Signorine povere/Seconda parte/IV

IV

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IV.

Nè l’avvocato Pagliaroli, nè Antonietta, nè Riccardo erano rimasti molto convinti della sincerità di Faustino Belli. Certo, l’aver portato all’amico suo le diecimila lire era un fatto di una importanza capitale e nessuno poteva affermare lì per lì che egli non si fosse mostrato scrupolosamente onesto e generoso. E tuttavia nessuno di coloro che conoscevano la sua vita e le sue abitudini, e avevano scrutato, per quanto era possibile, il segreto di quell’anima, nessuno poteva credere che egli avesse agito spontaneamente. Un grande motivo doveva averlo spinto. Nell’andare verso la stazione, il Pagliardi diceva a suo nipote:

— Io penso che egli si sarà accorto dei tuoi sospetti; forse ti ha visto parlare con quel tuo amico che era a Brera quando il quadro fu presentato per la verifica; e nel vedervi insieme, gli nacque il sospetto che ti narrasse la cosa.

Riccardo ammetteva la verisimiglianza di tale supposizione, ma non gli pareva sufficiente motivo all’azione straordinaria del Belli.

Egli diceva: [p. 196 modifica]

— Nè per me, nè per mio padre sul quale egli ha un così grande ascendente, Faustino Belli avrebbe sacrificato le dieci mila lire. Il sacrificio lo ha fatto per altri occhi, o in vista di qualche altro guadagno assai più vistoso.

Antonietta gli domandò:

— Pensi a Maria?

— Sì. È un pezzo che le fa il cascamorto. Tuttavia non basta. Il cavaliere non è uomo da sacrificare i suoi interessi all’amore di una fanciulla.

Alla stazione Antonietta raccomandò al fratello di vegliare sulla loro amica. Temeva che divenisse vittima di quell’uomo astuto e pericoloso.

Riccardo ritornò a casa col cuore oppresso da molte incertezze. Aveva piacere, per suo padre, che Faustino Belli si fosse così pienamente giustificato agli occhi di lui; ma non poteva a meno di pensare che quell’ uomo doveva mulinare qualche cosa di sinistro; un qualche tranello, alla riescita del quale urgeva che tutti loro avessero in lui una completa fiducia. Per conquistare quella assoluta fiducia egli aveva sacrificate le dieci mila lire. Ma quale imbroglio macchinava? Per quanto si stillasse il cervello, Riccardo non poteva penetrare quel mistero.

Sentendo che i suoi cenavano con Faustino e la Bergamini, e che Maria si era ritirata nella sua camera, egli passò in sala per non destare sospetti; prese una tazza di latte e dopo aver [p. 197 modifica]discorso un poco di cose indifferenti si ritirò, perchè doveva terminare un lavoro straordinario portato a casa dal suo ufficio. Allora anche Faustino Belli si alzò da tavola e si congedò.

Maria non aveva voluto trovarsi a cena con Faustino Belli perchè non si sentiva sicura di potergli nascondere la propria agitazione.

La parte recitata da lui quella sera con tanta finezza d’arte l’aveva scossa, entusiasmata. Il suo entusiasmo sarebbe stato completo senza le ammonizioni di Antonietta; in tal caso ella sarebbe stata felice di dimostrare l’animo suo apertamente all’uomo che tanto la interessava.

— Guardati da colui! — le aveva susurrato Antonietta nell’abbracciarla.

E quelle parole risonavano continuamente al suo orecchio.

Guardarsi da lui? Diffidare sempre, diffidare dell’uomo che allora allora aveva compiuta una azione così dignitosa? Ma dunque, non si doveva credere a nessuno al mondo? Neppure i fatti contavano?

„Se egli fosse un disonesto o un indelicato, si sarebbe tenuti i denari e avrebbe inventato qualunque frottola per calmare i sospetti del suo amico, ammesso che il buon Leonardo avesse mai il coraggio di parlargliene. C’è troppo partito preso contro di lui. Riccardo specialmente è accanito nel sospettarlo; forse per una naturale reazione contro gli eccessivi entusiasmi [p. 198 modifica]di suo padre. Ma io, io che ragione avrei per non credere all’evidenza?... Posso dubitare delle sue proteste amorose, posso anche crederlo un po’ leggero nelle cose di sentimento; ma non potrò mai dubitare del suo onore, della sua delicatezza. Mi vergognerei se ne fossi capace.

„Un uomo come lui, con la sua intelligenza, col suo ingegno, conosciuto da tutti, generalmente stimato, se dovessi supporlo reo di una azione bassa, di una ipocrisia così vigliacca... oh! mi pare che non crederei all’onestà, alla virtù di nessuno al mondo. E allora vorrei andarmene subito da un mondo così brutto.“

Con questi pensieri ella si era calmata e racconsolata; e una dolce speranza la cullava.

Un giorno, in fin di maggio, uscendo da via Santo Spirito, dove era la sua scuola, Maria trovò Faustino Belli fermo sul marciapiede in via Monte Napoleone. Appena la vide, la salutò e si accompagnò a lei.

Le prime frasi scambiate furono le solite, vaghe e vuote di senso. Poi tacquero, camminando in silenzio lungo le case. Egli disse finalmente:

— Mi sono permesso di scriverle... Ha ricevuto la mia lettera?

— Sì.

— Ebbene?... Non le è parsa degna di risposta? [p. 199 modifica]

— Non degna di risposta?!... Oh! non la pretendo a giudice io!... Non ho risposto perchè non avrei saputo cosa rispondere.

— Io le scrivevo se voleva accordarmi la sua fiducia.

— Non ho nessun motivo per negarle stima e quindi fiducia; e lei lo sa. Era dunque superfluo scrivere.

— C’è dell’ostilità in lei contro di me.

— S’inganna, cavaliere. Nessuna ostilità.

— Può darsi. Ma neppure un briciolo di amore.

— Questa è un’altra cosa. E poi... L’amore non è per me.

— Non è per lei?... È come se il sole dicesse che non vuol risplendere; è come...

Una bella risatina troncò lo slancio lirico dell’ingegnere.

Alcuni incidenti del movimento cittadino interruppero il colloquio. Arrivarono così in via Monforte.

— Come! Va già a casa?... Andiamo fino in fondo. Saliremo sul bastione.

— Non ho tempo. Ho da lavorare.

— Vuol mettersi a lavorare subito? Via, faccia ancora due passi con me.

— Per compiacerla...

— Ma dunque non crede alle mie parole?

— A quali?

— Oh! a quelle che esprimono i miei più teneri sentimenti per lei... [p. 200 modifica]

— Ah, quando dice che sarà il mio schiavo? il mio cane?... Ma le pare?... Mi ha fatto ridere. Ho capito che mi prendeva per una fanciullona e che si burlava di me. Cioè, ridevo, ma forse avevo voglia di piangere. Glielo devo dire: una lettera d’amore me la figurava tutta diversa.

Colpito da tale confessione, il cavaliere ebbe un sobbalzo e guardò la fanciulla curiosamente.

— Come mai?

— Non saprei; ma tutta diversa.

— Non mi ha capito dunque. Non ha capito che essendo io tanto più avanti di lei negli anni, non osando credere, non osando sperare...

— E allora, perchè scrivere?

— Per un bisogno invincibile.... Se avessi osato...

— Cosa avrebbe fatto?

— Le avrei chiesto, il permesso di domandare la sua mano al suo tutore.

— Oh! Nella lettera invece protestava di non voler nulla da me; pareva anzi che avesse pronto da offrirmi un altro marito, ricco e giovine!... Un’idea molto buffa, davvero, per un innamorato!...

— Signorina, signorina, ella non sa cosa vuol dire amare una giovine di vent’anni e averne... quaranta... Ella non sa quanti dubbi, quante angosciose incertezze prova un uomo nella mia condizione e come lo tormenti soprattutto la paura di essere ridicolo. [p. 201 modifica]

— Non potrò mai credere ch’ella abbia provato una paura simile. Quanto all’età, io ho ventidue anni, e sarò vecchia che lei sarà ancora giovine.

— Quanto è graziosa! Mi farà impazzire.

— Ritorniamo. C’è troppa polvere sul bastione... c troppe coppie innamorate.

— E non possiamo essere anche noi una coppia simile?

— Mai. Ora le parlo sul serio: non crederò mai che ella mi possa amare.

Faustino Belli impallidì.

— Perchè? Cosa le ho fatto?

— Nulla. Sento così.

— Mi basterebbe ch’ella mi amasse. La fede in me le verrebbe poi.

— S’inganna. Ho letto chiaramente nel mio cuore: io devo prima credere per poter amare.

Faustino Belli, con la sua esperienza della vita, sorrise involontariamente di quella smargiassata giovanile. L’ironia gli fiorì spontanea sul labbro.

— Non si fidi, signorina, non si fidi di tali scoperte... Ne farà ben altre con gli anni.

Ella sentì l’ironia e arrossì, ma non si diede per vinta.

— Poco importano per ora le scoperte che farò con gli anni. Adesso ho fatto questa, ed è sempre il presente che conta. Non le pare?

— Ha ragione. Ha ragione. E il presente che [p. 202 modifica]conta. Avere vent’anni e sentirsi i padroni del mondo; tutto il resto è follìa.

— Oh, io non sento così alto di me! E non credo neppure che avere vent’anni o ventidue costituisca da sè una così grande felicità. Forse me ne avvedrò col tempo. Dev’essere una di quelle scoperte a cui ella accennava. Ma eccoci nuovamente alla mia casa. Cavaliere, i miei rispetti.

Egli le prese la mano e la strinse forte.

— Ancora una parola: io la forzerò a credermi. E quando mi crederà, è vero che acconsentirà ad amarmi?

— Se le crederò veramente, può darsi...

— Grazie. Ancora una stretta di mano. Grazie. A rivederla.

E con un profondo inchino e una cerimoniosa levata di cappello, egli la lasciò finalmente.

Maria salì le scale tutta vibrante, ripensando a quelle parole: „la forzerò a credermi“ che risonavano dentro al suo petto.

„Mi forzerà a credergli? Cosa farà?...“

Di sopra ella trovò Erminia e Giorgetto che piangevano nel corridoio.

— Cosa c’è? Perchè piangete?

Nessuna risposta, ma un più formidabile scoppio di singhiozzi.

— Dov’è la mamma?... Dov’ è l’Angelica?

Le venne incontro la Caterina con le mani piene di fiori. [p. 203 modifica]

— Guardi cosa hanno mandato le signore! Il ragazzo del fioraio ha detto di metterli nei vasi... In che vasi?... Io intanto ho l’arrosto che mi va a male...

— Va, va in cucina. Ci penserò io ai fiori. Portali in sala.

Entrò nella sala da pranzo, prese due vasi di porcellana dalla credenza, li pose sulla tavola e aspettò che la donna portasse i fiori.

Questa entrò con un catino nel quale aveva messo una quantità di fiori sciolti: rose, viole, garofani, vaniglie, orchidee, gelsomini, tutti a rifascio.

— Quanta roba! Oh! che profumi!

Cominciò a disporre i fiori nei vasi, contenta di quella piacevole occupazione. Intanto, i ragazzi si erano rimessi a frignare. A un tratto Riccardo uscì dalla sua camera, gridando:

— Zitti!... Sono stufo di sentirvi!...

Maria lo chiamò.

— Guarda che magnifici fiori.

— Già; così sprecano i denari. La va peggio di prima, ora. Angelica non si occupa più dei ragazzi; nessuno se ne occupa.

— Lo dici per me? Faccio tutto quello che posso.

— Oh, lo so... Ma perchè sei venuta a casa così tardi, oggi? Dove sei stata?

Maria comprese che egli l’aveva vista con Faustino e diventò rossa. [p. 204 modifica]

— Perchè m’interroghi così? Ho incontrato il cavalier Belli e chiacchierando siamo andati fino ai bastione...

— Così le pettegole diranno che siete amanti.

— Oh! Riccardo!

— Io non dico che è: dico che lo diranno. Egli fa sempre così: quando non può vincere l’onestà di una donna, si contiene in modo da lasciar credere che l’ha vinta. È il suo stile.

Maria non rispose. Si fece portare un orciolo d’acqua, ne empì i due vasi, nei quali aveva disposti i fiori con molto buongusto; poi li posò sul piano della credenza e fece qualche passo per uscire dalla sala. Riccardo l’arrestò:

— Sei adirata con me, Maria?

Tutta la collera che le si era addensata nell’animo cadde al suono dolce e triste di quella voce. E quando ebbe guardato Riccardo negli occhi, vedendovi una così profonda espressione di dolore, ebbe pietà di lui.

— No, Riccardo, non posso stare in collera con te. Ma cos’hai veramente? Perchè sei tanto triste?

Egli ebbe un gesto stanco, pieno di scoramento.

Cos’aveva? Avrebbe voluto saperlo! Era un male senza nome che lo rodeva, lo torturava; una follìa, un furore e una depressione. Era scontento di tutti. Specialmente di sè...

Fu interrotto dalla Caterina: essa veniva ad [p. 205 modifica]avvertirlo che il signor Ermondi mandava a prendere i quadri da fotografare.

— Va bene! Vado subito.

E rivolgendosi a Maria, la invitò a salire con lui, per vedere l’imballaggio dei quadri.

Salirono al secondo piano. Le stanze che Leonardo Valmeroni aveva tenute con tanta cura, erano in grande scompiglio. I quadri partivano. Le sante, le Vergini, i guerrieri, i personaggi storici giacevano in singolare promiscuità sul pavimento. Sulle pareti, alla luce che entrava dalle finestre spalancate, si potevano segnare le diverse misure dei quadri già stati appesi, tanto la tappezzeria era sbiadita tutta all’intorno. Gl’imballatori lavoravano nell’ultima sala ed i colpi dei loro martelli sui chiodi delle casse rimbombavano in tutto l’appartamento.

— Ah, poveri quadri! — esclamò Maria. — È una tristezza questa partenza.

Riccardo sospirò.

Entrarono i fattorini del fotografo per portar via i quadri da fotografare. Erano: la testa colossale della Madonna che è dipinta nella cupola della cattedrale di Parma, studio autentico del Correggio; la Vergine col bambino, del Sassoferrato; il quadretto di Breughel e una Sacra Famiglia del Perugino.

Mentre Riccardo faceva la consegna, Maria girava per le sale. Trovò in un cantone la [p. 206 modifica]vecchia spinetta già tanto cara a Leonardo; e si ricordò che egli non la toccava più dacchè aveva venduto i quadri. — Povero zio! — mormorò intenerita.

Gli imballatori finivano di picchiare e se ne andavano.

— Domani a sera avremo imballato tutto — dissero a Riccardo nel salutarlo. Anche i facchini del fotografo si allontanarono: salivano al terzo piano, mentre gl’imballatori scendevano, parlando forte tra loro. E le voci alte e robuste rimbombavano nella casa tranquilla, nel silenzio delle stanze vuote, dove la polvere sollevata rimaneva sospesa come una nebbia leggera che il sole indorava.

I due giovani si trovavano nella saletta centrale, quella che Leonardo chiamava il tesoro, perchè conteneva i migliori quadri, alcuni dei quali erano ancora a posto; altri giacevano a terra. Riccardo si guardava intorno. Maria volgeva gli occhi al cielo che i riflessi del tramonto tingevano di rosa.

Egli proruppe a un tratto, come se i suoi pensieri fossero stanchi di dibattersi nel cervello:

— È vero, questa partenza è una tristezza. Darei una parte della mia vita, perchè Augusto Klein non fosse mai entrato nella nostra casa. E fu il nostro malgenio che ce l’ha condotto. Se la „nonnina“ non fosse morta, questa [p. 207 modifica]vendita non si sarebbe effettuata; Eugenia non avrebbe sposato quel vecchio imbroglione... e tu, Maria, tu non ti lasceresti affascinare da....

Maria impallidì e lo interruppe. Aveva torto di insultarla. Ella non si lasciava affascinare da nessuno.

— No, Maria, non t’insulto. Ti leggo nel cuore e soffro... Se tu non ami ancora Faustino Belli... Sta in guardia!... Non amarlo...

A queste parole la fanciulla si ribellò.

— E quand’anche?... Non sono io libera forse?... Non posso amare chi voglio? Come puoi dirmi tanto male dell’amico di tuo padre? È reo di qualche delitto?... Le prove dove sono? Dammene le prove e io crederò. Ciò non vuol dire che io lo ami. Mi è simpatico; ma forse la mia simpatia viene in gran parte dal male che me ne avete detto tu e Antonietta. Sicuro, io mi sento nata a proteggere i perseguitati.

Invece di replicare, Riccardo si strinse le tempie con le mani tremanti e tacque lungamente.

Un perseguitato Faustino Belli? Che ironia! Ella voleva le prove? Non ne aveva abbastanza? Non aveva egli dimostrata l’indelicatezza di quell’uomo a proposito del quadro di Ferramela? Anche nella restituzione delle dieci mila lire non era evidente la commedia?... Inutile. Al pari di Leonardo, Maria l’aveva giudicata un’azione nobile e una prova di sincerità. E [p. 208 modifica]Riccardo non si sentiva tanto eloquente da poter distruggere quella convinzione. Per ciò taceva. Uno scoramento invincibile lo schiacciava. Essere giovine, possedere un esteriore che molti gl’invidiavano e un carattere leale, pronto a qualunque battaglia... e amare, amare con tutta l’anima, amare con tutta la fede ingenua e l’entusiasmo dei venti anni... e vedersi sopraffatto da un ciarlatano! Posposto a un raffinato libertino che poteva essergli padre!... Perchè gli doveva toccare un destino così anormale? Avrebbe data la testa nel muro per finirla con la vita.

Appariva così afflitto che Maria ne ebbe pietà. In fondo all’anima ella gli voleva molto bene, ma s’era abituata a considerarlo come un amico, un compagno d’infanzia, un fratello; e le sembrava assurdo che egli le mostrasse un affetto più vivo, una gelosia che ella giudicava fuori di posto, morbosa.

Dominando il proprio orgoglio, ella fece un passo verso il giovane.

Riccardo stese le braccia verso di lei con un desiderio ardente di stringerla al cuore. Ma si frenò. Scendeva la sera: le ombre si addensavano. Per combattere la commozione che si impadroniva di tutto il suo essere, cercò di distrarsi discorrendo, e si attaccò al soggetto che gli si offriva naturalmente.

— È stato qui oggi Paolo Venturi; gli è [p. 209 modifica]dispiaciuto di non potersi fermare per salutarti; ritornerà.

— Me l’aveva detto che voleva vedere la galleria. È arrivato tardi però.

— Non tanto. I quadri da fotografare erano ancora fuori, e le casse che vanno all’estero aperte per il visto dell’Accademia. E sai cosa m’ha detto?

— A proposito di che?

— Di questi quadri, di questa vendita. Se ne intende lui. Ha molta passione per l’arte, dipinge egli stesso, e poi ha viaggiato e ha visto i più famosi musei e le più ricche gallerie in Italia e fuori...

— Ebbene?...

— Ebbene, dice che queste tele in mano di un abile negoziante come il nostro Klein rappresentano un capitale di oltre trecentomila lire. E noi le abbiamo date per centoventimila e finora non abbiamo incassato che la metà.

— Temi che il resto non venga pagato? Se è così, persuadi tuo padre a tenere qui i migliori quadri fino a che non avete incassato tutto il denaro.

— Non partono tutti, di fatti; ma quelli che restano non sono i migliori. Sono quelli che stanno ancora appesi nelle due prime stanze. Ciò per altro non cambia nulla: la vendita è fatta.

— E tutta l’altra roba va a Vienna? [p. 210 modifica]

— Una parte.

— Da principio pareva che volesse tener tutto qui: parlava di grandiosi magazzini.

— Sì. Invece sarà una cosa più modesta; una specie di succursale de’ magazzini cheha a Vienna. Non dice mai tutto, e la verità gli è poco famigliare. Del resto, io sapevo da gran tempo che soltanto un abile affarista, sicuro di raddoppiare e forse triplicare il denaro impiegato, avrebbe comperato questa raccolta. Ci poteva toccar di peggio. Mi brucia soltanto che l’affarista sia diventato quasi mio fratello.

— È meno male, se almeno Eugenia ne avrà qualche utile.

— Chissà. Dicono che è tanto strambo colui. Spende come guadagna: è un po’ megalomane. Per questo lato era degno d’imparentarsi con noi. Vedrai ora come andranno questi denari. Nè io, nè Antonietta, nè i due piccoli non ne avremo alcun utile. In pochi anni, se la va di questo passo, tutto sarà mangiato e avremo più debiti di prima. Ora mia madre si è presa di un grande amore per Angelica, e tutt’i giorni quando escono insieme spendono in cose superflue somme non piccole. L’altro giorno la mamma diceva apertamente che i denari non durano in tasca mentre la roba resta; e per ciò vuol farsi un corredo da sposa. Cinquemila lire sono già passate per le sue mani.

Maria ascoltava atterrita. Ella trovava che [p. 211 modifica]Riccardo avrebbe dovuto farsi innanzi e insistere presso suo padre perchè pagasse i debiti e liberasse la casa da quella ipoteca.

— Ne ha pagati, sì. Nei primi giorni gli ho fatto pagare quanto più ho potuto. L’ipoteca sarà presto levata perchè abbiamo sborsato trentamila lire; il resto, quando arrivano gli altri denari, sarà subito estinto. Ma che importa? Dal momento che invece di metterci a vivere in economia si ricomincia da capo a scialacquare, si faranno nuovi debiti. Io però non rimarrò qui a vedere la nostra rovina.

— Dove anderai?

— Lontano. La vita non ha più alcun incanto per me nel mio paese. Voglio andarmene.

— Ma dove?

— Non so... Studiare nelle scuole ormai non posso più. Ho passati i begli anni. Trascinare la vita negli uffici è troppo opprimente... Se fossi amato andrei in campagna. Pregherei mio padre di cedermi il fondo e la casetta di Malgrate, rinunziando in compenso a ogni altra eredità. Così solo, mi manca il coraggio.

— Se non sei amato oggi, lo sarai forse domani: vi sono tante donne che aspettano l’amore. Tu troverai facilmente.

Il crepuscolo si era impadronito dello spazio; per vedere Maria bene in faccia e guardarla negli occhi, il giovine le si avvicinò fino quasi a toccarla. [p. 212 modifica]

Ella indietreggiò istintivamente.

— Oh! come mi fuggi! Ti faccio orrore?

— Che idea! Perchè vuoi farmi orrore? Ti voglio bene invece... come a un fratello.

— Un affetto che non t’impedirebbe di lasciarmi morire.

— Oh!...

— Maria, Maria... io ti amo d’amore, io! Io ti voglio! Non posso sopportare che quel birichino di un cavaliere...

— Taci, via. E andiamo giù...

Il giovane l’afferrò alle braccia e la strinse con forza.

— Non posso tacere. Ascoltami: t’amo. Ti amo da tanto tempo. M’ hai affascinato. Il mio sangue arde vicino a te. Non sai che ho passato delle ore alla porta della tua camera, mentre tutti dormivano, ascoltando il tuo respiro, pensando di sorprenderti, di farti mia... Non sai quante lagrime mi costi... Fu l’eccesso del mio amore che ti ha salvata... Ma ora me ne pento. Sì, Maria, me ne pento. Se t’avessi presa sarebbe meglio anche per te: saresti mia, mi ameresti; e non saresti in pericolo di perderti per quel vecchio seduttore; perchè non sarebbe arrivato a tempo a impressionare la tua fantasia. Fui uno sciocco: ma adesso sei nelle mie mani e io ti voglio... Maria, ti voglio!... Cedi all’amore mio... Baciami!... Oh!... la tua bocca... la tua bocca!... [p. 213 modifica]

E la baciava perdutamente. Il delirio si era impadronito di lui; la passione lungamente compressa, la gelosia che aveva provato vedendo Maria discorrere e passeggiare con Faustino Belli, e quell’ora suggestiva del crepuscolo in quelle stanze strane, in mezzo a tutta quell’arte, a quelle figure mistiche, a quegli angeli, a quelle martiri mezzo nude, tutto aveva contribuito ad esaltarlo, ad accecarlo. Timido, riservato per indole, aveva taciuto lungamente, fino a che la passione traboccante non l’aveva sopraffatto. Ora non poteva più dominarsi. Dacchè le parole appassionate prorompevano dalle sue labbra, Fincanto era spezzato. Il torrente straripato trascina nel suo furore tutto quanto dovrebbe fargli argine.

Le sue braccia vigorose stringevano sempre più forte il corpo delicato della fanciulla. Come una lava ardente i baci deliranti le scendevano dai capelli fino al collo. Maria sempre lo respingeva. Ma le sue forze non bastavano. Tuttavia Riccardo non andava oltre ai baci con le sue ardenti carezze. Troppo grande, ingenuo e profondo era il suo amore. Il pensiero, inasprito dalla gelosia, varcava ogni limite; ma gli atti non seguivano il pensiero. E non ostante la determinata volontà di farla sua, per strapparla al rivale, non osava ricorrere alla violenza. La paura di strapazzare quel corpo delicato dominava ancora la sua passione. [p. 214 modifica]

Un momento, pervasa da una ineffabile angoscia, Maria ebbe la tentazione di chiamar soccorso, di gridare. Ma subito le si affacciò la scena grottesca che sarebbe avvenuta e tacque. Non doveva bastare a difendersi da sè?...

Improvvisamente si sentì mancare, sopraffatta da una lassitudine dolce e spaventevole. Come colui che, assalito da un nemico strapotente, chiama a raccolta tutte le sue forze, ella s’irrigidì e con uno strattone disperato allontanò Riccardo gridandogli sulla faccia:

— Vergognati! Vergognati!...

Poi, senza più oltre curarsi di lui che arretrava disfatto e barcollante, andò verso la finestra per respirare e rimettersi, e in capo ad alcuni minuti traversò le sale in silenzio e disparve.

Un dolore senza misura era sceso nell’anima del giovine; un annichilimento di tutto l’essere gli toglieva quasi la facoltà di pensare.