santa: pervenuto in Torino, si sciolse il bagaglio portato da un mulo, e l’Ostia s’alzò risplendente in alto a vista di tutti, sino che essendovi accorso il vescovo Ludovico Romagnano col clero, scese nel calice che il vescovo teneva fra le mani, e fu portata alla cattedrale.
  4. È fama che questa chiesa venisse fondata nell’anno 1215 del medesimo San Francesco, nell’occasione in cui recandosi in Francia, ebbe a soffermarsi qualche tempo in Torino. Nel 1750 sotto il pavimento di essa si rinvenne una mezza colonna di marmo, con iscrizione relativa all’imperatore Giuliano, l’apostata.