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ODE PITIA IV 211


«tese la mano alla mano, prese la zolla divina.
«So che poi cadde, in un vespro, dal legno; e, rapita dal mare,
«disfatta rimase nell’umido gorgo.


Epodo

«Spesso i famigli ammoniti avevo io che ben la guardassero:
«quelli, infingardi, non n’ebbero pensiero: cosí pria del tempo
«sparso nei pressi di Tera fu il germe di Libia ferace.
«Ché se l’avesse gittato vicino alla bocca dell’Ade,
«appena tornato alla sacra sua Tènaro, Eufemo, rampollo
«del Nume del mare, e d’Europa,
«figliuola di Tizio, che a luce sui clivi lo die’ del Cefiso,


III


Strofe

«dopo la quarta progenie la sua discendenza
«presa la vasta contrada avrebbe coi Danai, che allora
«via dall’argolico seno, da Sparta e Micene migrarono.
«Or troverà nei giacigli di donne straniere una stirpe
«nobile, cara ai Signori d’Olimpo, che, giunta a quest’isola,
«dà nascimento ad un uomo signore del nubilo piano.
«Anni trascorrono; e questi si reca all’oracol di Pito:
«e Febo risposta gli dà dal suo tempio