Le odi e i frammenti (Pindaro)/Odi per Cirene/Ode Pitia IV

Ode Pitia IV

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Pitia IV
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ODE PITIA IV

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Per intendere la prima parte di questo epinicio, composto nel 462, bisogna aver presenti queste altre leggende cirenaiche.

Eufemo, figlio d’Europa e di Posídone, capostipite della famiglia dei re di Cirene, prese parte alla spedizione degli Argonauti. Questi, conquistato il vello d’oro, per consiglio di Medea, non rifecero la strada già percorsa: bensí dopo lungo errare pei flutti, giunti al mar Rosso, scesero a terra, e, portando a dorso la nave Argo, dopo dodici giorni ritrovarono il mare, alle coste di Libia, e precisamente nei pressi della palude Tritònide (nella Sirte minore).

Quando già s’erano di nuovo imbarcati, e stavano levando l’àncora, si presentò ad essi il dio tutelare del luogo. Tritone, in sembianze umane; e offri una zolla di terra: proprio Eufemo balzò a terra, e accolse il dono.

Dono simbolico: una specie d’investitura della Libia pei discendenti d’Eufemo, purché Eufemo, giunto in patria, a Tenaro, l’avesse gittata in una caverna detta Bocca d’Averno. Medea, spirito profetico, comprese; e disse ai servi che custodissero gelosamente la zolla. Quelli, sbadati, la lasciarono cadere presso l’isola di Tera. Medea allora predisse che, prima di possedere la Libia, la quarta discendenza d’Eufemo, originata da una figlia che questi ebbe da una donna di Lemno, avrebbe emigrato nell’isola di Tera; e che solo dopo diciassette generazioni, Batto, recatosi da Tera in Delfo, per [p. 206 modifica]consultare l’oracolo se c’era il mezzo di migliorare la propria voce, si sarebbe sentito salutare signore di Cirene: onde la fortunata emigrazione in Libia, donde ebbe origine la gloria dei re di Cirene.

A questi fatti, dunque, accenna Pindaro nella prima parte dell'ode, con un disordine che non dovè troppo imbarazzare gli uditori che conoscevano a menadito quelle loro leggende. «Oh Musa, sciogli un canto ad Apollo e Diana e a Pito: a Pito, dove la profetessa d’Apollo predisse che Batto sarebbe partito da Tera per fondare Cirene, e che cosi si sarebbe compiuta la profezia di Medea a Tera (1-13).» Segue la profezia, nella quale vengono esposti fatti, da quando gli Argonauti abbandonano la Colchide, fino al momento in cui presso Tera cade la zolla fatale (12-58). Qui prende di nuovo la parola il poeta, e narra come otto generazioni dopo Batto regni floridamente Arcesilao, che ora ha vinto nei giuochi pitici (59-67). E Pindaro, per celebrare la sua grandezza, canterà del vello d’oro; ché appunto la fortuna dei Battiadi cominciò da quella spedizione (67-69).

Dal verso 70 al 245 si stende, ricca di forti colori, tutta la storia degli Argonauti. Al verso 240, col solito trapasso, Pindaro osserva che s’è lasciato trascinar troppo lontano dal suo soggetto. Sicché espone brevissimamente tutti i fatti rimanenti, sino al momento in cui gli Argonauti giacquero con le donne di Lemno. (E da una di esse, Malache, Eufemo ebbe Leucofane, madre di Aristotele, progenitore dei Battiadi). Eufemo andò poi a Sparta, ove vissero i suoi discendenti, che, dopo quattro generazioni, come dicemmo, passarono a Tera, e di lí a Cirene (246-262).

Anche la chiusa è assai chiara, sebbene non siamo in grado di illuminarne precisamente i particolari storici. Un tal Demòfilo era stato bandito da Cirene per cause politiche, e s’era rifugiato in Tebe, dove aveva conosciuto Pindaro e apprezzata [p. 207 modifica] l’arte del poeta (297-99); il quale aveva a sua volta ammirate le sue belle qualità. Or qui Pindaro prega Arcesilao di perdonare all’esiliato.

E attacca il discorso con un enigma. — Ti soccorra l’arte d’Edipo. Una quercia, anche sbarbicata e trascinata lungi dal suolo natio, dimostra la virtú nativa, sia sostenendo, come colonna, un edificio, sia porgendo calore nel verno. Cosí Demòfilo dimostrò il suo pregio anche in Tebe: onde ora intercede per lui un ben degno araldo, Pindaro (277-278). Ed Arcesilao giunge medico opportuno (parrebbe dunque che non avesse egli bandito Demòfilo) per placare le discordie civili. Demòfilo, lontano dalla sua patria, vede sperdersi vanamente le sue grandi doti: è Atlante oppresso dal cielo; e implora di poter tornare in patria. Arcesilao oramai gli perdoni: anche Giove perdonò ai Titani.

Rimangono da chiarire alcuni particolari.

Verso 4. La donna che siede presso l’aquile di Giove è la sacerdotessa delfica: due aquile, lanciate a volo da Giove dagli estremi due limiti dell’universo, s’incontrarono appunto in Delfi, che da questo incontro venne designato e denominato ombelico, ossia centro del mondo.

Verso 13. La figlia d’Epafo è la ninfa di Libia, identificata, al solito, con la terra ch’essa protegge: e qui si dice che, grazie a Tera, essa Libia vedrà crescere in sé Cirene, la radice di altre città popolose.

Verso 215. La torquilla (la ῒυγξ del testo è la lynx torquilla, il torcicollo) serviva ad incantazioni amorose. Si legava per le due ali e le due zampe ad una ruota a quattro raggi: si faceva girare la ruota: dai movimenti, pare, e dalle grida della povera bestia, si arguiva su problemi amorosi. Medea, a quel che dice Pindaro, usò prima questo incantesimo.

Verso 219. Si notino le due personificazioni di Desio [p. 208 modifica] e di Suada: quello deve percuotere Medea col flagello di questa: cioè il desiderio deve persuaderla a far tacere ogni scrupolo.

Non mi pare che ci siano altre oscurità. Questa ode è fra le bellissime, forse la piú bella, del poeta di Tebe.


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AD ARCESILAO DI CIRENE

VINCITORE COL CARRO A PITO


I


Strofe

Presso al Signor dell’equestre Cirene, a me caro,
férmati. Musa, quest’oggi: con Arcesilao che trionfa
debita un’aura di cantici leva ai Letòidi ed a Pito,
dove la donna, che all’aquile di Giove seduta vicino
oracoleggia, predisse — né Febo era lungi — che Batto
ne la pomifera Libia colono verrebbe: che avrebbe,
l’isola sacra di Tera lasciando, in un poggio lucente
fondata una rocca famosa pei carri:


Antistrofe

che dopo sette con dieci progenie avverrebbe
quanto la figlia d’Eèta, regina dei Colchi, Medea,
piena d’afflato profetico, a Tera, dal labbro immortale
disse: «Porgetemi ascolto, di Numi figliuoli e d’eroi:
«d’Èpafo un giorno la figlia, vi dico, da questa contrada
«cinta e percossa dal mare, sarà, nella terra d’Ammóne,
«radice di rocche dilette ai mortali:

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Epodo

«essi, lasciato il guizzante delfin pei corsieri veloci,
«e per le redini i remi, i cocchi dai pie’ di procella
«governeranno; e metropoli di grandi città sarà Tera,
«come l’augurio predisse che un dí, su la foce tritonia,
«Eufèmo, disceso da prora, accolse da un Nume, che d’uomo
«aveva sembianza: gli offerse
«un dono ospitale di terra; e un tuono di Giove rombò.


II


Strofe

«Giunse che sopra la nave già stavano issando
«l’àncora dente di bronzo, la redine d’Argo veloce:
«— ché per i miei consigli, lasciato l’Ocèano, sul dorso
«delle deserte contrade, per dodici giorni la nave
«tratta avevamo — : in quel punto il Dèmone apparve soletto.
«D’uom venerabile assunta aveva la bella parvenza;
«e cominciò con parole soavi, sí come i gentili,
«che gli ospiti invitano da prima al lor desco.


Antistrofe

«Ma ci contese il pretesto del dolce ritorno
«quivi indugiare. Ei ci disse ch’Eurípilo egli era, figliuolo
«d’Enosigèo sempiterno. Ci vide solleciti; e súbito,
«tolto qual prima alla destra gli occorse presente ospitale,
«porse una zolla. Né stette Eufèmo: balzò su la spiaggia,

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«tese la mano alla mano, prese la zolla divina.
«So che poi cadde, in un vespro, dal legno; e, rapita dal mare,
«disfatta rimase nell’umido gorgo.


Epodo

«Spesso i famigli ammoniti avevo io che ben la guardassero:
«quelli, infingardi, non n’ebbero pensiero: cosí pria del tempo
«sparso nei pressi di Tera fu il germe di Libia ferace.
«Ché se l’avesse gittato vicino alla bocca dell’Ade,
«appena tornato alla sacra sua Tènaro, Eufemo, rampollo
«del Nume del mare, e d’Europa,
«figliuola di Tizio, che a luce sui clivi lo die’ del Cefiso,


III


Strofe

«dopo la quarta progenie la sua discendenza
«presa la vasta contrada avrebbe coi Danai, che allora
«via dall’argolico seno, da Sparta e Micene migrarono.
«Or troverà nei giacigli di donne straniere una stirpe
«nobile, cara ai Signori d’Olimpo, che, giunta a quest’isola,
«dà nascimento ad un uomo signore del nubilo piano.
«Anni trascorrono; e questi si reca all’oracol di Pito:
«e Febo risposta gli dà dal suo tempio

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Antistrofe

«a rutilo d’oro: gli dice che guidi coloni
«sopra navigli al fecondo niliaco chiostro di Giove ».
Si susseguirono i detti cosí di Medea. Muti, immobili,
i Semidei sbigottirono, udendo il profetico spirito.
E, come quella predisse, te, Batto, beato figliuolo
di Polimnèsto, te l’ape di Delfo, con grido spontaneo
magnificò: quando tu le chiedesti se i Numi concedono
riscatto dell’aspra tua voce, tre volte


Epodo

ti salutò di Cirene fatale signore. E tuttora,
qual tra i purpurei calici nel pieno suo fior primavera,
Arcesilào, fra i rampolli ottavo virgulto germoglia.
Pito ed Apollo or concessero a lui la vittoria nei cocchi
fra tutte le genti vicine. Lui voglio alle Muse affidare
e l’aurëo vello: ché quando
i Minî passarono a Colco, piantata fu loro grandezza. —


IV


Strofe

Qual fu la causa che i lini sciogliesser? Qual rischio
con adamantini chiovi li strinse? Era fato di Pelia
che per le man’ degli Eòlidi fulgenti, o per loro indomabili
arti cadesse. E un responso un giorno gl’invia l’umbilico
della frondifera terra, che il cuore scaltrito gli aggela:

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«Guàrdati, guàrdati bene dall’uomo d’un solo calzare,
«sia cittadino o straniero, che giunga da balze rupestri
«ai campi solivi dell’inclita Jolco».


Antistrofe

Anni trascorsero; e un uomo mirabile giunse.
Due giavellotti nel pugno: cingeva i suoi fianchi una veste
quale i Magnesî costumano, stretta alle fulgide membra;
ed una pelle di pardo il brivido schermía delle piogge:
né delle fulgide chiome caduti, mietuti dal ferro
erano i ricci; ma tutto di raggi gli empievano il dorso.
Giunse repente nell’àgora gremita di popolo, e stette
nel mezzo, campione d’intrepido cuore.


Epodo

Niun conoscealo: pur tutti stupivano; e alcuno diceva:
«Certo costui non Apollo: lo sposo dal cocchio di bronzo
«non è d’Afrodite: si narra che in Nasso fulgente ebbe morte
«d’Ifimedèa la prole, tu, Oto, tu audace Efïàlte:
«e dalla faretra invincibile vibrato, lo strale d’Artèmide,
«percosse fulmineo Tizio,
«esempio ai mortali che solo di leciti amori s’infiammino ».


V


Strofe

Cosí chiedevano garruli, cosí rispondevano.
E, tratto a furia dai muli, sul lucido carro, sollecito
Pelia ivi giunse. E, mirando d’intorno al pie’ destro il calzare

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unico, trasecolò. Ma pure, nel fondo dell’animo
dissimulando il terrore: «Straniero, gli chiese, qual terra
«vanti chiamare tua patria? Qual mai delle donne terrigene
«te diede a luce dal grembo fecondo? Favella; e il tuo dire
«macchiar non ti piaccia d’esosa menzogna».


Antistrofe

Saldo ne l’animo, mite nei detti, Giasone
questo rispose: «Ti dico che fu mio maestro Chirone.
«Giungo dall’antro ove Càricla dimora con Fílira: quivi
«me del Centauro educarono le pure fanciulle. Venti anni
«senza macchiare il decoro con atto né motto, lí vissi.
«Ora alla terra natale ritorno; e l’antico potere
«cerco del mio genitore, che, a torto rapito, altri usurpa:
«ché ad Eolo e ai suoi figli lo diede il Croníde.


Epodo

«Pelia, non giusto, so bene, cedendo a sue brame leggere,
«ai miei parenti, legittimi sovrani, di forza lo tolse.
«Quelli, temendo l’oltraggio di sí tracotante signore,
«come pria venni alla luce, la casa velarono a lutto,
«e in mezzo a plorare di femmine, la fuga affidando alle tènebre,
«di furto, entro fasce di porpora,
«mi dièrono, ch’ ei m’ allevasse, di Crono al figliuolo, a Chirone.

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VI


Strofe

«Ma ben v’è nota la somma di questi discorsi.
«Or dei miei padri dai bianchi corsieri le case mostratemi,
«nobili concittadini. Figliuolo d’Esóne, è mia patria
«questa ove io giungo, non terra straniera. Solea la divina
«fiera chiamarmi Giasone». Cosí favellò. — Come giunse,
lui ben conobbero gli occhi del padre. Dai cigli vetusti
lagrime ardenti stillarono; e gioia lo invase; ché bello
piú d’ogni mortale, vedeva suo figlio.


Antistrofe

Corse la fama. Ed entrambi d’Esóne i fratelli
vennero ad essi. Ferète da presso, dal fonte d’Ipèria:
Amitaòn da Messene; e, fidi al cugino, pure essi
presto Melanto ed Admeto correvano. A mensa imbandita,
con amorevoli detti, li accolse Giasone, di ricchi
doni fe’ gli ospiti lieti, profuse per cinque continui
giorni, per cinque continue notti ogni gaudio, falciando
i petali sacri di vita e di gioia.


Epodo

Ma gravi detti nel sesto parlò: dal principio i congiunti
rese partecipi d’ogni disegno. Assentirono; e súbito
sursero via dalle tende, di Pelia al palagio pervennero,
ruppero dentro. E il figliuolo di Tiro chiomata li udí,
si fece a lor contro. E Giasone, con voce soave stillando
parole tranquille, gittò
le basi di saggio discorso. «Figliuolo del Nume di Petra,

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VII


Strofe

«piú che giustizia, le menti degli uomini pronte
«sono a lodar frodolento guadagno, sebben della crapula
«triste è il dimani. Ma io, ma tu, meglio val che, deposta
«l’ira, tessiamo un futuro felice. Favello a chi sa:
«Crèteo, Salmòneo superbo da sola una madre ebber vita ;
«noi, per tre evi discesi da quelli, miriamo la possa,
«l’oro del sole. Via fuggono le Parche a nascondere l’onta,
«se scoppiano liti fra genti cognate.


Antistrofe

«Non ci conviene spartire coi brandi di bronzo
«né con le lance l’immenso retaggio dei nostri maggiori.
«Dunque, le greggi e le fulvide mandre dei bovi io ti lascio;
«tutte le terre ti lascio, che ai miei genitori predate,
«ari, ed impingui il tesoro: che crescea per ciò la tua casa,
«grave non m’è. Ma lo scettro regale, ma il trono ove al popolo
«dei cavalieri impartiva giustizia il figliuolo di Crete,
«tu rendimi, ed èvita un pubblico scempio,


Epodo

«èvita nuove sciagure che apprestino a noi tali eventi».
Disse Giasone. Tranquillo pure esso, a lui Pelia rispose:
«Qual mi bramate sarò. Ma su me di vecchiaia già volgonsi
«gli anni: a te schiudesi turgido il fior della vita. Tu puoi

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«da me tener lungi lo sdegno degl’Inferi. Frisso m’impose
«che andassi alla reggia d’Eèta,
«il vello a predar dell’aríete, sul quale dal mare, dall’arti


VIII


Strofe

«della noverca mia subdola, un giorno fui salvo.
«Tanto mi giunge a svelare mirabile un sogno. A Castalia
«mando a cercare se fede prestare gli debba; e risposta
«m’ebbi che appena ch’io possa prepari una nave e una schiera.
«Or compi tu quest’impresa; e regno e potere a te giuro
«ch’io cederò. Testimonio del giuro solenne, ad entrambi
«Giove, comune parente, sarà». Stabilito tal patto,
di lí si partirono. Ed ecco, Giasone


Antistrofe

messi spedí che annunciassero la gesta proposta
per ogni terra. E tre figli di Giove, guerrieri indomabili,
súbito giunsero: i nati d’Alcmena e di Leda. E due prodi
floride chiome, rampolli del Nume del pelago, mossero
consci del loro valore, da Pito, da Tènaro eccelsa:
e giunse al vertice allora la gloria d’Eufèmo, e la tua,
Periclimèno gagliardo. E Orfeo venne, figlio d’Apollo
signor della cetera, padre dei canti.


Epodo

Ermes dall’aurea verga due figli al periglio mandò
gèmini: Echione ed Èrito, rigogli di giovine forza.

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Due velocissimi giunsero dai piedi dell’Alpe di Pange,
Zeto e Calàide, dal dorso tutto ispido d’ali di porpora:
ché Bòrea, signore dei venti, lor padre, con ilare cuore
sollecito, d’armi li cinse.
Ed Era nel petto agli eroi desire dolcissimo infuse


IX


Strofe

d’Argo, ché niuno restasse solingo in disparte,
presso la madre, a smaltire lontan dai perigli la vita;
ma, pure a prezzo di morte, cercasse un bellissimo farmaco
l’ansia di gloria a lenire. Or, poi che tal fiore di nauti
scesero a Jolco, Giasone accolse ciascuno con laude.
E con augurî, Mopso profeta, con sacri responsi
vaticinando, la schiera fe’ lieta salir su la nave.
E poi che sui rostri fu l’ancora issata,


Antistrofe

sovra la poppa Giasone, levando una tazza
d’oro, invocò degli Urànidi il re che lontano saetta,
e dei marosi e dei venti le rapide posse, e le notti,
e le bonacce, ed i valichi marini, ed il fausto ritorno.
Giú da le nubi rispose rombando la voce del tuono,
giú da la folgore franta scoscese un barbaglio di raggi.
Trassero, ai segni propizi del Nume, profondo respiro
gli Eroi. Quindi l’ordine die’ ad essi il profeta


Epodo

che remigassero. Dolce speranza nei cuori s’infuse,
senza fastidio si tesero le palme veloci al remeggio.

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Spinte dai soffi di Noto, la foce toccâr dell’inospite
pelago; e un sacro sacello v’eressero al Nume del mare:
ché quivi rinvennero un gregge di fulgidi tauri, ed il cavo
d’un’ara costrutta di fresco.
E, al grave periglio anelando, pregarono il Dio delle navi,


X


Strofe

che delle rupi cozzanti fuggire potessero
l’urto terribile. Due quelle erano; e vive; e sui flutti
rapide piú rotolavano che il volo e il frastuono dei venti.
Pure, segnò la lor morte di quei Seminumi la gesta.
Quinci pervennero al Fasi, e ai negri abitanti di Colco;
ed al mirabile Eèta diêr di loro possanza.
Cípride saettatrice, qui pria giú d’Olimpo ai mortali
recò la torquilla, l’augello deliro,


Antistrofe

variopinto, costretto di laccio insolubile
ai quattro raggi d’un cerchio. E apprese all’Esònide saggio
preci e scongiuri, ché in cuore spengesse a Medea la vergogna
dei genitori; e dell’Ellade Desio, col flagel di Suada,
lei, già infiammata nel cuore, domasse. I cimenti e i segreti
del genitore svelò. Ed olì di farmachi antidoti
contro le piaghe di fiamma temprò, glie li die’, che s’ungesse.
E insieme convennero le nozze soavi. —

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Epodo

Or pianta Eèta nel mezzo l’aratro adamàntino e i bovi
che dalle fulve mascelle sprizzavano vampe di fuoco
rutilo; e al sònito alterno dei zoccoli bronzei, la terra
sotto rombava. Da solo reggendoli, al giogo li avvinse,
aperse un gran solco diritto, li spinse, e alla terra glebosa
d’un cúbito il dorso fendé;
e disse cosi: «Gesta simile mi compia il signor della nave,


XI


Strofe

e s’abbia il vello fulgente di bioccoli d’oro».
Disse. E Giasone, fidente nel Nume, gittata la veste
crocea, s’accinse all’impresa: schermivano il fuoco gl’incanti
della maliarda straniera. L’aratro piantò, le cervici
sotto la forza del giogo domò, la molestia del pungolo
su la possanza dei fianchi vibrò, tutto il solco propostogli
schiuse il gagliardo. Alto un urlo nel cuore, con muto dolore,
Eèta, mirando tal possa, levò.


Antistrofe

Tesero al forte campione gli amici le palme,
serti di frondi gli cinsero, gli disser parole soavi.
Ed il mirabile figlio del Sol gli svelò dove il fulgido
vello reciso dal ferro di Frisso giaceva. Né ch’egli
mai quella impresa compiesse credea: ché giaceva in un bosco:
e lo tenevano stretto le orrende mascelle d’un drago
che per lunghezza e larghezza passava un naviglio che i colpi
dell’asce costrussero, che remi ha cinquanta.

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Epodo

Ora è però ch’io ripigli mia strada; ché il tempo m’incalza.
Breve un sentiero conosco; e agli altri nell’arte son guida.
Quel maculato occhicerulo dragone spengea con l’astuzia:
seco rapiva Medea concorde, onde Pelia ebbe morte:
tra i gorghi d’Ocèano, nel ponto purpureo, s’univa a una stirpe
di femmine lemnie omicide.
£ qui dell’ignude lor membra mostrâr negli agoni la possa.


XII


Strofe

Giacque con quelle; e nei solchi stranieri, quel giorno
e quelle notti accoglievano il germe fatale del raggio
di vostra prospera sorte. Ché, quivi piantata, d’Eufèmo
sempre fiorí poi la stirpe, che, mista alla gente di Sparta,
l’isola bella di Tera negli anni venturi occupò.
Donde il figliuol di Latona vi spinse nei piani di Libia,
ché col favore dei Numi piú floridi voi li rendeste,
e aveste a dimora Cirene divina,


Antistrofe

della celeste giustizia trovando le vie.
L’arte d’Edípo or ti valga. Se alcuno col fil della scure
tronca le rame di quercia gigante, e deturpa l’aspetto
fulgido, pur cosí sterile, dimostra sua nobile stirpe,
sia che, nutrendo la fiamma, fra i geli del verno si strugga,
sia che, confitta nel suolo, fra erette colonne regali,
regga, fra mura straniere, gravoso increscioso travaglio,
lontana dal suolo che a luce la diede.

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Epodo

Medico atteso tu giungi: Peane di luce t’irraggia:
devi alla piaga appressare leggera la mano, e curarla.
Facile è pure agli inetti turbar la città; ma di nuovo
metterla salda sui piedi, difficile impresa, se un Nume
non giunge improvviso a guidare chi guida la nave. Le Càriti
per te questo compito filano:
e tu con assidua cura provvedi a Cirene beata.


XIII


Strofe

Medita pure ed onora quel detto d’Omero.
Disse che il nobile araldo di pregio ogni officio riveste.
Anche la Musa pei buoni messaggi s’allegra; e Cirene
sa bene, sa bene la casa di Batto famosa, qual mente
nutra Demòfilo. È questi garzon fra i fanciulli; ma quando
uopo vi sia di consiglio, è vecchio, che un secolo visse.
Ei sa spogliar d’ogni illècebra sonora le lingue malediche;
apprese a odïare ciascun tracotante;


Antistrofe

mai non contrasta le azioni dei buoni; di nulla
mai non procrastina il termine: ché presto il momento opportuno
fugge: ei lo sa; né qual servo, bensí qual ministro lo segue. —
Dicon che nulla è piú triste che il bene conoscere, e a forza
lungi doverne restare. Atlante egli è quasi: col cielo,
lungi dai beni, e dal suolo che nascer lo vide, s’affronta.
Giove immortale i Titani pur sciolse. Col volger del tempo,
se cadono i venti, si mutan le vele.

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Epodo

Ora egli implora che infine, sanato dal morbo fatale,
possa vedere il suo tetto: che presso la fonte d’Apollo
l’alma rivolga, fra lieti convivî, alle giovani cure,
e fra i poeti reggendo la cetera ornata, la tocchi,
innocuo fra i suoi cittadini, e incolume. Arcesilào,
ben egli narrarti potrà
qual fonte di cantici ambrosî in Tebe ospitale rinvenne.


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