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Anonimo

1717 L Indice:Lettera di Sacerdote Sanese (Anonimo).djvu Lettere/Storia Letteratura Lettera di Sacerdote Sanese che scrive ad altro Sacerdote Fiorentino suo Amico dandoli distinto e minuto ragguaglio del Solennissimo Ingresso fatto in Siena da Madama Reale la Serenissima Violante Beatrice di Baviera Intestazione 7 giugno 2012 100% Lettere

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LETTERA


DI SACERDOTE SANESE,

Che scrive ad altro Sacerdote Fiorentino suo
Amico,


Dandoli distinto, e minuto ragguaglio del Solennissimo
Ingresso fatto in SIENA

DA MADAMA REALE

LA SERENISSIMA


VIOLANTE


BEATRICE

DI BAVIERA


GRAN PRINCIPESSA DI TOSCANA

Destinata dall’A. R. del Gran Duca di Toscana

COSIMO III

GOVERNATRICE DELLA CITTA’, E STATO DI SIENA


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ILLUSTRISSIMO SIGNORE,

Amico Riveritissimo.






LA Santissima Vergine Immacolata MARIA nostra prima Signora, e gran Madre, come Voi ben sapete, a cui la nostra Città in diverse arduissime contingenze si è umilmente donata con replicati pubblici Istrumenti, ci ha fatto sempre provare la sua materna infinita Beneficenza, or con soccorrerci, or con provvederci nelle nostre maggiori, e più urgenti necessità. Quindi è, che considerandosi da questo Pubblico l’Anno passato lo sdegno sempre giustissimo di Dio, perchè sempre irritato da’ nostri peccati, e riconoscendo per effetto del medesimo le molte angustie, dalle quali restava oppressa; e la minaccia d’altra, e più spaventosa carestìa, atteso che la stagione contraria inaridiva ogni speranza di felice raccolto, fu determinato ricorrere a Lei nostra tenerissima Madre, unica nostra speranza, e refugio; e perciò dovendosi, secondo l’inveterato costume, fare una Processione Laicale nella Domenica in Albis da quattro Compagnie, che si estraggono a sorte la prima Domenica di Quaresima, convennero tutte, attese le grandi, ed universali angustie, che si soffrivano, e la fame crudelissima, che a gran passi si avanzava, di portare in Processione quella Venerabilissima Immagine di MARIA, che si conserva nella [p. 4 modifica]Cappella Pontificia di questa Metropolitana, a cui e le chiavi della Città, e più il cuore de’ Cittadini più volte fu offerto in umilissimo dono.

Non posso esprimervi con qual giubbilo, e con qual tenerezza di cuore fusse da tutti ricevuto un tal decreto, e perciò restarono spianate agevolmente tutte le difficoltà, e dato luogo a tutte l’osservanze Statutarie, giacchè per la riverenza di tale Immagine si prescrive dallo Statuto una più distinta, ed ossequiosa formalità.

Si venne dunque a questa Processione, che riuscì singolare pel concorso numerosissimo de’ Popoli, particolarmente di questo Stato; ma più singolare per le lagrime spremute dal cuore di tutti, le quali fecero strada ad una gara pietosa d’elemosine, colle quali volle e la Città, e lo Stato contestare il rispetto, e la fede, che avevasi comunemente, che questa nostra gran Signora, e Madre fusse per placare il suo dolcissimo Figliuolo, e nostro Clementissimo Padre. Gradì Ella sommamente questo ricorso, questo rispetto, e fede; e Lei fu, che toccando con seria compunzione il cuore di tutti, mosse ciascuno a prosciogliere la propria coscienza da ogni colpa per accendere più vive le speranze delle Divine Misericordie.

Ed in fatti il dì 12 Maggio conobbemo manifestamente, che la Santissima Vergine non scordatasi d’essere nostra tenerissima Madre, placato avea il suo dolcissimo Figliuolo, mentre questo ci spedì dal Cielo una pioggia così salutare, e feconda, che suscitando dal seno della terra, renduta già dall’aridore non men dura, che un sasso, i semi già consegnatili, e creduti universalmente corrosi, gli rendette a suo tempo abbondanti. [p. 5 modifica]

Si conobbe da tutti, che ciò fu una Grazia impetrataci dall’Amore di MARIA, mentre in tal guisa ci liberò dalla fame minacciata dalla stravaganza delle Stagioni, la quale non poteva riuscire, che orribilissima, attesa la carestìa, che si provava allora di tutti i viveri.

E Grazia niente minore fu quella di provvedere, impensatamente all’angustie, ed afflizioni, che opprimevano egualmente e la Città, e lo Stato con disporre talmente con alta, ed adorabilissima Provvidenza l’ordine, e le circostanze della cosa, in maniera tale, che, quando meno ce l’aspettavàmo, si sentì destinata dal Gran Duca nostro Signore l’Altezza Reale della Serenissima Violante Beatrice Gran Principessa di Toscana al governo di questa Città, e Stato; e benchè i primi rapporti delle lettere di Firenze, che ci capitarono il dì 15 Ottobre 1716 fussero tutti uniformi, tuttavia si credeva a stento, e con timore nuova così felice; allora poi, che cominciò ad accreditarla la Fama universale, pose nella Città, e Stato una interna commozione di gioja, confessando tutti esser ciò frutto di MARIA. Corsero tutti a ringraziarla umilmente, e perchè s’unissero i privati co’ publici ringraziamenti, la pietà del Sig. Cavaliere Alcibiade Lucarini de’ Bellanti Rettore della Santissima Vergine a Provenzano fece cantare in detta Chiesa con solenne musica un solennissimo Te Deum con Trombe, Tamburi, e sparo di mortaletti, donando a tutti i Poveri una generosa limosina il dì 18 Gennajo di quest’Anno, inalzando nell’Arco, che sostiene la gran Cupola di detta Chiesa l’Arma gentilizia della Serenissima Governatrice inquartata colla Reale di Toscana; e vi concorse la Città tutta, giacchè non da altri, che da MARIA, deriva il bene, che si tramanda da Dio alla Città della Vergine.

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Intanto questo Collegio di Balía (la di cui Autorità quanto sia stata sempre rispettosa, abbastanza ve l’ha persuaso la bella cognizione tramandatavi dal vostro Studio, e la frequente conversazione, colla quale avete sempre onorato e me, ed i nostri Paesani in ogni luogo, e tempo) riconoscendo quanto al presente sia la Città decaduta e di Popolo, e di facoltà, esaminando all’incontro il pregio singolare di tal Grazia, che lo richiamava ad una più distinta riconoscenza d’ossequio, e vedendo manifestamente non avere al pari dell’animo le forze per ciò fare, determinò con prudente consiglio contenersi almeno, per quanto possibil fosse, sul piede dell’operato l’Anno 1627 allora che venne a comandare a questa Città, e Stato Madama Caterina de’ Medici Vedova di Francesco Duca di Mantova.

Dichiararono dunque due del lor Collegio, che furono i Signori Cavaliere Deifebo Perini Brancadori, e Dottore Giovan Battista Nuti in qualità d’Ambasciadori di questo Pubblico per tenersi pronti a partire per la Corte, allorchè S. A. R. nostro Signore si fusse degnato partecipare alla Balía tal Grazia, ad oggetto di ringraziarlo, che con affetto di Padre ci aveva così altamente provveduti, e Madama Reale, che con affetto di Madre si era contentata, posposto ogni suo maggior comodo, venire al sollievo di questa Città.

Procederono poi all’elezione di quattro Cavalieri, conferendo a questi tutta l’autorità, acciò soprintendessero col loro purgato intendimento, e buon gusto al Solenne Ingresso dell’A. S. R. pel quale disponessero in tempo tutto il necessario colle maniere più dolcemente praticabili, per venire a capo d’un nobilissimo Ingresso senza disordine, e colla possibile [p. 7 modifica]Magnificenza; e questi furono i Signori Cavalieri Fulvio Buonsignori, Anibale Agazzari, Alfonzo Marsilj, e Giulio del Taja.

Si ricevette finalmente dalla Balía la notizia partecipatale dal Serenissimo Gran Duca; onde in esecuzione degli Ordini del dì 5 Gennajo 1717 partirono i consaputi Ambasciadori con nobilissimo Equipaggio: nè qui voglio estendermi a significarvi, essendo voi molto meglio di me informato, quanto saggiamente adempissero questi le loro incumbenze, e di qual pregio fussero gli onori, che costà riceverono da tutti sotto la saggia condotta del Sig. Conte Pietro Biringucci, che pieno di Amore verso la Patria, e di rispetto verso i Principi, condusse di tal maniera l’affare, che riuscì di soddisfazione ed a’ Principi, ed alla Patria.

Restituitisi in Siena questi Ambasciadori, si portarono in forma pubblica al detto Collegio, ove rendettero conto distinto dell’eseguita loro Ambasceria in esecuzione dell’obbedienza prestata alle pubbliche commissioni; e sentendosi la stima, che faceva S. A. R. della Città, e la dichiarazione fatta da essa con affettuose espressioni, che voleva essere di sollievo,e non d’aggravio, e che perciò gli aveva pregati a volersi astenere da ogni spesa, che potesse particolarmente riuscire onerosa al Povero; s’accesero gli animi di tutti d’una ossequiosa impazienza di godere prontamente gli effetti di questo Amore.

Esaminate voi in quale angustia si trovò allora la Deputazione, che presedeva alla Solennità del suo Ingresso; tuttavia fattasi animo dal buon cuore, che riconosceva in tutti gli ordini della Città, d’esibire le più sincere dimostranze d’ossequio dovute a tanto Amore, [p. 8 modifica]proseguirono animosamente il lor bello, e nobil disegno; e per poterlo ultimare, domandarono a’ Collegj, Università, Contrade, ed Arti tutta quell’assistenza, che a loro si rendeva e più facile, e meno gravosa: Ed in fatti chi ha contribuito in denaro, chi in Cera, chi in candeli, altri colle manifatture proprie della lor’Arte, talmente che si sono uniti gli animi di tutti a sì bell’opra, e molti hanno sacrificato volentieri nel poco che hanno contribuito il loro misero tutto; ma ciò non bastando per tirare a fine il loro disegno, ritagliato al meglio, che sia stato possibile sulla misera contingenza de’ tempi, pregarono quel resto della Nobiltà, Cittadini, ed Artigiani, che non avevano le loro Case nella Strada dell’Ingresso, che volessero contribuire a misura delle loro forze, o in denaro, o Torce, o Candeli, ò altro per illuminare quelle molte Case di miserabili, che sono nel lungo tratto della Strada dell’Ingresso.

Con questi capitali, e molto più coll’indefessa loro vigilanza disposero il tutto per la sera del sospirato Ingresso, il ritardo del quale, come che prorogava la comune felicità, era a tutti di tal pena, che a gara spedivano voti a MARIA, acciò tolto ogni impedimento, venisse una volta a consegnarci il suo Dono promesso, provandosi in fatti verissimo ciò, che più volte abbiamo tra noi divisato, che le cose grandi si mostrano da lontano, e qualche volta ancora longo tempo avanti, che siino; volendo Iddio, che noi misuriamo il lor prezzo colla lunghezza delle nostre speranze; atteso che per ordinario ciò, ch’è inutile, ò poco giovevole vien presto, e facilmente; ma ciò, ch’è utile, vien lentamente, ed a stento. Io so, che chi dona prontamente, dona due volte; ma so ancora, che i gran Doni non sono mai pagati a dovere colla lunghezza de’ desiderj. [p. 9 modifica]

S’ottenne finalmente l’assicurata notizia, che S. A. R. aveva destinato l’arrivo a questa Città il dodici del corrente; onde riassunto dalla Deputazione il maggior vigore alla loro attenzione, diede tutti gli ordini opportuni, non tanto in Città, quanto fuori alla Campagna, de’ quali se ne godè poi quella sera il bello, e luminoso resultato.

Intanto il Collegio di Balía, acciò ciascheduno potesse o liberamente operare, ò liberamente godere dell’operato colla solita participazione, ed approvazione del Governo, publicò tre giorni di feria repentina in tutte le Cause inclusovi il giorno predetto de’ dodici, ed assicurò parimente per tre giorni i contumaci della Giustizia, esortando ciascheduno ad illuminare le proprie Case, e Botteghe; e parimente Monsignore Arcivescovo con pubblico Editto esortò Preti, Religiosi, e Monasterj a secondare il detto invito, acciò nel sodisfare il proprio lor genio, avessero ancora il merito di secondare le sue paterne inclinazioni.

Disposte per sì fatto modo le cose, venne finalmente il tanto sospirato giorno, nel quale circa le 12 ore partì per incontrare l’A. S. R. alla volta di Poggibonsi Monsù Rosceter Capitano de’ Cavalli di Grosseto in abito di gala con tre servitori a livrea, e di lì a poco Monsù de Azzard Capitano delle Milizie di Montepulciano, e ’l Signor Harveii Comandante di quelle di Mont’Alcino, co’ loro Servitori, e tutti a titolo di lor privato rispetto. Partì dopo il Sig. Gio: Battista Nuti Maestro delle Poste di questa Città con quattro Servitori di nobilissima livrea, e due Postiglioni per sodisfare all’incumbenze proprie del suo uffizio.

Dopo questi circa le tredici ore partirono dal [p. 10 modifica]Collegio di Balía gli Ambasciadori destinati a’ Confini, che furono i Signori Cavaliere Marchese Ferdinando Ballati Nerli, e Conte Niccolò Piccolomini con due camerate per ciascheduno, e furono dal primo eletti i Signori Cavaliere Bartolomeo Bendinelli, e Paris Bulgarini; e dal secondo i Signori Cavaliere Cristofano de’ Vecchj, e Rinaldo Buoninsegni. A questi Ambasciadori non furono accordati dalla Balía, che quattro Servitori per ciascheduno, e due alle Camerate. Questi tutti erano in nobilissimi Calessi, e crediatemi, che spiccava a maraviglia tanto la gala de’ loro Abiti, quanto le loro nobili, e bene intese Livree; ma questo fu un godimento di fuga, giacchè correvano per le Poste.

Questi dovevano a nome pubblico, conforme eseguirono, complimentare S. A. R. nell’ingresso di questo Stato; ma atteso che il Confino resta luogo angusto per raggirarvi Calessi, e Cavalli, e sopra tutto per minorare l’incomodo a S. A. R. si contentò riceverli a Castiglioncello colle solite naturali sue maniere d’infinita, e mai a bastanza lodata gentilezza.

Intanto si publicarono in questa mattina i ventiquattro Camerieri d’onore creati con universale applauso da S. A. R. per suo benigno Rescritto de’ due Aprile della più fiorita Nobiltà del Paese, come Voi, a cui è tutta ben nota, potrete riconoscere dalla Nota, che vi trasmetto.

Si videro dipoi all’ore venti ripiene tutte le Carrozze di Dame, le quali si portarono alla Casa della Signora Marchesa Cecilia Astalli Ghigi, e Signora Caterina Piccolomini Bandini, Dame destinate dalla Balía a ricevere l’A. S. R. nell’ingresso del suo Palazzo, a queste furono accordate due Dame di Camerata per [p. 11 modifica]ciascheduna; e la prima si elesse la Signora Agnese Piccolomini sua Figlia, e la Signora Sulpizia della Ciaja Piccolomini: l’altra la Signora Olimpia Gori Landucci, e la Signora Livia Piccolomini Ballati Nerli; e tutte queste furono accompagnate al Palazzo per riceverla in nome pubblico, come si disse. Di quì si portarono tutte le Carrozze alla Casa della Signora Contessa Anna Eleonora Austini Bichi, dove era parimente la Signora Maria Tommasi Bulgarini, Dame destinate dal Pubblico a portare a S. A. R. i primi rispetti a Fontebecci. A queste ancora furono accordate due Camerate per ciascheduna, e furono per la parte della Signora Contessa Bichi, la Signora Contessa Filomena Petrucci sua Nuora, e la Signora Olinda Tancredi Savini; e per la parte della Signora Bulgarini la Signora Caterina Gaetana Griffoli Piccolomini, e la Signora Contessa Teresa Forteguerri Tolommei.

Voi vi ricorderete molto bene di quella Villa di Fontebecci, che oggi è delle ragioni del Sig. Conte Mario Tolommei, situata nella strada maestra a piè del Convento de’ Padri di Camaldoli; questa Villa destinata a tale ricevimento è stata a spese pubbliche nobilmente abbigliata, e provveduta di diversi, e copiosi rinfreschi, dove giunsero quelle Signore Ambasciatrici colla nobil Comitiva di quasi tutte le Carrozze circa le ore 22. Lascio qui il descrivervi le belle vistose, e ben intese Livree, che si spiegarono in questo giorno quasi da tutta la Nobiltà, mentre ciò potete ben persuadervelo dall’animo sempre generoso de’ nostri Paesani, massime in tali congiunture.

Non erano ancor giunte le Dame a Fontebecci, quando si partirono da questo pubblico Palazzo i [p. 12 modifica]Signori Marchesi Bonaventura Chigi, e Domenico Antonio Cennini, destinati dalla Balîa a portare i primi rispetti di questo Pubblico nel di Lei arrivo a questo Governo, i quali con dodici Cavalieri di Malta, e dieci altri Cavalieri della più principal Nobiltà di questa Città, spiegando tutti una nobilissima gala, si portarono serviti da sei Carrozze a Torre Fiorentina, Villa del Sig. Cavaliere Marcello Biringucci, poco distante da Fontebecci. Di questi si potè con più agio goder la lor gala, ed il loro Nobilissimo equipaggio, mentre vestiti con Abito Senatorio andavano con grave, e lento passo. Precedevano alle Carrozze sopra quaranta Servitori con nobilissime livree, e venti Donzelli. Venivano dopo le Carrozze degli Ambasciadori con fiocchi, tenendo alla portiera i loro Camerieri; poi succedevano l’altre Carrozze, nelle quali restava distribuita la nobilissima Comitiva. Il passaggio di questi per la strada, che doveasi tenere nell’Ingresso, raccolse in quella la Città tutta, e quì diede principio il Popolo a scorrere curioso per le strade, impaziente del ritardo della notte, e solo timoroso, che il vento che regnava in quel giorno impetuoso, gli facesse perdere, o minorare la consolazione di quella sera.

Sulle 22 ore, e mezza si vide incamminare alla volta di Fontebecci tutto il servizio delle Mute con tutti gli Staffieri, la Guardia degli Svizzeri, ed i Paggi cresciuti fino al numero di nove, con quattro, che ne ha presi de’ nostri, e tutti questi in gala, essendosi contentata l’A. S. R. di dispensarsi dallo Scorruccio.

Capitò frattanto la nuova, che l’A. S. R. era giunta felicemente a Fontebecci, il che seguì sull’ore 23 e mezza, accompagnata quivi, oltre il proprio servizio, da’ nostri Ambasciadori de’ Confini, e da molto Popolo a [p. 13 modifica]piedi, che impaziente di vederla, s’era inoltrato a Uopini, Villa del vostro Signor Gran Priore Cavaliere Alessandro Pieri. Quivi smontata di Calesso, vide schierate cento venti Dame, quali, per quanto accorda la Legge della rinnovata Prammatica, spiegarono nella pulizia della lor gala la sincerità di loro allegrezza, e contento; e subbito ricevè dalle Signore Contessa Bichi, e Maria Bulgarini l’espressioni del publico ossequio, e delle preci, che comunemente si facevano a Dio, ed alla nostra gran Madre, per la prosperità di sua Salute; furono tutte l’altre accolte con affabilità propria del Reale suo Cuore; indi ritiratasi in Camera, e deposto l’Abito da viaggio, si fece servire e d’altra mantiglia, e d’altro Assetto per la Testa.

In questo tempo avvisati gli Ambasciadori del Pubblico a Torre Fiorentina, si portarono col nobilissimo Corteggio dell’accennate Camerate, e Cavalieri a Fontebecci, e furono dopo reciprochi Complimenti introdotti dal Signor Senatore Gino Capponi all’Audienza di S. A. R. dalla quale furono benignamente ricevute le loro espressioni, dichiarandosi avere al pari della stima, che sempre ha tenuto per questo Pubblico, tutta l’attenzione per significargliela in ogni riscontro; ed alternando reciproche espressioni i nostri di rispetto, e di gioia, Ella d’un buon genio, ed amore, furono licenziati.

Entrò subito l’A. S. R. nella Muta con Madama Ottavia Gondi sua Maestra di Camera; seguita, oltre alla propria sua Corte, dal Treno di tutte l’altre Carrozze, e dalla Nobil Comitiva di tutt’i Sig. Ambasciadori. Precedevano la Muta gli Staffieri di S. A. R. venti Donzelli del Pubblico, cento settanta Servidori di Dame, e [p. 14 modifica]Cavalieri, e tutti questi con Torcia, restando al Servizio d’ogni Carrozza due Servidori, parimente con Torcia.

Crediatemi, che lo splendore di queste Torce tutto unito insieme, e raccolto, rendeva nella strada, a dispetto della notte, un luminosissimo giorno, onde poco spiccava il luminoso apparato, benchè generoso, fatto da’ Padri di Camaldoli; ma non fece già perdere la bella veduta delle vaghe Colline, che circondano la Città, mercè de’ gran fuochi, che furono in proporzionate distanze accesi sopra quelle.

In questo cammino si godeva la veduta della nobilissima Villa di Vico, non ultima delizia del Sig. Marchese Chigi, illuminata con tal’ordine, e simmetría, che benchè lontana dalla strada maestra circa un mezzo miglio, come già sapete, si distingueva felicemente alla minuta; Come ancora in bel prospetto il gran Convento dell’Osservanza vagamente illuminato con fuochi, palloni, e lumiere per testimoniare non meno l’affetto de’ suoi Benefattori, che l’ossequio alla Reale Nostra Signora.

Arrivata questa a’ Cappuccini, ammirò la lor’officiosa povertà, con cui illuminarono il muro di lor Clausura, niente cedendo all’illuminazione del Borgo, ma superata dalla Facciata della lor Chiesa, in mezzo alla quale vedeasi posta un’Arma ben grande di S. A. R. circondata da sei Globi luminosi, il supremo de’ quali era azzurro, gli altri rossi, fiancheggiata di lumi, con vaga, e divota simmetría, ma questa illuminazione era troppo inferiore a quella del Portone eretto dalla pietà, e dalle mani adjutrici della Nobiltà, e Cittadinanza Sanese, eccitata, ed unita a tal’opra dall’Eminentissimo [p. 15 modifica]Casini, che predicò in questa Metropolitana, quale Arco serve d’ornamento a quella Gran Dama, unico, e costante Amore del nostro S. Bernardino.

Sopra i merli dunque di questo Portone erano posti ventiquattro gran vasi di bitume, in ciascheduno de’ quali era un gran fuoco, che ad onta ancor del vento averebbero conservato la limpidezza del lor chiarore; ma non restarono a questo cimento, mentre nel cadere del giorno, venne talmente il vento a mancare, che fuori, e dentro la Città potette quietamente godersi il luminoso apparato, cosa che costantemente speravasi da tutti, che al venire d’un Dono, che faceva MARIA alla Città sua, dovessero i Venti ancora portare il dovuto rispetto con ritirarsi ossequiosi.

Sotto questo Portone pendea una grandissima Lumiera di Cera, e sopra quei Cori moltissimi lumi a olio con numerosa quantità di Torce; onde più tosto pareva una Chiesa, che Antiporto. Quivi arrivata l’A. S. R. fece fermare la Muta, ed inginocchiatasi in Carrozza (ed al di Lei esempio tutti quelli, che erano a piedi) venerò umilmente la Sacra Immagine di quella Dama tanto cara al suo Cuore.

Passato poi il Portone trovò quivi sedici Contrade squadronate tutte colle loro Insegne, con Tamburo battente, e con molte Torce accese, disposte dall’una, e l’altra parte fino alla Porta della Città con bell’ordine, ed in abiti uniformi alla lor Bandiera, dirette con sì bell’ordine da’ Signori Cavalieri Alessandro Bichi, e Ottavio Campioni a Cavallo, serviti da due Lacchè per ciascheduno, le quali poi si portarono in Piazza al luogo destinatogli. In questo mentre cominciò il saluto della Fortezza con sessanta, e più tiri di Cannone, e con [p. 16 modifica]cento venti mortaletti, il quale continuò per la lunga strada, che conduce al Duomo, e per tutto il tempo, che si cantò quivi il Te Deum.

Alla Porta della Città, dove arrivò ad un’ora della notte, v’erano cinquanta soffioni di fuoco, cinquanta Torce, e sei gran Trombe di fuochi artificiali, che rendevano una gran luce senza strepito, quale hanno voluto sfuggire per evitare ogni disordine, che attesa la quantità delle Carrozze, e Cavalli poteva nascere facilmente. Le Lupe ancora, che sono lateralmente situate prima dell’ingresso di questa Porta, oltre i piccoli lumi ne’ loro Piedistalli, erano attorniate di Torce, ed ornate di luminose Corone dallo Scrittojo delle Fortezze di S. A. R.

Entrata in Siena, si fece molto più che alla Campagna sentire il plauso, ed il viva del Popolo affollato per tutte le strade giubbilando di tenerissima consolazione, vedendo una volta la tanto sospirata loro Signora.

Posso dirvi con sincerità, che le strade più povere non si videro meno illuminate delle strade più ricche; generalmente la Nobiltà tutta, molti Dottori, Notari, Cittadini, e Mercanti avevano posto Torce, e quasi tutte Veneziane, con palloni luminosi, con lumiere improntate coll’Arma di S. A. R. e di quefto Pubblico, e tutto ciò vedeasi per la lunga strada dell’Ingresso.

Vi ricorderete, che poco lungi dalla Porta a Camullîa dentro alla Città vi è una Chiesa antichissima dedicata alla Santissima Vergine, detta volgarmente di Fontegiusta, Compagnia Laicale, il di cui Custode Reverendo Bernardino Fantastici avea solennemente apparato l’Altare, e scoperta alla Venerazione quell’antica, [p. 17 modifica]e piissima Immagine, acciò il Popolo potesse a suo piacere, o nell’andare, ò nel tornare ringraziare la Santissima Madre MARIA del felice arrivo a questo Governo della Serenissima Governatrice; ed in fatti pochi defraudarono l’intenzione del pio Sacerdote, stimolato ciascheduno dall’interno riconoscimemo d’avere da MARIA ricevuta tal Grazia, a segno che pareva si solennizzasse la Festa principale di detta Chiesa.

Non voglio intanto, che perdiamo di mira la Serenissima Signora, che dopo avere osservata la fronte luminosa del Giardino Bulgarini, che siede a mano destra dell’ingresso di detta Porta Camullía, s’invia lentamente a passo a passo, e tra il viva, e l’applauso sempre maggiore de’ Popoli, mostra con ciglio ridente un’affettuoso aggradimento alla Festa, ed al plauso; e mentre Ella s’incammina per la luminosa strada alla Piazza, permettetemi, che io colla mia penna renda giustizia alla distinzione, con cui molti si singolarizzarono, uscendo dalla Strada ordinaria degli altri. E quì mi si para d’avanti il primo in questa Strada il Signor Cavalier Giulio del Taja a voi molto ben cognito pel gusto, e notizia universale delle cose, il quale oltre alla generosa illuminazione di Cera al suo Palazzo, pose un infinito numero di lumi alla Romana, che pareva una striscia di luce, e rendava un nobilissimo, e vago aspetto. Niente di meno ha fatto il Signor Austo Gori, il di cui Palazzo, che per ragione di luogo risiede più signorilmente, faceva ancora uno spicco più distinto. Il Sig. Cardinal Bichi poi, non contento d’illuminare le copiose finestre del suo gran Palazzo, pose una quantità di doppieri nella Strada. Il nobil Collegio Tolommei, oltre all’aver’adornato la Piazza con Torce, illuminò ancora colle [p. 18 modifica]medesime le due facciate, che riguardano la Strada ove passò l’A. S. R. A misura ancora della sua gran magnificenza illuminò il Signor Principe Chigi tutti i suoi Appartamenti, come parimente fece il Sig. Cavaliere Lucarini Rettore di Provenzano nella sua Casa nel Casato.

Può essere, che vi fossero ancor altri, ma io o non li vidi, ò non mi ricordo al presente; Osservai bensì, che i mercanti, che avevano le sole Botteghe nella Strada del Corso, tutti illuminarono con officiosa emulazione, e con Torce, e con Palloni, e con lumiere rimarcate coll’Arma di S. A. R. ponendo lateralmente quella del Pubblico, e della Città, ed in tal guisa rendettero sopra modo vaga, e luminosa la Strada. Nè solo quelle Persone, che quivi avevano Casa, o Bottega, ma anco quelle, che alla lontana, ed alla sfuggita godevano piccola parte della medesima, secondarono gl’impulsi ricevuti dal Pubblico, ma più dalla cordiale loro allegrezza, come fu Monsignore Arcivescovo, che dando luogo alla generosità del suo genio, volle come Padre, e Figlio di questa Patria giustificare il gaudio interno, illuminando con splendida magnificenza tutto il suo gran Palazzo, come fecero i Signori Marsilj, il Signor Duca Piccolomini, il Sig. Abate Giulio Piccolomini del Mandolo, il Sig. Girolamo Piccolomini della Triana, Sig. Marchese Nerli, Sig. Balí Piccolomini, i Signori Conti Cervini, e Bichi, ed anco il Portico de’ Mercanti, nelle di cui Colonne sono quelle quattro nobilissime Statue di Santi, era illuminato con Torce, non meno che gli Archi di dette Colonne, restando ancora al di dentro illuminato con diversità di lumi, e Palloni, e forse altri ancora, alla generosità de’ quali non intendo far torto col mio [p. 19 modifica]racconto. Il Convento di Campanzi, benchè risieda fuori di Strada, e quasi in unangolo, volle ancor’esso contribuire alla Festa con luminosa veduta di varie Torce, Palloni, e lumiere, che adornavano eccellentemente il Portico, e la facciata di quella Chiesa, e tanto fecero le Monache di Santa Petronilla, illuminando di più la facciata del Parlatorio, benchè questo a fatica si scopra dalla strada. Anche le Chiese Parrocchiali di S. Andrea, S. Donato, e S. Cristofano, secondarono generosamente l’invito di Monsignore, facendo luminosi a maraviglia i prospetti delle lor Chiese: ma sopra tutte spiccava quello di S. Pietro in Castel Vecchio, detto volgarmente San Pietro alle Scale, non tanto per la moltiplicità di Torce, e lumi, quanto per la nuova, e vaga facciata fatta a quell’antichissima Chiesa dal Sig. Michel’Angelo Lenzi, moderno Rettore della medesima.

Io per me credo, che fin quì molto bella, e vaga vi sembrerà la Festa, benchè descrittavi da me rozzamente a misura del mio corto talento da voi ben conosciuto; e pure tutto ciò che ho detto è un nulla, benchè costi molto e di denaro, e d’indefessa vigilanza. Giudicatelo voi, che adesso v’invito a dare un’occhiata alla nostra Piazza sempre bella, ma arricchita di più distinta vaghezza in quella sera. Prima però rammentatevi la sua maravigliosa costituzione da voi, e da tutti sempre ammirata, Teatro per verità, in cui campeggia maravigliosamente ogni, benchè minima, azione.

Nell’ingresso dunque di questa si vedevano due gran Colonne scannellate di color giallo antico, sostenute con piedestallo dell’istesso colore, alte sopra a braccia nove, e con Cornicione a proporzione d’Architettura. Sopra ciascheduna di queste era posto un Vaso [p. 20 modifica]scannellato di colore azzurro, e bianco ripieno di mistura combustibile, che rendeva senza fetore una grande, e lucidissima fiamma. Entrando poi dentro si vedeva sulla mano dritta dell’ingresso circondata la Piazza con cento quattro Colonne bianche, e nere allusive all’Arma della Città, alte braccia otto, in distanza una dall’altra braccia cinque. Servivano alle medesime d’Architrave due Triangoli dipinti a festone a chiaro scuro; nel mezzo di questi vi era alternativamente or la Lupa, or la Balzana, che come bene vi ricorderete, sono l’Arme di questa Città a voi molto ben note. In mezzo a questi Triangoli sorgeva in bellissimo ovato l’Arma di S. A. R. Governatrice alta cinque braccia, intorno alla quale vi erano sei grandi, e luminosi Palloni, il supremo de’ quali era di colore azzurro, e gli altri rossi, esprimendo l’Insegna Reale di Toscana. Quest’ovato poi restava coronato insieme co’ globi da una gran Corona Reale. Ciascuno di questi Triangoli, che ponevano in mezzo l’ovato, reggeva con vaga degradazione sette Torce, ciascheduna delle quali restava lontana dall’altra circa un terzo di braccio; sicchè quattordici Torce erano tra una Colonna, e l’altra, che ponevano in mezzo lo Stemma Glorioso dell’A. S. R. e sotto ciascheduna di queste Torce pendevano grandi, e luminosi palloni contradistinti tra loro con varj colori, che rendevano all’occhio un’ammirabil vivezza. Proseguiva quest’ordine con tal simmetría fino alla Fonte, in faccia alla quale erano piantate due altre Colonne simili a quelle già descritte nel primo ingresso. Queste tenevano in mezzo lo Stemma della Serenissima Casa Medici, e dell’Elettoral Casa di Baviera, sostenuto da due grand’Angioli, che colla Tromba alla mano esprimevano, non solo il [p. 21 modifica]giubbilo della Città, ma ancora la Fama di così Glorioso, e Felicissimo Ingresso, e quest’ovato molto più grande degli altri era inghirlandato di fiori dipinti, e fiancheggiato da buon numero di Torce. Dopo queste due Colonne, che ponevano in mezzo il predetto ovato, seguiva l’istess’ordine del sopraccennato Colonnato, Triangoli, Torce, e palloni, che andava a terminare alla bocca del Casato in due altre Colonne simili a quelle dell’ingresso della Piazza, qualordine pure continovava dall’una, e l’altra parte di Strada, che cala al Palazzo del Pubblico in Piazza, disegno tutto, ed opera di Maestro Pietro Montini.

Si vedeva poi il Palazzo del Pubblico in tutt’i suoi ordini signorilmente illuminato con Torce Veneziane, e tutt’i suoi merli, che a lui fanno corona,erano illuminati con quantità di lumiere. Accompagnava il Palazzo la gran Torre con fiaccole, e padellette luminose, benchè alcune a cagione del vento, che colassù sempre regna, s’estinguessero immaturamente. Faceva ancora una luminosa mostra di sè la Cappella di Piazza coll’Altare, ove ardevano sei gran Ceri, ed il resto illuminato con Torce, e con diversi lumi, da’ quali si vedeva e vagamente ornato, ed illuminato ancora il Frontespizio esterno.

Le Torce a spese del Pubblico furono in Piazza 460 distribuite negli accennati Triangoli senza quelle de’ Particoli, che godendo il bel prospetto della medesima, tutti si studiarono di renderla più maestosa colle Torce poste sulle finestre, le quali furono moltissime, tanto che quel bel Teatro non era meno che sul mezzo giorno illuminato.

Fu anco mirabile, come tutti questi gran lumi [p. 22 modifica]furono accesi quasi in un momento, attesa la somma vigilanza del Sig. Cavaliere Anibale Agazzari, il quale tutto giorno indefesso a cavallo soprintendeva co’ Signori Cavaliere Alfonso Marsilj, e Galgano Lucarini al buon regolamento della loro savia disposizione. Questi dunque raccomandarono la cura di accendere all’Arte de’ Muratori, a ciascheduno de’ quali fu assegnata la distanza da una Colonna all’altra, e questi, tenendo il tutto in pronto, illuminarono in un subito, come dissi, l’ornato della Piazza, ed al loro esempio fecero il medesimo le altre Case de’ Particolari, che le fanno corona.

So bene, che vi ricorderete ancora della bella Fonte Gaja di Piazza. Sappiate dunque, che sopra i murelli di questa fu posta una finta Balaustrata di marmi con quattro altre Statue rappresentanti le quattro Virtù Cardinali, che risiedono, come in suo trono, nella bell’Anima di S. A. R. Le Lupe avvezze a dissetare con acqua il Popolo, quella sera gettarono Vino sino alle tre ore, ed i buoni ordini, co’ quali fu saviamente provveduto, tennero lontano ogni disordine, e sconcerto per altro familiare nelle gran Feste, particolarmente quando per pubblica allegrezza vi s’interessa il Vino.

Oltre l’accennate Torce e pubbliche, e particolari, che prevennero la venuta della Serenissima Signora, fu arricchito quel luminoso Teatro con 260 Torce delle Contrade, e perciò immaginatevi quanto fosse mai vistoso, e dilettevole. Vi comparve finalmente S. A. R. della Serenissima nostra Signora preceduta da quella luminosissima Vanguardia di Torce portate dagli Staffieri, Donzelli, e Servidori, come si disse. Allora sì, che convenne raccomandare la maraviglia al silenzio, giacchè non si poteva parlare nè pur tra gli Amici, [p. 23 modifica]divenuto sordo ciascheduno dagli applausi strepitosissimi d’un continuato viva, dal suono di sedici Tamburi delle Contrade, di tutte le Trombe della Città, dallo sparo non mai intermesso della Fortezza, dal suono universale di tutte le Campane, tanto che niente potè godersi l’ordinato concerto di Flauti, Piffari, e Cornetti, che si faceva in quel tempo nella gran Ringhiera del Pubblico Palazzo.

Mi dicano, che tali dimostrazioni di cordialissima riverenza gradite con benigno sorriso dall’A. S. R. fossero accompagnate con lagrime di tenerezza, simile il di Lei Volto in questo al Cielo, che ride col bel sereno, e assieme piange talvolta con qualche spruzzo di rugiada: Io però non potei vederla, atteso l’infinito Popolo, che strepitoso, e baccante d’allegrezza circondò sempre la Carrozza, benedicendola ancora per avere alla sua venuta veduto crescere nel Pane il maggior provvedimento alle povere Famiglie.

Passata che fu S. A. R. dal luogo, dove io mi trovava, incamminatasi a godere del resto della Strada non men dell’altre illuminata, essendo abitata da molti ricchi Signori, e Mercanti, mi portai al Duomo, il quale d’ordine del Sig. Claudio Bargagli Rettore di quell’Opera trovai serrato, talmente che ebbi commodo d’osservare la celebre Facciata illuminata con sì gran numero di Torce, e diverse altre lumiere, e palloni, che anco di notte spiccava a maraviglia il suo bello anco nelle parti più minute. Accompagnava quest’esterna illuminazione della Facciata il gran Cornicione, che và ad unirsi al Campanile, ove son collocate l’antiche Statue degli Apostoli, e questo ancora era ornato di Torce, ed altri lumi, che rendevano un nobile rifinimento di [p. 24 modifica]luce a quella Piazza: Faceva ancora bella, e luminosa pompa di se il Campanile, non tanto per l’abbondanza de’ lumi, quanto per que’ globi luminosi, che con maestosa disposizione pendevano dalle cantonate. Similmente vedevasi illuminato con cera il Palazzo dell’Opera, che resta contiguo all’altra parte della Facciata.

Posto è, come ben vi ricorderete, rimpetto al Duomo il nostro grande Spedale di Santa Maria della Scala, governato presentemente dal piissimo zelo, ed indefessa vigilanza del Sig. Rettore Antonio Ugolini Cavaliere del vostr’Ordine, il quale spendendo della delicatezza del suo gusto, come l’ha saputa con plauso universale impiegare a vantaggio de’ poveri Infermi, così ha voluto manifestarla in una gentilissima non meno, che generosa illuminazione alla romana per quel lungo tratto di strada, che occupa la Chiesa, il suo Palazzo, e lo Spedale. Godevansi pure in questa Piazza del Duomo le due facciate del Palazzo di S. A. R. illuminato con Torce Veneziane da questo Pubblico.

Intanto passata la Serenissima per Piazza, venne una gran parte di quel Popolo per le strade più compendiose al Duomo, non tanto per meglio quivi soddisfarsi in vedere la tanto sospirata Signora, quanto per render grazie all’Onnipotente Iddio, che l’abbia con prosperità di viaggio condotta al governo di questa Città, e Stato.

A me però con pochi più riuscì entrare intempestivamente in Duomo, e con maggior quiete ammirare il genio splendido unito al buon gusto del Sig. Rettore; e per poterlo ancor voi partecipare, rammentatevi della costituzione di questo bellissimo Tempio, e del nobilissimo Cornicione, che fa nicchia a’ Busti de’ Sommi [p. 25 modifica]Romani Pontefici. Sopra questo dunque aveva fatto collocare con metodica disposizione molte Torce Veneziane di non ordinaria grandezza, le quali illuminando le Stelle, e l’azzurro della Volta facevale scintillare, benchè a luce accattata, come appunto scintillano nel Cielo sul bel sereno della notte.

Sotto la Cupola vidi una grandissima, ma proporzionata lumiera doviziosissima di lumi di cera, che senza iperbole pareva un Sole; ed in fatti illuminava tutta quella spaziosa distanza, che resta sotto il Cornicione, sopra del quale era un gran numero di Torce, le quali facevano non meno lume alle pitture, ed alle Statue de’ nostri Santi Protettori, che l’adornano, che alla parte più subblime della Cupola, tanto che non si perdeva di notte ciò, che s’ammira di giorno.

Tutti gli Apostoli, e gli Angeli di Bronzo erano illuminati da grossi ceri, e l’Altar Maggiore, siccome gli altri, era ornato colla più solenne festiva magnificenza. Era poi infinito il numero de’ piccoli lumi alla Romana, di tal modo, che fin le pitture del coro si godevano in lontananza distintissimamente.

Ed acciocchè liberamente, e senza impedimento all’occhio goder si potesse la nobilissima illuminazione, e maravigliosa architettura del Tempio, fece togliere quelle ricche coltri di broccato d’oro, colle quali s’adorna ne’ giorni più solenni, e dipoi, tolte ancora tutte le Banche, e Sedili, fece sprigionare dalle custodie di legno l’insigne, e tanto celebre Pavimento, il quale ben minutamente distinguevasi al chiarore di tanta luce.

Or mentre stavasi ciò osservando particolarmente da quei pochi Forastieri, che tra il gran numero de’ concorsi alla Festa, avevano incontrata la sorte di [p. 26 modifica]ritrovarvisi, ecco s’aprirono le tre Porte principali, e ripieno in un momento il Duomo di Popolo, si videro entrare ad una ad una con Bandiera spiegata, Tamburo battente, e Torce accese le sedici Contrade, che dalla Piazza sino al Duomo avevano accresciuto la Vanguardia a S. A. R.

Calò in questo tempo dalla Sagrestia alla Porta principale MonsignorArcivescovo con tutte le Dignità, e Canonici, e poco dopo smontata di Carrozza S. A. R. accompagnata dallo strepitoso viva del Popolo, entrò in Chiesa, e ricevuta con esemplar divozione l’Acqua Santa dal medesimo Prelato, s’incaminò lentamente con esso verso l’Altar Maggiore, dando ora un’occhiata al celebre Pavimento, ed or vagheggiando coll’occhio umido sempre di tenerissime lagrime il bello del Tempio, e della Festa.

Faceasi intanto un’allegro, e spiritoso concerto di varj, ed isquisiti Istrumenti, ma la confusione, e clamore del Popolo non lasciò mai goderlo. Accompagnata che fu alla sua Real Residenza alzata in Cornu Evangelj fuori del Presbiterio, passò MonsignorArcivescovo al suo Trono, dove parato Pontificalmente calando verso l’Altar Maggiore fece riverenza a S. A. R. ricambiato gentilmente dalla di Lei somma pietà.

Fu intonato solennemente il Te Deum, il quale fu proseguito dalla Cappella a quattro Cori, in fine del quale dette da Monsignor Arcivescovo le consuete Orazioni, fu tutto il Popolo licenziato coll’Apostolica Benedizione. Calata allora dal Trono l’A. S. col Benefizio delle Guardie le riuscì portarsi alla Cappella Pontificia, ove si custodisce, come sapete quella Santissima Immagine di MARIA, a cui i Sanesi donarono i loro Cuori, [p. 27 modifica]sè stessi, la Città, e gli averi, e quivi si pose ad orare con esemplare raccoglimento.

Mi disse allora un Sacerdote, che era meco pieno di Santissimo Zelo: Ah potess’io parlare adesso alla Principessa; vorrei dirle animosamente: Ecco, o Signora, di chi Voi siete frutto; Siete frutto di MARIA; di MARIA, che ha amato sempre questa Patria; di MARIA, che c’ha sempre compatiti; di MARIA, che sempre ha placato il giusto sdegno di Dio; di MARIA, che c’ha sempre nelle maggiori angustie e provveduto, e soccorso: non vi scordate voi, che siete frutto suo, di questa Città, che è sua; Voi ci avete ad essere in luogo di Madre, com’Ella è stata sempre nostra unica Signora, e Madre; noi vi saremo Figliuoli e nell’Amore, e nell’Ossequio; Voi compatiteci, ed ajutateci, come ci ha sempre compatito, ed ajutato MARIA.

Mentre ciò mi diceva questo Sacerdote, terminò la sua Orazione la Principessa, la quale superata la calca del Popolo, si rimisse in Carrozza, portandosi intanto la maggior parte delle Dame, e Cavalieri a’ piedi del Palazzo quivi contiguo, dove Essa giunta in pochi passi, ricevè dalle sopraccennate Signore Marchesa Chigi, e Bandini le pubbliche espressioni di ringraziamento al Cielo del suo felice arrivo, alle quali l’A. S. corrispose con maniere di obbligantissimo affetto, e gradimento; entrata pochi passi dentro il Portone del Real Palazzo, fu inchinata da tutti i Signori Ministri di Consulta in Corpo, da’ quali servita (siccome dalle predette Signore Ricevitrici, e dall’altre Dame) fino al Regio Appartamento, appena entrata nella Camera del Baldacchino furono introdotti i sopraddetti Signori Ministri di Consulta, i quali felicitata l’A. S. R. pel tanto [p. 28 modifica]sospirato arrivo di Lei, gli esibirono tutta la loro obbedienza, ed accolti con segni di somma benignità, e distinzione. Dopo si mostrò all’altre Dame molto bene appagata delle testimonianze de’ loro ossequj. Licenziate le Dame, ammesse all’udienza Monsig. Arcivescovo servito da tutto il Capitolo, a cui dopo l’espressioni d’aggradimento, e di contento, magnificò con encomj cortesissimi la bella Festa, dicendoli, che volentieri averebbe girata altra volta la Piazza, ma che la pena di dargli maggior incommodo, l’aveva privata di questa soddisfazione.

Non fu molto longa l’udienza, attesochè la notte s’avvanzava a gran passi; ed eccovi la giornata de’ 12 Aprile 1717 a noi, ed a’ nostri Posteri solennissima. In fatti considerata, massime la durezza de’ tempi, la Festa è stata grande, poichè grande è stato il cuore, perchè di tutti è stato un solo e nell’Amore, e nell’Ossequio a sì gran Signora. Se le forze fussero state maggiori, v’assicuro, che l’espressioni sarebbono state massime, perchè da Lei si promette l’Ecclesiastica Gerarchia unesempio, ed unappoggio di pietà; la Nobiltà un testimonio del suo operare, ed un giudizio incorrotto de’ suoi meriti; le Vedove, e gli Orfani un’efficace protezione; le Lettere il sostegno; l’Arti l’Appoggio, la Giustizia il Trionfo.

Voi me la descrivete nella vostra lettera, quale la decanta a tutto il Mondo la Fama universale, cioè a dire, umana, graziosa, cordiale, frutto di quella magnanima virtù, che è stata sempre il retaggio antico dell’Imperiale suo Sangue; e per tale ancora l’hanno riconosciuta quelli, che hanno avuto la sorte d’inchinarla, avendovi scorto un gran sentimento delle cose Divine, col quale non stima le cose umane oltre la loro [p. 29 modifica]condizione. Accorda mirabilmente lo Spirito Reale coll’umiltà cristiana, cose, che sono state sempre di difficile alleanza. Dicono tutti universalmente, che nel suo volto non vi comparisce, che la sua Anima, e nella sua Anima non v’alloggia, che là bontà, e l’affabilità, che la rende Regina de’ Cuori, i quali sà così bene obbligare colla gentilezza delle sue amabilissime maniere.

Voi ben mi conoscete, e sapete quanto viva lontano dall’adulazione, e per proprio genio, e per debito del nostro Carattere obbligato alla verità. Per quanto dunque io sento, essa ascolta con pazienza, parla con discrezione, e con gran giudizio, scorgendosi una docilità di spirito impareggiabile. Il suo Cuore è misericordioso, e sofferente con gli afflitti, la sua carità non men grande del suo potere, quale non per altro desidera maggiore, che per dar luogo alle sue belle inclinazioni di beneficare il merito. Oh che bel fondo averanno le Accademie da ricamare gl’ingegnosi lor fiori. Basta, tutti ne benedicono Iddio, e l’alta mente del Serenissimo Gran Duca nostro Signore, che c’ha dato questa grand’anima per nostra felicità; tutti ne benedicono MARIA, come d’un Dono fatto alla Città sua, e siccome d’un Cuore divoto, e riconoscente si contenta la gran Signora, e Madre MARIA, così godiamo di leggere un tal contento nella Governatrice della sua Città. Adesso la supplichiamo a conservarci lungamente il suo Dono, e coltivare in Lei la tenerezza di Madre, in noi l’ossequio, ed affetto di Figliuoli. Unite ancor Voi, come vi prego, il fervore delle vostre preghiere, e ciò sarà frutto di quell’amore, che avete portato a me, ed agli altri di questo Paese. Vi ringrazio dell’onore della vostra confidenza, compatitemi se sono [p. 30 modifica]stato troppo lungo, e tedioso, cagione, che io non v’ho risposto subbito. Comandatemi, e con tutto il rispetto, et amore v’abbraccio.

Siena 20 Aprile 1717



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