Signorine povere/Terza parte/II

II

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II.

Maria non trovò necessario di rispondere direttamente alla lettera di Faustino Belli. Incaricò Leonardo di trasmettere al cavaliere la risposta.

Rifiutare un marito simile, rifiutare Faustino Belli!... Il buon Leonardo non poteva darsene pace. Pensò che un qualche giovinotto facesse girar la testa alla fanciulla; non osò tuttavia esprimere il suo pensiero ed eseguì rassegnato il penoso incarico; al quale fece seguire alcune riflessioni e un consiglio.

„Io non comprendo tale rifiuto da parte di una giovine seria e riflessiva quale è la nostra Maria. Se sei libero e se puoi muoverti da Berlino, vieni qui. Chi sa che la tua presenza non ottenga un miglior risultato. Io, come puoi credere, ne sarei felicissimo.“

Per tutta risposta Faustino telegrafò:

„Seguirò tuo consiglio.“

Nel frattempo, Maria ebbe una lettera altrettanto curiosa che inaspettata. La persona che le scriveva la chiamava «signorina «e si firmava: „vostro fratello Giorgio Cantelli.“ [p. 306 modifica]

In mezzo a molte perifrasi e circonlocuzioni, e in una lingua più tedesca che italiana, il signor Giorgio Cantelli narrava che suo padre era morto da alcuni giorni e che prima di morire si era ricordato di avere laggiù in Italia una figlia naturale; non potendola riconoscere e volendole assicurare l’agiatezza era ricorso ad un certo cavalier Belli che gli faceva l’amico.

Costui gli aveva detto: «Io conosco tua figlia e le voglio bene: lascia a me la somma che vuoi disporre in suo favore e io m’impegno a sposarla». E così Aleardo Cantelli aveva lasciato in testamento un legato di trecentomila lire al cavaliere Faustino Belli, col patto che egli sposasse, nel termine di un anno, la signorina Maria Clementi di Milano, figlia naturale della defunta Teresa Clementi. Non adempiendo egli all’obbligo, o se la detta Maria Clementi rifiutasse di sposare il Belli, le trecentomila lire ritornavano agli eredi legittimi.

Giorgio Cantelli compiangeva suo padre di essere caduto in un simile tranello e protestava di voler tentare ogni via per mandar a male le mene dell’imbroglione. Perciò cominciava dal rivolgersi a lei affinchè non fosse vittima dell’inganno.

„Noi — egli scriveva — impugneremo il testamento di nostro padre, per quanto ciò riesca duro al nostro affetto figliale; e crediamo di [p. 307 modifica]poter vincere la causa; se voi dunque non amate Faustino Belli e foste trascinata a sposarlo dalla speranza di arricchire (cosa ben naturale in una signorina sprovvista come siete di beni di fortuna), vi prevengo che rischiereste di sacrificarvi inutilmente“.

Supponendo per un momento ch’ella amasse il cavaliere, lo scrivente si adoperava del suo meglio per combattere tale amore, dipingendo il Belli con i più foschi colori. Ritornando poi alla convinzione ch’ella non potesse amare un tale uomo, la esortava a rifiutarlo coraggiosamente, assicurandole che non perdeva nulla, perchè già la causa la vincevano loro senza dubbio; rifiutandolo, anzi, ella poteva guadagnare cinquantamila lire che il signor Giorgio s’impegnava a mandarle allo spirare del termine stabilito dal testamento per l’annullazione del legato a Faustino Belli, qualora il matrimonio non fosse avvenuto. Tanto lo scrivente che gli altri due fratelli pensavano che una signorina bennata, quale ella era, avrebbe preferito ricevere cinquantamila lire di sua esclusiva proprietà, rimanendo libera, che trecentomila vincolata a un matrimonio con un uomo troppo interessato e poco leale; attendeva quindi con molta speranza una risposta favorevole e con stima ed affetto la salutava.

L’impressione complessiva di questa lettera sull’animo di Maria fu assai dolorosa. Dopo [p. 308 modifica]tanti anni di silenzio, così doveva giungere al suo orecchio il nome di suo padre?

Così, doveva sapere che una volta almeno, prima di morire, egli si era ricordato di lei?

Ed era poi tutto vero ciò che le scriveva quel suo fratello Giorgio Cantelli? E se non era vero, perchè avrebbe mentito? Cos’altro poteva spingerlo a rivolgersi a lei, l’intrusa, l’odiata, se non un forte interesse pecuniario?

La cosa, in complesso, doveva essere vera; e i signori Cantelli dovevano avere una tremenda paura di dover perdere le trecentomila lire. Altro che vantarsi della vincita sicura di quella causa! Era inesperta, ma non sciocca. Se le offrivano cinquantamila lire, bisognava che il pericolo fosse grande. Senza un grande pericolo, non le avrebbero offerto quella somma; sicuri di vincere, non le avrebbero neppure scritto. E non le parevano capaci di molta delicatezza, nè di molti riguardi alla memoria del padre.... Suo padre!.... Egli era dunque morto?... Morto senza ch’ella potesse vederlo, neppure una volta in sua vita?... Perchè non l’aveva chiamata almeno al suo letto di morte?... Ella sarebbe andata, sarebbe accorsa, per portargli il suo affetto, i suoi baci... per ricevere la sua benedizione... Non aveva dunque sentito il desiderio di vederla? Non aveva pensato che ella doveva desiderare ardentemente di [p. 309 modifica]conoscerlo, di gittarsi nelle sue braccia, di piangere con lui?...

Ad un tratto le balenò che egli forse era tenuto in soggezione dai suoi figlioli; forse schiavo della sua famiglia legittima: e il suo cuore si intenerì a questo pensiero e una grande pietà la prese di quel padre tante volte accusato. Egli l’aveva amata, aveva pensato a lasciarla ricca, a farla felice, credendo che ella amasse Faustino e che egli fosse tale da renderla veramente felice. Povero padre suo, povero padre, disgraziato quanto la sua mamma... E straziato dai rimorsi, e vincolato nei suoi affetti, impedito di chiamare a sè la sua figliuola... e ingannato dall’amico!...

Faustino Belli... poteva egli essere più abbietto? Conoscere suo padre e non parlargliene? Ora intendeva tutto. Ogni parola, ogni atto, ogni sguardo di quell’uomo era frutto di una lunga premeditazione, di un calcolo raffinato. Egli aveva voluto attirarla a sè per sfruttarla: sposandola se suo padre la lasciava ricca e libera, o meglio ancora se la destinava a lui: facendosene un’amica, dominandola, se egli l’avesse destinata ad un altro. Tale era il senso recondito di quella prima lettera, causa di tante lagrime e inutili investigazioni. Ed ella lo aveva amato, ammirato, aveva riposto in lui i suoi più dolci sogni e i più alti pensieri.

Le pareva di vederlo come lo aveva visto [p. 310 modifica]l’ultima volta in via Monforte. Tante cose, tanti piccoli indizi, il carattere enigmatico di quella prima lettera, le parole di Antonietta e di Riccardo, la corte che aveva fatto c faceva ancora alla signora Elisa, l’avevano messa in sospetto; già il dubbio le mordeva il cuore; pure quel giorno gli credeva. Egli aveva accenti, sguardi, parole, così riboccanti di affetto, clic parevano veramente venuti dal cuore. Ed egli intanto pensava che a Berlino c’era un infermo, quasi un moribondo, al quale in nome di lei e con un doppio inganno poteva strappare una somma assai vistosa. L’amore non era che la bugiarda etichetta incaricata di nascondere il calcolo abbietto.

Ed ella era quasi caduta nel tranello, mentre Antonietta e Riccardo le ripetevano che quel sedicente gentiluomo non meritava alcuna stima. E finalmente si era staccata da lui, non già perchè la verità l’avesse penetrata, bensì perchè i baci di Riccardo le avevano fatto comprendere che il suo primo amore non era tale da resistere a nuove impressioni. Tutto ciò era poco lusinghiero per il suo orgoglio; pesava anzi dolorosamente sulla sua coscienza limpida e fiera.

Ella si sollevò da quella prostrazione pensando alla battaglia che l’attendeva. Faustino Belli doveva essere risoluto a vincere.

Quelle trecentomila lire rappresentavano forse [p. 311 modifica]per lui l’unica salvezza, l'ultima speranza. Chissà a quali estremi si sarebbe spinto perchè non gli sfuggissero.

— Ma io lo schiaccierò — pensava Maria, aspirando con ardore quel vento di battaglia. — Non ho alcun timore, ora che lo conosco, e il solo sentimento che avrebbe potuto indebolirmi — la pietà — non ha più ragione di esistere.

Trovandosi poco dopo con Riccardo, il suo primo pensiero fu di mostrargli la lettera di Giorgio Cantelli. Riflettendoci un istante, le parve meglio tacere. Egli poteva impensierirsi di quella battaglia che l’attendeva con un avversario così forte, astuto e forse disperato. E quella ricchezza che le veniva offerta e che ella rifiutava quasi per necessità, poteva rattristarlo oltre misura; nella sua delicatezza era capace di attribuirsi qualche responsabilità di quel rifiuto e di accorarsene. Insomma era meglio che egli nulla sapesse.

Sentendo peraltro il bisogno di confidarsi con qualcuno, scelse Antonietta, che poteva essere nel medesimo tempo un aiuto. Antonietta lesse la lettera di Giorgio Cantelli e capì subito che tanto lui che i suoi fratelli dovevano avere una tremenda paura di essere costretti a sborsare le trecentomila lire.

— Non è certo per far piacere a loro che tu devi mantenere fermo il rifiuto di sposare Faustino. [p. 312 modifica]

Dopo queste parole, ella fu tutto ad un tratto assalita da un dubbio.

— Siamo noi assolutamente sicure che. tu debba mantenere il rifiuto?... — domandò essa mutando voce. — Tu rimani attonita: tu mi guardi con gli occhi sgomenti... Non ischerzo. Senti. Bisogna riflettere: l’atto è grave: tu sei... una povera figliuola... Trecentomila lire e la mano di un uomo che tu amasti tanto... che forse ami ancora... via, sarei una stupida se pretendessi che tale rifiuto non ti debba costare...

Maria era impallidita.

— O Antonietta! — esclamò lagrimando. — O Antonietta, che poca stima hai di me!...

L’amica la rassicurò, aveva per lei una stima grandissima, aumentata anzi in quel momento dalla tranquillità, dalla fermezza con cui parlava di rifiutare ciò che per la maggior parte della gente era una fortuna straordinaria capace di far girare la testa a molte e molte che si stimano forti. E appunto perchè la vedeva così indifferente, così spensierata, le pareva necessario di parlare così, d’istigarla a riflettere.

Maria si rasserenò e rispose francamente:

— Se amassi ancora Faustino Belli, se avessi fede in lui, se questo fatto non mi rivelasse tutta la falsità del suo cuore, la bassezza del suo animo, certo, sarei perplessa. Così invece son sicura che non avrò mai il più piccolo pentimento. La ricchezza non mi tenta... E poi [p. 313 modifica]che ricchezza? Il padrone sarebbe lui; ed ora che lo conosco, posso immaginare quale sarebbe la mia vita con lui appena sfumato il capriccio che può avere per me.

Antonietta l’abbracciò teneramente. L’accordo dei loro pensieri e dei loro sentimenti non poteva essere più completo.

Da lì a qualche giorno Maria rispose alla lettera di suo fratello con parole semplici e buone. Da lungo tempo aveva perdonato a suo padre e gli era grata di aver pensato a lei prima di morire, pur deplorando che avesse ascoltato il consiglio interessato di un uomo poco leale. Ella non amava quell’ uomo e aveva già risoluto di rifiutarlo, nè vi era tesoro al mondo che potesse farla cambiar d’avviso. Accettava le cinquantamila lire che i fratelli le promettevano, anche per rispetto alla volontà del loro padre che aveva desiderato di sollevarla dalla povertà. Li ringraziava e li abbracciava con affetto di sorella.

La lettera fu spedita, e la replica non si fece attendere.

Molti ringraziamenti, molte frasi entusiastiche, ammirative e convenzionali. E in fine rinnovamento della promessa di pagare le cinquantamila lire in capo ad un anno.

Una certa calma entrò dopo questi avvenimenti nell’animo di Maria. L’avere preso una determinata risoluzione le faceva bene, la [p. 314 modifica]sollevava; se non lieto, il suo avvenire le pareva almeno più chiaro; e la sua mèta era essa pure più luminosa perchè meno egoista. Ella pensava che se i suoi fratelli mantenevano la promessa, quelle cinquantamila lire sarebbero arrivate in buon punto per aiutare Leonardo e la sua famiglia, e tale prospettiva le dava un grande conforto.

In quei giorni il capitano Isidoro Arquati ricevette bordine di prepararsi a partire per la Eritrea con una spedizione armata.

Al primo momento se ne rallegrò. Egli si trovava in uno di quei momenti scabrosi nei quali pare che tutte le vie si chiudano davanti a noi. Vincolato da una catena insoffribile ad una donna che non amava più; spinto verso un’altra donna da una passione violenta, egli aveva formato i progetti più insensati, dai quali erano scaturiti equivoci e disgusti per lui e per gli altri. Ben veniva l'Africa a portarlo via! Chissà, forse il sole equatoriale lo avrebbe guarito; od era forse la morte che lo attendeva laggiù... In ogni modo una soluzione.

Avvicinandosi il giorno della partenza, sorse in lui e crebbe il desiderio di rivedere forse per l’ultima volta la fanciulla amata. Sapeva che i Valmeroni si trovavano nella loro casa di [p. 315 modifica]campagna presso Lecco, e pensò di andarli a trovare. Non sentendosi perfettamente tranquillo sull’accoglienza che gli avrebbe fatto Antonietta, pregò Paolo Venturi di accompagnarlo; e Paolo accettò.

La signora Ersilia scriveva da Aix-le-Bains a sua nipote che ritornavano a Pavia con la signora Arquati per salutare Isidoro prima che andasse a Massaua. Questa notizia crudele produsse subito un rivolgimento nell’animo della fanciulla. La collera e lo sdegno, che pure torturandola la sostenevano, svanirono improvvisamente. Il dolore rimase solo, padrone e despota, nel suo cuore.

Le lagrime da tanto tempo e tante volte represse sgorgarono dai suoi occhi con un impeto irresistibile.

— Come lo amo! Come lo amo! — mormorava con voce soffocata torcendosi le mani. — Io che mi credevo quasi guarita, io che parlavo d’odio e di disprezzo... come lo amo! E non lo vedrò più... e forse la morte l’attende in quell’orribile paese.

Come tutte le anime gentili, le anime sinceramente amorose, ella dimenticava i torti del giovine, e ciò che non poteva dimenticare perdonava, cancellava con la sua tenerezza.

Se avesse potuto trattenerlo, se avesse potuto salvarlo, ogni sacrificio le sarebbe parso lieve in quel terribile frangente. [p. 316 modifica]

Tutto il giorno ella rimase chiusa nella sua camera, e Maria, la sua sola confidente, non lasciava entrare nessuno, dicendo che era ammalata e il più lieve rumore la faceva soffrire.

Due giorni dopo, quando arrivò il capitano con Paolo Venturi, Antonietta potè mostrarsi calma, quasi serena. Sorpassata la crisi, ella chinava il capo davanti al destino ineluttabile, risoluta a chiudere in sè la sua pena. E sorrideva agli amici e parlava con l’abituale scioltezza. Gli occhi soli non obbedivano alla sua volontà. E Isidoro e Paolo leggevano in quegli occhi cerchiati, profondi, aggranditi dallo spasimo, l’acuta sofferenza ch’ella si forzava a nascondere.

Quel giorno appunto le signore si trovavano sole essendo il capo della famiglia a Milano con Riccardo. Isidoro pensava quanto gli sarebbe stato facile di avere un abboccamento da solo a sola con Antonietta, senza la sorveglianza di Paolo Venturi e si pentiva d’averlo invitato ad accompagnarlo c se ne adirava seco stesso. L’intima irritazione e l’angustia che gli cagionava la malcelata sofferenza della fanciulla lo rendevano taciturno.

A colazione la signora Elisa gli domandò:

— Le dispiace partire, eh, capitano?

Egli arrossì lievemente.

— Quando mi giunse l’ordine ne fui lieto. Ero stufo di questa vita stazionaria e inoperosa. [p. 317 modifica]Ora che si avvicina il momento della partenza e devo lasciare tante persone care, tanti amici, non so dominare una certa malinconia.

— Gli eroi moderni non sono più tutti d’un pezzo — notò Paolo Venturi sorridendo.

Maria gli fece osservare che anche gli antichi, essendo uomini, dovevano avere un cuore sensibile come controspinta al loro feroce eroismo. Altrimenti si sarebbero massacrati dal primo all’ultimo e la razza umana sarebbe estinta.

Dopo colazione Angelica, che si annoiava, andò a trovare una vicina; Antonietta si mise al piano e cantò una romanza piena di passione.

Scesero poi tutti nell’orto dove era una cupoletta di verzura con sedili e tavolini. Si raccolsero là a leggere, a fumare, a discorrere.

Paolo Venturi lesse ad alta voce una poesia satirica di „Vamba“ e divertì e fece sorridere, ma non riuscì a disperdere la mestizia che ciascuno sentiva gravare sopra di sè. La signora Elisa trasse fuori un mazzo di carte e invitò il Venturi a giuocare con lei. Maria aprì una rivista. Isidoro accennò all’Antonietta una scacchiera che era lì...

— Facciamo anche noi una partita?

— Come vuole. Sarò battuta ma poco importa.

— Bravi! — esclamò la signora Elisa. — Se [p. 318 modifica]vince il capitano vorrà dire che tornerà vincitore dall’Africa.

— Non mi sento da tanto. Poveri noi se l’Italia avesse così poche probabilità di vittoria.

— Ne avesse tante! — ribattè Paolo sarcastico.

— Pessimista!

— Se dobbiamo giuocare, lascino stare questi discorsi.

— Ha ragione, signorina; sono ai suoi ordini. Di che si giuoca?

E sotto voce, sorridendo:

— Io metto la vita, come paggio Fernando; metta lei l’amore...

Ella scrollò lievemente il capo.

— Perderei inutilmente.

Lo guardò fisso con una espressione quasi di terrore.

— A me invece gioverebbe tanto anche il perdere!

— È stanco della vita, lei?

— Ella mi deride. Non lo farebbe se mi leggesse in cuore.

La parola „cuore“ quantunque pronunciata sommessamente giunse fino all’orecchio di Paolo che aggrottò le ciglia.

„Perchè tormentarla — pensava. — Perchè dirle cose inutili? Che amore egoista!“

Si pentiva alla sua volta di avere accompagnato Isidoro in quella gita. Il volto abbattuto [p. 319 modifica]e gli occhi malinconici di Antonietta gli facevano troppa pena. Avrebbe dovuto distogliere Isidoro dall’infliggerle quella prova.

Con tali pensieri, egli giocava male; era distratto. Anche la partita a scacchi andava poco bene. Pareva che i due giocatori mirassero a perdere, tanto erano gli errori in cui cadevano impunemente.

Di fuori, si sentivano i ragazzi di casa fare il chiasso con un branco di contadinelli. A un tratto facevano irruzione nel capanno empiendo l’aria delle loro risate, delle loro voci fresche, squillanti.

— Io scoppio — disse Isidoro sommessamente.

— Perchè?

— Ho bisogno di parlarti. Questo è il supplizio di Tantalo. — E ad alta voce: — È inutile continuare: io sono spacciato. Ella non ha avuto pietà di me, signorina.

— Può rifarsi ancora.

— No, no Troppo buona. Andiamo a spasso piuttosto.

Stavano per uscire allorchè si udirono alcune voci che si avvicinavano.

— Visite! — annunziò Angelica, ritornata in quel momento.

Si alzarono tutti per muovere incontro ai visitatori. Erano i soliti villeggianti del vicinato: due sposini milanesi con una sorella dello sposo, che avevano preso in affitto un villino [p. 320 modifica]presso Civate, e un’altra famiglia, pure di Milano, composta di sette o otto persone, tra grandi e piccini. Poco dopo arrivarono anche i Mainetti, due fratelli e una sorella, accompagnati da uno zio col quale vivevano, essendo orfani fin dall’infanzia. Questi Mainetti erano ricchi, allegri, chiassosi, e il minore, un giovinolo su i trentanni, faceva la corte all’Angelica fin dal primo giorno.

Questa gente si sparse un po’ da per tutto: in casa, nell’orto, sotto la cupoletta verde.

Più tardi capitarono pure i due vecchi cugini di Leonardo, i Valmeroni di Malgrate che abitavano in fondo al paese, e non mancavano neppure un giorno di fare la loro visita ai cari parenti.

Isidoro e Antonietta si trovarono finalmente soli per un breve istante.

— Bisogna che tu m’accordi un convegno — supplicava il giovine: — bisogna. Non vorrai lasciarmi partire così, senza essere stato un poco con te!.. Saresti troppo crudele!

Antonietta taceva; la testa bassa, gli occhi semichiusi, pareva in lotta con se stessa.

Il giovane insisteva.

Con un gesto risoluto, ella alzò la fronte e i suoi occhi brillarono di una luce strana. Un rossore intenso le accendeva le guance. Guardò il capitano con una indicibile espressione di tenerezza.

— Dove dobbiamo trovarci? [p. 321 modifica]

— Sulla via Lacuale: dopo domani... Faremo una passeggiata insieme.

— Dopodomani. A che ora?

— Io ci sarò alle sette. Ti aspetterò presso al cancello. Verrai, amor mio?... Me lo prometti?

— Verrò. Alle sette uscirò dal cancello.

La sua voce suonò lugubre, quasi tragica; ma il giovane non vi badò nell’immensa soddisfazione che gli dava quella promessa. Un momento dopo erano in mezzo agli altri e discorrevano animatamente. Da un pezzo Antonietta non era apparsa così animata e vivace. Paolo Venturi, che l’aveva vista discorrere con Isidoro, ne fu impensierito. — Cosa le avrà detto? — si chiedeva egli torturandosi.

Un poco prima del tramonto passarono di là tre sonatori girovaghi, e vedendo il cancello aperto si fermarono a sonare.

Alcuni giovani si avvicinarono subito ai sonatori. E uno dei Mainetti li invitò ad entrare.

— Entrate, entrate. Vi pagheremo.

— Si balla? — domandò una ragazza. E le altre in coro:

— Si balla! Si balla!

I sonatori entrarono. Uno dei tre era cieco, e Riccardo, se fosse stato presente, avrebbe riconosciuto in lui il violinista che l'aveva tanto interessato una sera, alla Fiaschetteria Toscana.

Aveva però mutato compagnia: invece del [p. 322 modifica]paralitico che sonava la chitarra e andava questuando con tanta dignità, aveva seco due individui assai più volgari, uno col contrabasso, l’altro col clarinetto.

— Un valzer! Un valzer! — gridavano le voci allegre.

Il violino intonò una patetica introduzione. Subito le coppie si formarono. Il Mainetti con Angelica aprì la danza.

Il capitano afferrò Antonietta, che si lasciò trasportare come in un sogno.

Paolo Venturi, che non ballava, seguiva con gli occhi ardenti la coppia innamorata. Non era più gelosia il sentimento angoscioso che lo turbava. Non era gelosia, no, egli se ne rendeva chiarissimo conto. Era una angoscia paurosa, una sorte di terrore.

Ed essi passavano e ripassavano, davanti ai suoi occhi sbalorditi, come in balìa del vento, in quell’abbraccio apparentemente rigido nella sua correttezza convenzionale. Paolo intendeva perfettamente che Antonietta si abbandonava anima e corpo in quell’angoscia disperata.

„Cosa sarà di lei se si abbandona così?... Come farà a vivere quando egli sarà partito?... „Amarla tanto e non poter nulla per lei, per la sua felicità! Non poterla neppure salvare dalla disperazione.“

Questo pensiero si configgeva come un ferro rovente nel cervello di Paolo Venturi. [p. 323 modifica]

Il sole tramontava; nella penombra del crepuscolo la danza diveniva più ardente, più scapigliata. Angelica e il Mainetti uscivano di tratto in tratto dalle file per fermarsi a ridere. Ella aveva degli scoppi d’ilarità quasi convulsi; poi si calmava e ritornava a ballare.

Isidoro e Antonietta non si staccavano mai, non parlavano, portati via dalla tempesta che li flagellava.

Nell’ombra, anche il violino del cieco si accendeva. Sentiva egli il vento di passione che spirava intorno a lui? Serio, malinconico, egli pareva assorto nella visione della notte eterna che in sè lo chiudeva; e cercava di trasfondere nei suoni la poesia della sua anima. E il povero violino di dozzina narrava gli spasimi di quell’anima con voce flebile o vibrante, non di rado eloquente, ma i suoi compagni non lo seguivano nè sulla via dell’arte, nè su quella del sentimento. Il basso, ottuso ad ogni senso di poesia, incretinito dalle frequenti libazioni, riesciva appena a tenere il tempo; e il clarinetto rideva per conto proprio, filando le note con superba indifferenza da egoista raffinato che solo in sè si appaga.