Storia di Torino (vol 2)/Libro II/Capo V

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Capo Quinto


San Simone. — Angelica, contessa d Arignano, morta in concetto di santità. — Oratorio della compagnia di San Maurizio. — Sant’Agnese (la Trinità). — Seminario de’ chierici. — Confraternita della Trinità. — Ricostruzione della chiesa. — Ascanio Vittozzi, architetto, e Giovanni Carracha, pittor fiammingo. — Madonna del Popolo. Origine di quest’imagine miracolosa.— Chiesa rivestita di marmi siciliani nello scorso secolo. — Ospizio de’ pellegrini. — Doti. — Spedale de’ convalescenti teste fondato dalla confraternita a San Salvano. — Selciato di Torino.


Tornando ornai alla via di Dora Grossa onde ci siam diparliti, troviamo alla meta del primo isolato a destra in faccia alla Vôlta rossa una gran porta ov’è l’osteria di S. Simone. In quel sito precisamente, e nel cortile che trovasi a sinistra entrando, sorgeva già nel secolo xii la chiesa parrocchiale di San Simone. Nel 1211 n’era rettore Pietro Tirurgol. Nel 1584 avea 200 parrocchiani ed era di collazione del capitolo. La chiesa era piccola ed infelicissima. Non v’erano

[p. 209 modifica]tombe, ma si scavava il suolo, ed entro al medesimo si seppellivano i cadaveri. Le esalazioni che ne dimanavano, unite a quelle d’una latrina che un eretico aveva empiamente addossato al muro dell’altar maggiore, ammorbavano l’aria in quella chiesa. Non vi si conservava il Sacramento nè v’avea fonte battesimale. In seguito ai decreti della visita apostolica fu pulita e restaurata nel 1584.

In questa chiesa fu seppellito il 30 luglio 1629 Giovanni Battista Figone, medico del principe cardinal di Savoia; e il 24 maggio 1643, Antonio di Montanara chiamato monsù de la Tour de Vaison d’Avignone, gentiluomo di camera del Cristianissimo e colonnello d’infanteria al servizio di Savoia.

In questa parrocchia abitavano le nobili famiglie Della Chiesa, Costa d’Arignano e Nomis; ed altre riguardevoli schiatte; ma sia per la misera struttura della chiesa, sia perchè preferivansi con ragione le chiese ufficiate dai regolari, o dalle confraternite a quelle meschinamente governate da un solo sacerdote, tutte aveano o s’eleggeano la loro sepoltura in altri templi.

Morì il 7 luglio 1629 in casa del conte di Cartignano D. Giovanni Pietro Porro di Lodi, generale de’ Somaschi, e fu messo in deposito nella chiesa della Trinità, allora uffiziata dai Teatini.

Ventitrè giorni dopo morì Angelica, contessa d’Arignano qual era, dice il libro parrocchiale, in opinione [p. 210 modifica]di santità, e fu sepolta nella chiesa de’ Cappuccini del Monte.

Il 18 febbraio 1646, mancò di vita Giacomo Digherot, conte di Monmartin, generale d’artiglieria del Cristianissimo, d’anni 45, e fu sepolto alla Madonna degli Angioli.

In questa parrocchia venne fondata, verso il 1625, la compagnia de’ Disciplinanti di San Maurizio, la quale si costrusseun piccolo oratorio allato alla chiesa di San Simone; nel 1628 era condotto a termine, e addì 4 di febbraio vi si fece la prima sepoltura.1 Questa compagnia, unita un secolo dopo a quella antichissima di Sta Croce, fu destinata ad ufficiare la Basilica Magistrale.

Il titolo parrocchiale di San Simone fu trasferito nel 1729 alla chiesa del borgo di Dora, la quale venne rifatta, o per dir meglio, costrutta di nuovo nel 1780, sul disegno del conte Dellala di Beinasco: e le case che componevano la parrocchia cittadina furono divise tra le vicine parrocchie di San Tommaso, di San Rocco e della Metropolitana. La casa parrocchiale, la chiesa e lasagristia furono nel 1742 convertite in usi profani.

Proseguendo il cammino verso Piazza Castello incontrasi in fine del penultimo isolato a manca la chiesa della Trinità. Chiamavasi un tempo basilica di Sant’Agnese; dipendeva dalla badia di Rivalla, e seneha memoria fin dal secolo xii. Noto come una particolarità [p. 211 modifica]assai rara che nel 1202 avea due rettori, forse due fratelli, Uberto e Giovanni di Lameria. Era chiesa parrocchiale. In gennaio del 1568 fu unita alla parrocchia di Sant’Agnese la parrocchia di San Benedetto. Non molto dopo il seminario de’ chierici che si era fondato presso la chiesa di Santo Stefano fu trasferito presso Sant’Agnese, e si die ad ufficiare quella chiesetta, poichè il monaco che n’era rettore mai non vi risiedeva, nè spendeva un obolo per mantenerla o per farla servire.

Il seminario contava allora trenta chierici. Rettore n’era un canonico regolare Lateranense; e monsignor Gerolamo della Rovere, arcivescovo di Torino, forniva generosamente del proprio al sostentamento de’ chierici. Cinque solamente stavano, come si chiamava, a dozzina, e pagavano la loro pensione somministrando al seminario una carrata di vino, quattro sacchi di grano e otto scudi l’anno.

Il seminario avea un maestro di grammatica, un maestro di scriver lettere o d’epistolografìa; uno che leggeva il Maestro delle sentenze. I chierici non servivano la cattedrale. Richiesti, accompagnavano con croce propria i corpi dei defunti alla sepoltura. Nel 1588 la parrocchia di Sant’Agnese fu unita alla Metropolitana. Otto anni dopo il Seminario divenuto padrone di Sant’Agnese, vendette la chiesa e la casa alla confraternita della Trinità perchè vi potesse ricostrurre una chiesa più degna, e con essa l’ospizio [p. 212 modifica]de’ Pellegrini. Questa compagnia, eretta nel 1577, era stabilita nella chiesa di San Pietro de curte ducis, ed avea lì presso nella via de’ Pasticcieri l’ospizio de’ Pellegrini; acquistata la chiesa di Sant’Agnese, si volse con gran cuore a ricostrurla, a fabbricarsi un oratorio, a murare un ospizio conveniente e capace pei Pellegrini. Non avea rendita, ma sopperiva la pia liberalità de’ confratelli. Due di loro erano meritamente famosi; l’uno, Giovanni Carracha, fiammingo, pittore di Carlo Emmanuele i, con cui fece il viaggio di Spagna, e che lavorava così di gran quadri come di ritratti e di picciole miniature. L’altro, il capitano Ascanio Vittozzi, ingegnere del duca ed architetto, che di molti nobili edilizi sacri e profani abbellì la nostra città. Altri confratelli annoverava, distinti per nascita e per grado, fra i quali il marchese di Lanzo di casa d’Este, marito d’una principessa di Savoia, ed il principe cardinale Maurizio. Quegli fu priore nel 1605, questi nel 1628.

Al Vittozzi fu data la cura delle nuove fabbriche. Negli ultimi anni del secolo xvi l’opera già fervea. L’oratorio nuovo e varie camere dell’ospizio eran terminate nel 1606. La chiesa di nobil disegno durò ancora molti anni. La cupola venne alzata nel 1661. L’altar maggiore, quale ora si vede, fu costruito nel 1702 sul disegno del capitano Carlo Morello.

Pochi anni dopo (1718) la pia generosità de’ confratelli deliberò vestir la chiesa di marmi, e al primo [p. 213 modifica]architetto che allora fiorisse, al celebre D. Filippo Juvara, ne domandò il disegno. Avutolo, non guardò al dispendio. Dalla Sicilia fece venir que’ diaspri e marmi finissimi, de’ quali la chiesa della Trinità, sopra ogni altra, risplende. L’opera del rivestimento continuava fin oltre al 1755.

In gennaio del 1608 l’uditore del principe cardinal di Savoia, propose alla compagnia di permettere che i padri Teatini venissero ad officiare la loro chiesa, il che, oltre al riuscire di gran benefìcio alla compagnia ed al pubblico, assicurerebbe alla medesima la perpetua protezione di S. A., la quale farebbe a proprie spese condurre a compimento la chiesa. Che se in questo avessero i confratelli difficolta, il principe cardinale offeriva di sborsar ai medesimi il prezzo di tutte le loro fabbriche. Rispose la compagnia in congregazion generale con voti unanimi: che non consentirebbe mai alla proposta associazione per aver provato che cosa sia unione. Bensì protestavano tutti di voler vivere e morire umili e fedeli servitori di Sua Altezza.

In luglio del 1629 il principe cardinale offeriva alla compagnia trecento ducatoni d’entrata per l’ospizio de’ pellegrini con che desse qualche comodità nel suo oratorio ai Teatini, allora malamente allogati nella chiesa di San Michele. I confratelli rimisero alquanto dell’antica durezza e consentirono. Vi [p. 214 modifica]restarono quei padri cinque anni finche venne loro dismessa la chiesa di San Lorenzo.2

Nella cappella che incontrasi nella chiesa di cui parliamo, a mano sinistra entrando, si venera Immagine miracolosa della Madonna del Popolo.

Questa imagine era stata da Giovanni Carracha dipinta in Fiandra, non per commissione ma per divozione, ed era da lui conservata con gran gelosia. Passato poscia in Piemonte ai servizi del duca, ascritto tra i confratelli della compagnia della Trinità fondata in San Pier del Gallo, pare che ad istanza di Claudina sua moglie, si risolvesse finalmente di cederla alla compagnia, onde fosse esposta alla pubblica venerazione.3 Crebbe in breve, per alcune grazie ottenute, la divozione e il concorso de’ fédeli a quella Madonna. E però quando la compagnia passò ad ufficiar Sant’Agnese, volendo portar seco il quadro della Madonna del Popolo, il curato di San Pietro s’oppose. Recata la contesa dinanzi all’arcivescovo, questi lece far una copia d’esso quadro perfettamente uguale all’originale, e poi chiamate le parti contendenti nella cappella di corte, volle giudice la sorte e fatti alcuni brevi, e postili in una coppa li fe’ trarre dal principe Maurizio ancor fanciullo. Alla compagnia della Trinità toccò l’originale; al curato la copia. E però in febbraio del 1598 la diva imagine fu con solenne pompa recata ed allogata in Sant’Agnese.4 [p. 215 modifica]

Terminata poi la fabbrica della chiesa, il principe Maurizio, divenuto cardinale, avea dato indizio di voler costrurre ed ornare la cappella della Madonna del Popolo. Ma invece tal gloria fu riservata al presidente Silvestro Montoliveto che cominciò l’opera nel 1635 secondo i disegni del conte Castellamonte, e che in molti altri modi beneficò la chiesa e la compagnia.5

Ascanio Vittozzi è stato sepolto in questa chiesa il 24 d’ottobre 1615.6 Lasciò un’unica figlia Angela Lucrezia, di cui commise la tutela alla compagnia della Trinità,7 e che quattr’anni dopo die la mano di sposa al signor Carlo Maretta.

Il Vittozzi era ingegnere e soldato di molto grido. Lepanto, Toledo, il Tago, il Varo e le Alpi erano stati testimonii del suo valore. Più volte Gian Carlo Emmanuele al vederlo regolare il gitto delle artiglierie ne levò al cielo le lodi.

Fra i dipinti di cui s’abbella la chiesa, e più il vasto coro che trovasi in alto dietro l’altar maggiore, rammenteremo l’ovato che rappresenta la Santissima Trinità di Daniele Sei ter che ebbe così buon pennello in colorire, sebbene fosse scarso d’invenzione e mediocre di disegno; e Davidde che gitta l’acqua recatagli da’ suoi guerrieri di Martino Cignaroli Veronese, padre di quei Scipione che di tanti bei paesi arricchiva Torino e le ville che abbellano la sua collina. Le statue dei dottori della Chiesa sull’altar maggiore [p. 216 modifica]sono d’Ignazio Perrucca; gli angeli che sostengono il quadro della Trinità, e le due Virtù nel coro, di Angelo Tantardini. Ora la confraternita ha allogata ai pittori Luigi Vacca e Francesco Gonin l’impresa di dipinger la cupola secondo il disegno dell’architetto Leoni. Alcune iscrizioni nel vestibolo della chiesa e negli anditi laterali fanno memoria di pii benefattori: del presidente Silvestro Montoliveto, di Prospero Minoglio, di Giambattista Rovata, di D. Giovanni Laugero, di Vittorio Nicola Grandi.

Nel vestibolo della chiesa una lapide rammenta la visita di Pio vii nel 1815.

Nell’ospizio che si fondò presso la chiesa Tanno 1598 s’albergavano per una notte i pellegrini che andavano ai Luoghi santi, o che ne tornavano. Dapprincipio que’ confratelli erano, come si vedrà, più liberali. Ma da molto tempo i pellegrinaggi sono passati di moda e più non viaggiano a piedi che i botanici ed i cercatori di minerali e di fontane.

La compagnia non raccetta più i rari pellegrini che capitano, ma dà loro una limosina di lire 1, 50. Ed invece ricordandosi che la sua primiera instituzione mirava al sollievo non solo dei pellegrini, ma anche dei convalescenti, ha fondato per questi ultimi nella casa delle Suore di carità, a San Salvano, cinque politissimi letti,8 e promette generosamente di crescerne il numero appena le sue rendite il consentano. [p. 217 modifica]

La confraternita della Trinità dispensa annualmente quattro doti di lire 165 ciascuna, fondate dal confratello Vittorio Nicola Grandi nel 1776, con prelazione alle povere figlie d’orefici e gioiellieri che abbiano esercitata quest’arte in Torino almeno per anni otto; una dote di lire 110 fondata da Francesco Morfìno nel 1656; una di lire 170, 50 fondata da Antonio Grisone nel 1718; una di lire 110 lasciata da Giovanni Bovis nel 1716; una biennale di ugual somma legata da Rocco Fantini; una di lire 252, fondata nel 1640 dal già lodato presidente Montoliveto; finalmente una di lire 110 legata da Pietro Gariel nel 1742, ed una di lire 150 legata da Francesco Minoglio, nel 1666.

Queste confraternite reggevansi una volta con ordini molto stretti. Doveano intera obbedienza al priore ed agli altri ufficiali. Chi non obbedisse, o si facesse aggregare ad altra compagnia, doveva accettar la correzione e far l’ammenda che gli era prescritta. Se mostravasi renitente, si cantava il Deprofundis per segno ch’egli era morto alla compagnia, e poi se ne pronunciava l’espulsione. I tempi son cangiati.

Compiuto così il viaggio retrospettivo di Dora Grossa, conviene aggiungere che questa strada sebben principale fra le strade di Torino, e come abbiam veduto antichissima, era tortuosa ed irregolare, [p. 218 modifica]orlata di case di varia altezza e d’ogni forma. Carlo Emmanuele iii volle nel 17369 che si raddrizzasse, e tutte venissero col volger degli anni ricoslrutle con disegno uniforme le case che le fanno siepe. L’ultima ad essere ricostrutla ed allineata fu quella che sorge innanzi a San Dalmazzo, propria una volta de’ marchesi d’Angennes, poi del conte Galli, tanto benemerito della patria storia, per opera del quale fu riedificata ai nostri tempi.

In seguito a tale disposizione, Dora Grossa è oggi una delle più belle strade del mondo, benchè l’altezza delle case e l’aprirsi che fa a ponente e verso le alpi la renda alquanto scura e malinconiosa.

Dora Grossa fu la prima strada ornata ai due lati di marciapiedi in grosse lastre di pietra, un tempo rialzate alquanto sopra il suolo, ora rifatte ed agguagliate al livello del medesimo. Le strade sono lastricate a ciottoli, fra i quali il mineralogo distingue serpentine durissime d’un verde cupo, alcuna volta macchiate di bigio e venate di verde chiaro, capace d’un bel pulimento; la variolite che si trova nella Dora e nel Sangone, che serve d’amuleto agli Americani; la diarage smaragdite verde di Saussure; quartzi giallastri o rossigni, talvolta d’un rosso di corallo ed alcuni semitrasparenti: più raramente il quartz giallo, seminato di mica dorata che costituisce l’avventurina, e che si trova talvolta nella Stura e [p. 219 modifica]nell’Orco, essendovene una vena nei monti che separano la valle d’Usseglio dalla valle di Susa.10

Questo selciato può essere grato ai mineralogisti, ma non è meno incomodo ai piedi del viaggiatore. Nondimeno tale difetto sarà in breve scemato dalle rotaie di pietra e dai marciapiedi laterali che si vanno introducendo per ogni via.


Note

  1. [p. 224 modifica]Libro de’ morti della parrocchia di San Simone. Nell’Archivio della Metropolitana.
  2. [p. 224 modifica]Ordinati, registro i. Archivio della confraternita.
  3. [p. 224 modifica]Nel Cenno storico della Madonna del Popolo, stampato per cura della confraternita, si dice che quella tavola fu donata da madonna Claudina, vedova di Giovanni Carracha, nel 1595. Ora nel Registro de’ morti della cattedrale trovo all’anno 1590 che il 10 di luglio è stata sepolta madonna Claudina, moglie del signor Giovanni Carracha fiamengo, pittore di S. A. S. — Vedo poi al 19 marzo 1607 registrala la sepoltura del signor Giovanni Carracha fiamengo, pittore di S. A. Dunque il dono del quadro debb’essere più antico.
  4. [p. 224 modifica]Risulta da alcuni versi di Raffaello Toscano.
  5. [p. 224 modifica]Ordinati, registro i. Archivio della confraternita della SS. Trinità.
  6. [p. 224 modifica]Nell’atrio scuro che trovasi avanti alla sacristia, con questa iscrizione:
    D. O. M.

    ASCANIVS MODICA HIC TEGITVR VITTOTIVS VRNA
    VRNA IACET VERVM FAMA CANORA VOLAT.
    NAVPACTVS TOLETVM ALPES VARVSQVE TAGVSQVE
    INTREPIDI HAVD RETICENT MARTIA FACTA VIRI
    QVID MVLTA IPSE ILLVM TORMENTA ET ARMA CIENTEM
    COELO SAEPE TVLIT CAROLVS EMMANVEL.
    VIXIT ANNOS SEX ET SEPTVAGINTA
    OD. XXIII OCTOB. MDCXV
    HONOFRIVS MVTIVS SOCIO IVCVNDISSIMO
    COMMILITONI FIDISSIMO P. C

  7. [p. 224 modifica]Archivio della Trinità. Ordinati.
  8. [p. 224 modifica]Con Ordinato del 17 novembre 1843.
  9. [p. 224 modifica]Editto del 26 giugno.
  10. [p. 224 modifica]Annuaire statistique de département de Po pour l’an 1806.