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Gli Amanti di Siria o l'Eroina

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Gli Amanti di Siria o l'Eroina
Avventure d'un Cortigiano Storia d'Ins-al-Vugiud e di Vird-al-Ikmam, figlia d'Ibrahim, Visir del sultano Sciamikh

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NOTTE DXCI


GLI AMANTI DI SIRIA O L’EROINA.


— Vivevano tempo fa nella città di Damasco due fratelli,» cominciò la sultana delle Indie; «il primo, ch’era povero, aveva un figlio; il secondo, [p. 219 modifica] opulentissimo, una figliuola. Il povero mori e legò il figlio, appena fuor della culla, alle cure del fratello, il quale, incaricatosi del bambino, ebbe per lui una tenerezza tutta paterna. Fu l’orfano allevato colla cugina, e l’amicizia che per lei risentiva, in breve cangiassi in violento amore. La chiese quindi in consorte, ma il padre, sdegnato, glie la negò non solo, ma inoltre scacciollo di casa. La giovane, che divideva l’amor del cugino, non potè sopportare l’idea di vivere per sempre da lui divisa, ed acconsentì a seguirlo. Laonde, il giovane noleggiati due cavalli ed una mula per portare i bagagli, di notte tempo la cugina fuggì dalla casa paterna coll’amante. Dopo aver viaggiato sino allo spuntar dei giorno, giunsero ad un porto di mare, in cui stava un bastimento in procinto di far vela. Contrattarono del tragitto, e la giovane s’imbarcò subito, mentre l’amante cercava di vendere i cavalli e la mula al mercato; stava attendendo alcuno che li comprasse, quando, alzatosi un buon vento, il padrone della nave levò l’ancora, e spiegate le vele, partì. Ebbe la giovane un bel pregarlo di attendere il ritorno dell’amante o di deporla a terra; il capitano fu inesorabile. Vedendosi così delusa, la bella nostra fuggitiva, che aveva molta presenza di spirito, invece di abbandonarsi a vani lamenti, si finse calma e sicura, ed accolse gli omaggi del capitano, il quale, da quel punto, le prodigò riguardi e deferenza. Finalmente, la nave ancorò presso una città in cui il capitano recossi per ordinare i preparativi delle nozze. Appena però si fu allontanato, la giovane, dirigendosi all’equipaggio, espose con tanta forza ed eloquenza l’indegna condotta di colui a suo riguardo, e promise tal ricompensa se volesse ricondurla appo al di lei amante, nel porto d’ond’erano partiti, che la ciurma, mossa a compassione, le promise d’obbedirle e liberarla. Spiegate pertanto le [p. 220 modifica] vele, partirono sull’atto, abbandonando il padrone. Ma dopo alcuni giorni di tempo propizio, cominciò a soffiare un vento contrario, e la nave, sviata dalla sua rotta, fu costretta ad ancorare nel porto più vicino; era la capitale degli stati d’un possente sultano. Gli ufficiali vennero a bordo per esaminare la nave, come pure il carico ed il luogo di sua destinazione, e con estrema maraviglia vedendolo comandato da una donna d’abbagliante bellezza, sollecitaronsi ad informarne il sultano, il quale, lietissimo di tal avventura, fe’ fare alla bella sconosciuta proposte di matrimonio, cui ella finse di acconsentire. Il principe ordinò quindi i più brillanti preparativi per la cerimonia, e quando tutto fu all’ordine, mandò a bordo la figlia del suo visir, seguita da trentanove dame, per servirla ed accompagnarla a terra. La giovane le accolse con molta grazia, ed invitolle a prender rinfreschi nella gran sala del bastimento, che aveva fatta addobbare di preziose tappezzerie, e dove trovavasi imbandito un superbo pasto, al quale assistettero le inviate. Rimandò poi la scialuppa che le aveva condotte, e fe’ dire al sultano che tratteneva le dame a bordo sino alla mattina seguente, e che allora soltanto recherebbesi a terra per finire la cerimonia delle nozze; intanto mostrò tanta affabilità colle compagne, che tutte furono liete della futura loro sovrana, e trovarono nella sua conversazione mille attrattive. Ma qual non fu la loro sorpresa, allorchè, nel bel mezzo della notte, essa comandò di salpare, vietando, sotto pena di morte, di proferire un solo lamento che sparger potesse l’allarme nel porto. Il vascello allontanossi rapidamente senza essere inquietato: l’intrepida amazzone calmò lo spavento delle dame, raccontando le sue avventure, e promise che, quando avesse raggiunto l’amante, le farebbe ricondurre, se lo bramassero, al proprio paese con [p. 221 modifica] tutti i dovuti riguardi, a meno che non preferissero dividere la sua fortuna; e seppe ispirare così a poco a poco tanta fiducia, che le rapite cessarono di lagnarsi, e concepirono per lei tal affetto, che non se ne sarebbero divise mai più quand’anco lo avessero potuto. Dopo una navigazione di più settimane, l’equipaggio fu costretto a prender terra sulla prima costa che si offerse, all’uopo di far acqua e procurarsi nuove provvisioni; calata l’ancora, la bella fuggitiva scese dalla nave con tutte le compagne. Ma giunte appena sulla riva, furono assalìte da quaranta ladroni, che le minacciarono dei loro brutali ardori. L’eroina indusse allora le amiche ad occultare la paura, prese un’aria ridente, e voltasi al capo dei banditi, l’assicurò che non era d’uopo adoperare la forza, essendo elleno disposte a partecipare ai loro piaceri. — Abbiam saputo,» aggiunse, «sbandire i pregiudizi del nostro sesso: oggi in questo paese, domani in un altro, altra guida non abbiamo, nè altra legge fuor del nostro diletto.» A tale dichiarazione, lieti i ladroni, deposero le armi, ed affrettaronsi ad apprestare una copiosa refezione, alla quale si aggiunsero i vini recati dal vascello. Fra breve, il tripudio riempi il cuore dei malandrini, e già le dame cessavano di star sicure appo di loro, allorchè il fumo dei liquori, ai quali la giovane aveva mescolati certi narcotici, ne intorpidì in modo i sensi, che li fece cadere in profondo letargo. Allora le dame, impadronitesi delle scimitarre dei feroci adoratori, li misero tutti a morte, ad eccezione del capo, al quale legarono mani e piedi con grosse funi, indi recisagli la barba ed i mustacchi, gli sospesero al collo la scimitarra, affinchè, risensando, provasse maggior pena della morte, vedendo scannati i compagni, e pensando alla perdita della propostasi felicità. Tolsero quindi dalla caverna dei ladroni tutte le [p. 222 modifica] ricchezze che vi stavano ammassate, e trasportatele sulle navi insieme a grande quantità d’acqua e di provvisioni da bocca, levata l’ancora, allontanaronsi trionfanti da sì pericolosa spiaggia.

«Continuando la navigazione per alcune settimane, scoprirono nuovamente terra, e risolute di accostarvisi, scorsero un porto spazioso, intorno al quale sorgeva una città, i cui edifizi alti e magnifici andavano adorni di gradinate di marmo, che scendevano sino al mare, e coronati da cupole e da minareti sormontati da frecce d’oro. L’intrepida viaggiatrice, fatta quivi gettar l’ancora, coprissi, come pure le compagne, di magnifici abiti virili, e si fece condurre a riva. Sbarcando, trovarono tutta la città in gramaglia per la perdita del suo sovrano, mancato da pochi giorni. La vista d’uno straniero, seguito da sì splendido corteggio, destò moltissima maraviglia; la notizia ne fu subito recata al visir, che governava in qualità di reggente sino alla scelta d’un nuovo monarca, che si doveva eleggere, ed il ministro credè vedere in questo inaspettato arrivo l’opera e la volontà del destino; laonde, recatosi immediatamente dall’eroina, cui prendeva per un principe, invitolla ad assistere all’elezione, informandola in pari tempo come, ogni qual volta moriva nel regno un sultano senza posterità, la legge volea si scegliesse a di lui successore la persona sulle cui spalle scendesse un uccello, che lasciavasi libero in mezzo alla gente raccolta sulla piazza del palazzo. Accettò il supposto principe l’offerta d’essere testimonio della curiosa cerimonia, e fu colle compagne condotto in un magnifico padiglione, aperto d’ogni parte, d’onde poteva veder ogni cosa. L’uccello, sciolto da’ legami, sollevossi nell’aria a grande altezza, d’onde scendendo poi a spire, volò più volte intorno alla piazza, sfiorando il volto degli spettatori, ed infine, slanciatosi nei padiglione, dove stavano [p. 223 modifica] l’eroina e le sue compagne, volteggiò alquanto sul capo della travestita donzella, e quindi le si posò sulla spalla, gettando un alto strido e battendo le ali. A tal vista, visiri e cortigiani chinaronsi con rispetto, ed il popolo prosternossi gridando: — Viva il nuovo nostro sultano, l’eletto della Provvidenza, il prescelto dal destino.» L’eroina fu subito condotta al palazzo, posta sur un trono superbo, e proclamata in mezzo agli applausi universali. Nè quivi l’abbandonava la sua capacità, nè rimase minore a’ nuovi doveri, cui doveva adempiere.

«Poco dopo, il visir esibì al preteso sultano la figliuola, la quale fu accettata, e si celebrarono le nozze colla maggior magnificenza. Ma come dipingere lo sbalordimento della giovane, allorchè il sultano, ritiratosi con lei, invece di farle quell’accoglienza, che aveva sperato, rimase freddo ed insensibile, e passò lontano da lei la notte in preghiere. Alla mattina, interrogata dalla madre, la sultana le dichiarò la condotta dello sposo; quella l’attribuì a timidità, prodotta dall’estrema gioventù del principe, e consolò la figliuola. Ma essendo passate varie notti a quel modo, la sposa, offesa di tanta freddezza, non seppe più a lungo frenare il duolo, e disse a quel suo singolare marito: — Sire, se vi dispiaccio, perchè mi accettaste in consorte? E se così non è, se la freddezza vostra proviene da qualche causa segreta, ditelo apertamente, ch’io cesserò dal lagnarmi, e piangerò la mia disgrazia in segreto.» Commossa dalla dolcezza del rimprovero, l’eroina le rispose: — Amabile e virtuosa principessa, volesse Iddio ch’io fossi del sesso del quale mi supponete; ma, oimè! sono una donna, in preda, come voi, ad un amore infelice.» Allora le narrò le due avventure dacchè aveva abbandonata la casa paterna; la figlia del visir prese sì tenero interesse alla posizione della giovane dama che le [p. 224 modifica] giurò amicizia eterna, promettendole di custodire il segreto sul di lei travestimento e rimanere con essa sinchè la sorte le avesse fatto trovare l’amico. In premio di tanta compiacenza, l’eroina le giurò che, se rivedesse un giorno l’oggetto de’ suoi voti, la farebbe partecipe al cuore ed alle carezze dello sposo, e le cederebbe la preminenza nella cerimonia nuziale. Alle quali cose la figlia del visir consolossi, ed abbracciatala, da quel giorno vissero insieme in accordo perfetto, l’una esercitando con soddisfazione generale l’autorità sovrana, conducendosi l’altra da moglie lieta e ammessa, ma amendue ardendo del desiderio di trovare il comune loro sposo.»

NOTTE DXCII

«La capitale del regno, al cui governo era posta la nostra eroina, serviva di centro comune a molte nazioni vicine, che l’avevano prescelta pe’ loro cambi e per le operazioni commerciali. Quella circostanza suggerì alla leggiadra sovrana un’idea che potesse farle trovare colui che da tanto tempo cercava. Persuasa ch’egli viaggiasse in tutte le parti del mondo per ritrovarla, fece costruire un magnifico caravanserraglio con bagni freddi e caldi, racchiudente ogni cosa che potesse riuscir utile e grata ai viaggiatori stanchi dalle lunghe corse; terminato che fu, fece proclamare per tutta la città, che i viaggiatori, da qualunque paese venissero, vi sarebbero ben accolti, e potrebbero trattenervisi, ottenendo il necessario, sinchè albergassero nella città, oppure si fossero rimessi [p. 225 modifica] in viaggio dopo qualche tempo. E sulla porta dell’edifizio fu di suo ordine collocata una statua che le somigliava perfettamente, comandando che ogni forestiero, il quale desse segni di emozione al vederla, fosse immantinenti fermato e condotto alla di lei presenza.

«Parecchie settimane erano trascorse, allorchè il padre della giovane fuggitiva, percorsi molti paesi in cerca della figliuola, giunse davanti all’edificio, e vedendo la statua, si mise a sclamare: — Aimè! quanto somiglia alla povera fanciulla che ho perduta!» A tale esclamazione fu senz’altro condotto alla reggia, alloggiato in un appartamento magnifico, e trattato col massimo rispetto, ma lasciandogli totalmente ignorare il motivo del suo arresto e la sorte cui era riserbato. Alcun tempo dopo, l’amante disperato, il quale, dalla partenza del perfido capitano, aveva percorse molte città per iscoprire la prediletta, giunse anch’egli a quel caravanserraglio, ed all’aspetto della statua, non fu più padrone de’ propri sensi, sospirò e svenne. Immediatamente le guardie s’impadronirono di lui e lo condussero al palazzo, dove, tornato in sè, rimase stupefatto del rispetto e delle attenzioni che gli prodigavano; i suoi custodi, e della maniera splendida, con cui veniva trattato. Ma in vano informavasi della cagione di sua prigionia; la sola risposta coi potè ottenere fu: — Signore, fatevi coraggio, ed acchetatovi sinchè piaccia alla Provvidenza liberarvi dalla cattività.» Il padrone dell’equipaggio, il quale aveva corsi tutti i porti nella speranza di rinvenire il vascello, giunse anch’esso nella città, ed udendo parlare dell’ospitale accoglienza che nel caravanserraglio ricevevano i forestieri, venne a presentarsi alla porta; ma appena ebbe volti gli occhi sulla statua, gridò: — Quanta somiglianza coll’artificiosa donna che mi ha involato il mio [p. 226 modifica] vascello!» E così fu, come gli altri due, preso dalle guardie, condotto al palazzo, e trattato con ogni riguardo e bontà. Alcuni giorni dopo, il sultano ed il visir, la cui figlia era stata con trentanove dame sì destramente rapita dalla nostra eroina, giunti alla porta del caravanserraglio, e vista la statua, sclamarono ad una voce: — Ecco quella che ci ha privati de’ nostri figliuoli! Ah! se potessimo trovarla, e vendicarci della sua perfidia!» Pronunciate appena le quali parole, furono i due viaggiatori presi, condotti alla reggia, e trattati in guisa competente alla loro dignità. In fine, anche il capo dei masnadieri, che viaggiava colla speranza di pervenire alla tanto agognata vendetta, giunse per caso davanti la porta del caravanserraglio, e volti gli occhi sulla statua: — Ah! eccola,» sclamò, coll’accento della rabbia; «ecco il ritratto di quella donna indegna. Ah! con qual piacere laverei nel suo sangue l’assassinio de’ miei compagni!» Mentre diceva così, le guardie, scagliatesegli addosso, legarongli piedi e mani, conducendolo al palazzo, dove fu gettato nel più nero carcere e nutrito degli alimenti più grossolani.

«Avendo pertanto il finto sultano in suo potere tutte le persone che desiderava, se le fece comparire davanti un giorno che, salito sul trono, dava pubblica udienza. Allorchè i sei prigionieri le ebbero presentati gli omaggi, l’eroina comandò loro di dichiarare il motivo che li aveva condotti nella sua capitale; ma la presenza del monarca impose loro sì che niuno fu in grado di proferire una parola. — Poichè non volete dirlo,» gridò la sovrana, «parlerò io per voi.» E qui in fatti, con altissimo stupore di tutti, raccontò le proprie avventure ed i motivi del loro viaggio. Si fece poi conoscere, e gettatasi nelle braccia del padre e dell’amante, è facile concepire qual fosse la maraviglia ed il contento loro. Il [p. 227 modifica] sultano ed il suo visir gioirono trovando le quaranta fuggitive. Il capitano del vascello, il quale aveva colle sue lunghe corse espiato la reità della propria condotta, ottenne perdono e la restituzione della nave; ma il capo de’ ladroni fu arso vivo.

«Alcuni giorni dopo, celebrossi con grandissima pompa il doppio matrimonio dell’eroina e della figlia del visir coll’amante di quella; la corona passò sul capo del fortunato sposo e le due sultane vissero insieme felici e senza gelosia, tanto eguale fu divisa tra loro la tenerezza del principe.

«Il vecchio sultano ed il suo ministro, fatto lungo soggiorno in quella capitale, tornarono con numerosa scorta al paese nativo. Ma la figlia del visir e le trentanove sue compagne non acconsentirono ad accompagnarli se non sotto condizione che tornerebbero colà, quando avessero abbracciati i loro parenti, ed al ritorno poi sposarono i primari nobili del regno. In una parola, tutti i personaggi di questa storia gustarono per lunghi anni una felicità senza nubi, abbandonando di mano in mano codesta terra di esilio, per andar a godere, in un mondo migliore, dell’eterniià promessa alla virtù.»

L’aurora sorgeva in quella, per cui la sultana delle Indie con licenza del consorte, rimise all’indomani il nuovo racconto, cui si accinse infatti nel modo seguente: