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Le Mille ed una Notti/Storia del re Beherkerd

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Storia del re Khadidan Storia del re Ilan-Schah e di Abutemam

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NOTTE CDLVI

STORIA

DEL RE BEHERKERD

— «Beherkerd era un principe potente, temuto dai vicini, e più ancora dai sudditi. La giustizia cui pretendeva rendere a questi con sollecitudine era una vera ingiustizia: incapace di maturo esame, confondeva l’innocente col reo, e non distingueva l’apparenza dal vero misfatto. Ignorando l’arte di proporzionare le pene ai delitti, puniva i più leggeri come i più gravi, e non perdonava neppure gli errori involontari. Geloso di tutti i diritti della sovranità, il [p. 295 modifica] più bello di questi, quello di perdonare, era il solo di cui non facesse mai uso.

«Un giorno che Beherkerd trovavasi a caccia, una freccia scoccata imprudentemente dietro di lui, lo ferì in un orecchio. Il re, trasportato di rabbia, ordinò si cercasse e gli si conducesse il colpevole. Era un giovane ufficiale, il quale, avendo veduto da sè stesso l’effetto del suo strale, era caduto a terra privo dei sensi. Fu portato in quello stato ai piedi del re, il quale ordinò di metterlo a morte. Il giovane ufficiale, rinvenuto, gli si prostrò dinanzi, quando udì proferire la fatal sentenza, e disse:

«— Sire, il fallo da me commesso fu l’effetto di un’inavvertenza, e non un disegno premeditato; voi potete perdonarmi, io imploro la vostra clemenza: perdonare è la più bell’azione cui un gran re possa fare: chi perdona è sovente ricompensato in questo mondo, e preparasi un tesoro nell’altro; conservatemi la vita, ve ne scongiuro; Dio conserverà qualche giorno la vostra. —

«Il re fu più sorpreso da quest’ultime parole, che sembravano minacciargli grave pericolo, che tocco dalle preghiere del giovane, e contro l’universale aspettativa, gli accordò la grazia.

«L’ufficiale, da tutti riguardato come un semplice particolare, era ben superiore a quanto sembrava, essendo il figlio del re d’Oman. Alcuni tratti di vivacità avendo eccitata contro di lui la collera del padre, il giovane aveva abbandonato la corte, rifugiandosi presso Beherkerd, ove, assunto un nome falso, ottenne impiego.

«Poco tempo dopo l’accidente che mise in pericolo la sua vita, fu riconosciuto da uno dei sudditi del padre. Questi, informato del ritiro del figliuolo, gli scrisse subito per indurlo a tornare, assicurandolo che nulla aveva a temere da parte propria. La lettera era concepita in [p. 296 modifica] termini sì teneri e pressanti, che il giovane, fidando nella bontà paterna, e cedendo all’amore che sentiva per lui, partì sul momento. La sua speranza non fu delusa: il genitore lo accolse coi maggiori trasporti di gioia, e gli rese tutto il suo affetto.

«Il principe d’Oman erasi già da alcuni anni riconciliato col genitore, quando il re Beherkerd, desiderando navigar sul mare e divertirsi alla pesca, montò sur un vascello, accompagnato dai principali signori della corte. Quando questo fu scostato dalla riva, alzossi d’improvviso un’orrenda burrasca che lo trasportò in alto mare e ne spezzò gli alberi. Divenuto il trastullo dei venti e dei marosi, fu quasi subito messo in pezzi e sommerso.

«Beherkerd sfuggì fortunatamente al naufragio, si attaccò ad una tavola, e fu gettato, sul finire del giorno, su d’ignota spiaggia. Benchè stanco ed indebolito da alcune ferite fattesi nell’attaccarsi alla tavola che l’aveva salvato, le sue forze non erano ancora esauste. Scorta da lungi una città, diresse i passi da quella parte: era la capitale del regno d’Oman. Beherkerd non potè arrivarvi se non assai tardi; le porte erano chiuse, e fu costretto a passare la notte in un cimitero.

«Il dì dopo alcuni abitanti del vicinato, che si recavano di buon mattino alla città, trovarono vicino al cimitero il cadavere d’un uomo che sembrava stato ucciso in quella medesima notte. Videro nello stesso tempo nel cimitero uno straniero vestito d’abito lacero e lordo di sangue in più luoghi; non dubitando non fosse l’assassino, lo presero e lo condussero dal re, il quale ordinò di metterlo in prigione, finchè si fosse riconosciuto il cadavere, e prese altre informazioni.

«Il re Beherkerd, riflettendo allora sulla sua condotta, diceva fra sè: — Ciò che mi accade è il castigo delle ingiustizie da me commesse: ho fatto molte volte [p. 297 modifica] perire gl’innocenti; ora perderò la vita alla mia volta, come autore di un omicidio di cui non son reo. —

«Mentre, in preda a tali riflessioni, passeggiava nella corte della prigione, un uccello venne a posarsi rimpetto a lui. Beherkerd, senza pensarvi, raccolse un sasso, e lo gettò all’uccello. Il sasso non lo colpì, e passò al disopra della prigione. Il figlio del re d’Oman giuocava per caso al maglio in una piazza vicina; il sasso cadde su lui, lo ferì all’orecchio, e gli fece provare un dolore sì acuto, che rimase alcun tempo privo di sensi.

«Si cercò da qual parte fosse venuto il sasso, e si riconobbe ch’era stato lanciato dal nuovo prigioniero, già sospetto di assassinio. Condotto dinanzi al principe, questi ordinò di decapitarlo. Quando gli fu tolto il turbante, il giovane notò che gli mancava un orecchio, e gli disse:

«— Il castigo che ti si fece subire tagliandoti un orecchio, prova che hai commesso più di un delitto. —

«Beherkerd, avendo chiesto il permesso di giustificarsi, narrò l’accidente che gli aveva fatto perdere l’orecchio, ed aggiunse che avrebbe potuto far perire chi n’era stato l’autore, ma che avevagli perdonato. Il principe d’Oman, guardandolo allora con maggior attenzione, lo riconobbe e sclamò: — Voi siete il re Beherkerd!» Nello stesso tempo, corse da lui e lo strinse fra le sue braccia.

«Si resero a Beherkerd gli onori dovuti al suo grado, fu rivestito d’abiti magnifici e lo si fece sedere vicino al giovane principe, che gli chiese per qual catena d’avvenimenti fosse caduto in una posizione sì dolorosa, ed era stato tanto vicino alla morte. Beherkerd gli fece il racconto del suo naufragio, dello sfortunato incontro che avevalo fatto credere un assassino, e del caso che gli fece scagliare il sasso al disopra delle mura della prigione. [p. 298 modifica]«— Sire,» gli disse il principe quando ebbe finita la sua storia, «ricordatevi che, sollecitando il vostro perdono, io osai promettervi che Dio ricompenserebbe un giorno la vostra clemenza. L’avvenimento ha giustificata la mia predizione, e colui al quale faceste grazia della vita è abbastanza lieto per potervi anch’egli conservare oggi la vostra. —

«Il giovane lo condusse quindi dal padre, al quale raccontò il modo onde aveva riconosciuto e salvato Beherkerd, e quella con cui quel re avevagli altre volte fatta grazia della vita. I due sovrani si abbracciarono ed attestaronsi reciprocamente la loro riconoscenza.

«Beherkerd, dopo alcuni giorni, accommiatossi dal re d’Oman, e fu ricondotto nei suoi stati da numerosa e magnifica scorta. Il pericolo incorso gli fece aprir gli occhi, e cambiare intieramente di condotta: si mostrò lento a punire, facile a perdonare, e fu in seguito amato dai sudditi come n’era stato fin allora temuto ed abborrito.

«Da questo esempio,» aggiunse il giovane intendente, «voi vedete, o re, non esservi nulla di più ottimo della clemenza: un solo atto di clemenza salvò la vita al re Beherkerd, ne ammollì il cuore, vi fe’ germogliare tutte le virtù, e lo rese il modello dei sovrani.—

«Azadbakht, mosso dall’istoria raccontata dal giovane, e cedendo ad un resto d’affezione che conservava ancora per lui, accennò di ricondurlo in prigione.

«L’ottavo giorno, i dieci visiri riunironsi e tennero consiglio assieme contro il giovane. — Qual mezzo impiegheremo noi,» disse uno di essi, «per isbarazzarci di questo vile schiavo, di questo indegno rivale che colle sue ciance rende inutili i nostri artifizi? Se non muore, dobbiamo temere di perir noi stessi: andiamo adunque a trovare il re, e riuniamo i [p. 299 modifica] nostri sforzi per deciderlo ad ordinare la morte del colpevole. —

«Il consiglio fu approvato da tutta l’assemblea; i dieci visiri si recarono dal re, e posternatisi dinanzi a lui, uno di essi prese così la parola:

«— Sire, quel giovane schiavo si lusinga di sedurvi colla magia de’ suoi discorsi; approfitta della compiacenza colla quale prestate orecchio alle sue vane sentenze e trionfa del successo delle sue astuzie. Perchè non potete piuttosto udire i discorsi che si tengono intorno a voi, le mormorazioni del popolo, i suoi sediziosi detti, ingiuriosi all’onore di vostra maestà! Forse allora prestereste maggior attenzione ai consigli che ci destano la prudenza e l’affezione che abbiamo per voi. Ma, per quanto inutili siano state finora le nostre rimostranze, noi non dobbiamo perciò rinunciare al nostro dovere, e cessar di esporvi la verità. Riuniti qui tutti e dieci al vostro cospetto, noi vi attestiamo ancora che quel giovane è colpevole, e non si è introdotto nel vostro appartamento se non per disonorarvi. Se non volete farlo perire, scacciatelo almeno dal vostro impero; si meraviglierà della vostra indulgenza, che potrà aver forse conseguenze funeste; ma almeno la presenza dell’infame non insozzerà più questi luoghi, e non sarà più soggetta d’onta e di scandalo.

— «Quel discorso infiammò il corruccio del re, il quale ordinò di condurgli il giovane. Quando comparve, i dieci visiri mandarono tutti insieme un grido contro di lui, e dissero: — Perfido, tu credi evitare la morte ed ingannare il re coi tuoi racconti; ma come puoi lusingarti di ottenere il perdono d’un delitto che offende le leggi, i costumi, la religione, e compromette insieme la gloria del monarca o la sicurezza dell’impero?» Il re avendo ordinato che si facesse venire il carnefice, tutti i visiri offrirono il loro braccio e disputaronsi l’onore di farne la veci. [p. 300 modifica]«— Sire,» disse allora il giovane, guardandoli con disprezzo, «la rabbia e l’accanimento dei vostri visiri contro di me, scoprono a tutt’evidenza l’odio e la gelosia che li anima: essi vogliono sbarazzarsi di me per potere, a loro arbitrio, disporre come altre volte dei vostri tesori....

«— Tu solo li accusi,» disse il re, interrompendolo, «mentr’essi depongono tutti e dieci contro di te.

«— Come possono mai,» riprese il giovane, «attestare ciò che non hanno veduto? Questa circostanza ne dimostra sempre più la malvagità; e, se voi cedete agli sforzi congiurati del loro odio, proverete infallibilmente i rimorsi che risentì il re Ilan-Schah, quand’ebbe riconosciuta la perfidia e scelleratezza dei suoi tre visiri.

«— Vediamo,» disse con vivacità Azadbakht, «in qual modo il re Ilan-Schah fu ingannato da’ suoi visiri.