Poesie (Carrer)/Ballate/Il Moro

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IL MORO.

I.

— Odi, o Moro : di zecchini
     Avrai copia ad ogni inchiesta,
     Ma l’ingegno e il cor nni presta
     4E sii fido esplorator.

Genovesi e Narentini
     Vinse Foscari, ma invano;
     Ei d’Annina ebbe la mano,
     8Ma non seppe averne il cor.

Tra le giovani vezzose,
     Che trascorron la laguna,
     Cerco invan chioma più bruna,
     12O sorriso più gentil.

È l’invidia delle spose,
     È dei giovani il desio;
     Ma non cura l’amor mio
     16Grande a tutti, a lei son vil. —

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Tal parlava quell’altero
     Di gran flotte capitano,
     Che d’Annina ebbe la mano
     20Ma non seppe averne il cor.

E ai comandi avvezzo il Nero
     Incrociò le braccia al petto:
     Basta, disse, un vostro detto,
     24Schiavo io sono e voi signor.

II.

Soletta intanto nelle sue stanze
     Nel tedio Annina sepolta sta;
     Fugge i teatri, sdegna le danze,
     28Raro ai conviti veder si fa.

Ha spesso gli occhi sul pavimento,
     O li solleva verso un altar;
     E l’angiol sembra del pentimento,
     32Quantunque ignori che sia peccar.

E qual da valle cannosa e bassa
     Vapor s’addensa sopra vapor,
     A ciascun giorno che per lei passa
     36Quell’aspro tedio si fa maggior.

L’occulta pena che la divora
     Nascosa a tutti vorria tener;

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     Ha seco invece chi assiduo esplora
     40Tutti i suoi moti, fino ai pensier.

Incubo, o quale più grave pondo
     Da mente umana s’immaginò,
     A quell’incarco riman secondo
     44Che sull’ingenuo cor s’aggravò.

Se un roseo sogno l’alma disvia
     Dal noto calle de’ suoi sospir,
     Un bieco sguardo trova per via
     48Che la rispinge nel suo martir.

A rota pari che mai non cessa
     Intorno al perno di circolar,
     Quell’aspra doglia sopra sè stessa
     52Gira, rigira senza posar.

Passi la luna per le sue sale,
     Crosci la pioggia nel suo cortil,
     Mestizia in volto le siede uguale,
     56Ha vita e noia sempre simil.

Musica dolce per lei non suona,
     Freschezza il vespro per lei non ha,
     Non può di fiori farsi corona,
     60Langue ignorata la sua beltà.

Che giova il sole, che allegra il mondo,
     A chi di nebbia ricinto ha il cor?

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     Non può il tenace pensier profondo
     64Seguir la varia sorte dei fior.

III.

E lo abborre? Quell’alma innocente
     Non abborre, non sdegna persona.
     Esser nata per altri si sente,
     Con nessuno però ne ragiona;
     A sè stessa mistero ne fa,
     70Fors’ancor ch’ella stessa nol sa.

Visto mai non le venne quell’uno,
     Cui se i cieli le avesser concesso,
     Il suo cuore di gaudii digiuno
     Saria sorto a gioire con esso;
     Ma quell’uno non mai si mostrò,
     76O fu sogno che ratto passò.

E, destata, da canto si vide
     Quell’eterno vegliante sospetto,
     Che ogni germe di calma le uccide,
     Che le conta i risalti del petto,
     E nel cui malaccorto pensier
     82Non è scelta l’amor ma dover;

Che a guardar d’ogni parte ha cent’occhi,
     Per udir cento orecchi possiede,
     Che ragion d’una molla che scocchi,

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     D’una chiave che scorra richiede;
     E se nulla trovato gli vien,
     88Più infelice e tradito si tien.

D’un devoto ministro al consiglio
     Pur talvolta sommessa ricorse;
     Le fer velo le lagrime al ciglio,
     Di parlar lungamente ste in forse:
     Quando alfin singhiozzando parlò,
     94Scusò gli altri e sè stessa accusò.

E del pio consiglier la risposta!
     Pazïenza, si fu, pazïenza;
     Dall’altar non tenersi discosta,
     Elemosina, prece, astinenza:
     Qui non ha che cimenti virtù,
     100La ghirlanda apprestata è lassù.

IV.

Stizzita alquanto proruppe un giorno:
     102Che vuol quel Moro che ho sempre intorno?

Forse che starmi così da presso
     104Dal mio signore gli fu commesso?

Vergogna! sempre cacciarmi innante,
     106Pien di sospetto, quel vil sembiante. —

E sì dicendo, la prima volta
     108Del gentil sangue l’impeto ascolta.

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Ma il Moro afflitto tra sè favella:
     110Perchè sdegnata non sei men bella!

Oh se sapessi la doglia mia,
     112E con qual core l’occhio ti spia!

Men forse irata mi guateresti.
     114Che dico? in odio vie più m’avresti.

Ah! m’odia, e possa l’ingiusto sdegno
     116L’ardir celarti del servo indegno.

Odiami! e spesso, sia pur per ira,
     118Su me le ardenti pupille gira.

Pur che mi parli, sgrida, minaccia;
     120Pur ch’io ritorni, da te mi scaccia.

Ah! del tuo fiero crudel signore
     122Già non mi tiene schiavo il timore.

Per te dei climi donde fui tratto
     124Non ho più brama, non vo’ riscatto.

Colà non spira tra gli arboscelli
     126Il molle effluvio de’ tuoi capelli.

Della capanna sull’uscio assiso
     128Vedrei le stelle, ma no il tuo viso.

Udrei il susurro delle foreste,
     130Ma non già quello della tua veste.

Tronco scavato, di belve nido,
     132Sarei tornando sul patrio lido.

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Dal tuo verone sul mar sporgente
     134Se talor guati l’onda fuggente,

Nascosto abbasso dal margo io miro
     136L’ombra del caro volto, e sospiro.

E oh! quante volte, vista ritrarti,
     138Tuffarmi volli per abbracciarti,

E fra quell’acque qualche conforto
     140Trovar al cruccio che dentro porto.

Oh! se sapessi tetri, gelosi
     142Pensier ch’io covo mentre riposi;

E penso all’uomo, che a te da lato
     144Dormir ti sente, spira il tuo fiato.

Ahi l’uom crudele! Da presso ognora
     146Mi vuole al foco ch’arde e divora,

Ch’io senta struggermi le vene e l’ossa
     148Perchè tranquillo viver ei possa.

Crudo! ma guai, guai se sormonta
     150L’odio, e col lieto fasto s’affronta!

Potrei mostrargli con questa mano
     152Come non s’ama, nè s’odia invano.

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V.

Fra gli olmi, fra i platani
     V’è un loco romito,
     Cui presso cammina
     156Il limpido Sil.

Ogni anno là recasi
     Col fosco marito
     La povera Annina
     160Al rieder d’april.

— Non sali dell’agile
     Ginnetto sul dorso?
     Non ami del cocchio
     164Il ratto fragor?

Diriasi che t’agiti
     Occulto rimorso,
     Vedendoti l’occhio
     168Ritorcer dai fior. —

Deh! cessa le inutili
     Inchieste, deh cessa!
     Non nacque, tu il sai,
     172Quest’alma al gioir.

Veduta, rammentati,
     M’hai sempre la stessa,

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     Cercando che vai
     176Con vano martir? —

Ahi cuore di femmina,
     Ingrato, tenace!
     lo dunque son stolto?
     180E tal chi mi fa? —

Il sangue alla misera
     Ribolle, ma tace;
     E in lagrime sciolto
     184Lo sdegno ne va.

E l’altro più infuria;
     E, fuor di sè tratto,
     Ritrova nel pianto
     188Di colpa cagion.

— Son reo perchè il perfido
     Tuo duolo combatto;
     E assiduo da canto
     192Ognora ti son?

Son reo perchè lecito
     Non t’è nell’ebbrezza
     Lanciarti d’affetti
     196Contrarii al dover. —

L’oltraggio va, Foscari,
     Tropp’oltre, e l’asprezza

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     Di questi tuoi detti
     200Potriati doler. —

Che? Insulti? — E già, torbido
     La mente di sdegno,
     A vile minaccia
     204Solleva la man.

Annina dall’impeto,
     Ch’è senza ritegno,
     Ritorce la faccia,
     208E fugge lontan.

Nel correre incespica,
     E l’altro, veggendo
     A tal la gentile,
     212Acchetasi alfin.

In casa ricovrano:
     Se non che, cadendo,
     La donna un monile
     216Perde nel giardin.

D’ancelle il sollecito
     Ritorno non vale,
     L’arnese pregiato
     220Più visto non è.

Così dell’ingiuria
     Dell’uomo brutale

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     Annina l’ingrato
     224Vestigio ha con sè.

VI.

Il palagio a tumulto è levato.
     Tradimento! Il padrone strozzato
     Tra guanciali, irto il crin, nero il volto,
     È tuttora col collo ravvolto
     229Nella fascia del moro sleal. —

Quell’iniquo s’insegua, si prenda,
     S’incateni, ma nullo l’offenda.
     Il processo, e il gastigo, che sia
     Specchio agli altri dell’empia genia,
     234È dovuto al maggior tribunal. —

D’uno in altro trapassan tai grida,
     È già in ceppi la man parricida.
     Una gondola già l’ha condotto
     In Vinegia nel cupo ridotto
     239Dove al sol dato il varco non è.

De’ suoi giudici tratto in presenza.
     Sclama: Or via, proferite sentenza.
     Reo m’accuso, non cerco difesa;
     L’avrei pur, ma da voi non intesa.
     244Quel ch’io a lui, faccia un altro con me.

— Consiglier non avesti o compagno?
     Qual dal fatto speravi guadagno?

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     — L’odïai come suol nostra gente;
     Veder volli quel volto insolente
     249Qual sembrasse cangiando color.

»Negro», ei spesso, con voce di scherno,
     Mi chiamava, »tizzone d’inferno!»
     Questa fascia vo’ al collo serrarti,
     Tra me dissi, tal nero vo’ farti
     254Che non abbia la Nubia il maggior.

E il fei tale. O signori, se visto
     Dopo morto l’aveste quel tristo!
     Ma che giova? Non egli v’offese,
     Non n’udiste il comando scortese,
     259Non la sferza di lui vi piagò.

Impassibili voi giudicate,
     Genti ignote assolvete o dannate;
     È la colpa tradotta nel Foro,
     Ma del tempo e dell’alma il lavoro
     264Lento, arcano vedersi non può.

Giudicate, punite, son pronto;
     Men è dura la morte che affronto
     Della vita vassalla, infelice,
     Onde già della mia genitrice
     269M’era forza la tinta scontar. —

Più non disse; e già il bruno corteo,
     Che al patibolo è scorta del reo,

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     Messo è in ordine, e canta sommesso.
     Accalcate di popolo spesso
     274Son le vie per cui deve passar.

VII.

Annina, indi a più dì, trova il monile,
     Che nel fatal giardin perduto avea,
     Da carta involto, dove in rozzo stile
     Questa breve scrittura si leggea:
     Quindi innanzi non fia, Donna gentile,
     Chi levi a minacciarti la man rea.
     Tel giura il Moro. — Ebb’ella appena letto,
     282Che le mancò la vista e l’intelletto.