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Le Mille ed una Notti/Storia del re Ilan-Schah e di Abutemam

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Storia del re Ilan-Schah e di Abutemam
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STORIA


DEL RE ILAN-SCHAH E DI ABUTEMAM.


«— Abulemam possedeva oltre molti beni, molta saggezza, prudenza, grandezza d’animo e generosità; ma il paese che abitava, era governato da un monarca ingiusto ed avaro, senza alcun rispetto per le leggi, e che disponeva a suo talento della fortuna e della vita de’ sudditi. Temendo che il re s’impadronisse delle sue ricchezze, Abutemam non osava farne uso. Questo timore gli venne a noia; risolse di cercare un’altra patria, e ritirarsi in un paese ove potesse [p. 301 modifica] liberamente godere de’ suoi averi, e condurre una vita conforme al buono e generoso suo carattere.

«Ilan-Schah passava per un re saggio ed equo; Abutemam elesse la capitale de’suoi stati per propria dimora, vi fece costruire un palazzo, vi trasportò segretamente le sue ricchezze, e vi fissò soggiorno. Addobbò la casa con magnificenza, comperò un gran numero di cavalli e di schiavi, e fece una spesa proporzionata a’ suoi averi.

«Il re udì in breve parlare di Abutemam, lo chiamò a sè, e gli disse: — Io so che vi stabiliste da poco tempo nella mia capitale; son lieto di poter contarvi nel numero de’ miei sudditi. Riguardate questo paese come il vostro; vi troverete la protezione e considerazione che meritate: io desidero far conoscenza con voi, e voglio che veniate di frequente a visitarmi.

«— Principe,» rispose Abutemam, «la mia persona e le mie sostanze sono al vostro servigio; ma avvezzo alla vita privata, io potrei sembrare straniero alla corte, dispiacere a molti di quelli che vi circondano, farmi nemici ed eccitare l’invidia contro di me.» Il re non volle ricevere le scuse di Abutemam, ed assicurollo che presso la di lui persona non doveva temer nulla dai malvagi e dagl’invidiosi.

«Abutemam, costretto d’ubbidire al re, veniva tutti 1 giorni a fargli la sua corte, offrendogli tratto tratto qualche regalo. Ilan non tardò a conoscere il suo merito e la sua prudenza; gli prese affezione, e gli confidò la cura della casa e del regno. Da quel punto tutto dovè dipendere da Abutemam; il re non prendeva consiglio se non da lui: ogni cosa si faceva per lui; ordinava e proibiva, legava e slegava con assoluto potere.

«Il re aveva avuto dapprima tre visiri che non iscostavansi dalla sua persona nè giorno, nè notte; [p. 302 modifica] segregati intieramente dal governo dopo l’elevazione di Abutemam, avevano concepito contro di lui la più violenta gelosia, e dicevano sovente fra loro: — Il re ci ha tolta la sua fiducia per darla a questo straniero; lo colma di onori, non ha stima che per lui, e sdegna i nostri servigi; noi non dobbiamo più a lungo soffrire tal affronto, e bisogna assolutamente inventare qualche trama onde perdere questo nuovo favorito, ed allontanarlo dal sovrano. —

«Un giorno che deliberavano su ciò, uno di loro disse agli altri:

«— Voi sapete che il re del Turchestan ha una figlia che passa per la più bella ragazza del mondo, e che fa morire tutti coloro che sono mandati a cercarla in matrimonio; parliamo al re di questa principessa, vantiamogli la di lei beltà, e cerchiamo ispirargli il desiderio di sposarla; egli vorrà sapere chi di noi deve mandare dal re del Turchestan per domandargli la mano della figlia; noi lo consiglieremo d’incaricarne Abutemam: il re del Turchestan lo farà morire come gli altri, e noi riprenderemo presso Ilan-Schah il posto ed il favore di cui godevamo altre volte.»

NOTTE CDLVII

— «I visiri, approvata quell’idea, convennero di recarsi insieme all’indomani dal re. Essi fecero destramente cadere il discorso sulle donne, parlarono della figlia del re del Turchestan, e si diffusero in elogi sulla di lei bellezza. Ilan-Schah, invaghito del ritratto [p. 303 modifica] fattogli di quella principessa, disse loro che desiderava sposarla, e domandò chi potesse mandare alla corte del di lei genitore, per riuscir in quell’altare. I visiri, volgendosi verso Abutemam, allora presente, consigliarono il re d’incaricarlo di quella commissione, aggiungendo che la sua prudenza ed abilità ne garantivano il successo.

«Ilan-Schah trovò che avevano ragione, e voltosi ad Abutemam:

«— Va,» gli disse, «alla corte del re del Turchestan, e fagli in mio nome la domanda della principessa sua figlia. Prendi un seguito numeroso, e porta teco donativi pel re, la principessa e tutta la corte.» Ilan-Schah gli fe’ tosto indossare un abito di gran valore e lo congedò. Abutemam, premuroso di obbedire al suo signore, fece prontamente i preparativi di partenza e si pose in viaggio.

«Il re del Turchestan, informato dell’arrivo d’un ambasciatore da parte d’Ilan-Schah, gli mandò incontro i primari ufficiali, e fece preparare un superbo palazzo per lui e pel suo seguito. Lo ricevette colla maggior distinzione, lo fe’ sedere alla propria mensa, gli diede molte feste e gli procurò ogni sorta di divertimenti per tre giorni. Poi, lo fece venire al suo cospetto onde chiedergli il soggetto della di lui ambasciata.

«Abutemam si presentò all’udienza del re del Turchestan con tutti i segni del più profondo rispetto, gli rimise la lettera d’Ilan-Schah, e gli offrì i regali ond’era incaricato. Il monarca avendo scorso il foglio, disse all’ambasciatore di recarsi all’appartamento della principessa, affine di vederla ed intertenersi con lei. L’ambasciatore, sorpreso da quelle parole, pensò tosto che si voleva provare la sua discrezione, la sua delicatezza ed il suo rispetto per la figlia di un sì gran monarca; rammentossi il detto dei saggi: [p. 304 modifica]«Chi sa reprimere gli sguardi, custodire la lingua, e trattenere le mani, è al sicuro d’ogni pericolo.» E risolse di condursi in una maniera che non solo non l’esponesse ad alcun rimprovero, ma potesse anzi lusingare l’orgoglio del sovrano.

«La principessa, avvertita della visita dell’ambasciatore, l’attendeva vestita magnificamente, seduta su di un trono sfolgoreggiante, e adorna di gioie, di perle ed altre pietre preziose.

«Abutemam, essendo stato introdotto, si prosternò lungi dal trono, e si alzò poscia tenendo le braccia conserte al seno, e chini gli occhi. La principessa gli disse di alzare la testa e parlarle, ma ei nol fece. Gli ripetè una seconda volta la medesima cosa, aggiungendo che l’avevano mandato da lei appunto per guardarla e parlarle liberamente; ei non rispose neppur questa volta. — Prendete,» soggiunse là fanciulla, «questi vasi d’oro e d’argento, e queste rarità a voi vicine: esse vi sono destinate, e ve ne faccio un dono.» Abutemam non fece il menomo moto. La principessa allora, piena di dispetto, sclamò che le avevano mandato un ambasciatore cieco, sordo e muto; diè ordine che lo si facesse ritirare, e corse a manifestare il suo malcontento al padre.

«Il re del Turchestan fece tosto venire Abutemam, e gli disse: — Voi avete veduto mia figlia; come la trovate? — Principe,» rispose l’altro, «io non ho osato alzar gli occhi sulla figlia di un sì grande monarca. — Voi le avrete senza dubbio chiesta la sua mano pel re vostro signore? — Principe,» rispose il saggio, «io mi sarei guardato dal far questa domanda a vostra figlia: non mi sono fatto lecito di dirle una sola parola. — Avrete almeno,» aggiunse il re, «preso i vasi d’oro e d’argento che io vi destinava. — Non ho ricevuto nulla,» rispose Abutemam.

«Il re, contento della riservatezza e circospezione [p. 305 modifica] dell’inviato, si fece portare un abito d’onore, e volle che ne fosse rivestito. Poscia lo condusse fuori dalla sala, gli mostrò un pozzo, e gli disse di guardarvi entro. Abutemam si avanzò, e vide, raccapricciando, che il pozzo era pieno di teschi umani.

«— Sono,» gli disse il re, «le teste di coloro che mi furono mandati prima di voi a cercar mia figlia: sono in numero di novantanove; la vostra avrebbe fatta la centesima, se vi foste condotto con minor delicatezza. Gli altri messi mancarono al rispetto che dovevano non solo a me ed a mia figlia, ma al loro signore; dal loro carattere io giudicai quello dei loro sovrani; un ambasciatore è la lingua di chi lo manda, e la sua urbanità annuncia quella del suo padrone. Avendo adunque concepito un cattivo concetto di tutti quei re, non volli prenderne alcuno per genero, ed ho punita come si doveva la temerità e l’imprudenza dei loro indegni emissari. Riguardo a voi, sapeste conciliarvi la mia stima, e meritaste di ottenere mia figlia. La concedo adunque al re, vostro signore, in considerazione della vostra saggezza e prudenza. — «Il re fece rimettere ad Abutemam molti regali per Ilan-Schah; incaricollo d’una lettera colla quale accordava al principe la mano della figliuola, e lo felicitava della scelta fatta dal suo ambasciatore.

«Ilan-Schah fu al colmo della gioia vedendo arrivare la principessa del Turchestan; la sua bellezza superava l’idea ch’erasene formata, e le doti dello spirito, la grazia, la dolcezza che univa alle sue attrattive, ne facevano una persona compita. Ilan-Schah sentì tutto il pregio di quel raro tesoro; persuaso di dovere la propria felicità ad Abutemam, gli attestò la sua soddisfazione nei termini più lusinghieri. Gli elogi contenuti nella lettera dello suocero, aumentarono ancora la stima e l’affezione che aveva per lui. [p. 306 modifica]«I visiri, più invidiosi che mai, e furenti di vedere che quanto avevano immaginato per sbarazzarsi del rivale, non aveva fatto che aumentare il suo favore e la fiducia riposta in lui dal re, cercarono un altro mezzo di farlo perire.

«Il re aveva due giovani paggi che amava assai, e non si allontanavano mai dalla sua persona: dormivano la notte vicino a lui, e gli stavano ai fianchi quando prendeva, al dopo pranzo, un po’ di riposo. I visir, avendoli un giorno trovati soli, li trassero in disparte, e proposero loro di dare a ciascuno una borsa di mille zecchini, se volevano render ad essi un servigio. Quei fanciulli avendo premurosamente chiesto qual fosse codesto servigio, uno dei visiri soggiunse:

«— Abutemam ci ha fatto perdere la fiducia del re; noi vorremmo allontanarlo dalla corte. Quando sarete soli col monarca nella sua camera, e che lo vedrete mezzo addormentato, uno di voi dirà all’altro:

«— Bisogna che Abutemam sia ben malvagio per tradire così il re, che lo ha colmato di beni e di favori. — Qual è adunque la sua malvagità?» dirà l’altro. — Egli offende l’onore del re,» ripiglierà il primo, «pretendendo che il re del Turchestan facesse morire tutti quelli che andavano a chiedergli la mano di sua figlia; ch’egli non fu risparmiato, se non perchè ebbe la fortuna di piacere alla principessa; e che essa non è venuta qui se non per di lui amore, e non per amore del re. — Ne sei sicuro?» dirà il secondo. — Se ne sono sicuro?» risponderà il primo; «tutti lo sanno, ma io non oso dirlo al padrone. Tutte le volte che il re è alla caccia od in viaggio, Abutemam va a trovare la regina, e resta solo con lei. —

«I due paggetti non cercarono di meglio che di [p. 307 modifica] dire quanto volevano i visiri: si fe’ loro ripetere più volte il breve discorso che dovevano tenere, e si raccomandò loro di approfittare del primo momento in cui sarebbero soli col re. Il dopopranzo, Ilan-Schab, essendosi ritirato nella sua camera e sdraiato su di un sofà per riposare, i fanciulli, accostatiglisi, intavolarono il discorso. Il principio stuzzicò la di lui curiosità, talchè non volle interromperli, e finse di dormire.

«Terminato il dialogo, il re riflettè su quanto aveva inteso: la giovinezza dei fanciulli, la loro innocenza non permettevano di sospettarne la buona fede; non potevano essere intesi con alcuno, e non ripetevano se non quanto per caso avevano udito; queste riflessioni lo persuasero che il favorito fosse colpevole, e lo infiammarono di sdegno. Si alzò dal sofà, fingendo di svegliarsi, e mandò tosto a cercare di Abutemam.

«— In qual modo,» gli disse, appena lo ebbe veduto, «bisogna trattare chi non rispetta la moglie altrui? — Merita,» rispose Abutemam, «che non si rispetti la sua. — Ma,» riprese Ilan, «qual dev’essere la punizione di chi entra nel palazzo del re, ed attenta al suo onore nella persona della sua sposa? — La morte!» rispose l’altro. — Traditore,» gridò il re, «tu hai proferita la tua sentenza!» Sguainato allora il pugnale, glielo immerse nel cuore, stendendolo morto ai suoi piedi. Si portò via il cadavere, e fu gettato in un pozzo destinato a tal uso.

«L’amore del re per la sua sposa lo trattenne dal parlarle dell’intelligenza che credeva avere scoperto fra lei ed Abutemam; ma ne concepì un violento dolore: ella non tardò ad accorgersi della sua tristezza, e chiestagliene la cagione, il re non volle mai palesarla. Era egli parimente afflitto per aver perduto il suo primo visir, e non poteva far a meno di rammaricare un uomo che avevagli resi tanti servigi, e [p. 308 modifica] pel quale aveva avuto tanto attaccamento e tanta fiducia.

«Un giorno, entrando nella sua camera, udì i paggi parlare e far rumore in un gabinetto vicino: si avvicinò e tese l’orecchio.

«— A che ci serve quest’oro?» diceva uno; «noi non possiamo spenderlo, nè comperar nulla con esso. — Mi è odioso,» diceva l’altro; «ci ha fatto commettere una cattiva azione, giacchè noi fummo cagione della morte di Abutemam. Se avessi saputo che il re doveva farlo perire così, io non avrei parlato male di lui. Ma la colpa è di que’ malvagi visiri, che ne fecero dire quello che hanno voluto.—

«Il re, udito questo discorso, schiuse la porta del gabinetto, e trovò i paggi che giuocavano con monete d’oro. — Sciagurati!» disse loro; «cosa faceste, e da qual parte vi venne tutto quell’oro?» I paggi, spaventati, gli si gettarono a’ piedi, e chiesero grazia. — Io vi farò grazia,» soggiuns’egli, «se mi narrerete la verità; essa sola può sottrarvi agli effetti della mia collera.—

«I fanciulli raccontarono schiettamente quant’era avvenuto fra essi ed i visiri. Ilan-Schah si pentì allora d’aver creduto sì facilmente reo il favorito, immolandolo così precipitosamente in un primo impeto di collera. Lacerò gli abiti, si percosse il viso, e, strappandosi la barba, si abbandonò alla più violenta disperazione.

«— Me lasso!» sclamò nel proprio dolore; «ho immolato il mio migliore amico! Abutemam voleva star lontano dalla mia corte, io lo indussi ad attaccarsi a me, assicurandolo che non presterei mai orecchio alle calunnie; che nulla aveva a temere vicino a me; ed io stesso fui invece che l’uccisi!... Destino crudele! Io non posso ora che vendicarne la memoria, e far giustizia de’ suoi nemici. — [p. 309 modifica]«Ilan-Schah mandò a chiamar tosto i tre visiri, e rimproveratili della loro scelleraggine, li fece decapitare in sua presenza. Recossi poscia dalla consorte, e confessandole d’essere stato dapprima ingannato, raccontolle la maniera colla quale aveva riconosciuta la di lei innocenza e quella di Abutemam. La regina allora dimostrò il proprio dolore per la misera fine del primo visir. I due sposi piansero assieme la morte dell’uomo ch’era stato causa della loro unione; diedero ordine che si traesse il cadavere dal pozzo ove era stato gettato, e celebratine pubblicamente i funerali, gli fecero erigere una tomba in mezzo al palazzo, sulla quale andavano sovente a sparger lagrime.

«Così fu, o re,» continuò il giovane, «che Abutemam rimase vittima dell’invidia, e che i suoi nemici pagarono poscia il fio del loro delitto. Io spero che Dio mi farà parimenti trionfare degl’invidiosi suscitati contro di me dal favore onde mi onoraste, e che vi farà conoscere la mia innocenza. Io non temo di perdere la vita, bensì che un inutile pentimento non invada il cuore del re e lo tormenti. L’accanimento dei vostri visiri contro di me ed il desiderio da loro mostrato di versare essi medesimi il sangue mio, svelano abbastanza la passione che li anima; la mia sicurezza e tranquillità, al contrario, vi attestano la mia innocenza; so io fossi reo, i rimorsi della mia coscienza m’incatenerebbero la lingua e mi turberebbero lo spirito.» [p. 310 modifica]

NOTTE CDLVIII

— «Azadbakht, veramente commosso da quanto aveva inteso, scordò i consigli dei visiri, e non potè risolversi ancora a far perire il giovane ministro. — Riconducetelo in prigione,» disse ai soldati; «domani esaminerò di nuovo quest’affare, e nulla allora potrà sottrarlo alla morte.—

«I visiri, essendosi all’indomani riuniti, dicevano così fra loro: — Questo giovane rende inutili tutti gli sforzi nostri onde perderlo; invano noi accendiamo contro di lui l’ira del re; costui arriva sempre a calmarlo colla magia delle sue parole. Cerchiamo un altro nuovo mezzo di affrettare il suo supplizio, giacchè fin quando respirerà, noi non saremo sicuri, e non potremo gustar riposo. —

«I visiri, dopo aver deliberato molto tempo, convennero d’indurre la regina a chiedere ella medesima il castigo del giovine. Andati a visitarla, uno di essi le disse:

«— Voi ignorate, madama, ciò che avviene intorno a voi, e l’ingiuria che si fa alla vostra buona fama: malgrado la vostra posizione, la vostra potenza, lo splendore e la grandezza che vi circondano, la calunnia si attacca alla vostra persona, e voi siete l’oggetto della satira pubblica: le donne percorrono le vie battendo il tamburello e mescolando il vostro nome nelle loro canzoni: si dice che voi amate il giovane ministro, e che impedite al re di punirlo; questi discorsi circolano di bocca in bocca, e non [p. 311 modifica] cesseranno dallo spandersi sempre più fin quando vivrà il giovane.

«— Questi discorsi mi offendono vivamente,» rispose la regina, «e voglio farli cessare; io sono interessata, lo vedo, ad affrettare la morte di quel giovane; ma che bisogna fare per ciò?

«— Madama,» soggiunse uno dei visiri, «bisogna andare dal re, gettarsi a’ suoi piedi, dirgli che avete saputo dalle vostre donne le voci che girano nella città, e che non potete vivere più a lungo se questo giovane non vien giustiziato sul momento. —

«La regina, trascinata da quell’artifizio, si alzò tosto e recossi dal re. Lacerò dinanzi a lui le vesti, e gettatasi a’ suoi piedi, gli disse piangendo: — Il mio onore non è inseparabile dal vostro, e si può recar oltraggio alla mia riputazione senza mancarvi di rispetto? Il delitto di quel giovane è conosciuto da tutta la città; la vostra indulgenza dà luogo a voci ingiuriose ch’io non posso più a lungo sopportare: ordinate la sua morte, o fate perire me stessa. —

«Le parole della regina produssero l’effetto bramato dai visiri; il re le attestò che ne divideva il risentimento; che quelle voci lo oltraggiavano al par di lei, e che le avrebbe fatto cessar subito. La regina essendosi ritirata, si fece entrare il giovane.

« — Sciagurato!» sciamarono i visiri, vedendolo; «tu tenti invano prolungare i tuoi giorni; la tua ora è alfine suonata, e la terra stessa ha sete del tuo sangue.

«— Le vostre parole,» rispose il giovane imperterrito, «e la vostra gelosa rabbia non possono affrettare la mia morte; l’ora n’è irrevocabilmente fissata dalla provvidenza; nulla potrebbe affrettarla, nè indugiarla: ciò che è scritto dal dito di Dio non può mancar di avvenire, e tutti i nostri sforzi, tutte le nostre precauzioni non possono difendercene; la storia [p. 312 modifica]del re Ibrahim e di suo figliuolo ne è una prova evidente. —

«Azadbakht volle ancor udire quella storia, ed il giovane la raccontò in questi termini.