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Le Mille ed una Notti/Storia d'Ins-al-Vugiud e di Vird-al-Ikmam, figlia d'Ibrahim, Visir del sultano Sciamikh

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Storia d'Ins-al-Vugiud e di Vird-al-Ikmam, figlia d'Ibrahim, Visir del sultano Sciamikh

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Storia d'Ins-al-Vugiud e di Vird-al-Ikmam, figlia d'Ibrahim, Visir del sultano Sciamikh
Gli Amanti di Siria o l'Eroina Avventure della bella Haifa, figlia di Mirgyhane, sultano di Hind, e di Gioseffo, figlio di Sahul, Sultano di Sind
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NOTTE DXCIII

STORIA

D'INS-AL-VUGIUD E DI VIRD-AL-IKMAM,

FIGLIA D’IBRAHIM, VISIR DEL SULTANO SCIAMIKH.

— Un possente sultano, che moltissimi anni fa regnava, aveva un visir chiamato Ibrahim, la cui figlia era la più bella e compita dei suo tempo. La sua avvenenza le aveva fatto imporre il soprannome di Vird-al-Ikmam, bottone di rosa. Aveva il sultano Sciamikh l'uso di tenere ogni anno un’assemblea generale di tutti i grandi del regno e delle persone più distinte nelle scienze e nell'arti. Durante il tempo di quella riunione, erano tutti trattati magnificamente a spese dello stato. I primi spiegavano davanti al sultano la loro destrezza negli esercizi ginnastici, e gli altri sottoponevangli le invenzioni ed i prodotti del loro genio. Premi ragguardevoli venivano poscia accordati a coloro che da’ giudici, a tal uopo destinati, ne erano giudicali degni. In uno de’ giorni consacrati a tal festa, la figlia del visir, dall’alto d’un balcone, a cui stava seduta per vedere i giuochi, fu vivamente colpita dal maschio aspetto e dalle grazie d’un giovane signore, al quale le belle sue doti avevano già meritato il nome di Ins-al-Vugiud, ossia perfezione delle creature. Il cuore della fanciulla rimase trafitto dagli strali d’amore, e dessa, abbandonandosi a tutta la foga della sua passione, incaricò una confidente di [p. 229 modifica] portare una lettera al fortunato suo vincitore. Il giovane, avendo spesso udito far l’elogio della figlia del visir, fu lieto d’averle potuto piacere, ed il suo giubilo non ebbe più limiti quando la mattina appresso l’ebbe veduta e rimirata attraverso le gelosie del suo balcone. I nostri due amanti si misero in corrispondenza, ed ogni giorno e ogni ora trovavano i loro messaggeri in viaggio. In breve, quella tenera corrispondenza più non bastò ai loro cuori, e vollero vedersi. Ma il biglietto che stabiliva il luogo ed il tempo dell’abboccamento, fu perduto dalla confidente incaricata di consegnarlo, e portato al visir. Sdegnato per l’onore della propria casa, egli mandò nella stessa notte, la figliuola ad un suo castello, situato in un’isola che sorgeva in mezzo a certo lago circondato da boschi impenetrabili.

«La sfortunata Vird-al-Ikmam fu costretta all’obbedienza; ma prima di partire, trovò mezzo di vergare sull’esterno del verone queste parole; — Parto per la terra d’esilio; il mio cuore ed i miei pensieri restano con te.» La mattina seguente, recatosi l’amante, secondo il solito, sotto le finestre, colla speranza di vedere la diletta, gli si offrì allo sguardo il detto fatale, e smarrì per alcuni istanti ogni sentimento. Tornato in sè, appigliossi al partito di lasciare la corte, benchè fosse il principale favorito del principe, e di andar in cerca della cara amante. Coperto d’un abito di dervis, abbandonò la sera medesima la città, raccomandandosi alla Provvidenza, e partì senza saper dove dirigere i passi. Camminò più settimane di seguito, ma nulla indicavagli che fosse sulle tracce della sua cara Vird-al-Ikmam. Un giorno, attraversando una foltissima selva, si vide d’improvviso davanti un enorme leone, al quale eragli impossibile di fuggire. Rivolte al cielo alcune preci per la felicità della diletta, pronunciò l’atto di fede del martirio, e, rassegnato al [p. 230 modifica] destino, attese tranquillo che la fiera venisse ad assalirlo. Ma qual non fu la sua maraviglia allorchè il lione, avvicinatosi senza fargli alcun male, ed avendolo guardato fissamente in aria di compassione, gli leccò le mani, e voltosi indietro, si mise a camminargli pian piano davanti, movendo la testa quasi lo invitasse ad accompagnarlo! Il giovane si decise a seguire quella guida singolare. L’animale, salita un’ alta montagna, fermossi di repente dinanzi ad una caverna, la cui porta era di ferro. Allora, scuotendo la fulva chioma e leccando di nuovo le mani al viaggiatore, lo lasciò per rinselvarsi. Ins-al-Vugiud penetrò nella caverna, ed avendo bussato alla porta, gli fu dessa aperta da un venerabile eremita, che lo ricevette con bontà, e recatogli acqua calda per lavarsi i piedi, gli offrì varie sorta di rinfreschi, e gli chiese poi che cosa lo avesse condotto in quel deserto. Avendogli il giovane narrate le sue avventure, il cenobita sclamò: — Il cielo veglia senza dubbio su di te, se quel terribile animale rispettò la tua vita: fatti coraggio; spero che sarai felice, e se la mia assistenza può esserti utile, certo non ti mancherà.» Ins-al-Vugiud ringraziollo della sua ospitalità e delle generose offerte. L’eremita soggiunse che da vent’anni ch’egli abitava quell’antro, non avea mai veduto viso umano, allorchè vari giorni prima del di lui arrivo, errando per le montagne, gli si era offerta allo sguardo, sulle rive del gran lago, una numerosa carovana di uomini e di donne, alcune delle quali riccamente vestite; che parte di quella erasi imbarcata su d’un battello ornato con eleganza, e gli altri, piegate le tende, avean ripreso il cammino ond’erano venuti. — Probabilmente,» continuò il cenobita, «la tua amante sarà stata trasportata nel castello che giace nell’isola in mezzo al lago, ed in tal caso, potrai approdarvi senza pericolo. Quanto al resto, ti sarà di guida la Provvidenza. Io [p. 231 modifica] vado a pregare questa notte per te, ed a meditare su ciò che debbo fare per giovarti.» Sì dicendo, il buon eremita condusse il giovane viaggiatore in una camera vicina, invitandolo a riposarvi.

«Intanto la bella Vird-al-Ikmam, oppressa dal dolore nel suo esilio, rimaneva insensibile a tutte le distrazioni che le persone del suo seguito cercavano di procurarle. Percorreva tristamente i magnifici giardini del castello: i boschetti, popolati di mille augelli dagli svariati gorgheggi, non potevano rendere la calma all’anima sua. Il dolce gemito della tortorella, nè le flebili melodie dell’usignuolo piangente i suoi amori, non ne attiravano l’attenzione. Seduta su di erbose zolle, le ascoltava ore intiere, e ne’ malinconici loro canti credeva udire la voce del suo diletto. Tali erano i suoi piaceri; nè allontanavasi da quei luoghi se non quando gli schiavi venivano ad invitarla a rientrare in casa per sottrarsi alla frescura notturna.

«Ora torniamo al nostro viaggiatore. La fatica e lo assicurazioni confortanti del buon eremita gli procurarono un sonno profondo e tranquillo, onde non si destò che tardissimo. Dopo aver preso parte agli atti religiosi dell’ospite, fece con lui una colazione frugale, composta di pane, latte e frutti colti il giorno prima. Quindi il vecchio, mandato il protetto nella selva a cercarvi scorze di palme giovani, intrecciò, colle strisce flessibili di quelle, una barchetta, di cui gravò gli omeri al giovane viaggiatore. — Recati al lago,» gli disse, «e getta in acqua questa navicella, che diverrà abbastanza grande per contenerti; imbarcati, e, fedele credente, spera nella bontà celeste. Addio.» Ins-al-Vugiud prese congedo dall’eremita, dopo mille proteste di gratitudine, e fece quanto avevagli imposto. Giunto alla sponda del lago, vi slanciò il leggero schifo, il quale, con grande sua maraviglia, trasformossi sull’atto in una bella scialuppa guernita [p. 232 modifica] delle sue vele. Vi entrò, e favorito da vento propizio, in breve perdette di vista la terra. Dopo qualche giorno di navigazione, scoprì un’isola, nella quale sbarcò, avendo attaccata prima la scialuppa al tronco d’un grosso albero. Inoltratosi poi in una campagna svariata di verdi prati, limpidi ruscelli, a foltissimi boschetti d’alberi che cedevano sotto il peso de’ frutti, ed i cui rami erano coperti d’uccelli d’ogni specie e di canto diverso, colse alcune frutta per reficiarsi, e proseguì la sua strada sino ad un superbo edifizio, di cui con maraviglia trovò chiuse tutte le porte. Ivi attese indarno per tre giorni d’incontrare qualche abitante del castello. Infine, la mattina del quarto ne uscì un uomo, il quale, vedendo il nostro viaggiatore, gli chiese chi fosse, d’onde venisse e perchè attendesse. — Vengo d’Ispahan,» rispose il giovane. «In un viaggio intrapreso pel mio commercio, il vascello che mi portava naufragò su questa costa, dove, solo fra tutti i miei compagni, ebbi la ventura di salvarmi.» A tali parole, l’uomo proruppe in calde lagrime e l’abbracciò sclamando: — Dio ti protegga da altre calamità! Anch’io sono d’Ispahan. Colà dimora mia cugina, ch’io amava teneramente, e che corrispondeva all’amor mio. In quel felice e troppo fugace periodo della mia vita, una nazione rivale e potente ci dichiarò guerra; fummo vinti, e strappato con altri cattivi dal mio paese, venni venduto come schiavo al padrone, cui ora servo. Vieni, mio caro compatriotta, entra in questo palazzo ad accetta la metà del mio stanzino. Procureremo di raddolcire reciprocamente le nostre disgrazie, sinchè piaccia al cielo di farci rivedere la patria. —

«Ins-al-Vugiud accettò con premura il gentile invito. Entrando nel cortile, vide un alto albero, i cui rami stendevansi da lungi, sostenendo parecchie [p. 233 modifica] bie d’oro, in ciascuna delle quali eravi un uccello superbo. — Di chi è questo bell’edificio?» chiese al compatrioita. — Del visir Sciamikh, il quale, per mettere sua figlia al sicuro dai capricci della sorte, l’ha relegata in questo luogo, ov’ei non viene che una volta all’anno per vederla e portarle le cose necessarie al suo uso ed al mantenimento delle persone di servizio.» Ins-al-Vugiud durò fatica a nascondere il suo giubilo; ma, frenatosi, disse tra sè : — Eccolo finalmente scoperto questo ritiro della mia diletta; ora posso sperare di rivederla!» Ma, aimè! il cielo per intanto aveva disposto altrimenti.

«Non potendo Vird-al-Ikmara immaginare che l’amante le fosse sì dappresso, ed incapace di sopportare più a lungo la schiavitù , erasi determinata di fuggire in quella medesima notte. Infatti, allorchè l’ombre circondarono il castello, coll’aiuto d’una corda di seta, formata colle sue vesti, si lasciò calare dall’alto de’ merli, e giunta a terra senza sinistro, si diresse in tutta fretta verso la sponda del lago, dove trovavasi una barchetta peschereccia. Il padrone di quella, vedendo una giovine coperta di gioie, la prese per un genio, e sulle prime si spaventò; ma rassicuratolo ella con bontà, acconsentì a prenderla nel battello; per riconoscere il servizio, la fanciulla gli fece il dono di qualche gioiello e lo pregò di condurla all’altra riva. Mise il pescatore alla vela, ed il vento fu per alcune ore favorevole; ma sorta d’improvviso una fiera burrasca, li minacciò per tre giorni dell’estremo sterminio e li trascinò ben lungi dalla loro direzione. Cessato infine l’oragano, il mare abbonacciò e fu vista la terra. Avvicinatisi alla costa, trovaronsi rimpetto ad una città grande e piena di abitazioni magnifiche, e quivi ancorarono sotto il terrazzo del palagio imperiale. Il sovrano di quel paese, di nome Dara, il quale stava in quel momento con sua figlia [p. 234 modifica] seduto ad un balcone per godervi il fresco e l’animata prospettiva che presentava un ampio porto coperto di vascelli di tutte le nazioni, appena ebbe veduta la scialuppa, commise agli ufficiali di condurgli il padrone e tutto l’equipaggio. Estrema fu la sua maraviglia, quando gli si presentò la bella Vird-al-Ikmam, e dalle ricche vesti, dall’aria nobile e dal graziosi modi ben comprese com’ella fosse d’alto lignaggio. Avendola dunque fatta sedere accanto alla figliuola, la pregò di dirle il nome del suo paese e la causa del di lei arrivo in quella capitale: la bella fuggitiva gli fece con gran calore l’esposizione de’ suoi casi. La consolò allora il sultano colla promessa della sua protezione, ed offertole d’adoperare la sua autorità per unirla all’amante, mandò il suo visir con ricchi presenti al sultano Sciamikh, per pregarlo di lasciar venire alla sua corte Ins-al-Vugiud.»

NOTTE DXCIV

— Giunto alla capitale di quel principe, il ministro gli offrì i doni de’ quali era incaricato, e partecipogli l’oggetto della sua missione. Rispose il principe che Ins-al-Vugiud era da quasi un anno, con suo dispiacere, scomparso dalla corte, ned avevasi alcuna contezza del luogo di sua dimora; che però avrebbe ordinato al proprio visir di accompagnare nelle sue ricerche l’ambasciatore, nulla avendo più a cuore che di compiacere il sultano suo fratello in quanto potesse dipendere da lui. Dopo alcuni giorni di riposo, partirono dunque i due visiri in cerca del [p. 235 modifica] favorito, ma furono imbarazzatissimi intorno alla strada da seguire. Infine, pervenuti alle sponde del mare di Kunnooz, imbarcaronsi sulla prima nave pronta a far vea, e vogarono verso l’isola montuosa di Tukkalla, intorno alla quale il visir di Sciamikh, per ingannare le noie del viaggio, diede al compagno il ragguaglio seguente. « — Sono parecchi secoli che quest’isola era abitata da geni. Una loro principessa, visto un giorno un amabile giovane, figlio d’un emiro del Cairo, che, oppresso dal caldo, dormiva ne’ giardini di suo padre, se ne invaghì perdutamente, e calatogli appresso ed avendolo dolcemente svegliato, mostrò agli attoniti suoi sguardi una bella persona che sembrava richiamare gli omaggi. Fra poco i due giovani giuraronsi amore e fedeltà. Dopo alcune ore di delizioso colloquio, la principessa volse i saluti all’amante, e sollevossi nell’aria, promettendo di rivederlo tra breve. La felice avventura gettò il figlio dell’emiro in una meditazione profonda, che durava ancora ben dopo il tramonto; talchè i suoi genitori, non veggendolo tornare e temendo non gli fosse accaduto qualche sinistro, mandarono famigliari per ricondurlo al palazzo; ma egli ricusò di rientrare in casa , e parlava loro della sua amante con sì poca assennatezza, ch’eglino, stimandolo pazzo, lo presero e lo accompagnarono al palazzo di viva forza. Desolati il padre e la madre, sollecitaronlo invano a dissipare le sue folli chimere; il giovane, senza nulla rispondere, nè uscire dalla sua malinconia, li lasciò bruscamente, e ritirossi nella propria stanza, aspettando con impazienza il giorno, e ripromettendosi di tornare al fortunato luogo, dove l’ammaliatrice avevagli promesso di rivederlo.

«Allo spuntar dell’aurora,corse il giovane al giardino, dove non tardò a raggiungerlo la sua [p. 236 modifica] diletta; ma mentre non pensavano se non alla felicità di trovarsi assieme, la madre della principessa, alla quale certi andamenti della figliuola aveano fatto nascere il sospetto d’un raggiro, e che, senza esserne scorta, l’aveva seguita per l’aria, venne di repente a presentarsi ai nostri spaventati amanti. Presa pei capelli la figlia, la battè, prodigandole i più duri termini ed accusandola d’avere, col suo affetto per un miserabile mortale, macchiato l’onore dei geni. La principessa rispose con fermezza riuscir inutili tutte le rimostranze, aver ella donato il suo cuore, e nulla esser capace di farla rinunziare al degno oggetto del proprio amore. Colpita la madre da tale risolutezza e disarmata dalla rara beltà del giovane, il quale erasi precipitato alle di lei ginocchia, implorando grazia per la sua diletta, acconsentì infine all’unione degli amanti: il matrimonio fu subito celebrato, e quest’isola, dal nome della principessa de’ geni chiamato Tukkalla, divenne la residenza degli sposi. Il magnifico loro palagio esiste tuttora dopo parecchi secoli; ed ora trovasi in mio possesso. Colà sta rinchiusa l’unica mia figlia, ch’io vi condussi, è ormai un anno, per sottrarla alle seduzioni d’un giovane cortigiano, che seppe ispirarle un’irresistibile passione.—

«Sbarcati i due visiri, volsero i passi verso il palagio; ma ognun giudichi della meraviglia e del dolore d’Ibrahim, allorchè seppe la scomparsa della figliuola e le inutili indagini fatte per rinvenirla. Vedendo però in mezzo ai servitori che aveva lasciato presso la figlia, un giovane forastiero, pallido, debole, e di melanconico aspetto, chiese il visir come si trovasse colà; gli fu risposto ch’era un mercadante d’Ispahan raccolto per carità in occasione d’un naufragio. Ibrahim allora consigliò il visir del sultano Dara di tornar addietro ad informare il suo padrone dell’inutilità delle loro ricerche, pregandolo in pari [p. 237 modifica] tempo a ricevere nel suo seguito il preteso mercante, sino alla città d’Ispahan che trovavasi sulla strada che dovevano percorrere. Accondiscese l'ambasciatore, ed i due ministri, datosi un amichevole addio, separaronsi per tornar ciascheduno alla rispettiva sua capitale.

«Ins-al-Vugiud rallegrava in guisa il viaggio coll'amenità della conversazione, che il visir discorreva spesso con lui famigliarmente. In fine, fatto ardito dalla benevolenza dimostratagli dal ministro, il giovane arrischiossi di chiedergli il motivo d’un viaggio sì lontano. Allora seppe l'arrivo della sua diletta alla corte del sultano Dara, l'interesse preso da quel principe alle di lei sventure, la generosa protezione accordatale, e l'infruttuosa missione del visir per ritrovare Ins-al-Vugiud. A quella grata novella, non seppe egli più a lungo frenare i suoi trasporti, e fattosi conoscere, il visir si rallegrò esso pure di aver trovato l’oggetto del suo viaggio nel momento appunto che aveva perduta ogni speranza. Abbracciò quindi il giovane, lo felicitò sulla prossima sua riunione colla difetta, e sulla lieta sorte che li attendeva, nè volle che il favorito, d’allora in poi, avesse altra tenda fuor della sua, fecendogli somministrare ricche vesti, e tutto l’occorrente per un uomo, alla cui sorte s’interessava il suo sovrano.

«Fatto ch’ebbe il visir conoscere al sultano l’esito felice della sua missione, volle questi vedere il giovane, e subito comparso Ins-al-Vugiud, colla grazia d’un uomo uso al soggiorno delle corti, baciò la terra, come far deve il rispettoso cortigiano che giunge appiè del soglio. Il sultano gli rese con bontà il saluto, ed invitatolo a sedere, gli chiese poi la relazione della sua storia, che il favorito fece in modo seducente, ornando il racconto di citazioni poetiche e di versi improvvisi, sempre corrispondenti alla [p. 238 modifica] situazione. Allettato il sultano, non volle più oltre differire la felicità de' due amanti, e mandò a chiamare un cadì che li sposò sul momento, inviando nel medesimo tempo un corriere per annunziare il fortunato avvenimento al sultano Sciamikh ed al suo visir, che amendue piangevano perdite che stimavano irreparabili. Il re Dara ritenne alla sua corte per qualche tempo i due sposi, e li rimandò poscia al loro paese, carichi di preziosi doni. Senza contrario evento giunsero al loro destino, e furono ricevuti colla più viva gioia dal sultano e dal suo visir, il quale, a forza d’attenzioni e di tenerezza, li compensò della severa condotta precedentemente tenuta. I due sposi felici in casa ed in favore presso al principe, godettero a lungo d’una beatitudine, cui rendeva ancora più dolce la memoria delle passate sciagure.»

Qui cessò Scheherazade, e permettendolo il consorte, si accinse, la notte seguente, ad un’altra narrazione.