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Le Mille ed una Notti/Storia del re Ibrahim e di suo figlio

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Storia del re Ibrahim e di suo figlio
Storia del re Ilan-Schah e di Abutemam Storia di Soleiman-Schah
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STORIA

DEL RE IBRAHIM E DI SUO FIGLIO.

«— Ibrahim aveva esteso colle sue conquiste l’impero ricevuto in retaggio dagli avi, soggiogati e resi tributari tutti i re vicini; amato dai sudditi, temuto dagli stranieri, tutto sembrava concorrere alla sua felicità. Una sola cosa impedivagli di essere totalmente felice: benchè avesse molte mogli, ed il suo serraglio fosse pieno delle più belle schiave, nessuna lo aveva fin allora reso padre. Un giorno che, occupato da tal idea, affliggevasi pensando che il trono passerebbe un giorno in mani straniere, si venne ad annunciargli che una fra le sue mogli, cui amava di più, era incinta. Questa notizia lo riempì di giubilo. Recossi tosto dalla principessa, ed innalzatala al disopra di tutte le altre, le diede il più bell’appartamento del serraglio, e la colmò d’onori e di regali.

«Giunto il momento del parto della consorte, il re invitò alla corte tutti gli astrologhi del regno, e ordinò loro di prepararsi a tirar l’oroscopo del fanciullo. La regina mise alla luce un principe. Si avvisarono tosto gli astrologi, i quali, diretti gli astrolabi, osservarono lo stato del cielo, la posizione degli astri, e consultarono il tema della natività. Fatti i loro calcoli, esaminarono quali dovevano essere le conseguenze della configurazione celeste da [p. 313 modifica] essi determinata. Avevano appena cominciato tal esame, che il re li vide cambiar di colore.

«— Che cosa avete?» chies’egli; «ditemi tutto, e non celatemi cosa alcuna.

«— Principe,» rispose uno di essi, «l’oroscopo di questo fanciullo ne indica che fino all’età di sette anni arrischierà di essere divorato da un leone, e se sfugge a questo pericolo, è riservato ad una disgrazia maggiore e più terribile. —

«Gli astrologi non vollero spiegarsi di più; ma il re impose loro di nuovo di scoprirgli ogni cosa. — Principe,» riprese uno di quegli, «prometteteci di non farci alcun male.» Avendo Ibrahim data la propria parola: «Questo fanciullo, «continuò l’astrologo, «dopo essere sfuggito al furore del leone, deve togliere la vita a suo padre. —

«Il re, a tali parole, impallidì e rimase immobile alcuni istanti; essendosi poscia riavuto, congedò gli astrologi, dicendo fra sè:

«— Mi riescirà facile il far custodire mio figlio con gran cura, ed impedire che alcun animale non gli si avvicini; potrò parimenti guarentire la mia persona, impedendogli di attentare a miei giorni: le predizioni sono per la maggior parte false, e questa pure lo sarà. —

«Ibrahim, rassicurato da tali riflessioni, diede al principe una nutrice, proibì che lo si facesse uscire dall’appartamento, e vi pose intorno una guardia numerosa. Malgrado tali precauzioni, la predizione degli astrologi arrecavagli qualche inquietudine e turbava la felicità della sua vita. Per mettere ancor più il figliuolo al coperto degl’insulti del leone, immaginò di far praticar segretamente un ricovero sulla cima di una montagna inaccessibile; vi fece scavare un vasto sotterraneo distribuito in varie sale; le empì d’ogni sorta di provvigioni ed altre cose necessarie alla vita, [p. 314 modifica] e vi fece passare una sorgente di limpida acqua che scaturiva dalla cima del monte. Quel sotterraneo non comunicava al difuori che per un’apertura simile ad un pozzo, per la quale si fece discendere il fanciullo colla nutrice.

«Il re recavasi ogni mese all’orlo dell’apertura, e chiamata la donna, questa poneva il fanciullo in un canestro di giunchi, e lo faceva salire per mezzo di una carruccola; il padre lo riceveva, lo abbracciava prodigandogli mille carezze, e lo riponeva poscia nel canestro.

«Il fanciullo aveva trascorsi vari anni in quel sotterraneo, ed era vicino al settimo dell’età sua; venti giorni soltanto restavano ancora a compiere l’epoca fatale, allorchè alcuni cacciatori, che inseguivano accaniti un leone, lo costrìnsero a rifugiarsi su quel monte. Vedendosi sempre più attorniato dai cacciatori e dai cani, la belva raggiunse la cima del monte e cadde nel sotterraneo. Si precipitò dapprima sul ragazzo, e l’offese gravemente alla spalla; la nutrice essendo accorsa alle sue grida, il leone si gettò su di lei e sbranolla.

«Frattanto, i cacciatori, giunti al luogo ove il leone era scomparso, udirono le grida del ragazzo e della nutrice; si avvicinano all’apertura del sotterraneo, vedono il leone, e fanno piovere su di lui una gragnuola di dardi e di sassi; l’animale schiacciato cadde esangue; vari cacciatori si calarono allora con una corda nella grotta, e furono sorpresi al vedere una donna uccisa ed un ragazzo bagnato nel proprio sangue e svenuto. Essi lo rialzarono, e richiamatolo ai sensi, gli medicarono la ferita.

«I cacciatori si misero quindi a percorrere il sotterraneo, e lo trovarono pieno di provvigioni d’ogni sorta, di mobili preziosi e di ricchi abbigliamenti. Risoluti ad impadronirsi di tutti quegli effetti, cominciarono ad attaccarli alla corda e levarli dal [p. 315 modifica] sotterraneo, col soccorso dei compagni rimasti in alto. Ne fecero pur uscire il fanciullo, e lo condussero via. Uno dei cacciatori, vivamente commosso della sua sorte, lo prese in casa, volle averne cura, e s’incaricò di farlo guarire dalla sua ferita.

«Quando il giovane principe fu in istato di rispondere alle domande che gli si volevano fare, il cacciatore gli chiese quali ne fossero i genitori, e per qual avventura si trovasse nel sotterraneo; ma non potè risponder altro, se non d’essere mai uscito da quel luogo; che la sua nutrice gli dava il bisognevole, che tutti i mesi veniva qualcuno all’apertura del sotterraneo, che lo facevano montare nel canestro, ch’era baciato ed accarezzato da uno sconosciuto, il quale lo calava poscia di nuovo.

«Il cacciatore, senza più oltre curarsi di conoscere lo stato del fanciullo, continuò a prenderne cura, e l’inclinazione ch’erasi dapprima sentita per lui aumentando sempre più, gli diede un’educazione quale avrebbe potuto dar ad un proprio figliuolo, lo fece istruire in tutte le scienze, gl’insegnò a cavalcare ed il maneggio delle armi. Il fanciullo mostrò molta destrezza in quegli esercizi, ed in età di dodici anni accompagnava alla caccia il padre adottivo.

«Un giorno ch’erano assai lontani dalla loro dimora, si smarrirono e furono assaliti dai ladri. Il giovane principe vide cadersi ai fianchi il suo benefattore, fu anch’esso rovesciato al suolo da un colpo di lancia e creduto morto. I ladri, spogliatili di quanto avevano indosso, fuggirono.

«Il giovane, benchè pericolosamente ferito, non era però del tutto svenuto: dopo alcune ore schiuse gli occhi, e raccolte le forze, alzossi. Aveva fatti pochi passi, allorchè vide da lungi uno di quegli uomini che percorrono i luoghi remoti colla vanga e la zappa sulle spalle, e cercano tesori da ogni parte. Costui, [p. 316 modifica] colpito dal bell’aspetto del principe, e commosso dallo stato in cui vedevalo, sospese la ricerca onde si occupava, ed avanzatosi verso di lui, gli domandò chi fosse, ed in qual modo si trovasse ridotto in quello stato. Il principe gli narrò in poche parole la propria storia, e gli disse d’essere stato assalito dai ladri, che lo avevano spogliato ed abbandonato come morto.

«Il cercatore di tesori, udita la storia del giovane, lo impegnò a seguirlo, promettendogli di guarirlo prontamente; lo condusse alla sua abitazione, e ne medicò le ferite, applicandovi vari semplici di cui conosceva la virtù.

«Il principe essendosi perfettamente ristabilito, l’ospite gli disse: — Rallegratevi, o giovane, non potevate fare un incontro più felice del mio: io conosco un tesoro che racchiude immense ricchezze; se volete venire ad aiutarmi a ritirarne alquante, vi darò di che vivere nella più grande opulenza.» Accettata la proposta, il suo ospite preparò alcune bestie da soma, e prese tutti gl’istrumenti di cui aveva bisogno.

«Partirono insieme, e viaggiando per molti giorni, giunsero sulla cima di un alto monte. Il cercatore di tesori prese un libro contenente le indicazioni necessarie per riconoscere i luoghi, lo lesse attentamente, e si pose poscia a scavare. Giunto alla profondità di cinque cubiti, scoprì una larga pietra; ne levò la terra da ogni parte, e la sollevò coll’aiuto del compagno e per mezzo d’una leva, quel tanto ch’era necessario per poter discendere nel pozzo al quale serviva di coperchio. Quando la pietra fu alzata abbastanza, guardarono nel pozzo e lo videro pieno di ricchezze.

«Il giovane voleva discendere subito, ma il suo ospite gli disse che bisognava respirare alquanto, e lasciar all’aria esterna il tempo d’introdursi nel sotterraneo. [p. 317 modifica]«Preso qualche riposo, il cercatore di tesori cinse una corda al corpo del principe, gli diede una lanterna accesa, e lo calò nel pozzo. Quando vi fu giunto, i suoi occhi rimasero abbagliati dallo splendore dell’oro, dell’argento e delle gemme onde si vide circondato. Il suo ospite gli calò giù un paniere, e gli disse di riempirlo di tutto ciò che aveva sotto mano. Ritirò il paniere quando fu pieno, ne pose il contenuto sulle bestie da soma, e lo calò nuovamente. Quand’ebbe caricate le bestie, levò i sostegni che tenevano alzata la pietra, la lasciò cadere, e ricopertala di terra come prima, se ne andò.

«Il giovane, il quale aspettava che l’ospite facesse calare il paniere o la corda per risalire, udì d’improvviso ricadere la pietra: credendosi perduto, mandò un grido, e si mise a piangere. — Qual crudele destino! qual barbara morte!» sclamò. «Io sfuggii al furore d’un leone, sono uscito dal sotterraneo in cui venni allevato, ho ricuperata la vita che i ladri credevano avermi tolta, ed ora finirò qui lentamente i miei giorni, vittima della fame e della disperazione! —

«Mentre abbandonavasi a queste triste riflessioni, udì un romore simile al mormorio d’una fontana. Tende l’orecchio, fa alcuni passi, e si accorge che il rumore aumentava. Si avanza sempre dalla stessa parte, ode il rumore dei flutti, e si trova sulla riva d’un grosso torrente che scorreva con rapidità. Il principe disse allora fra sè:

«— Giacchè non posso evitare la morte, poco m’importa di morire più presto o più tardi, e preferisco essere sommerso a un tratto, che perire lentamente in questo pozzo. —

«Ciò dette, si precipitò nel fiume. La rapidità della corrente e la natura di quell’acqua, fecero sì che il suo corpo si sostenesse da sè medesimo a galla, e si trovò, dopo alcun tempo, in mezzo ad un’ampia valle, ove quel torrente usciva di sotterra. [p. 318 modifica]«Il giovane aveva dapprima concepita un po’ di speranza, vedendo che le tenebre cominciavano a diradarsegli intorno; fu pieno di gioia quando si vide trasportato dalla caverna sotterranea sotto la volta celeste. Si arrampicò su d’uno scoglio che sporgeva sul torrente, e raggiunse facilmente la riva. Stanco dalla fatica, si sdraiò per terra e si addormentò.

«Svegliossi allo spuntar del giorno, e non vedendo intorno alcuna abitazione, prese un sentiero, che conduceva su d’una collina; giunto poscia alla pianura, scoperse un villaggio, verso il quale rivolse i passi.»

NOTTE CDLIX

— «Gli abitanti gli si radunarono tosto intorno, domandandogli chi fosse e da qual parte venisse. La singolarità della sua storia, il modo meraviglioso col quale Iddio l’aveva salvato da tanti pericoli, ispirarono loro amore ed attaccamento per lui; essi vollero che restasse colà, e cercarono di provvedere in comune alla sua sussistenza. Ma lasclamo un momento il principe, e torniamo al re suo padre.

«Era già un mese che il sultano Ibrahim non recavasi a visitare suo figlio, ed era ancor più premuroso di vederlo, giacchè il fatal termine stava per spirare, ed in breve non avrebbe avuto più nulla a temere pei suoi giorni. Contava allora di farlo uscire dal sotterraneo, e prendere altre precauzioni per porsi al sicuro del pericolo di cui pareva minacciato. Si recò [p. 319 modifica] all’apertura del sotterraneo, e chiamò la nutrice, secondo l’usato. Nessuno rispondendo, fece discendere uno del seguito, che gli disse d’aver trovato la nutrice sbranata, ed un leone schiacciato e trafitto di dardi; ma che non aveva veduto il fanciullo.

«Ibrahim non dubitò che suo figlio non fosse stato divorato dal leone; si percosse il viso e pianse a calde lagrime. Ritornato al palazzo, chiamò gli astrologi, ed annunziò loro l’adempimento della fatal predizione.

«— Principe,» risposero gli astrologi, «voi non siete sicuro di ciò ch’è avvenuto: se vostro figlio fu divorato dal leone, ha subito il suo funesto destino, e non avete a temer nulla da lui; ma se trovò il modo di fuggire, voi dovete impedire che la sua mano tronchi il filo dei vostri giorni. — «Il sultano, credendosi sicuro della morte del figlio, fece poca attenzione a quelle parole, ed il tempo gliele fe’ intieramente dimenticare.

«Il villaggio, ove si era rifugialo il principe, apparteneva al sultano suo padre. Gli abitanti si erano più d’una volta sollevati contro di lui, e molti fra di essi, usi a portare le armi, uscivano spesso per far scorrerie nei dintorni, e spogliare i viaggiatori. Il sultano, informato di quei brigandaggi, risolse di reprimerli, ed impedire che non si rinnovassero; radunò alcune truppe, e si pose alla loro testa, col progetto d’investire il villaggio, impadronirsi dei più colpevoli, e disarmare gli altri.

«Gli abitanti del villaggio, credendo d’aver a fare con pochi soldati senza capo, ed ignorando che il re in persona marciasse contro di loro, vollero respingere i primi che si presentarono. Il giovane, fra gli altri, afferrato un arco, scoccò una freccia che andò a colpire il sultano e lo ferì mortalmente.

«I contadini, avendo riconosciuto contro chi combattevano, abbassarono le armi. Si arrestò chi [p. 320 modifica] aveva opposta maggior resistenza, e furono condotti dinanzi al sultano. Questo principe, occupato del pericolo in cui trovavasi, ordinò che si ritenessero prigionieri, e si facessero venire gli astrologi.

«Giunti costoro, Ibrahim disse:

«— Voi mi prediceste ch’io perirei per mano di mio figlio; invece fu uno dei ribelli che m’ha ucciso. — Gli astrologi, senza sgomentarsi, risposero:

«— Principe, vostro figlio trovasi forse fra questi ribelli, e vi scoccò la freccia che ci fa temere dei vostri giorni. —

«Il sultano fece venire in sua presenza i prigionieri, e promise di far loro la grazia se gli palesavano chi avesse lanciata la freccia. — Fu questo giovane,» gli dissero tosto mostrandogli il principe. Il sultano gli ordinò di avvicinarsi, e gli domandò chi fosse suo padre, e che cosa avesse fatto dopo la sua infanzia.

«— Principe,» rispose questi, «io non ho conosciuto mio padre: tutto quello che so è, che fui allevato in un sotterraneo, ove una donna, che mi aveva nutrito, prendeva cura di me. Un leone cadde un giorno nella nostra dimora, si gettò su di me e mi portò via un pezzo di carne della spalla. Poscia mi lasciò, gettandosi sulla mia nutrice, che mise a brani, e fu ucciso da alcuni cacciatori, i quali mi fecero uscire dal sotterraneo, e mi condussero seco. —

«Il sultano, senza volerne saper altro, chiese al giovane di mostrargli la morsicatura del leone. L’altro denudò la spalla. — Tu sei mio figlio!» sclamò il re, abbracciandolo. Fece tosto radunare i grandi del regno, e disse:

«— Ciò che Iddio ha destinato, non può a meno di accadere; invano si vorrebbe opporsi a’ suoi decreti: ciascuno deve umilmente rassegnarvisi; mio figlio non ha fatto che obbedire al suo destino; io [p. 321 modifica] subii il mio. Ringraziate Iddio, giacchè ha conservale mio figlio, ed il mio regno perciò non passerà in mani straniere. —

«Ibrahim abbracciò di nuovo il figliuolo, e gli raccontò perchè lo avesse fatto allevare nel sotterraneo; prese poscia la corona e ne cinse la testa al giovane, che fece riconoscere per proprio successore da tutti gli astanti.

«Il giovane principe essendo stato riconosciuto re, suo padre gli diede vari consigli per governare saggiamente il regno; dopo di che non pensò che a prepararsi alla morte, benedicendo Iddio d’aver conservato l’erede della sua corona.

«Il nuovo re prese, dopo la morte del genitore, le redini dello stato, ed istruito alla scuola della sventura e dell’avversità, si mostrò degno del grado ove la sua nascita lo chiamava.

«Così, o re,» continuò il giovane ministro, altre volle prediletto di Azadbakht, «la mia sorte dipende intieramente dai decreti del cielo: i miei discorsi, le storie, le parabole che io racconto a vostra maestà non possono salvarmi, come l’odio dei vostri visiri non può farmi perire. —

«Azadbakht, più incerto di prima, rimase alcun tempo immobile, cogli occhi chini, e senza proferir parola; il giovane, in piedi dinanzi a lui, attendeva tranquillamente ciò ch’egli stava per proferire. Il re, dopo aver riflettuto a lungo, ordinò di ricondurlo in carcere.

«L’indomani, ovvero il decimo giorno di prigionia del giovane ministro, era un giorno di festa per tutto il regno; in questa festa, chiamata Mihrgian, i grandi ed il popolo si presentavano successivamente davanti al re, offrendogli i loro omaggi, e facendo voti per la durata del suo regno; essi si ritiravano [p. 322 modifica] in seguito per darsi alla gioia ed ai piaceri, ai quali quel giorno era consacrato.

«I visiri giudicarono favorevole quella circostanza, e risolsero di approfittarne. Andarono a trovare i grandi del regno ed i principali del popolo, e li indussero a domandare al re la morte del giovane ministro. Tutti acconsentirono. Si presentarono davanti al re, e gli fecero i complimenti d’uso. Questi avendo loro fatto varie grazie, com’era solito, secondo il grado che ciascuno occupava, e vedendo che non si ritiravano, giudicò che avessero a soggiungergli qualche cosa, e parlò loro in questi termini:

«— Spiegatevi liberamente: io desidero sempre di conoscere la verità, e questa circostanza, mettendomi in contatto con tutte le classi de’ miei sudditi, mi offre l’occasione per trattenermi con essi, di cui son ben lieto di poter approfittare.

«— Sire,» disse allora uno di essi, «noi ringraziamo il cielo di averci fatti nascere sotto al vostro impero; l’equità, la saggezza, la prudenza traspirano da tutte le vostre azioni; tutti i vostri sudditi vi lodano e v’ammirano; ma è necessario aprirvi qui i loro cuori; essi sono sorpresi come voi prolunghiate di giorno in giorno l’esistenza di un giovane che colmaste di benefizi, e che vi tradì indegnamente. Egli è nelle vostre mani; le leggi esigono che esso perisca, o voi date ascolto alle sue menzognere parole! Ignorate senza dubbio che tutto il popolo parla di questo affare, ed è sorpreso d’un’indulgenza la quale può avere le più funeste conseguenze. In nome della giustizia e del rispetto di cui siamo penetrati per la vostra sacra persona e per quella dell’augusta vostra sposa, in nome del riposo e della pubblica tranquillità, noi vi dimandiàmo di non differire più a lungo la punizione del colpevole.

«— Io non dubito,» rispose Azadbakht, «che quanto [p. 323 modifica] ho udito, non vi sia dettato dall’amore e dall’attaccamento vostro per me; il consiglio che mi date è saggio, ma varie ragioni particolari mi indussero a tenere in questa circostanza una condotta diversa; il mio potere è troppo saldo per essere danneggiato dal ritardo dell’esecuzione di questo reo. Io potrei, se volessi, far perire una metà degli astanti; perchè adunque dovrei esitare a far morire un giovane che tengo in mio potere, ed il cui delitto è provato e merita la morte? Ma la gravità stessa del misfatto mi fa ritardare la sua punizione; io prolungo la vita del colpevole sol per poter rimproverargli il suo delitto, e farne sempre più vedere l’atrocità: reco sollievo con questi ripetuti rimproveri al mio risentimento ed a quello che tutto il popolo deve avere per l’oltraggio a me recato. —

«Allora Azadbakht fece venire in sua presenza il giovane.

«Io ho,» gli disse, «differito troppo a lungo il tuo supplizio; tutto il popolo mormora, ed il generale malcontento si fece intendere fino ai piedi del mio trono. Io devo oggi soddisfare la pubblica indignazione, e non voglio più udire i tuoi racconti.

«— O re!» riprese il giovane; «io sono causa, dite, che il vostro popolo mormori contro di voi; ma se il popolo parla di questo affare, lo fa ad istigazione dei vostri visiri; essi soli fabbricano e spandono le voci ingiuriose che vi giungono all’orecchio; ma spero che Iddio farà ricadere su di essi la toro perfidia e malvagità. Perchè il re dovrebbe affrettare il mio supplizio? Io sono nella sua mano, come l’uccello nelle mani del cacciatore: lo uccide se vuole, o lo lascia libero. Questo ritardo di cui si mormora non viene dal re, ma da chi è l’arbitro della vita o della morte. Se il momento della mia morte fosse fissato più presto, tutta la potenza reale [p. 324 modifica]non avrebbe potuto ritardarla; così pure tutta la malvagità de’ vostri visiri non potrebbe affrettarla. È la sorte che provò il crudele Balavan, figlio primogenito del re Soleiman-Schah: tutto il suo odio, tutti i suoi attentati contro la vita del giovane principe, suo nipote, furono inutili: Dio lo ritirò dalle porte della morte, e gli conservò la vita fino al termine fissato da’ suoi decreti.

«— Tutte le tue astuzie e le tue parole,» disse Azad-bakht, «saranno in breve inutili; frattanto udrò volentieri il racconto di questa storia. —

«Il giovane continuò a parlare in questi termini: