Le odi e i frammenti (Pindaro)/Odi per Cirene

Odi per Cirene

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Odi per Cirene
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ODI PER CIRENE

Indice


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Odi di Pindaro (Romagnoli) I-0222.png


La storia di Cirene non è molto nota: delle sue leggende son fonte precipua, oltre al notissimo luogo del quarto libro di Erodoto, le tre odi cirenaiche di Pindaro e le note degli scoliasti a queste odi. Ecco, in pochissime parole, quanto ne ricaviamo.

La parte settentrionale dell’Africa, apparteneva alla ninfa Libia, dalla quale prendeva il nome. Ora Apollo, invaghitosi di Cirene, figlia del re tessalo Isseo, la rapisce e la trascina in Libia, dove la ninfa eponima le concede un territorio. Qui vennero anche a stabilirsi alcuni dei Troiani scampati all’eccidio del loro paese. In seguito, giungono gli isolani di Tera guidati da Batto, esortato a questa impresa da un oracolo di Apollo. Gli Antenoridi fanno buone accoglienze ai sopravvenuti: non cosí gl’indigeni, che resistono, ma devono poi fuggire sbigottiti. Cosí comincia il regno dei Battíadi.

Tali le leggende, che rispecchiano certo varî tentativi sporadici di colonizzazione, sino a quella di Batto, che attecchisce e dura. Della dinastia dei Battíadi ricordiamo otto re, quattro Batti, e quattro Arcesilai, alternati. Di Arcesilao I, figlio di Batto, non sappiamo nulla; Batto II, detto il felice, invitò un gran numero di nuovi coloni, specialmente dal Peloponneso e da Creta, e sconfisse in una gran battaglia il re d’Egitto Aprie che era accorso a soccorrere i Libî indigeni, danneggiati dalla nuova invasione dei Greci. Arcesilao II, [p. 188 modifica] detto l’oppressore (χαλεπός) aveva tendenze tiranniche; donde lotte coi fratelli, da uno dei quali, sembra, fu ucciso. Batto III era zoppo e deforme; e, un po’ per questo, uno po', certo, per sue deficienze intellettuali, i Cirenesi invitarono uno straniero, Demonace, a riordinare la costituzione, lasciando al re solo pochi privilegi. Arcesilao III, procacciatisi aiuti in Samo, tornò a Cirene, e recuperò i privilegi regali, vendicandosi crudelmente dei suoi nemici: onde anch’egli finí di morte violenta. Di Batto IV sappiamo solo che fu detto il bello. E giungiamo cosí ad Arcesilao IV, quello cantato da Pindaro, del quale sappiamo poco piú di quanto si può ricavare dal poeta. Vediamo che, anche sotto il suo regno, sebbene, parrebbe, non per sua diretta imposizione, spesseggiavano gli esilî: né doverono mancare torbidi e congiure.

E tutto insieme, questi Battíadi, come non furono personalmente troppo favoriti dai Numi (uno era balbuziente, uno zoppo), cosí non appaiono troppo degni degli elogi che largisce ad essi Pindaro. Sembrano piuttosto avventurieri cupidi, e non troppo innamorati della Giustizia tanto esaltata dal poeta di Tebe. Ma, senza dubbio, il loro regno ebbe periodi di grandissima floridità, grazie alle terre conquistate, la cui ubertà viene concordemente magnificata dagli scrittori antichi, e grazie al commercio che allacciarono fra i paesi interni dell’Africa e le coste.

Forse a questa floridità si deve l’ispirazione che sostenne Pindaro nel cantare i loro elogi. Ma, comunque sia di ciò, dopo il gruppo delle siciliane, questo delle cirenaiche è certo il piú mirabile. E la IV pitica è forse il capolavoro del poeta di Tebe.